venerdì 20 maggio 2022

Sant'Eugenio de Mazenod: una nuvola di parole ispiratrici

 

Agosto 1818. Faceva caldo, come fa caldo nel mezzo dell’estate nel sud della Francia. Ma in quelle aperte campagne sulle colline dell’Alta Provenza, in mezzo a un mare di girasoli, quando la sera si leva leggera la brezza, pare d’essere nel posto più bello del mondo. 

La prima volta che era stato a Saint-Laurent-du-Verdon, nell’antico castello di famiglia, Eugenio si era annoiato da morire. Che ci faceva da solo, con i suoi vent’anni, confinato in mezzo ai campi, tra pochi contadini. Sognava le sale dei palazzi di Aix, con le musiche, i balli, le belle ragazze, le conversazioni brillanti… I mesi non gli passavano mai.

Questa volta era diverso. Aveva con sé la mamma, la sorella, due giovani amici fidati. Era lì per riposare, ma soprattutto per mettere a punto le Regole della società di missionari a cui da poco aveva dato vita, i Missionari di Provenza. Nella quiete della grande e fresca stanza nella quale si rifugiava, scriveva, scriveva… Articolo 1, articolo 2, articolo 3, articolo 4... Gliele bastano quattro per sentirsi già stretto. Apre allora una parantesi e si inventa un “nota bene”, così può finalmente scrivere quello che vuole, senza preoccuparsi del taglio giuridico. Otto anni più tardi, quando andrà a Roma per fare approvare dal papa la nuova regola, ha preso quel “nota bene” e ne ha fatto l’introduzione, intitolandola “Prefazione”. Da allora – attraverso i molteplici cambiamenti avvenuti nella regola in questi 200 anni – la “Prefazione” è rimasta lì, intatta, a custodire il cuore della sua ispirazione.


21 maggio: festa di sant’Eugenio de Mazenod. Vale la pena rileggere quel testo fondativo. Lo metto nello strumento online per creare la “nuvola di parole”, indicizzazione del testo che mostra una grandezza diversa delle parole a secondo della loro frequenza. Balza in primo piano Gesù Cristo! Poteva essere diversamente? È lui che lo ha ispirato, è lui che l’ha chiamato, è lui che vuole seguire, lui che vuole annunciare, lui che vuole far conoscere. La seconda è “santità”. Anche qui nessuna meraviglia: da subito aveva capito che è la condizione essenziale per compiere l’opera di evangelizzazione che è chiamato a svolgere insieme con i suoi compagni. Vengono poi i destinatari: la gente, i cristiani, le anime… non si vive per se stessi, ma per gli altri. E poi, e poi… quante parole belle, che è bene avere sempre sott’occhio e che continuano ad ispirare la Famiglia oblata. Auguri a tutti!

giovedì 19 maggio 2022

Parlare di mistica senza competenza

 

Non mi piace entrare nei dibattiti e che siano altri a dettare la mia agenda. Comunque vedo che continua a rimbalzare il libro di Pinotti sulla Setta divina. L’ho letto appena uscito, fermandomi alla prima parte (163 pagine), riguardante la dottrina, perché quella che maggiormente mi interessa e perché mi sembra di conoscere abbastanza il campo per esprimere un giudizio.

Si riportano come frutto di uno scoop giornalistico testi che si afferma essere “esoterici”, quando invece sono stati pubblicati e ripubblicati e noti da tempo al grande pubblico. Lo si fa senza distinguere gli scritti del 1949 dai commenti di Chiara Lubich e di altri, generando confusione. Addirittura fra Chiara e Igino Giordani sarebbe stato stretto “un misterioso patto”! Niente di più noto del “patto” tra i due, palese, pubblicato, ripubblicato, commentato. È stato addirittura scritto un libro intero su questo patto, che però Pinotti mostra di ignorare, così come non conosce l’abbondante letteratura sulla dottrina di Chiara Lubich.

