venerdì 30 novembre 2018

Un desiderio struggente di qualcosa di bello

 «Ci sono sere in cui non riesco a prendere sonno se durante il giorno non ho avuto la mia razione di bellezza. Con l’avanzare negli anni ne divento sempre più dipendente. Può capitarmi di provare un desiderio struggente, al limite della sofferenza, di qualcosa di bello. Certe volte mi sembra di essere tornato bambino, quando avevo bisogno di una favola per chetarmi. La facciata di una chiesa, un affresco, il profumo di un vino possono addirittura commuovermi; oppure un tramonto, un’ora di silenzio, la lettura di pagine che mi svelino qualcosa a cui non avevo mai pensato o che non avevo mai provato».

Non è piacevole trovare qualcuno dal quale ti senti espresso?
Questa volta è Antonio Polito, nel libro Prove tecniche di resurrezione. Come riprendersi la propria vita.
Consonanza anche in quel “con l’avanzare degli anni”.
Così oggi, casualmente, dopo una breve visita ai Rosminiani, mentre torno alla macchina, mi ritrovo davanti la basilica di san Giovanni a Porta Latina. Dietro un impercettibile velo di pioggerellina autunnale, nel buio della sera, mi si rivela quali fosse la prima volta, con le possenti e insieme lievi forme.
Uno sguardo basta per appagare quello struggente desiderio di bellezza.
È un invito a entrare. Bellezze nella bellezza: le colonne antiche, gli affreschi lucenti e l’armonia.
Bellezza delle bellezze: nella solitudine e nel silenzio parla ancora dal tabernacolo.


giovedì 29 novembre 2018

l'arco del Sagittario



Sto leggendo un libro sull’autunno come stagione della natura e dell’anima: un libro d’arte, poesia, filosofia, che mi aiuta a comprendere la bellezza e la ricchezza di questa stagione.
70 anni, tempo propizio per un bilancio e opportunità unica per un nuovo inizio, aperto a quello che Dio mi ha riservato in questa bellissima stagione della vita, preludio di inattese inedite sorprese.
Mi auguro di giungere là dove Gioacchino da Fiore vedeva incamminata la storia dell’umanità, di cui la vita di ogni uomo è una “piccola storia”: alla fanciullezza. «Tre sono dunque gli stati del mondo… Il primo è quello in cui siamo vissuti sotto la legge; il secondo è quello in cui viviamo sotto la grazia; il terzo, in cui vivremo in uno stato di grazia più perfetto. Il primo è il tempo dei vecchi, il secondo dei giovani, il terzo dei fanciulli».
Che si apra, in questo terzo stato della mia “piccola storia”, un autunno pieno di colori, come lo definiva l’originale Adriana Zarri, che conoscemmo quando eravamo giovani studenti nel Canavese: «È silenzio ritrovato, concentrazione densa, solitudine calda, meditazione, preghiera… Il sapore dell’autunno è quello della maturità. Non qualcosa di stanco e marcescente, ma di compiuto… È tempo della raccolta, ma di una seminagione lontana; ed è tempo di semina per un lontano raccolto».

Non immaginavo che oggi avrei ricevuto così tanti auguri, mai come questa volta, forse perché è un bel traguardo. Oltre alle telefonate e ai messaggi, la partecipazione ai funerali di Eli, dove erano presenti più di un migliaio di persone, mi ha dato l’occasione di accogliere gli auguri “dal vivo” di tantissimi amici. Festeggiare il compleanno della nascita con un funerale? Niente di più bello, perché sei aiutato a vedere dove la vita si protende.

