martedì 1 dicembre 2020

Quel libro di 25 anni fa


Per comprendere a fondo qualsiasi realtà occorre ripercorrerne il filo genetico. Ciò vale per i fenomeni sociali come per quelli fisici, per quelli storici come per quelli biologici. Vale anche per conoscere a fondo le persone. È quanto volli fare, 25 anni fa, nello scrivere un libro su Eugenio de Mazenod, alla vigilia della sua canonizzazione.

Non pensavo a una nuova biografia, anche se era questo che mi era richiesto. Volevo cogliere i differenti elementi del suo carisma de Mazenod nel loro nascere e nel loro graduale farsi. Piuttosto che intingere la penna nei colori della Provenza, descrivere l’assalto della Bastiglia o l’ambiente dell’ultimo settecento veneziano, piuttosto che delineare la politica di Napoleone Bonaparte e di Napoleone III o il clima culturale della Restaurazione – tutti fattori che hanno notevolmente influenzato la sua vita -, preferii essere attento al suo cammino interiore, a ciò che, attraverso quegli avvenimenti storico-culturali, lo Spirito gli andava suggerendo.


Mi premeva di mettere in luce il senso dinamico ed evolutivo di una spiritualità e di un carisma, e capirne la genesi, per scoprire il “filo d’oro” col quale Dio tesse la vita di una persona e la storia di un’opera della Chiesa

Ne nacque un profilo spirituale che, dal vissuto personale, si allargava a quello della comunità a cui Eugenio ha dato vita – i Missionari Oblati di Maria Immacolata – e nella quale ha riversato via via il proprio dono interiore. La sua vita è inscindibilmente legata al carisma di cui è portatore, cosicché la lettura di essa diventa chiave di comprensione del carisma.

Ricordo quel libro adesso che celebriamo i 25 anni della canonizzazione, avvenuta nella basilica di san Pietro il 3 dicembre 1995. Il libro ha avuto una seconda edizione, è stato tradotto in tedesco, in inglese… Chissà se sono riuscito a narrare l’opera di Dio…


lunedì 30 novembre 2020

Quella bambina che si chiama speranza


C’è tanta paura, attorno, tanta incertezza. Intristisce.
Ci vuole più fede? Ci vuole più amore?
Forse ci vuole più speranza. E rileggo due righe della lunga famosa poesia di Peguy:
 
La fede non mi stupisce
La carità va da sé.
Ma la speranza, dice Dio, ecco quello che mi stupisce.
 
Che quei poveri figli vedano come vanno le cose e che credano
che andrà meglio domattina.
Che vedano come vanno le cose oggi e che credano che andrà
meglio domattina.
Questo è stupefacente ed è proprio la più grande meraviglia
della nostra grazia.
E io stesso ne sono stupito.
 
La Fede è una Sposa fedele.
La Carità è una Madre.
 
La Speranza è una bambina da nulla.
Eppure è questa bambina che traverserà i mondi.
Questa bambina da nulla.
 
La piccola speranza avanza tra le sue due sorelle grandi
e non si nota neanche...

Ciechi che sono che non vedono invece

Che è lei nel mezzo che si tira dietro le sue sorelle grandi.
 
È lei, quella piccina, che trascina tutto.
Perché la Fede non vede che quello che è.
E lei vede quello che sarà.
La Carità non ama che quello che è.
E lei, lei ama quello che sarà. 

domenica 29 novembre 2020

Pensieri di compleanno

La foto ritrae la famiglia attorno alla mamma in occasione del suo novantesimo compleanno. Ogni tanto la guardo o la mostro ad altri, compiaciuto. Non ha la composizione classica di una volta, è “mossa”, un po’ arruffata. Dà il senso dell’unità che la presenza della mamma crea, nella spontaneità della vita. Adesso che lei non c’è più sono il più vecchio dei 33 componenti la grande famiglia. Non ho più né zii né zie. Non ho più nessuno davanti a me, sono un patriarca.

Nella mia comunità a Roma siamo una sessantina. Sono il più anziano, non ho nessuno davanti a me.
Insegno ancora al Claretianum, e sono il più anziano, con il titolo di emerito.
Adesso che p. Santino è partito per il Cielo non ho proprio più nessuno davanti a me. Non ho più padre.

Non avere più nessuno davanti, è questa l’anzianità?

E vengono tanti pensieri sparsi, senza nessun legame tra loro.