Si chiamano a commentare quegli scritti autori di scarso livello – come teologi, non come persone! – che mostrano di non avere dimestichezza con i testi mistici. Si cita Gordon Urquhart (roba vecchia), Vignon (sarà un grande giurista, ma dimostra incompetenza nel campo della teologia spirituale, fino a dichiarare “testi deliranti” gli scritti della Lubich). Si dà il titolo di “teologa” a Silvia Martinez: se qualcuno sa indicarmi un suo scritto gliene sono grato. Si esibisce un pool di dottori davvero povero, che non mi sembra particolarmente accreditato a giudicare di teologia e di mistica. L’autore si affida dunque a cinque sedicenti teologi mettendo a tacere tutte le altre voci, le decine e decine di teologi veri che per anni hanno lavorato sul testo, guidato dibattiti pubblici, convegni, seminari, tavole rotonde in università, luoghi prestigiosi di cultura, con personalità di spicco al di fuori dell’ambito del Movimento dei Focolari, sempre alla luce del sole, producendo centinaia di articoli, decine e decine di libri. Di tutti questi non una parola. Se ne ignora persino l’esistenza. Come si può scrivere un libro su un tema ignorando del tutto la letteratura che lo riguarda?

Rimane padre Hennaux, indubbiamente il più serio. Quando, alcuni anni fa, egli scrisse in merito su un libro in collaborazione – ripreso adesso da Pinotti –, gli risposi nel modo che si usa tra accademici, con un articolo sulla rivista, “Nouvelle Revue Théologique”. Lo scrissi, mi sembra, in maniera garbata, non polemica, argomentata. Mi fu risposto che l’articolo non poteva essere pubblicato perché il mio francese non era buono. Sono direttore di una rivista che pubblica articoli in inglese, francese, spagnolo. Quando mi accorgo che un articolo non è scritto in buona lingua lo affido a una persona di madre lingua che lo lavori. Suppongo che NRT abbia nella sua redazione persone capaci di rivedere un articolo nella forma linguistica. La vera ragione è che, comprensibilmente, non si voleva mettere in cattiva luce un emerito di valore come p. Hennaux così importante per la storia dell’Università Cattolica di Lovanio. Il mio breve saggio, Unità nel Paradiso ’49: alcune osservazioni metodologiche, è comunque apparso – in italiano – sulla rivista “Nuova Umanità”, XLI (2019), n. 233, p. 113-133.

Non credo che p. Hennaux abbia avuto l’opportunità di studiare gli scritti di Chiara Lubich. Molto più probabilmente gli sono stati forniti alcuni scritti, avulsi dal contesto, come è stato fatto, ad esempio, con il card. Martini, invitandolo a difendere la dottrina della Chiesa. Così c’è il rischio di fare come un tempo, quando si condannavano le “sentenze” che venivano estrapolate da testo e contesto.

Vi sono poi, nel libro in questione, passaggi del tutto arbitrari: che senso ha mettere in rapporto Chiara Lubich con Medjugorje per il fatto che i suoi nonni venivano dal mondo slavo, oppure con Bitterlich perché mons. Hnilica conosceva entrambe? L’autore del libro si scandalizza perché Chiara Lubich afferma che Gesù si è ridotto a “verme della terra” e si domanda come mai la Chiesa non condanna una simile bestemmia! L’autore mostra non soltanto di non conoscere la mistica, ma neppure la Sacra Scrittura.

Un libro così mi sembra non meriti una recensione. Se ne parlo è perché è stato ripreso da una rivista seria, “SettimanaNews” e qualcuno mi ha chiesto un parere: sui contenuti, ripeto, non sulle persone, che non conosco.

mercoledì 18 maggio 2022

Suggestioni di un viaggio tra scritti scelti di Chiara Lubich

Nell'Aula Magna ex Istituto di Scienze Religiose di Oristano, ed in collegamento streaming, è stata presentata l’edizione critica del libro “Meditazioni”.

La parte più consistente dello studio riguarda l’apparato critico, che annota le varianti che si susseguono attraverso le 29 edizioni: vengono proposte in maniera dettagliata e accurata, testo per testo, per ognuna delle 58 “meditazioni” che compongono l’opera.

A prima vita potrà sembrare arido. Interessa soltanto qualche erudito? Niente affatto. Si possono scoprire con sorpresa universi impensati. È come leggere un thriller. Le varianti, specialmente per i testi più antichi, del 1949-1951, lasciano intuire storie personali sofferte, confronti problematici con l’ambiente ecclesiale del tempo, richieste di adattamenti per una scrittura che oggi diremmo politically correct, adattamento a un diverso pubblico…

Possiamo rilevare innanzitutto un processo di spersonalizzazione nell’intento di universalizzare un’esperienza vissuta in prima persona dall’autrice. Appare evidente, ad esempio nelle forme verbali, che passano dal singolare al plurale. La cosa è comprensibile, come rileva la stessa Maria Caterina Atzori, la curatrice: considerando «la novità del Carisma – ancora tutta la studiare –, con la sua specificità, la figura di una giovane donna laica che osa scrivere su argomenti teologici per un vasto pubblico, un ruolo attivo non ancora riconosciuto ai laici in fase preconciliare, ecc.,» non fa meraviglia i testi dovevano essere “addolciti” e universalizzati.