Una delle mie foto da bambino, quando leggevo Capitan Miki e Blek Macigno e alla televisione vedevo Rin Tin Tin e Penna Bianca, mi ritrae con l’arco in mano. Un inconscio simbolo del Sagittario, sotto il cui segno sono nato? Non che creda all’oroscopo, ma mi piace una interpretazione del Sagittario che lo vede tendere l’arco al di là dell’inverno verso una nuova rinascita. Che scocchi dunque la freccia e voli alta.


mercoledì 28 novembre 2018

Quando penna fa rima con…



In un astuccio elegante mi è arrivata una penna con inciso il mio nome, accompagnata da un biglietto in francese pieno di poesia, dove la parola penna, in francese “plume”, entra in risunanza con altre parole italiane. Traduco:

Con la parola “plume” il mio spirito vagabondo giunge alla parola “fiume” che scorre, il San Lorenzo, là dove tutto è iniziato per le mie genti, di cui sono discendenza. Fiumi che, come il Tevere, sfociano nell’oceano del nostro pianeta blu.

La “plune” si lascia trasportare sull’onda verso il “più”, l’ancòra, il massimo, in cammino verso l’Aldilà.

La “plume” mi fa pensare alla “luna” dove naufraga decisamente chi pensa al più Grandi di sé.

Lascia scorrere la “plume”, che ti porti lontano…

La scrittura: un fiume che scorre, un oceano infinito, la tensione verso il più...
Buon amino!



martedì 27 novembre 2018

Non indurci o non abbandonarci nella tentazione?


Per il sito di Città Nuova ho scritto un breve commento alla nuova traduzione della sesta domanda del Padre nostro

Il nuovo messale ci farà pregare in modo diverso la sesta invocazione del Padre nostro, non più «non indurci in tentazione», ma «non abbandonarci nella tentazione”. Perché?

Potremmo ricostruire ipoteticamente il Padre nostro in aramaico, la lingua nella quale Gesù ha insegnato agli apostoli a pregare. Di fatto lo abbiamo in greco, come tutti i testi del Nuovo Testamento, e in greco il verbo che riguarda la tentazione è eis-phero, che significa dentro-portare, far entrare, intro-durre = in(tro-)durre = indurre! Il non “indurre” in tentazione è dunque letteralmente corretto. Gli antichi, che in latino hanno tradotto inducat, sapevano il greco come e meglio di noi.
Ma in italiano oggi la parola indurre assume un significato negativo, perché richiama l’idea di esercitare una pressione su qualcuno perché agisca in un determinato modo, magari contro la sua volontà.
Ecco allora i tentativi per rendere in maniera più adeguato ciò che si chiede nel Padre nostro: “non abbandonarci nella tentazione”, “non permettere che cadiamo quando siamo tentati”.
Il problema non è tanto filologico quanto teologico. Al di là della traduzione (come sempre sono possibili più traduzioni) si sente il bisogno dell’interpretazione e di spiegare cosa Gesù ci avrebbe insegnato a chiedere.

Si parte, prima di tutto, dall’affermazione che Dio non può tentare, espressa con forza dalla lettera di Giacomo: «Nessuno mentre è tentato dica: “Vengo tentato da Dio!”. Dio è infatti immune dal male ed egli non tenta nessuno» (1, 13).
Le due tentazioni più famosi non sono infatti opera di Dio, ma del diavolo: quella di Adamo e Eva (il serpente istiga a mangiare il frutto proibito) e quella di Gesù, quando andò nel deserto «per essere tentato dal diavolo» (Mt 4, 1). Ma proprio quest’ultima tentazione fa suonare un campanello d’allarme. A mandare, letteralmente a “scaraventare” (Mc 1, 12), Gesù nel deserto fu addirittura lo Spirito Santo, secondo l’unanime testimonianza dei tre vangeli sinottici. Lo Spirito Santo, Dio, non tenta Gesù, di fatto lo mette nelle mani di Satana, proprio come fece Dio con Giobbe. Certamente non è un abbandono incondizionato, Dio segue quanto sta accadendo e pone delle restrizioni a Satana (cf. Gb 2, 6). Rivolgendosi ai cristiani di Corinto Paolo li rassicura: «Dio è fedele e non permetterà che siate tentati oltre le vostre forze; ma con la tentazione vi darà anche la via di uscirne» (1 Cor 10, 13).

