sabato 30 settembre 2023

Una reliquia di padre Mario

 

“Noi missionari siamo fatti così: il partire è una normalità; andare una necessità, domani le nostre strade saranno le nostre case; se saremo costretti ad ancorarsi in una casa la trasformeremo in una strada: a Dio” P. Mario Borzaga, 18 maggio 1957.

Sono felice e commossa che padre Mario possa continuare a vivere anche in terra polacca nella Casa a lui dedicata con il suo esempio di Missionario Oblato di Maria Immacolata e, da oggi, con un piccolo frammento di tessuto.

È la fodera del suo primo abito talare, cucito con amore dalla nostra mamma che lo ha rammendato più volte. Un vestito simbolo della scelta di vita di Mario, che ha voluto fortemente consacrarsi perché su questa strada si è sentito Felice. Felice di identificarsi in Cristo Crocifisso.

Vorrei fare un augurio a voi giovani polacchi: camminate con coraggio come mio fratello, un giovane spensierato e nello stesso tempo responsabile delle sue decisioni. Un giovane Uomo. Un giovane Sacerdote. Un giovane Missionario Martire. Un giovane Felice.

Con affetto
Lucia Borzaga
Trento, 30 settembre 2023

Questa la lettera che accompagna la consegna della “reliquia” del beato p. Mario Borzaga consegnata agli Oblati polacchi venuti esplicitamente a Trento.

Dal Centro Missionario di Poznan gli Oblati mi avevano chiesto una reliquia del beato martire da porre nella cappella a lui dedicata. Mi sono rivolto naturalmente a Lucia. Assieme a lei e ad alcuni membri dell’Associazione “Amici di Padre Mario” abbiamo individuato, come scritto nella lettera un frammento della veste talare.

La cerimonia della consegna è stata davvero commovente. Si è svolta con molta semplicità in casa Borzaga. Dopo la celebrazione della messa in onore del beato, Lucia ha letto la sua lettera e ha tagliato il tessuto della veste poi posato in una bella teca appositamente preparata.

Siamo rimasti a lungo insieme attorno a Lucia che ha potuto raccontare tanti aneddoti della vita del fratello. Ci ha anche mostrato e illustrato il contenuto della famosa “Scatola rossa” che raccoglie piccoli oggetti di p. Mario, e soprattutto ha aperto i preziosi quaderni con i manoscritti dei suoi diari.

I due Oblati e i tre laici della casa della missione, già presenti precedentemente in occasione della presentazione del libro sul padre Mario, sono stati particolarmente contenti di quanto abbiamo vissuto insieme e di portare con sé la reliquia.

La televisione regionale ha preparato un ampio servizio su l’intero evento di questi giorni.

Un grazie sentito agli "Amici di Padre Mario", soprattutto a Marlies, Gabriele, Paolo Damosso, la nipote di p. Mario e tutti quanti hanno reso possibile un evento di così grande profondità spirituale, che ha commosso tanti, a partire dal Vescovo di Trento che ha indirizzato a tutti parole sincere e personali.

Padre Mario è sempre vivo.

venerdì 29 settembre 2023

Mario Borzaga sempre vivo

A Trento, nella suggestiva sala del Vigilianum, la presentazione del libro su p. Mario Borzaga.

P. Mario Borzaga e il suo catechista Paul Thoj Xyooj trovarono la morte nel maggio 1960, su una pista della foresta del Laos, a metà strada tra i villaggi di Kiukatian e Pha Xoua. Martiri di Gesù, sono stati beatificati a Luang Prabang l’11 dicembre 2016, assieme ad altri 15 martiri del Laos, uccisi tra il 1954 e il 1970. Padre Mario è il primo di altri cinque Oblati di Maria Immacolata che in quella terra hanno dato la vita per Cristo e il suo Vangelo. Arrivato in missione alla fine del 1957, venticinquenne, consumerà la sua esperienza in meno di tre anni. Gli sono bastati per vivere con intensità la sua “oblazione”, il dono totale di sé a Dio per l’annuncio del Vangelo.

Il Diario di un uomo felice, scritto con fedeltà dal 1° ottobre 1956 al 18 aprile 1960, testimonia la passione per la vita e l’anelito alla santità, al pari delle lettere indirizzate alla sorella Lucia. La sua storia ha affascinato migliaia di persone ed è stata raccontata in mille modi.



Meno noti gli articoli e le “Lettere agli Amici del Laos” scritti nel breve periodo vissuto nel Laos. Le pubblichiamo perché rivelano aspetti profondi del suo animo: la capacità di incantarsi davanti alla natura, al volto di un bambino, al canto delle ragazze, gli aneliti profondi, l’ironia fine, che non sfocia mai nel sarcasmo e suona come una nota limpida, capace di sdrammatizzare le situazioni più difficili. Vi troviamo anche le paure, la consapevolezza dei limiti, il senso di inadeguatezza.

