venerdì 25 maggio 2018

Paradiso ’49: Quel Verme della terra



Dopo aver imbucato la lettera scritta il giorno precedente a Igino Giordani, Chiara si incammina con le amiche su per la collina verso la chiesetta di san Vittore, che da sei secoli domina, solitaria, la vallata di Primiero. È mercoledì 20 luglio 1949. Arcangela, la custode del cimitero attiguo alla chiesa, scende vestita di nero come al solito, e saluta con un breve cenno della testa quelle ragazze che col loro sorriso fanno ancora più bella l’estate. Sedute in cerchio sul prato antistante la chiesa, le giovani abbracciano con lo sguardo le montagne d’intorno, i paesi giù in piano, la natura incantata. Ai piedi di Chiara, tra l’erba e i fiori, appare un piccolo verme, umile creatura in quell’oceano di luce e bellezza. Forse è uscito da una delle tombe che attorniano la chiesa. Per chi ha il cuore puro tutto parla, anche un verme, e Chiara pensa allo Sposo suo. Lo confida alle compagne sedute attorno a lei: «Gesù Abbandonato è il verme della terra e si è fatto così affinché, quando la nostra anima sarà in Cielo e la nostra carne sarà tutta un verme, questa canti all’Amore Abbandonato che è così simile a lei, Sposo suo. Così tutto il creato e anche gli esseri più spregevoli cantano all’Amore».

Per lei Gesù è Gesù Abbandonato e ormai lo vede ovunque, in tutti. Dio è Amore e amore è suo Figlio fattosi uomo. Sulla croce, in quel grido di dolore che fa propri tutti i dolori dell’umanità e del creato, si è manifestato l’amore più grande: Gesù, l’amore, è Gesù Abbandonato, l’amore più grande, quello che giunge a dare la vita e la sua unità col Padre.
Nel marzo dell’anno successivo, Chiara ha ancora davanti quel piccolo verme, che le ricorda la profezia di Isaia, dove si parla del Servo del Signore il quale «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi» (53, 2), e più ancora le ricorda il Salmo 22, 7: «Ma io sono un verme e non un uomo». Pensando a questo scrive: «Attorno a noi tutto è Gesù Abbandonato. Tutto è dunque amabile perché sotto tutto e tutti vediamo lo Sposo dell’anima nostra… Egli, Verme della terra, Bruttezza, impasto di sangue e di lacrime, di dolore, è Dio. Tutto divinizzò: a tutto diede l’Essere».

Ma torniamo all’estate del 1949. Per due giorni – 21 e 22 luglio – Chiara non scrive niente, non ne ha la possibilità tanta è la luce che la invade. Finalmente il 23 luglio, come se si rompesse finalmente una diga, l’esperienza accumulata si riversa con foga sui fogli, in pagine e pagine. Il testo più lungo di quegli anni. Vuole donare a Igino Giordani quanto ha compreso della dinamica, dei giochi di forza, delle relazioni che costituiscono il Paradiso: tutto è amore, tutto è unità e armonia.

Dal Padre escono come dei raggi divergenti, che arrivano a tutta la creazione e le danno unità: sotto ogni cosa si può cogliere la presenza di Dio. Le Idee delle cose create sono nel Verbo e il Padre le proietta fuori di Sé, dando l’Ordine che è Vita e Amore e Verità. Tutto è stato pensato nel Verbo e tutto è stato creato in lui. Nel Verbo fatto uomo in Gesù, il Padre raggiunge ogni creatura. Tutto è unito nella sua origine.
Alla fine dei tempi Gesù riporterà tutto in sé stesso, nel Verbo, e quindi nel seno del Padre, da cui tutto è partito: «Da divergenti [i raggi] diventeranno convergenti, e il loro incontro formerà il Paradiso, fatto tutto di sostanza d’amore, […] nella sua veste fiorita e stellata e variopinta con i mari, con i monti, con i laghi, con le stelle, col sole, con la luna, con i viali». Le idee e i raggi, da divergenti si faranno convergenti, e tutto sarà divinizzato. È l’unità nella sua destinazione finale.

In questa grande armonia e unità c’è posto per l’inferno? Nella visione di Chiara l’inferno, che rimane all’esterno del Paradiso, appare in tutta la sua durezza: la materia ormai informe chiamerà disperatamente la sua forma, che è l’amore, ma non potrà possederla. «Il dannato porterà laggiù l’anima sua immortale e coscientemente sentirà di aver dovuto fare una cosa sola: amare e non potrà più amare». Non vi sarà infatti unità tra freddo e fuoco, tra moto e quiete, tra unità e molteplicità perché «due cose all’inferno non potranno amarsi»: sarà tutto senza vita, senza ordine, senza amore.
Allora nell’al di là vi sarà dualità tra paradiso e inferno? No. Torna l’immagine di quel piccolo verme, di Gesù che si è fatto peccato, inferno, per tutto divinizzare. È lui, solo lui, Gesù Abbandonato che tutto riempie col suo amore e tutto porta all’unità. Quindi l’inferno c’è, ma per chi vi è dentro. Chi guarda dal Paradiso, invece, vedrà ovunque soltanto lui e godrà del suo infinito amore.


Gustare il Paradiso ’49

«Veramente Gesù Abbandonato s’è fatto brutto per tutto abbellire, peccato per toglierlo dalla terra e far di tutto: Dio; dolore per togliere il male dal mondo e ridurre il dolore ad amore».

Il complesso musicale “Gen Rosso”, parafrasando altre parole di Chiara, ha così commentato questo testo in una delle sue famose canzoni: «Perché avessimo la luce / Ti facesti buio. / Perché avessimo la vita / Tu provasti la morte. / Ci basta, Signore, / vederci simili a Te / e offrire col tuo / il nostro dolore. Sei Dio, / sei il mio Dio, / il nostro Dio / d’amore infinito».


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