E qui l’attenzione si sposta sull’altro termine implicato nella richiesta «Non indirci in tentazione». Cosa significa tentazione, in greco peirasmón? Può essere tradotto con “prova”. Mettere alla prova è un’azione propria di Dio. Egli mette alla prova Abramo per saggiarne la fede, mette alla prova il popolo nella sua traversata del deserto per educarlo. Mosè dirà: «Dio è venuto per mettervi alla prova e perché il suo timore sia sempre su di voi e non pecchiate» (Es 20, 20). Nel greco dei LXX il verbo mettere alla prova è peirasai, lo stesso termine che troviamo nel Padre nostro. Se la traduzione della CEI di Esodo 20, 20 è “mettere alla prova”, perché non tradurre anche il Padre nostro con “non metterci alla prova”? Come suonerebbe Esodo 20, 20 se, analogamente al Padre nostro, lo traducessimo: “Dio è venuto per tentarvi”?

Quando salgo su un aereo sono contento se il pilota è una persona “provata”. Se compro un comune utensile domestico vorrei che fosse “testato”. Mi sento rassicurato nel sapere che il medico che dovrà operarmi è “pratico” (per aver sostenuto la prova). Bastano questi semplici esempi per farci capire quanto sia importante la “prova”, in tutti i campi, compreso quello della fede e della vita spirituale. Che Dio ci renda persone provate! Ma per questo deve pur metterci alla prova, deve educarci. Anche il professore a scuola sottopone gli studenti alle prove di esame. A volte le prove della vita, come quella di scuola, possono essere dure, e ancora di più possono esserlo quelle della fede e della fedeltà al Vangelo, un autentico combattimento, come ricorda spesso san Paolo. Gesù stesso è stato messo alla prova (tentato) in ogni cosa, accetto il peccato, perché diventasse “provato”, “perfezionato”, “perfetto”, uno che di prove e tentazioni se ne intende, che le ha attraversate tra «forti grida e lacrime», in modo da poter aiutare gli altri a superarle, divenendo «causa di salvezza per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 7-10).
Potremmo dunque intendere la domanda del Padre nostro come un “non farci fare l’esame”, oppure: “quando arriva l’esame non lasciarci da soli, ma aiutaci a superarlo”.
Benedetto XVI ha ben parafrasato la preghiera: «So che ho bisogno di prove affinché la mia natura si purifichi. Se tu decidi di sottopormi a queste prove, se – come nel caso di Giobbe – dai un po’ di mano libera al Maligno, allora pensa, per favore, alla misura limitata delle mie forze. Non credermi troppo capace. Non tracciare troppo ampi i confini entro i quali possa essere tentato, e siimi vicino con la tua mano protettrice quando la prova diventa troppo ardua per me» (Gesù di Nazaret, 2007, p. 195).

Se la nuova traduzione ci aiuta a capire tutto questo, ben venga. Essa risponde al bisogno di adeguare costantemente la lingua della liturgia alla costante evoluzione della lingua.
Il tema di fondo, lo ripeto, non è tuttavia filologico, ma teologico, o meglio ancora quello pastorale: aiutarci a capire sempre meglio la Parola di Dio. È necessaria una conoscenza sempre più profonda della Bibbia perché, risolta una difficoltà, ne rimangono cento altre. Quando, ad esempio, leggiamo che Dio maledice, che si adira… dovremo trovare nuovi modi di tradurre, certamente, ma soprattutto dovremmo cercare di conoscere meglio il linguaggio biblico.