Conoscendo il percorso delle varie edizioni, così come nel confronto con i testi nella forma antecedente la prima edizione, si può ora maggiormente apprezzare il recupero degli scritti nella loro versione originale. Alcuni esempi sono lampanti. Nella famosa meditazione “Ho un solo sposo sulla terra” (n. 14) oggi possiamo leggere, di Gesù Abbandonato, che «Lui è il Peccato, l’Inferno», come nell’originale del 20 settembre 1949, e non più come in precedenti edizioni, quando era diventato semplicemente «il Dolore» o «il Peccato». Non meno interessanti varianti di dettaglio che, ad una lettura attenta, fanno la differenza e si rivelano autentiche perle.

Nella presentazione di oggi mi sono soffermato soprattutto a illustrare il ripristino del testo originale dello scritto “Passeranno i cieli e la terra”:

Si può notare ad esempio una variante di valore letterario, là dove al prosaico «rivedersi sempre» dell’edizione stampata si preferisce il più poetico «sempre rivederci» del manoscritto.

Ma vi sono varianti di ben altro spesso, teologico. Così, al posto di «Dio ab aeterno ci ha pensati» delle edizioni a stampa, viene recuperato l’autografo originale che recita: «Dio ab aeterno ci ha sognati». Sapersi oggetto del “sogno” di Dio suona diverso dal sapersi “pensato” da lui, come ho avuto modo di scrivere un anno fa: https://fabiociardi.blogspot.com/2021/08/sono-in-sogno-di-dio.html

Maria Caterina fa ancora notare che questo testo, apparentemente disincarnato, quasi una meditazione fuori del tempo e dello spazio, è  un biglietto scritto a Igino Giordani, che nell’originale, viene chiamato familiarmente “Focherello”: «Ed io, Focherello, m’accorgo sempre più che “passeranno i Cieli e la terra…” ma il disegno di Dio non passa». Che rapporto amichevole e dolce traspare da questo vezzeggiativo! D’altra parte Chiara Lubich era solita chiamare diverse persone con questi nomi affettuosi. Sto leggendo le sue lettere appena pubblicate e trovo, ad esempio, che anche Aldo Stedile lo chiama “Alderello”, per non parlare delle infinite varianti del nome della sorella Liliana. Eppure, nonostante o proprio grazia a questa intimità, Chiara guarda a Igino Giordani nella sua realtà più vera, in quel disegno che Dio ha su di lui e che non passerà mai, perché lo costituisce in tutta la sua dignità e, se egli è fedele nell’attualo, lo soddisferà, lo appagherà pienamente; ed è la “sola cosa” che può appagarlo, mentre tutto il resto lascia dei vuoti, non porta alla pienezza.

“Per contestualizzare” è la preziosa parte che accompagna ogni testo dell’edizione critica, collocandoli nell’ambito storico. Si può così ricostruire quando, come, perché sono nati certi scritti e la loro comprensione è aiutata di molto.

Maria Caterina Atzori con Chiara Lubich
Tornando al nostro testo - “Passeranno i cieli e la terra” - l’edizione critica ci restituisce anche luogo e tempo: Trappa di Grottaferrata, 1952Cosa ci facevano Chiara Lubich e Igino Giordano in quell’anno dalle Trappiste di Grottaferrata? Adesso quella trappa non c’è più e le monache si sono trasferite a Vitorchiano, sempre nel Lazio. Giordani aveva un rapporto profondo con la badessa, Maria Pia Gullini, una delle pioniere del movimento ecumenico. Nel 1940 egli aveva già scritto la presentazione della prima biografia di sr. Gabriella Sagheddu, che in quella Trappa era morta appena un anno prima, consacrando la sua vita per l’unità della Chiesa. E Chiara Lubich non perseguiva lo stesso ideale?