Questi scritti, qui raccolti per la prima volta, sono anche una “cronaca” agile della missione nel Laos. Ci lasciano entrare nella vita quotidiana di questi uomini generosi, creativi, ma anche “deboli creature, fragili voci nei deserti”, che hanno preso sul serio l’invito di Gesù ad andare portando con sé un bastone e nient’altro, né pane, né bisaccia, né denaro nella cintura (cf. Mc 6,2).

Niente della retorica dei missionari eroici che affrontano impavidi i pericoli e conquistano i popoli al Vangelo. Niente dell’organizzazione efficace e potente. C’è molta fatica, in queste pagine sincere, freddo, sole cocente, pioggia, sanguisughe, interminabili trasferte a piedi, per ore e ore su per le montagne, su piste appena tracciate, guado di fi umi senza ponti, solitudine, diffidenza da parte di chi non comprende perché questi stranieri siano giunti fi no a loro... Ma si respira anche aria di grande fraternità tra i missionari, fede profonda, fedeltà agli impegni presi, abbandono alla Provvidenza. Le “cronache” di Padre Mario ci consentono soprattutto di seguire la strategia umile dell’evangelizzazione, la vita dei diversi posti di missione, i progressi, i fallimenti, la povertà delle risorse, le gioie dei piccoli successi e dei doni che arrivano dall’Italia, il discernimento tra coraggio e prudenza, avanzare, restare, piegare in ritirata. Ci fa conoscere l’ambiente sociale, scolastico, politico, militare, le fatiche della gente, le attese, la guerriglia che avanza a grandi passi e sconvolge la vita dei villaggi.

Su tutto Padre Mario posa uno sguardo lucido e insieme sereno, capace di trasformare in poesia anche le situazioni più drammatiche. Non è un ingenuo, è un realista pieno di fede, che si abbandona con fiducia nelle mani del Signore.

La sua è la “cronaca” di come il piccolo seme del Vangelo muore e germoglia lentamente, senza rumore; la descrizione di come nasce la Chiesa, nella povertà, nella prova, nella gioia delle Beatitudini. I missionari furono espulsi dal Paese nel 1975, ma quel seme piantato con tanta fatica ha continuato a portare frutti e la Chiesa è ancora oggi viva, anche se piccola e umile. Anche gli Oblati sono tornati...

La prima parte del libro è composta da 16 articoli scritti da Padre Mario per la rivista degli Oblati d’Italia, “Fino al Polo”, che nel 1959 prende il nome di “Missioni OMI”, e due articoli per la rivista “Crociata missionaria”. La seconda parte raccoglie 7 lettere da lui scritte a nome di tutto il gruppo e indirizzate agli “Amici del Laos”, persone che seguivano e aiutavano i missionari italiani.

La seconda metà del libro… è una bella sorpresa di Paolo Damosso…

  

mercoledì 27 settembre 2023

Identikit. Parole e immagini di padre Mario Borzaga

Venerdì 29 settembre ore 17.30
Presso Aula Magna del Polo Culturale Vigilianum
Presentazione del libro

La sorella di padre Mario Borzaga introduce il libro con una commovente testimonianza:

Quando parlo di padre Mario ripeto spesso: “Per me è un fratello ma anche un amico”. Questa parola “amico” contiene un valore grande che supera il mio stretto legame di parentela. Quando si è fi gli degli stessi genitori si condivide quotidianamente il focolare domestico, si sente forte un’appartenenza comune, magari c’è anche una somiglianza fi sica e un’assonanza nei modi di parlare e di agire. Ma poi si cresce e si cercano altre affinità, trovandole in amicizie fuori dalle mura di casa. Si va alla ricerca di nuove visioni della vita, confidando sogni, progetti, e chiedendo consigli.

Ecco, anche in questo caso, io ho scelto Mario come amico. Un’amicizia bella che ha attraversato le nostre vite e che non si è mai interrotta, nemmeno dopo il suo martirio. Lui mi ha preso per mano sempre, come quando mi veniva a prendere davanti alla scuola materna e poi mi off riva il gelato, condividendo gli spiccioli che riservava per le sue piccole cose importanti. Quel bambino di qualche anno più grande di me ha continuato e continua a tenermi per mano, guidandomi e indirizzandomi verso la strada giusta, quella che porta sempre a Casa. Questo volume ce lo fa scoprire in due modi molto originali e sorprendenti.

Da un lato padre Fabio Ciardi ci presenta padre Mario giornalista, corrispondente dal Laos. Per la prima volta sono pubblicati insieme i suoi articoli di reporter da una terra tanto lontana dal suo Trentino. Scopriamo così un aspetto inedito della sua scrittura. Non è il padre Mario intimo del suo “Diario di un uomo felice” che ci ha off erto le sue riflessioni più personali e scritte a se stesso. Non è il padre Mario delle sue lettere ai genitori e ai parenti, che conservano uno stile familiare e affettuoso da condividere con le persone più care.

