domenica 21 aprile 2019

Fiori di Pasqua

Questa mattina anche i fiorellini sul davanzale della mia finestra attendevano gioiosi l'aurora di Pasqua...


Ma poi sono spuntati altri bellissimi fiori, 22 nipoti...




sabato 20 aprile 2019

Pasqua: è risorto con le piaghe



Il Tommaso di Caravaggio che introduce il dito nella piaga del costato di Cristo risorto è una delle icone più note ed eloquenti della Risurrezione. Personalmente non immagino così la scena. A Tommaso è bastato vedere il Signore e le sue piaghe, senza doverle toccare, per crollare in ginocchio e proclamare la più alta professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: «Mio Signore e mio Dio». Una fede partecipata e appassionata, viva e personale, espressa con forza dal pronome possessivo: il “mio” Signore, il “mio” Dio.
Gesù risorto non nasconde con vergogna le piaghe della crocifissione. Le mostra come prova del suo amore, sono la sua gloria. Tommaso non voleva vedere Gesù, ma il “segno” dei chiodi, il “segno” della lancia. In fondo cercava il segno di quanto fosse stato amato. Se Dio è Amore, Gesù ha un solo modo per mostrarsi Dio: amare con un amore da Dio! Le sue piaghe lo rivelano. Non le ha cancellate perché sempre, per tutta l’eternità, vi si leggesse il suo amore infinito.

Anche noi, soprattutto quando, come i discepoli nel cenacolo, ci sentiamo soli, o tristi, o scoraggiati, o delusi, o disperati, abbiamo bisogno di vedere le piaghe del Cristo. Dovremmo saperlo riconoscere in ogni piagato, in ogni persona che soffre, in ogni situazione che sanguina, nelle nostre stesse piaghe, fatte di limiti, peccati, fallimenti, nelle sofferenze più assurde e le meno attese… Anche in quelle di una Chiesa che si trova ogni giorno di più ingolfata negli scandali. «Siamo invitati a non dissimulare o nascondere le nostre piaghe – ha affermato con coraggio papa Francesco il 16 gennaio 2018 durante il suo viaggio in Cile –. Una Chiesa con le piaghe è capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle. Una Chiesa con le piaghe non si pone al centro, non si crede perfetta, ma pone al centro l’unico che può sanare le ferite e che ha un nome: Gesù Cristo. La consapevolezza di avere delle piaghe ci libera; sì, ci libera dal diventare autoreferenziali, di crederci superiori».
Una Chiesa con le piaghe non ci fa paura, perché Gesù le ha fatte sue.

venerdì 19 aprile 2019

La tunica indivisa e la rete che non si spezza



La tunica "di Cristo", conservata a Treviri
La Passione secondo Giovanni domina il Venerdì Santo.
Nel suo Vangelo l’apostolo usa due volte soltanto il verbo schízo, dividere: per descrivere la tunica di Gesù, durante la passione, e la rete di Pietro, dopo la risurrezione. Tutte e due sono indivisibili. La traduzione italiana non lascia vedere l’impiego dello stesso verbo, come invece nel greco: della tunica è detto che era tutta d’un pezzo e quindi i soldati decisero di non dividerla; della rete di Pietro si dice che non si strappò. In ambedue i casi nessuna divisione, nessuna schizofrenia.

La tradizione ha visto nella tunica indivisa di Gesù il simbolo della Chiesa. Le vesti furono divise in quattro parti, scrive Agostino, a indicare che la Chiesa è diffusa ai quattro venti, la tunica non si stracciata perché la Chiesa, cattolica e sparsa nel mondo, rimane sempre una. “Questo mistero dell’unità – scrive san Cipriano – questo vincolo della concordia… viene raffigurato quando nel Vangelo la tunica del Signore Gesù Cristo non viene affatto divisa né stracciata… Non può possedere le vesti di Cristo colui che scinde e strazia la Chiesa di Cristo… Col mistero della tunica e col simbolo di essa, Cristo raffigurò l’unità della Chiesa”.