Rimarrebbe un altro tema da affrontare, a proposito della nuova traduzione del Padre nostro, quello ecumenico. È l’unica preghiera che possiamo fare insieme, fedeli delle diverse Chiese e comunità cristiane. Non sarebbe opportuno che, prima di pubblicare il nuovo messale, ci si mettesse d’accordo tra tutte le confessioni per un testo comune?


lunedì 26 novembre 2018

Il Paradiso di Eli Folonari


«Parlando con Anna Paula Chiara le aveva detto: “Avvertimi quando viene l’ultimo momento”». Così Eli Folonari mi raccontò gli ultimi istanti di Chiara Lubich, in una intervista che le rivolsi nel 2012.
«Poi – continuava Eli – c’è stato quel momento straordinario dell’11 marzo. Eravamo Anna Paula da una parte e io dall’altra del suo letto. A un certo momento cerca di togliersi la mascherina dell’ossigeno e dice: “La Madonna!”. Guardava in un punto preciso in fondo al suo letto. “Cosa dici Chiara?”. E lei più forte: “La Madonna!”.  È durato alcuni minuti… E quella sera ho pensato che dovevo dirle che ormai era giunto il suo momento. Mi è venuto di parlare così bene del Paradiso, di come Chiara l’aveva visto, di come ce lo aveva comunicato – non come una cosa statica, ma sempre nuova –, e lei mi ha sorriso, come per dire: “Che gioia andare nell’Al di là”. Era una preparazione festosa all’incontro reale con Gesù».

Non so come Eli sia partita per il cielo questa mattina. Certamente “con gioia di andare nell’Al di là”, in quel Paradiso di cui tanto le aveva parlato Chiara. È stata colei che con più cura ha custodito, ordinato, lavorato sulle carte che Chiara ha lasciato con la sua straordinaria esperienza di Paradiso: ci viveva dentro. Ora ci vive dentro davvero.

https://fabiociardi.blogspot.com/2016/02/i-90-anni-di-eli-folonari.html




domenica 25 novembre 2018

Il rosso regale dei ciclamini




Nella domenica autunnale dai toni spenti
sul davanzale della finestra
sotto il battere incessante della pioggia
i ciclamini dal rosso intenso
proclamano la regalità di Cristo Signore


sabato 24 novembre 2018

Un regno di Verità e di Vita


Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per que­sto sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Gv 18, 33b-37)

Gesù è re. Lo rivendica chiaramente, senza reticenze, pur sapendo che, frainteso, la sua ammissione lo avrebbe portato alla condanna. Nello stesso tempo afferma la differenza della sua regalità. È re, ma non di questo mondo. Lo ripete a scanso di equivoci: «il mio regno non è di quaggiù».
I regni di questo mondo si edificano con la guerra, con le uccisioni. Ne sono prova l’impero di cui Ponzio Pilato, davanti al quale Gesù dona la sua testimonianza, è il rappresentante. Ne è prova il regno di Erode, di cui, proclamato re dei Giudei, Gesù sarebbe l’usurpatore.
Il regno di Gesù non si conquista uccidendo, ma dando la vita.
I regni di quaggiù si mantengono con il potere, il suo con il servizio.
Gli altri non possono fare a meno dell’arroganza, della superbia, mentre il suo si fonda sull’umiltà, sull’ambizione all’ultimo posto. Gesù vive per primo quanto richieda a quanti entreranno a farvi parte. A loro insegni che i potenti delle nazioni le dominano «e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10, 42-45).

La Chiesa, segno del Regno, è chiamata a seguire il suo Re nell’attuazione di questo programma: né fasto né autoritarismo, né pretese né ingerenze politiche, consapevole che la sua identità non è modellata sui regni di questo mondo, ma sulla tua regalità «di verità e di vita, di santità e di grazia, di giustizia, di amore e di pace» (Prefazio).
Non potrebbe essere questo un programma anche per i regni di questo mondo? L’insegnamento di Gesù e il suo esempio non potrebbero ispirare anche la politica di quaggiù? I “ministri” potrebbero diventare quello che dice il loro nome, servitori del popolo. La politica, dal capo dello Stato all’ultimo amministratore comunale, potrebbe aspirare a farsi sempre più attenta alle necessità di ogni singolo cittadino, a mettere da parte il proprio interesse, a promuovere il bene comune con creatività e intelligenza. Così l’economia, la finanza.
Non potrebbe il regno “di quaggiù” ispirarsi al Regno di Dio, dove c’è più gioia nel dare che nel ricevere, dove si ama l’altro come se stesso, dove il piccolo, il povero, il disoccupato, l’ammalato è collocato al primo posto? Perché pensare – ed è un’eresia – che il vangelo riguardi soltanto il mondo spirituale? Perché rifiutare la sua incidenza nell’ambito sociale, politico, economico? Soltanto Gesù svela completamente l’uomo a se stesso, rendi nota la dignità umana, orienti la storia e le dà compimento, perché egli è la Verità. Qui sta la novità della regalità di Cristo: è venuto a rendere testimonianza alla verità.