Qui scopriamo il padre Mario missionario che ha il desiderio di raccontare ciò che vede con i suoi occhi e ciò che vive con il suo cuore. Una penna raffi nata che è mossa dalla volontà di portare il Laos nelle case degli italiani che sono così lontani ma così vicini nei suoi pensieri, nelle sue speranze e anche nelle sue fatiche quotidiane. Paolo Damosso invece, in parallelo, nella seconda parte del libro ci off re il commento su diciannove scatti fotografi ci, alcuni inediti (come quello che campeggia in copertina). Fotografi e che raccontano una vita breve ma intensissima.

Per questa ragione è bello, oltre che leggere, guardare e osservare padre Mario in alcuni momenti tratti dalla sua vita quotidiana e intuire che cosa si nasconda dietro le sue espressioni, i suoi sguardi rubati dall’obiettivo che ferma un attimo del suo tempo. Si costruisce in questo modo un nuovo identikit di padre Mario per conoscerlo sempre di più e per avvicinarlo nella sua essenza e nella sua verità di giovane pieno di Fede e di vitalità.

Ogni foto racconta tanto per me e vorrei trasmettervi in qualche modo la stessa emozione. In una di queste mi vedrete per mano a lui. Eravamo sorridenti a San Giorgio Canavese il giorno della sua ordinazione sacerdotale.

Ed è l’augurio che faccio a tutti voi che vi inoltrerete tra queste pagine.

Lasciatevi prendere per mano da padre Mario, sorridete insieme a lui. Diventerete buoni amici e, vi garantisco, questo sarà per sempre!

Lucia Borzaga

martedì 26 settembre 2023

Parlare ai vescovi e ai bambini



 

Ai vescovi si parla con la semplicità con cui si parla ai bambini.

Ai bambini si parla con la serietà con cui si parla ai vescovi.

lunedì 25 settembre 2023

Parlare ai bambini... capiscono anche se cinesi

Che bello vedere casa nostra invasa da un bel gruppo di bambini e ragazzi cinesi, provenienti dalle nostre scuole di Hong Kong. Ancora più bello spiegare i tesori che custodiamo nella nostra cappella, a cominciare dalla statua dell’Immacolata e dal cuore di sant’Eugenio…




domenica 24 settembre 2023

Una meditazione viva, con un Vangelo incarnato


Dopo 25-30 anni vissuti a Roccoporena come sposa, madre, vedova, santa Rita va a Cascia dove vive per una quarantina d’anni. Così da Roccaporena anche noi l’abbiamo seguita a Cascia. Quando vi andai per la prima e l’unica volta avevo promesso di non farvi più ritorno perché niente mi era piaciuto. Quante cose cambiano con il passare degli anni. Invecchiando tutto diventa più semplice e si è capace di apprezzare tante cose. Non soltanto mi sono riconciliato con Cascia, ma ne sono rimasto attratto: dai luoghi, dal messaggio della santa, dalla testimonianza di una delle monache agostiniane… Mi ha colpito anche la devozione sincera dei pellegrini che ieri gremivano la chiesa, provenienti dai luoghi più disparati.

P. Agostino Trapè, che ha fondato l’Istituto Patristico “Augustinianum di Roma, ha scritto un testo profondo sulla vita e il messaggio della santa. (Tra l’altro ho visto con sorpresa e con gioia la sua tomba nella basilica di san Nicola a Tolentino!). Parlando dell’aspetto cristologico della devozione universale a santa Rita, ricorda: «Chi scrive non sa dimenticare l’impressione che riportò agli inizi, ormai lontani, del suo sacerdozio quando, chiedendo a una devota che per molti decenni era stata lontana dal sacramento della penitenza, perché si fosse decisa a riceverlo, si sentì rispondere: sono venuta a Cascia per implorare una grazia per una persona cara, ma sento – disse “sento” -  che la Santa non ascolterà la mia preghiera se non mi converto a Dio, se non torno a Cristo. E piangeva. La santa le aveva ottenuto intanto un’altra grazia quella più importante e più grande. La conversione».

Il nostro pellegrinare è terminato a Spoleto, con la guida fresca di Elio! Anche qui come a Loreto l’incontro con il vescovo e la visita ai luoghi più bello: sant’Eufemia, la cattedrale, la Rocca… e finalmente da san Francesco, nel suo convento di Monteluco: chi se non lui poteva concludere il nostro itinerario umbro?

Siamo stati accompagnati costantemente dai santi e dalla testimonianza di persone “sante”. Una meditazione viva, con un Vangelo incarnato.




sabato 23 settembre 2023

Con Santa Rita


Chi l’avrebbe mai detto che sarei venuto a Roccaporena e che sarei tornato a Cascia. Vi venni quando avevo 18 anni e mi dissi che non sarei mai più venuto. Mi ci hanno portato, ulteriore tappa del nostro ritiro… La prima sorpresa è stato il viaggio che mi ha introdotto nel cuore delle Marche e dell’Umbria tra paesaggi mozzafiato. Non ricordo di aver mai percorsi queste strade, tra i monti Sibillini verdissimi, tutto un bosco incantato. Una meditazione sulla bellezza di Dio.