Per lei è da poco iniziato un momento particolarmente difficile, perché in quello stesso periodo il Sant’Offizio sta conducendo un processo nei suoi confronti. Cosa le dava il coraggio e la forza per essere fedele al suo Ideale? Forse proprio quell’ultima frase che, depennata dalle edizioni del libro Meditazioni, viene recuperata nell’edizione critica: “E lì [dove ab aeterno Dio ci ha sognati] rimaniamo per tutta l’Eternità».

Il libro Meditazioni proporre un cristianesimo che esce dalle chiese e si riversa sulle strade, per incendiare la città (n. 33), fino a che essa diventi «una città d’oro dove il divino è in rilievo» (n. 34).

Colpisce l’enumerazione dei luoghi e degli ambiti: parrocchie, associazioni, società umane, scuole, uffici (n. 33), il chiasso della «radio aperta a tutto spiano dell’inquilino accanto, o lo strepito delle macchine, o l’urlo degli strilloni» (n. 44); la tipologia delle persone: babbo e mamma, figlio e padre, madre e suocera (n. 33), nobile o cencioso (n. 44), «il lattaio, il contadino, il portiere, il pescatore, l’operaio, lo strillone… (…) delusi idealisti, mamme cariche di pesi, innamorati in prossimità delle nozze, vecchiette spente in attesa della morte, ragazzi frementi, tutti» (n. 35); la tipologia delle situazioni più varie: «gioia e dolori, nascite e morti, angosce ed esultazioni, fallimenti e vittorie, incontri, conoscenze, lavoro, malattie e disoccupazione, guerre e flagelli, sorrisi di bambini, affetto di madri» (n. 38). Sono queste le persone chiamate alla santità, questi i luoghi della santità di oggi, queste le situazioni nelle quali si è chiamati alla santità: tutto «è materia prima della nostra santità» (n. 38). Fino a giungere al testo del 12 novembre 1958 che può essere considerato come la cifra del cristianesimo di Chiara Lubich, “L’attrattiva del tempo moderno”, che consiste nel calarsi fino in fondo nel mondo, «mescolati fra tutti, uomo accanto a uomo», per condividere con tutti «l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie», e nello stesso tempo «penetrare nella più alta contemplazione» e «disegnare ricami di luce» sull’umanità (n. 41). Conferma la centralità di questo testo la sua collocazione all’inizio del libro, a cominciare dall’edizione del 1984.

Lavoro ottimo, che mette in luce i testi di Chiara Lubich nelle diverse sfaccettature. A mano a mano che si scorre il libro, questi testi emergono in tutta la loro bellezza. Sono cinquant’anni che li leggo e sempre mi dicono cose nuove. In essi si celano dimensioni ancora segrete, segno che davvero Meditazioni è un “classico” e, come ogni classico, continua a parlare al lettore e a instaurare con lui un colloquio sempre nuovo.

 

martedì 17 maggio 2022

Ad Oristano per la presentazione del libro "La luce va data"

L’Associazione culturale Tabità vi invita alla Presentazione del volume di Maria Caterina Arzoti: 

“La Luca va data”. Meditazioni di Chiara Lubich: prima edizione critica.

Mercoledì 18 maggio 2022 ore 17.30

Presso Aula Magna ex Istituto di Scienze Religiose di Oristano, Via Cagliari 179

Saluto introduttivo di Francesco Dessena, Presidente dell’Associazione Tabità

Intervengono:

Alba Sgariglia: Attualità degli scritti di Chiara tra studi e ricerche: andare alle fonti

Stefano Pilia: Laicato e laicità nel Carisma della Lubich. Un approccio esperienziale

Fabio Ciardi: “La Luce va data”: suggestioni di un viaggio tra scritti scelti di Chiara Lubich

Alfonso Di Giovanni: “Dalla Luce, luce: parole per vivere”

Miranda Lascialfari: Tra le pagine del libro… qualche scoperta

Modera don Roberto Caria

A seguire, dialogo con i relatori (sarà presente l’autrice)

Link per connettersi alla riunione zoom:

https://us06web.zoom.us/j/87315823933?pwd=SW5oRk5vRk5BeFRLcGNtb2hJNENVUT09


lunedì 16 maggio 2022

Meditare con Maria i misteri della vita di Gesù


Meditare con Maria i misteri della vita di Gesù. È il titolo che ho dato al mio libretto sul Rosario (naturalmente “limited edition”: tiratura di 10 copie! edizione già esaurita...)