Penso a Gesù. Aveva sempre davanti a sé il Padre. Non faceva nulla senza confidarsi con lui. Passava le notti a parlarci.
Poi arrivò il momento nel quale anche lui perdette il Padre. Non aveva più nessuno davanti a sé.

Mi sono ricordato del centuplo promesso da Gesù a chi lascia padre, madre, fratelli, sorelle: avrà cento madri, cento fratelli, cento sorelle… Tace sul padre. Non dice che avremo cento padri. Perché di Padre ce n’è uno solo.
Il tempo ci priva di ogni padre perché dobbiamo prepararci ad andare a stare col Padre. La preghiera si fa più vera: “Padre nostro…”.
Un rapporto nuovo col Padre: che sia questa l’anzianità?

Mi è tornata alla mente la lettera che Niccolò Macchiavelli scrisse il 10 dicembre 1513 a Francesco Vettori, ambasciatore presso il Papa. Gli racconta come passa le giornate: nel bosco a controllare il taglio della legna, a caccia di tordi, nell’osteria a giocare a carte col beccaio, il mugnaio, i fornai… Fin quando arriva la sera. Allora, giunto a casa, “in sull’uscio mi spoglio quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente, entro nelle antique corti delli antichi huomini”, ponendosi a conversare con loro…
A sera, anch’io, dismesso l’abito quotidiano, posso rivestirmi a festa e sedermi con i miei antichi padri e conversare con loro… Che sia anche questo un dono dell’anzianità?

L’anzianità sta forse nell’oblio di sé per farsi attento all’altro. A cosa serve pensare a noi, che già abbiamo vissuto la vita? Meglio coltivare le vite più giovani attorno a noi, aver cura di loro e vivere per loro. Senza la pretesa della paternità, carisma riservato ad alcuni e non disponibile a tutti. Forse basta una presenza semplice, che sa capire, non giudica, e sta vicina.


sabato 28 novembre 2020

Eugenio de Mazenod "uomo dell'Avvento"


“Passionné de Jésus Christ et inconditionnel de l’Église”. Così Paolo VI definì Eugenio de Mazenod il giorno in cui lo proclamò beato. Era il 19 ottobre 1975, domenica della giornata missionaria mondiale. Vi brillava la passione di sant’Eugenio per Gesù (era un no un uomo passionale, che viveva tutto con intensità?), e la totale dedizione (senza risparmiarsi, con creatività e audacia) alla causa della Chiesa, che è poi l’annuncio del Vangelo. Quelle parole ci sono restate nel cuore, ritratto perfetto del nostro fondatore. 
Venti anni più tardi, il 3 dicembre 1995, Giovanni Paolo II, proclamandolo santo, lo definì: “Uomo dell’Avvento”, parole non avuto la stessa risonanza di quelle di Paolo VI e che ricordiamo solo per dovere di cronaca. La canonizzazione avvenne nella prima domenica di Avvento e quindi, nell’omelia, il Papa doveva pur trovare un aggancio tra il nuovo santo e il tempo liturgico: un po’ forzato. O forse siamo stati noi un po’ frettolosi nel rimuovere la definizione perché ci sentivamo a disagio con quelle parole… 
Converrà ascoltarlo di nuovo:

“Il Beato Eugenio de Mazenod, che la Chiesa oggi proclama santo, fu un uomo dell’Avvento, uomo della Venuta. Egli non soltanto guardò verso quella Venuta, ma, come Vescovo e Fondatore della Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata, dedicò tutta la sua vita a prepararla. La sua attesa raggiunse l’intensità dell’eroismo, fu caratterizzata cioè da un grado eroico di fede, di speranza e di carità apostolica. 
Eugenio de Mazenod fu uno di quegli apostoli, che prepararono i tempi moderni, i tempi nostri. (…) aveva la consapevolezza che la missione di ogni Vescovo, in unione con la Sede di Pietro, ha carattere universale. (…) De Mazenod fu consapevole che il mandato di ogni Vescovo e di ogni Chiesa locale è in se stesso missionario e fece in modo che anche l’antichissima Chiesa di Marsiglia, i cui inizi risalgono al periodo subapostolico, potesse adempiere in maniera esemplare la sua vocazione missionaria, sotto la guida del suo Pastore. (…) 
L’universalità della missione della Chiesa fu, infatti, profondamente avvertita da Eugenio de Mazenod. Egli sapeva che Cristo desiderava unire alla sua persona tutto il genere umano e per questo motivo in tutto il corso della sua vita rivolse particolare attenzione all’evangelizzazione dei poveri, ovunque fossero. Rendiamo grazie a Dio per la grande trasformazione compiutasi mediante l’opera di questo Vescovo. 
Il suo influsso non si limita all’epoca in cui egli visse, ma continua ad agire anche sul nostro tempo. Infatti il bene compiuto in virtù dello Spirito Santo non perisce, ma dura in ogni “ora” della storia”. 