Poi queste quattro case di pietra perdute tra i monti dove ha vissuto Santa Rita. Saliamo fin sulla roccia che domina il paesino e ci sentiamo tra cielo e terra. Rita ci accompagna nella nostra preghiera.

Troppo nota la sua statua, con pochi dati storici e molta leggenda, ma forse proprio per questo affascina: una rudezza trasfigurata.




venerdì 22 settembre 2023

La nostra “famiglia religiosa”, come quella di Nazareth

Abbiamo lasciato Loreto verso l’ultima tappa del nostro ritiro.

La Santa Casa è quella dov’è è avvenuta l’incarnazione del Verbo, ma per estensione fa pensare alla casa della Santa Famiglia  e qui trovano ispirazione tutte le famiglie… anche la nostra “famiglia religiosa”.

La nostra fraternità è certamente una famiglia, che presenta dei tratti fortemente teologali come quella della Santa Famiglia. È adunata nel nome del Signore e «gode della sua presenza (Mt 18,20)» (PC 15); non nasce da carne e da sangue, ma da volere di Dio (cf Gv 1,12-13).

Questa forte impronta teologale della fraternità dei consacrati non esclude il riferimento alla famiglia naturale, proprio nella sua specifica dimensione umana. Gesù stesso ha parlato della sua comunità - i Dodici e i discepoli - come di una vera famiglia: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35). Anche la famiglia di Nazareth, pur essendo una famiglia del tutto particolare, appariva come una famiglia comune: nella sua straordinarietà restava una famiglia come le altre.

Proprio parlando della famiglia di Nazareth l’istruzione Congregavit nos in unum la propone come modello della famiglia religiosa: «La Madre del Signore contribuirà a configurare le comunità religiose al modello della “sua” famiglia, la Famiglia di Nazareth, luogo al quale le comunità religiose devono spesso spiritualmente recarsi, perché là il Vangelo della comunione e della fraternità è stato vissuto in modo ammirabile» (n. 18).

La famiglia di Nazareth è insieme soprannaturale e naturale, ad essa tutti possiamo guardare per imparare una comunione sempre più concreta e profonda.


giovedì 21 settembre 2023

Fonte Avellana e la “cella” di san Romualdo

Di monastero in monastero. Oggi il ritiro ce l’ha guidato San Romualdo tramite i suoi monaci camaldolesi che siamo andati a trovare a Fonte Avellana. Il monastero è stato fondato proprio da San Romualdo alla fine del primo millennio. È poi stato San Pier Damiani a dargli lustro… 

Anche questo monastero è perduto nei boschi delle Marche eppure cercato da tante persone specialmente da chi è in difficoltà, da chi si trova a un passaggio fondamentale nella vita, da chi è in ricerca… E cosa trova qui? Accoglienza, ascolto, discrezione. È proprio questo che il Monaco può offrire

Rileggiamo insieme la «Piccola Regola» di san Romualdo, dove la cella assurge a parabola dell’interiorità, della stanza interiore evangelica dove Gesù viene con il Padre, dove si sta insieme in un dialogo silenzioso, dove ci si lascia interrogare dal Vangelo, dove si prendono le decisioni:

“Siedi nella tua cella come nel paradiso.
Scordati del mondo e gettatelo dietro le spalle.
Fa’ attenzione ai tuoi pensieri come un buon pescatore ai pesci.
L’unica via per te si trova nei Salmi, non lasciarla mai.
Se da poco sei venuto, e malgrado il tuo primo fervore non riesci a pregare come vorresti, cerca, ora qua ora là, di cantare i Salmi nel cuore e di capirli con la mente.
Quando ti viene qualche distrazione, non smettere di leggere; torna in fretta al testo e applica di nuovo l’intelligenza.
Anzitutto mettiti alla presenza di Dio come un uomo che sta davanti all’imperatore.
Svuotati di te stesso e siedi come una piccola creatura, contenta della grazia di Dio; se come una madre Dio non te la donerà, non gusterai nulla, non avrai nulla da mangiare.”




mercoledì 20 settembre 2023

San Nicola da Tolentino, Fiastra e l'amore di Dio di san Bernardo

Dolci e ondulate le colline delle Marche, prati verdi, campi arati che si stanno preparando per la prossima semina, e casali, torri, paesi disseminati tra ciuffi di boschi. Giungiamo a Tolentino, per conoscere san Nicola. Se la sua santità è pari all’arte che ha suscitato è davvero un gran santo. Il “cappellone”, la chiesa, il chiostro, sono tutto un canto alla sua santità.

In cosa consistesse poi la sua santità è più difficile a dirsi. Eppure sono quei santi dichiarati tali dalla gente perché disponibile e amabile verso tutti. Accogliente nel confessionale, dove è ricercato e amato, perché rasserena i cuori. Parla col cuore in mano, visita i bisognosi chiusi e nascosti nei tuguri, pacifica le fazioni, è sollecito verso ogni sorta di miserie e povertà, dà battaglia al diavolo… Risulta simpatico anche a noi…





Nel pomeriggio cambio di scena: l’abazia di Fiastra. È la prima volta che la visito, anche se mi è cara per colui che nel 1985 la rimise in vita, l’abate Giovanni Rosavini, un amico sulla cui tomba, custodita nel cimiterino attiguo alla chiesa, ho potuto finalmente pregare.