“Meditare” i “misteri” della vita di Gesù, ossia lasciarsi avvolgere, penetrare, trasformare da Gesù che si rivela e si comunica, è stato l’esercizio costante dei santi. La sua vita, le sue parole, la sua opera continuano ad essere presenti nella Chiesa e interpellano ogni cristiano. Egli domanda di rivivere i suoi “misteri”, come scriveva – ma è uno tra tanti – San Giovanni Eudes: «Dobbiamo continuare e compiere in noi i misteri di Gesù e pregarlo spesso che li porti a compimento in noi e in tutta la sua Chiesa. Poiché essi non sono ancora compiuti nella loro piena perfezione. Se sono perfetti e compiuti nella persona di Gesù, non sono tuttavia ancora compiuti e perfetti in noi, sue membra, né nella Chiesa che è il suo corpo mistico (Ef 5,30). (…) li vuole portare a compimento in noi». Quindi esemplifica: «Il Figlio di Dio ha pensato di vivere in noi il mistero della sua incarnazione, della sua nascita, della vita nascosta, prendendo forma in noi, nascendo nelle nostre anime, con i santi sacramenti del battesimo e della divina eucaristia, e facendoci vivere una vita spirituale e interiore, nascosta con lui in Dio. Ha progettato di perfezionare in noi il mistero della sua Passione, morte e risurrezione, facendoci soffrire, morire e risorgere con lui e in lui. Ha pensato di parteciparci lo stato di vita gloriosa e immortale che lui ha in cielo, facendoci vivere con lui e in lui una vita gloriosa e immortale, quando saremo in cielo» (Il Regno di Gesù, 3, 4).

Quanti autori si sono cementati nel meditare i misteri della vita di Gesù! A cominciare da Origene fino a sant’Ignazio di Loyola, dalla Scuola francese a Columba Marmion con Cristo nei suoi misteri, da Romano Guardini con Il Signore a Giuseppe Aubry con I misteri di Gesù Salvatore, fino al Gesù di Nazaret di papa Benedetto XVI.

Il Catechismo della Chiesa Cattolica riassume questa ininterrotta tradizione scrivendo: «La nostra comunione ai misteri della vita di Gesù scaturisce dal fatto che egli ha vissuto tutta la sua vita “per noi e per la nostra salvezza”. Tutto ciò che Cristo ha vissuto, egli fa sì che noi possiamo viverlo in lui e che egli lo viva in noi» (n. 521).

Ogni cristiano, come Paolo, è chiamato «a non sapere altro se non Gesù Cristo e Cristo crocifisso» (1 Cor 2, 2), a «conoscere l’amore di Cristo che supera ogni conoscenza» (Ef 3, 19), a «imparare a conoscere il Cristo» (Ef 4, 20), a «conoscere lui, la potenza della sua risurrezione, la partecipazione alle sue sofferenze, divenendogli conforme nella morte…» (Fil 3, 10).

Nessuno meglio di Maria può aiutarci a meditare e a vivere i misteri della vita di Gesù. Un modo semplice è recitare con lei i misteri proposti dal Rosario e contemplarli con i suoi stessi occhi. «Con Maria Immacolata – suggerisce la Regola degli Oblati – contempleranno i misteri del Verbo incarnato, specialmente nella preghiera del Rosario» (C 36).

Senza la contemplazione, scrive Paolo VI, «il Rosario è corpo senza anima e la sua recita rischia di divenire meccanica ripetizione di formule» (Marialis Cultus, 47).  Giovanni Paolo II, proclamando l’anno del Rosario, invita i fedeli a «contemplare con Maria il volto di Cristo» (Rosarium Virginis Mariae, 3). Anche papa Francesco, alla vigilia del mese mariano del 2020, invita a recitare il rosario per «contemplare insieme il volto di Cristo con il cuore di Maria». 

 

domenica 15 maggio 2022

Tre verbi per camminare insieme

 

“Un uomo scendeva da Gerusalemme a Gerico e cadde nelle mani dei briganti…” (Lc 10, 30). Quando Gesù raccontò quella parabola disse chi erano i passanti: un sacerdote, un levita, un samaritano… Ma non disse niente di chi fosse quello derubato, spogliato, colpito a sangue e lasciato a terra mezzo morto. Semplicemente “un uomo”. Non aveva un volto, una nazionalità, una religione, un mestiere… era semplicemente “un uomo”. Gesù non ha voluto specificare perché in quell’uomo ferito noi possiamo riconoscere qualsiasi persona che sulla nostra strada noi ha bisogno di aiuto: non importa chi essa sia, importa che quella persona ha bisogno di aiuto, della mia agape; è un “prossimo”, come dice Gesù, un mio fratello, una mia sorella.