Eugenio de Mazenod come colui che apre la strada a Cristo, che lo annuncia presente nel mondo, che insegna a conoscerlo. Se l’Avvento è questo, che sia chiamato l’Uomo dell’Avvento. Come dire: missionario integrale, tutto proteso in avanti, ad anticipare il futuro a rendere presente il Cielo in terra. 

Continuiamo allora nella lettura del messaggio che il giorno dopo, 4 dicembre, il Papa concesse ai quasi ottomila pellegrini, di 60 nazioni, venuti a Roma per la festa di sant’Eugenio: 

- Indirizzandosi agli Oblati, in inglese: Dopo la beatificazione “avete lavorato sempre più seriamente a conoscere personalmente il Cristo e a farlo conoscere agli altri. Continuate a seguire le sue orme, a sforzarvi di diventare santi, camminando coraggiosamente nelle stesse strade di tanti operai evangelici”. 
- Parlando in italiano ai laici che “lavorano nelle attività apostoliche promosse dagli Oblati… So che con animo generoso molti tra di voi sostengono attivamente la missione degli Oblati…”. 
- In lingua polacca: “Il suo apostolato [di de Mazenod] è consistito nel trasformare il mondo con la forza del Vangelo di Cristo”. 
- Ai giovani, in italiano: “Voi sapete che i giovani sono ottimi missionari di altri giovani. Per questo, Cristo vi affida la missione di diffondere la Buona Novella della sua Risurrezione, specialmente attraverso i movimenti che seguono lo spirito di S. Eugenio”. 
- Infine, in spagnolo: “Vi auguro di ritornare nei vostri Paesi pieni di fede e fiduciosi nell’avvenire della Chiesa, una santa, cattolica ed apostolica”.

venerdì 27 novembre 2020

A cuor leggero...


Siamo arrivati all’ultimo giorno dell’anno liturgico, che ci invita a guardare l’ultimo giorno in assoluto, quello del mondo e quello mio personale.

 “Un giorno ci toccherà morire, Snoopy”, dice Charlie. E Snoopy gli risponde: “Certo, Charlie, però gli altri giorni no”. Proprio così, l’importante è vivere… e si muore come si vive!

Nel vangelo dell’ultimo giorno dell’anno Gesù rivolge due inviti:

- non ingolfare il cuore con mille cose inutili: gli impediscono un battito regolare, lo appesantiscono, e non è più capace di amare con freschezza, libertà, generosità…

- stare attenti, senza lasciarsi distrarre dalle mille stupidaggini che ci frullano attorno.

Mi sono piaciute le parole del mio omonimo, Fabio Rosini, che descrive quest’epoca distratta e sbadata: «Siamo nel tempo del multi-tasking, della frammentazione, della disattenzione. Guidare e rispondere al telefono, dialogare con qualcuno e intanto appuntarsi altro, mangiare guardando la televisione e dimenticare i commensali… Una generazione cresciuta con voci di sottofondo, con la musica nell’ascensore. (…) Non si possono fare le cose con la testa altrove, perché l’amore è fatto di attenzioni. (…) Non è una questione di perdite ma di pieno possesso dei propri atti, di liberazione dalle zavorre, di maggior libertà per camminare nella luce senza ambiguità. (…) Questo è un atto eminentemente battesimale. Nei primissimi secoli si entrava nudi nell’acqua del Battesimo, dopo aver rinunziato al Maligno e aver professato la fede. Bisogna liberarsi da ciò che impedisce di amare. C’è sempre qualcosa a cui bisogna chiudere la porta in faccia, qualcosa di cui non preoccuparsi perché di una sola cosa c’è bisogno».