Nel 2006 pubblicò il racconto della sua esperienza: “Ut omnes unum sint. Comunione d’anima”, dove parlando con Dio testimonia: “Tutta la mia vita è una prova del tuo ostinato e invincibile amore per me”. Scrisse il libro “per fare con voi una vera Comunione d’anima, pensando che queste mie esperienze possono esservi utili… Sono state un dono di Dio e non devo tenerle per me: l’amore di Dio esige la Comunione”. “Questa è la verità – vi si legge –: Dio ha eseguito il suo disegno ed io non sono riuscito ad impedirlo e a rovinarlo completamente”.


Ha contribuito tantissimo a ridare vita all’ordine Cistercense, facendo rinascere il monastero di Poblet in Spagna, riaprendo l’Abbazia di Chiaravalle a Milano e poi questa di Fiastra. Ricordava che san Bernardo di Chiaravalle raccomandava ai suoi monaci “di essere vigilanti nel custodire l’unità, col farsi tutto a tutti, vivendo tra i fratelli non solo senza dare motivo di lamentele, ma rallegrandoli con la presenza, pregando per tutti, affinché anche di te si possa dire: ecco uno che ama veramente i fratelli e la Comunità”.

Da qualche anno i Cistercensi non sono più a Fiastra, ma lo spirito di san Bernardo vi alita ancora. I campi e i boschi d’intorno ricordano che i monaci di questa abbazia hanno bonificato le terre di mezze Marche. “Troverai più nei boschi che nei libri – diceva san Bernardo –. Gli alberi ti insegneranno le cose che nessun maestro ti dirà”.

Quando ci sediamo nella sala capitolare ci ricordiamo che lì i monaci avevano “voce in capitolo”. Ma una scritta attribuita sempre a san Bernardo ammonisce: “Parla poco, odi assai et guarda al fine di ciò che fai”.

Ma soprattutto nella grande chiesa monastica, mi rileggo alcune tra le prime parole che ho imparato a conoscere di san Bernardo, pronunciate verso la fine del suo commento al Cantico dei Cantici (Sermone 83, 4-6): 

L’amore è sufficiente per se stesso, piace per se stesso e in ragione di sé. È se stesso merito e premio. L’amore non cerca ragioni, non cerca vantaggi all’infuori di Sé. Il suo vantaggio sta nell’esistere. Amo perché amo, amo per amare. Grande cosa è l’amore se si rifà al suo principio, se ricondotto alla sua origine, se riportato alla sua sorgente. Di là sempre prende alimento per continuare a scorrere.

L’amore è il solo tra tutti i moti dell’anima, tra i sentimenti e gli affetti, con cui la creatura possa corrispondere al Creatore, anche se non alla pari; l’unico con il quale possa contraccambiare il prossimo e, in questo caso, certo alla pari.

Quando Dio ama, altro non desidera che essere amato. Non per altro ama, se non per essere amato, sapendo che coloro che l’ameranno si beeranno di questo stesso amore. L’amore dello Sposo, anzi lo Sposo-amore cerca soltanto il ricambio dell’amore e la fedeltà. Sia perciò lecito all’amata di riamare. Perché la sposa, e la sposa dell’Amore non dovrebbe amare? Perché non dovrebbe essere amato l’Amore? Giustamente, rinunziando a tutti gli altri suoi affetti, attende tutta e solo all’Amore, ella che nel ricambiare l’amore mira a uguagliarlo.

Si obietterà, però, che, anche se la sposa si sarà tutta trasformata nell’Amore, non potrà mai raggiungere il livello della fonte perenne dell’amore.

È certo che non potranno mai essere equiparati l’amante e l’Amore, l’anima e il Verbo, la sposa e lo Sposo, il Creatore e la creatura. La sorgente, infatti, dà sempre molto più di quanto basti all’assetato. Ma che importa tutto questo? Cesserà forse e svanirà del tutto il desiderio della sposa che attende il momento delle nozze, cesserà la brama di chi sospira, l’ardore di chi ama, la fiducia di chi pregusta, perché non è capace di correre alla pari con un gigante, gareggiare in dolcezza col miele, in mitezza con l’agnello, in candore con il giglio, in splendore con il sole, in carità con colui che è l’Amore? No certo. Sebbene infatti la creatura ami meno, perché è inferiore, se tuttavia ama con tutta se stessa, non le resta nulla da aggiungere. Nulla manca dove c’è tutto. Perciò per lei amare così è aver celebrato le nozze, poiché non può amare così ed essere poco amata. Il matrimonio completo e perfetto sta nel consenso dei due, a meno che uno dubiti che l’anima sia amata dal Verbo, e prima e di più.



martedì 19 settembre 2023

La casa di Nazareth, casa del Sì di Maria

Il nostro ritiro prosegue. Per la prima volta celebro nella Santa Casa, come aveva fatto sant’Eugenio. 
La casa di Nazareth è la casa del Sì di Maria, quella nella quale ella ha vissuta da giovinetta, fino alle nozze.