«Cos’è la verità?», gli avrebbe chiesto subito dopo Pilato. Se avesse atteso la sua risposta, o se solo lo avesse guardato con occhio puro, avrebbe compreso che la Verità gli stava davanti. Una verità non fredda e astratta, ma capace di dare vita; non una verità chiusa in se stessa, ma capace di indicare il cammino che porta alla vita: «Io sono la via, la verità, la vita».
Gesù solo hai parole di vita, egli solo può dirci come vivere questa nostra vita, non soltanto quella dello spirito, ma anche quella sociale, economica, politica; egli solo può aprire la via e accompagnarci nel cammino verso il Regno dei cieli.


venerdì 23 novembre 2018

Marion e Liliane


La persona è tale perché si riceve dall'altro...
Forse è qui il nocciolo del grande filosofo contemporaneo Jean-Luc Marion che fa della donazione del dono il centro del suo pensiero, fino a dire: "Non possiamo avere vita: dobbiamo ricevere vita. La vita, per sopravvivere, deve essere donata".

Liliana Munoko l'ha fatto oggetto della sua tesi di dottorato in filosofia.
Oggi la discussione è stata dura e si è prolungata a lungo, ma alla fine Liliane l'ha spuntata e non solo è stata promossa a pieni voti, ma le è stato dato di pubblicare integralmente il suo voluminoso lavoro.
Auguri! Un nuovo dottore e un nuovo cielo che si spalanca.

giovedì 22 novembre 2018

Autunno: preludio di esperienze inattese



Non chiamate decadente questo autunno,
mi abbevero
alla festa dei colori,
chiazze gialle, rossi accesi
su brividi di cielo azzurro
tavolozza dell’inedito.
Non chiamate decadente questo autunno,
le foglie e il loro volteggiare lieve
sospeso nell’aria.
Spoliazione
o preludio di accensioni?

Non è ispirata questa poesia di Angelo Casati?

mercoledì 21 novembre 2018

De Mazenod-Tempier, un’amicizia sincera /3


 

La loro amicizia fu sincera, schietta, anche scherzosa. Gli scritti del Fondatore raccontano diversi aneddoti in cui appaiono la spontaneità delle reazioni, la gioia di stare insieme e di prendersi benevolmente in giro. Un solo esempio. Il sabato 31 ottobre 1840, al termine del ritiro annuale e alla vigilia della rinnovazione dei voti, Padre Tempier dimentica di ascoltare la confessione del Fondatore. Quest’ultimo gli manda, a tarda sera, un biglietto che termina con queste parole: «Tutte le tue dimenticanze mi fanno decidere di condannarti senza pietà a venire da me subito questa stasera. Prego Dio che ti custodisca e soprattutto che ti dia un po’ più di memoria».