Vivere il presente con mente fresca, con l’attenzione a chi ci è accanto, con cuore libero per essere premurosi verso tutti… Così nei giorni che si vive, per essere così il giorno che si muore.

giovedì 26 novembre 2020

Gioia

 


«Un cristiano non può mai essere annoiato o triste. Chi ama Cristo è una persona piena di gioia e che diffonde gioia». Così papa Francesco in un twitter del 2013. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium il termine ricorre 59 volte. Un leitmotiv che continua: «Un cristiano triste – dirà nel 2019 – è un triste cristiano». Sembra di sentire il curato di Torcy quando, al giovane “curato di campagna” nell’omonimo romanzo di Georges Bernanos, dice: «Il contrario di un popolo cristiano è un popolo triste».

Ogni dizionario pone la tristezza come termine contrario alla gioia. Ma in questi giorni il contrario della gioia sembra essere la noia, o peggio la rabbia, che si esprime in aggressività verbale e fisica. Scontenti di tutto e di tutti. Unico rimedio il divertimento, ma è euforia effimera, superficiale, che svanisce in un attimo e lascia un’angoscia profonda.

La gioia non è frutto di evasione o di mancanza di difficoltà. Spesso fiorisce proprio su tristezza e sofferenza, con la scoperta di essere amati. È «la gioia del Vangelo, la gioia di essere stati eletti da Gesù, salvati da Gesù, rigenerati da Gesù; la gioia di quella speranza […] che viene dalla sicurezza che Gesù ci accompagna, è con noi» (2016). Nasce dalla decisione di non guardare la propria tristezza, ma fuori: «piangere con chi piange e gioire con chi gioisce», dimentichi di sé per far contento l’altro. C’è davvero più gioia nel dare che nel ricevere.

mercoledì 25 novembre 2020

Condividere i doni. Laici e consacrati insieme per la missione

 

Il libro è ormai in libreria. Nasce da un’esperienza iniziata alcuni anni fa da un piccolo gruppo di religiosi di differenti Istituti legati dal comune interesse per le rispettive “Famiglie carismatiche”, una realtà antica e nuova che vede laici e consacrati uniti attorno a un medesimo carisma. Abbiamo iniziato a riunirci nella casa generalizia degli Oblati di Maria Immacolata, in via Aurelia a Roma, per condividere le nostre esperienze e i nostri sogni. Presto al gruppo iniziale si sono aggiunti altri religiosi, poi alcune religiose e insieme alcuni laici. Gli incontri sono diventati regolari, sempre più numerosi, animati da soprattutto da p. Isidoro Murciego, fino a costituire una vera e proprio istituzione: la “Associazione Membri Curie Generalizie – Famiglie carismatiche”. 

Nello stesso tempo papa Francesco, nella lettera d’indizione dell’Anno della Vita Consacrata, ha esplicitato il concetto di Famiglia carismatica: «Attorno ad ogni famiglia religiosa, come anche alle Società di vita apostolica e agli stessi Istituti secolari, è presente una famiglia più grande, la “famiglia carismatica”, che comprende più Istituti che si riconoscono nel medesimo carisma, e soprattutto cristiani laici che si sentono chiamati, proprio nella loro condizione laicale, a partecipare della stessa realtà carismatica».

Il libro raccoglie e ordina alcune riflessioni che ho elaborato in questi ultimi anni su tale tematica, inquadrandola nel più ampio orizzonte della Chiesa come popolo di Dio e della collocazione dei carismi al suo interno. È rivolto soprattutto alle persone consacrate, ma anche ai laici che insieme condividono il medesimo carisma. Spero che risultino utili anche a vescovi e membri del clero diocesano per una migliore comprensione della presenza dei carismi nella Chiesa locale.

Don Giuseppe Mariano Roggia, con il quale ho condiviso il progetto, grazie alla lunga esperienza di animazione della vita consacrata, al termine di ogni capitolo ha collocato un “Laboratorio” con una serie di interrogativi per aiutare nella riflessione e nella condivisione delle tematiche esposte. Ha inoltre arricchito l’esposizione con una serie di esperienze raccolte tra persone consacrate (a cominciare da me) e laici. Il libro risulta così frutto di una intensa collaborazione. Il mio ringraziamento va a don Beppe a tutti quelli che hanno offerto il loro contribuito.

Il testo si presenta come una prima proposta, come l’avvio di un discorso che, data la sua ricchezza, domanda di essere sviluppato con l’apporto di tutte le componenti del popolo di Dio. Mi auguri che i lettori possano continuare nell’approfondimento e nella condivisione delle esperienze per aiutarci insieme in questo cammino “sinodale” verso il compimento della missione della Chiesa.