Da tutta l’eternità Dio si era preparato il luogo più adatto e degno onde venire ad abitare: Maria! L’aveva preservata da ogni macchia di peccato e adornata di ogni grazia e bellezza. Mai egli si era reso così presente nella creazione come quando il Verbo si fece carne nel grembo di Maria. La terra abbracciò il cielo e lo raccolse in sé. Nessuna creatura ha mai conosciuto intimità più profonda con Dio, fusione di carne e di sangue, compenetrazione di volere e di esistenza. Chi più di lei può dire: «Io sono per il mio diletto e il mio diletto è per me» (Cant 6, 3)?

Anche dopo aver dato alla luce il figlio, il suo cuore continua a rimanere la stanza segreta, lo spazio interiore del raccoglimento nel quale ella “custodisce e medita” (cf. Lc 2,19; 2,51), prolungando il dialogo silenzioso, la lode del Magnificat per quanto Dio compie in lei e attorno a lei, nell’immedesimazione di destino e di vita con il Figlio.

E dopo le nozze? “Giuseppe la prese con sé”, nella sua casa. Anche dopo il ritorno dall’Egitto la Famiglia di Nazareth sarà andata ad abitare nella casa di Giuseppe, che ancora oggi appare ben distinta da quella della Vergine: le due case sono agli estremi opporti del piccolo villaggio.

Eppure quando si parla della “casa di Nazareth” le due “case” si fondono in un unico ricordo. Così hanno fatto anche i papi che sono stati a Loreto, come Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, o Paolo VI quando è andato a Nazareth.

La “casa di Nazareth” diventa una cosa sola con la “famiglia di Nazareth”, la vita vissuta insieme tra Maria, Giuseppe, Gesù, e quindi il rapporto d’amore che legava i tre, esemplare di ogni famiglia cristiana.

Dopo i grandi straordinari eventi attorno alla nascita di Gesù, comincia la vita nascosta di Nazareth.

«Ecco l'insegnamento di Nazareth – afferma ad esempio Giovanni XXIII in visita a Loreto alla vigilia del Concilio Vaticano II –: famiglie sante; amore benedetto; virtù domestiche, sboccianti nel tepore di cuori ardenti, di volontà generose e buone. La famiglia è il primo esercizio di vita cristiana, la prima scuola di fortezza e di sacrificio, di dirittura morale e di abnegazione».

Memorabili le parole di Paolo VI nella sua visita alla casa dell’Annunciazione a Nazareth: «Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine! (…) Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia».

Ci siamo incontrati con l’arcivescovo in un dialogo profondo sulla vocazione del Santuario e sulla presenza degli Oblati. 

Il nostro ritiro ci ha portati anche nella Comunità Cenacolo una delle più di 60 comunità sparse per il mondo per il recupero di giovani problematici, fondata da suor Elvira appena partita per il cielo. Il nostro ritiro e otturo fatto da luoghi e testimonianze. 

Il 15 agosto 1993, in una lunga lettera per il VII Centenario del Santuario della Santa Casa di Loreto, Giovanni Paolo II richiamò i molti temi legati a questo luogo. Cito i primi tre soltanto.

La Santa Casa di Loreto è “icona” non di astratte verità, ma di un evento e di un mistero: l’Incarnazione del Verbo. È sempre con profonda commozione che, entrando nel venerato sacello, si leggono le parole poste sopra l’altare: “Hic Verbum caro factum est”: Qui il Verbo si è fatto carne. L’Incarnazione, che si ricorda dentro codeste sacre mura, riacquista di colpo il suo genuino significato biblico; non si tratta di una mera dottrina sull’unione tra il divino e l’umano ma, piuttosto, di un avvenimento accaduto in un punto preciso del tempo e dello spazio, come mettono meravigliosamente in luce le parole dell’Apostolo: “Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna” (Gal 4, 4). Maria è la Donna, è, per così dire, lo “spazio” fisico e spirituale insieme, in cui è avvenuta l’Incarnazione. Ma anche la Casa in cui Ella visse costituisce un richiamo quasi plastico a tale concretezza. (…)

Il racconto dell’Annunciazione, con al vertice la grande parola “piena di grazia” (kecharitoméne), proclama la verità fondamentale che all’inizio di tutto, nei rapporti tra Dio e la creatura, c’è il dono gratuito, la libera e sovrana elezione di Dio, tutto ciò insomma che nel linguaggio della Bibbia è racchiuso nel termine “grazia”. (…) La Santa Casa di Loreto, dove ancora risuona per così dire, il saluto “Ave, piena di grazia”, è dunque un luogo privilegiato, non solo per meditare sulla grazia, ma anche per riceverla incrementarla, ritrovarla, se persa, mediante i sacramenti. (…)