Sull'Aventino con alcuni dei partecipanti alla visita
Similmente nella rete di Pietro durante la pesca miracolosa dopo la risurrezione. Aveva pescato 153 grossi pesci, un numero letto in molto modi: la somma da 1 a 17, un triangolo con base 17, numero di misteriosa perfezione; oppure si pensa alle 153 specie di pesci conosciute dagli antichi zoologi. In ogni caso il numero di pesci indica la totalità dell’umanità raccolta dalla Chiesa. Tuttavia la rete non di strappa, rimane unita, proprio come la Chiesa.

Particolarmente bella, ieri notte, la visita delle sette chiese all’Aventino.
Una breve eco:
Volevo proprio ringraziarti! È tanto difficile per me trovare dei momenti a tu per tu con Gesù e ieri mi hai fatto il dono di potergli stare accanto per lungo tempo e allo stesso tempo ritrovarlo nelle mie sorelle e nei miei fratelli con cui ho potuto condividere con qualche ora del mio Giovedì Santo.

giovedì 18 aprile 2019

Venerdì santo tra le ciminiere





Poco tempo fa mi sono fermato a guardare i locali dove lavorava mio babbo quando ero ancora un bambino. Era una azienda di filati e stoffe, come ce n’erano a centinaia a Prato.
Mi piaceva andare da lui, nel suo ufficio. Mi attivano la spillatrice, il vasetto di colla bianca Coccoina, che si spandeva con un pennellino piatto riposto nella custodia al centro del barattolo, la macchina da scrivere sulla quale ho imparato a comporre…
Ormai tutto è cambiato. Evidente l’usura del tempo, i cambi di d’uso. Ora l'edificio ospita un centro di accoglienza per profughi…
Tutto è cambiato, ma rimane ancora, sullo sposto grande di metallo che dava accesso agli uffici, la piccola ceramica con la Madonna. Una iconcina dozzinale, che nessuno ha rimosso, dopo settant’anni.
Chissà se i cinesi o gli immigrati di mezzo mondo che passano di lì alzano mai gli occhi per guardarla…
Sono stato contento di rivederla.

Anni fa ho scritto su questo blog che il mio primo ricordo del venerdì santo è localizzato proprio in quell’ambiente di lavoro, tra stoffe e filati.
Mi trovavo lì, dal babbo, quando, alle tre in punto, tutte le sirene delle fabbriche si misero a suonare. Solitamente suonavano per scandire i turni di lavoro. Quella volta suonavano per interrompere il lavoro invitando a un attimo di raccoglimento e di silenzio: chiamavano alla preghiera. E il babbo si fermò, in mezzo al piazzale: “È l’ora in cui è morto Gesù”, mi disse; si fece il segno della croce e io con lui.
Ho ancora nelle orecchie il sibilo prolungato delle sirene e negli occhi, indelebile, quel segno di croce nel silenzio della contemplazione. Un venerdì santo vissuto non nel tempio, ma come Gesù fuori le mura della città santa, in luogo secolare; senza il suono delle sacre campane dall’alto dei campanili che in quel giorno tacevano secondo tradizione, ma con quello delle sirene delle fabbriche dall’alto delle ciminiere. La croce mi si confondeva con le ciminiere, l’opera di Dio con il lavoro dell’uomo.


mercoledì 17 aprile 2019

Assaporammo la felicità in quella notte santa



L'altare dei primi voti
Giovedì santo 1816.
Come non ricordare quel giorno che segnò una tappa fondamentale nella storia dei Missionari Oblati?
Così lo racconta sant’Eugenio:

La mia intenzione, consacrandomi al ministero delle missioni per lavorare soprattutto all’istruzione e alla conversione delle anime più abbandonate, era di imitare l’esempio degli apostoli nella loro vita di dedizione e abnegazione. (…) Il mio pensiero fisso fu che la nostra piccola famiglia doveva consacrarsi a Dio e al servizio della Chiesa con i voti di religione. (…)
Mi confidai dunque col primo di loro [i suoi compagni], padre Tempier, che avevo scelto come mio direttore e che mi aveva preso come suo. Fu incantato da questa proposta, che rispondeva ai suoi pensieri. Convenimmo allora, Tempier ed io, di dare un seguito al progetto. (…)
Il Giovedì Santo, entrambi sotto l’impalcatura del bel repositorio che avevamo innalzato sull’altare principale della chiesa della missione, nella notte di quel santo giorno, facemmo i nostri voti con indicibile gioia.
Assaporammo la felicità durante tutta quella bella notte alla presenza di Nostro Signore, ai piedi del magnifico trono in cui l’avevamo posto per l’ufficio del giorno successivo, e pregammo il divin Maestro, se la sua santa volontà fosse stata di benedire la nostra opera, di condurre i compagni già presenti e quelli che si sarebbero associati in futuro di comprendere quanto valesse questa oblazione di tutto sé stesso, data a Dio, se si voleva servirlo con cuore indiviso e consacrare la vita alla diffusione del suo santo Vangelo e alla conversione delle anime. I nostri desideri furono esauditi.

Erano mossi non da un semplice desiderio personale di santità: il gesto implicava l’intero gruppo, anche noi, che veniamo dopo 200 anni. Forse non tutti i primi compagni in quel momento erano pronti per la vita religiosa, ma Eugenio considerava i consigli evangelici “come indispensabili da abbracciare”. La sua scelta, assieme a Tempier, in quel Giovedì santo del 1816, avrebbero fatto germogliare in seno della comunità il desiderio di “questa oblazione di tutto se stessi, fatta a Dio”, espressa nei voti.


Annullata la visita alle sette chiese

Contrariamente a quanto ho scritto sul blog di ieri sera,
la visita alle sette chiese sul'Aventino e al Celio non sarà possibile 
perché il Vicariato ha riservato le celebrazioni della Settimana Santa soltanto alle parrocchie,
quindi anche le basiliche (!) non parrocchie saranno chiuse.
All'ora convenuta farò comunque varie tappe sull'Aventino meditanto i Vangeli dell'ultima cena. 

martedì 16 aprile 2019

Giovedì Santo 2019: le sette chiese



Anche quest’anno tradizionale visita delle sette chiese per l’adorazione che segue la celebrazione della messa nella Cena del Signore.
Partenza a Santa Sabina all’Aventino, 20.30

Il tema sarà proprio l’Ultima cena del Giovedì santo, con eccezione dell’ultima tappa:
1. Santa Sabina: L’ardente desiderio
2. Sant’Alessio: La lavanda dei piedi
3. Sant’Anselmo: Il tradimento e la misericordia
4. Santa Prisca: Il pane spezzato e il vino versato

5. San Gregorio al Celio: Il comandamento nuovo
6. Santi Giovanni e Paolo: L’unità
7. Santa Maria in Navicella: Maria ai piedi della croce

In quest’ultima visita seguiremo l’invito di Papa Francesco:
Maria sotto la croce di Gesù è un’icona da “contemplare”: non servono tante parole per riconoscere l’essenza della testimonianza di una donna che è madre di tutti noi: contemplare la madre di Gesù, contemplare questo segno di contraddizione, perché Gesù è il vincitore ma sulla croce.
Maria era sempre dietro a suo Figlio: per questo diciamo che è la prima discepola. E sempre con l’inquietudine che faceva nascere nel suo cuore questo segno di contraddizione. Sempre, fino alla fine è lì, in piedi, guardando il Figlio. E forse, lei sentì i commenti: “Guarda, quella è la madre di uno dei tre delinquenti”. Ma rimase zitta: è la madre, non rinnegò il Figlio, mostrò la faccia per il Figlio.
Questo che io dico adesso sono piccole parole per aiutare a contemplare, in silenzio, questo mistero: in quel momento, lei partorì tutti noi, partorì la Chiesa. Gesù chiama sua madre “donna” e le dice “ecco i tuoi figli”. Sì, Gesù non dice “madre”, dice “donna”. E Maria è una donna forte, coraggiosa: una donna che era lì per dire “questo è mio Figlio: non Lo rinnego”.