1. Cosa fece il Samaritano quando vide quell’uomo ai margini della strada? Per prima cosa “ne ebbe compassione” e prese su di sé la sua situazione. Il primo nostro istinto è di evitare chi ha dei problemi: ci sentiamo a disagio, non sappiamo come comportarci, meglio ignorarlo. Il Samaritano si fermò invece a guardare l’uomo ferito ed ebbe compassione. “Com-passione” significa vivere insieme all’altro la medesima “passione” che egli sta vivendo, è entrare in sintonia con il “pathos” che agita il suo animo, è condividere il suo “sentire”, il suo “patire”. Il suo mondo, i suoi sentimenti, i suoi problemi non mi sono estranei, voglio farli miei perché sono miei.

2. La compassione si tramuta allora in “com-mozione”: il cuore non solo sente, percepisce, capisce, fa sua la situazione che gli sta davanti, ma avverte il bisogno di “muoversi verso l’altro”. Questo sia nei rapporti personali, sia davanti alle sfide e alle necessità della società, fino a calarvisi dentro, con una pregiudiziale positiva per “essere con”, “vivere con”, nel desiderio di offrire una risposta, come si può, fin dove si può... Non è invasione di campo, intrusione indebita e indiscreta nel mondo dell’altro, ma offerta di prossimità, di amicizia, che dice semplicemente: possiamo darci una mano?

3. La “compassione” e la “condivisione” si tramutano allora in “con-divisione”. L’altro divide con me ciò che ha: un problema, una difficoltà, ma anche una gioia. La condivisione affratella, arricchisce, appaga, crea una complicità che non ti fa sentire solo. La sofferenza più grande è essere soli, senza nessuno con cui comunicare, scambiare un’idea, un sentimento, un’opinione, un ricordo, un desiderio. Di solitudine si può morire, o almeno illanguidire.

Occorre camminare insieme: Stare vicino all’altro, uscire dall’anonimato che genera solitudine.

sabato 14 maggio 2022

Il segno distintivo dei cristiani

È il segno distintivo dei cristiani. Ciò che ci caratterizza non è la preghiera, il servizio ai poveri, l’ascesi, aspetti fondamentali della nostra vita che condividiamo con i seguaci di tutte le religioni. È la reciprocità dell’amore che ci qualifica come cristiani. Così appare, fin dal suo inizio, la prima comunità: molti fusi in uno, un cuor solo e un’anima sola, e godevano la stima di tutto il popolo.

Un solo Padre e noi tutti fratelli, pronti a perdonarci l’un l’altro, a portare i pesi gli uni degli altri, a stimarci a vicenda, a pregare l’uno per l’altro, a servirci gli uni gli altri. Amore che va e che viene, capace di informare ogni nostro atto, di creare la comunità. «Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!» (Sal 133 [132], 1).

Ma tu domandi che l’amore e la fraternità siano talmente intensi da essere percepiti e riconosciuti dagli altri. La reciprocità dell’amore non può rimanere soltanto tra noi: deve dilagare e inondare le realtà che ci stanno attorno, gli individui, i gruppi, le strutture sociali e civili e tutto coinvolgere nello stesso dinamismo d’amore, informando ogni rapporto. Non è questo che potrebbe convertire i servizi anonimi e senza anima in un interessamento personale e attento? le relazioni fredde in vicinanza sincera, al punto da creare la famiglia?

L’amore reciproco è chiamato a diventare il segno distintivo non solo dei cristiani, ma dell’intera umanità, trasformata in Regno di Dio. È la nostra missione, l’attuazione del tuo sogno: fare di tutti una cosa sola. Per questo ci hai portato la legge di vita del cielo. Ci insegni a vivere in terra come si vive in cielo perché vuoi fare della terra il cielo.

In cielo tu vivi la costante reciprocità dell’amore con il Padre e lo Spirito Santo: l’uno per l’altro, l’uno nell’altro, l’uno dell’altro. Questa è proprio una novità! Chi avrebbe mai pensato che l’unico Dio vive in sé la reciprocità dell’amore? Chi sapeva che Dio è Amore così? Solo tu potevi dircelo, tu che vieni da lì. E da lì ci hai portato la novità del comandamento, segreto di vita per noi e per l’intera società.