Il secondo momento del mistero dell’Incarnazione è, come accennavo sopra, il momento del “fiat”, cioè della fede: “Allora Maria disse: Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto” (Lc 1, 38). (…) Il secondo messaggio che risuona tra le mura della Santa Casa è, dunque, quello della fede. A Loreto si è come contagiati dalla fede di Maria. Una fede che non è solo assenso della mente a verità rivelate, ma anche obbedienza, accettazione gioiosa di Dio nella propria vita, un “sì” pieno e generoso al suo disegno. (…) Non si contano le anime di semplici fedeli e di Santi canonizzati dalla Chiesa che tra le pareti del sacello lauretano hanno avuto la loro “annunciazione” cioè la rivelazione del progetto di Dio sulla loro vita, e, sulla scia di Maria, hanno pronunciato il loro “fiat” e il loro “eccomi!” definitivo a Dio. (…)

Il terzo momento è, infine, quello dell’Incarnazione del Verbo, cioè della venuta tra noi della salvezza. La preghiera dell’Angelus lo rievoca con le parole sublimi del prologo: “E il Verbo si è fatto carne ed è venuto ad abitare in mezzo a noi”. (…) Qual è, a questo proposito, il messaggio che la Santa Casa di Loreto, quale “Santuario dell’Incarnazione”, deve contribuire a diffondere nel mondo? Essa (…) rende in qualche modo “presente” quell’istante unico nella storia in cui la grande novità fece la sua irruzione nel mondo. Essa aiuta, perciò, a ritrovare, ogni volta, lo stupore, l’adorazione, il silenzio necessari davanti a tanto mistero.



lunedì 18 settembre 2023

Da San Gabriele sul Gran Sasso e a Loreto con sant’Eugenio

 



Sono circa 200 i santi e i beati che ci hanno preceduto in questo pellegrinaggio a Loreto. Tra i più celebri Ignazio di Loyola, Francesco Saverio, Roberto Bellarmino, Luigi Gonzaga, Francesco di Sales, Lorenzo da Brindisi, Camillo de Lellis, Giuseppe Calasanzio, Louis-Marie Grignion de Montfort, Paolo della Croce, Alfonso Maria de Liguori, Sophie Barrat, Giovanni Bosco, Teresa di Gesù Bambino. Nel novembre del 1939 Chiara Lubich ricevette nella Santa Casa l'ispirazione soprannaturale di fondare i Focolari.

Tra i tanti santi è venuto in pellegrinaggio anche sant’Eugenio. Il 7 maggio 1826 scrive da Loreto a p. Tempier: 

Dalla Madonna di Loreto, 7 maggio 1826

Senza essermi avvicinato molto a voi sono tuttavia a 172 miglia da Roma, da dove son partito il giorno dell'Ascensione [4 maggio], all'una del pomeriggio, col calessino del servizio postale. Il viaggio è stato ottimo e rapido perché sono arrivato ieri [6 maggio] alle undici del mattino. Ci eravamo fermati a Macerata abbastanza a lungo perché potessi celebrare presso i Signori della Missione (…).

Stamane ho avuto la consolazione di offrire il santo sacrificio nella casa a noi così cara dove il Figlio di Dio s'è incarnato; non è un palazzo, ma in compenso ispira sentimenti che non si sperimenterebbero nei palazzi dei grandi della terra. Quando si dice messa in questo luogo santo si vede arrivare con gioia il momento in cui Gesù ricompare nella dimora in cui è vissuto durante il suo passaggio quaggiù. (…) Domani spero ancora di celebrare nella Santa Casa (…).

Poco fa mi sono presentato a mons. Vescovo, sant'uomo di 87 anni, di salute robusta, dovuta certamente all'abitudine acquisita da gran tempo di fare ogni giorno almeno tre o quattro chilometri. (…)

Tutti i nostri amici non saranno sorpresi ch'io fin da ieri mi sia interessato di loro nella santa casa, formulando una preghierina speciale per ciascuno di essi. Sono andato via quando la stanchezza mi ci ha costretto. La pietà dei fedeli, che vanno e vengono dalla cappella e non ne escono senza aver baciato le mura ripetutamente con una dimostrazione di affetto commoventissima, ispira un non so che di tenero e invita a immedesimarsi dei loro sentimenti.

La Santa Casa sta al centro della chiesa. Nella sua parte interna è tale e quale vi fu portata dagli angeli; si vedono i muri di mattoni lungo tre lati della casa; il fondo dietro l'altare dove è stato ricavato un piccolo santuario è interamente ricoperto di lamine una volta d'argento; oggi purtroppo credo che siano di latta molto lucida. Lì si trova il camino dove la madre di Dio preparava poveramente il solito pasto della Sacra Famiglia. La santa casa è racchiusa come in una fodera di marmo, perché la parte esterna visibile dalla chiesa è interamente ricoperta di marmi e di statue di profeti e sibille, oltre che da bassorilievi raffiguranti diversi episodi della vita della Madonna, come la Presentazione al tempio, ecc.

Dopo la messa fanno scrivere su un registro i nomi di coloro che han celebrato (…). Poi sono entrato nel tesoro. C'è di che piangere; si vedono sparsi qua e là un po' di calici e di ostensori, perle e diamanti; ma i grandi armadi che contenevano tante ricchezze, candelieri e lampade d'oro d'ogni sorta, oggi contengono solo candelieri di legno e paramenti molto comuni.

La sala dove scrivo si sta riempiendo di canonici; non mi è possibile continuare. (…) Addio a tutti e al mio caro zio al quale vi prego di far notare l'abitudine del vescovo di Loreto. Vi abbraccio tutti di vero cuore. Date mie notizie a mamma e a tutta la famiglia che per me è stata così vicina nella santa casa. Partirò martedì, spero di festeggiare le solennità di Pentecoste a Milano. Addio.




Durante il nostro viaggio tra Roma e Loreto, sosta da San Gabriele dell’Addolorata sul Gran Sasso.

Venni qui la prima volta il 19 gennaio 2014 con Luigino Bruni. Ci aspettavano i suoi genitori con un memorabile pranzo a sacco.

https://fabiociardi.blogspot.com/2014/01/la-gioia-di-san-gabriele-delladdolorata.html

Il giovane rettore del santuario ci ha accompagnato nella scoperta di questo giovane grande santo. Tra tutte le meraviglie di grazia mi ha colpito un particolare piccolo piccolo: un foglio con le caricature dei suoi compagni di scuola, proprio come un vero vignettista, pieno di humor. Simpatico un santo che scherza con i suoi compagni. Non credo che i Passionisti abbiano mai fatto una “immaginata” con la riproduzione di quegli schizzi, ma ne varrebbe la pena per far capire che tipo era. Certo era anche un tipo da cambiarsi il nome fa Francesco in Gabriele dell’Addolorato per rivivere tutta Maria, dal momento dell’annunciazione dell’angelo Gabriele a quello della condivisione della passione del figlio Gesù.



domenica 17 settembre 2023

Gesù “il” luogo di Dio

Ho terminato gli esercizi indicando “il” luogo di Dio.

Ho mostrato i molteplici luoghi nei quali Dio dà appuntamento. Qualcuno può passare tutta la vita in ricerca, senza trovare un luogo d’incontro con Dio. Niente paura, ce n’è uno ineludibile, nel quale finalmente ci incontreremo con Dio e potremo vederlo faccia a faccia: la morte, porta che si spalanca sulla realtà vera e immette al suo cospetto di Dio. Anche chi ha dubitato o chi non ha mai creduto, finalmente potrà incontrarlo. Saremo davanti a lui, Dio “ricco di misericordia e grande nell’amore”.

Ma tutti i molteplici “luoghi”, che ho elencato nel mio ritiro, sono manifestazione dell’unico vero luogo d’incontro tra Dio e l’umanità, la persona di Gesù.

È lui il tempo nel quale possiamo incontrare Dio: è l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, colui che era, che è e che viene. Lui lo spazio: in lui e per lui tutto è stato fatto e tutto sussiste. È lui che passa nell’ora calda del giorno presso la tenda di Abramo, lui la scala notturna di Giacobbe sulla quale angeli salgono e scendono, lui che arde nel roveto inconsunto di Mosè, lui la roccia che segue gli Ebrei nel deserto e dalla quale scorga l’acqua che li disseta, lui che scende nella tenda dell’alleanza e nel tempio in Gerusalemme.

Lui, che è da sempre presso Dio, eccolo, nella pienezza dei tempi, tra noi. Non soltanto si fa uomo, ma si fa “carne”, legato alla terra, debole e caduco. Dio e nello stesso tempo uno di noi: il mediatore, il rivelatore. Fa conoscere all’uomo Dio – perché egli stesso è presso Dio ed è Dio – e fa dono della vita di Dio. Fa sperimentare a Dio l’essere uomo, nell’amore e nel dolore – perché egli è presso di noi, uno di noi.


È lui che viene ancora, assieme al Padre, ad abitare nella stanza segreta, fino a diventare il nostro vero io. Lui che si identifica con ogni fratello, che è presente nella sua Parola, nell’Eucaristia, tra due o più uniti nel suo nome, nei suoi ministri, in ogni dolore. È lui la Vita, che incontreremo al momento della nostra morte. Lui il sacramento fontale che si rifrange nella molteplice sacramentalità di ogni tempo e spazio.

Il lui, la Via che conduce al Padre, il lungo cammino di ricerca intrapreso da Dio per incontrare l’uomo e il lungo cammino di ricerca intrapreso dall’uomo per incontrare Dio, trovano finalmente la meta.

La domanda di Dio rivolta all’uomo, la stessa di quella dell’uomo rivolta a Dio, “Dove sei?”, ha la risposta.

Dov’è l’uomo? In Gesù.

Dov’è Dio? In Gesù.

Egli è il giardino nuovo, i cieli nuovi e la terra nuova ove avrà luogo l’incontro definitivo che non avrà mai fine, dove ogni desiderio sarà pienamente appagato.