Il loro rapporto era fatto franco. Tempier non era riuscito a correggere un tratto della sua personalità che ha sempre fatto soffrire il Fondatore, estremamente sensibile: la freddezza, la mancanza di emotività e di calda reciprocità. De Mazenod glielo fa spesso notare con dispiacere. Il 6 ottobre 1829 gli scrive: «Vi ho sempre considerato come un altro me stesso; è per questo che non solo vi amo così tanto, ma vi comunico tutti i miei pensieri, sempre più stupito, tuttavia, che, indipendentemente dalla nostra posizione, voi troviate così difficile condividere i vostri con me. Prendete una volta per sempre la risoluzione di essere meno abbottonato con me». Il primo agosto 1835: «Possibile che non possa mai gustare con voi la gioia di quell’abbandono, di quella conversazione a cuore aperto, che sono la consolazione di due anime unite come le nostre? Non è proprio per colpa vostra, la riconosco, ma del vostro carattere. Siete sempre dalla mia parte. Ebbene, non posso vivere senza di voi».
A volte la lunga amicizia è stata provata. Eugenio si lasciava prendere dalle sue emozioni. Se Padre Tempier avesse avuto la stessa reazione immediata e forte, si sarebbero visti lampi e fuoco. La sua calma e il suo controllo sono stati determinanti per il bene del Fondatore, della diocesi e della Congregazione.
Questa amicizia, che ha resistito a tutte le avversità, ha stupito quelli che li hanno visti vivere e lavorare insieme. Arrivato ad Aix nel 1818, Fortunato de Mazenod parlava delle qualità e dei difetti dei primi Oblati, ma per Tempier usava sempre le stesse parole: «l’amico intimo» di Eugenio. A Marsiglia, durante l’episcopato di de Mazenod, padre Tempier, sempre accanto al vescovo, viene spesso definito «un altro lui stesso», «l’anima della sua anima e potremmo dire il suo cuore e il suo braccio destro».

Una pagina del Necrologio di Padre Tempier riassume bene i 50 anni di amicizia e stretta collaborazione tra i due:
«La Scrittura parla divinamente dell’amicizia, della dedizione che centuplica le forze della natura e le eleva alla potenza piena e intera della vita e dell’immortalità: Amicus fidelis, firmamentum curriculum e immortalitatis. È quanto si è realizzato nei nostri due Padri che hanno offerto questo sorprendente spettacolo per quasi cinquant’anni. Chi dirà la generosità, la dedizione con cui p. Tempier ha adempiuto la missione di amicizia verso il suo superiore e il suo vescovo? Chi dirà le ineffabili consolazioni che ha riversato nel suo cuore? Il cuore del nostro Fondatore: così grande, così nobile, così affettuoso, sempre così ben compreso da colui che il Signore ha messo al suo fianco come un discepolo amato.
I fondatori, i santi attraversano giorni dolorosi e giorni gioiosi. Come per il loro modello divino, sono più lunghi i giorni sul Calvario che quelli sul Tabor. In questi momenti arrivano dolori indicibili: è il parto e la sua inesprimibile angoscia. Ai piedi della croce Gesù Cristo ha ammesso il suo discepolo preferito; la sua presenza lo confortò. Accanto al nostro Fondatore ha posto un fedele amico che ha ricordato, per diverse caratteristiche, la somiglianza con l’apostolo amato. Una voce autorevole, nel giorno in cui ricorreva il cinquantesimo anniversario del sacerdozio di p. Tempier, è stata ispirata da questo confronto e tutti hanno ammirato la sua corretta applicazione. Stiamo solo ampliando la cornice aggiungendo il tratto dell’intimo, profondo affetto che l’amicizia produce; amicizia forte, senza debolezza, senza artificio, amicizia come doveva esserci tra due anime predestinate alla creazione di una grande opera. (…)
Le gioie e le lacrime erano comuni, le gioie erano dilatate dalla comunicazione, le lacrime erano assorbite nella reciproca accoglienza. Potevano esserci degli scontri tra due tipi così differenti: la vivacità del Fondatore a volte esplodeva, ma l’umile deferenza, l’atteggiamento modesto e tranquillo del discepolo arrestava gli slanci, e ben presto le nubi si dissipavano e riappariva la serenità del cuore. Mai il dubbio ha annebbiato queste anime: per la vita e per la morte, nel dono di sé così come era ispirato dalla virtù, dalla fede e dalla santità a nature generose che si proponevano il più nobile e glorioso degli obiettivi: la gloria di Dio e la salvezza delle anime. (…).
La chiamata del nostro Fondatore meritava di essere accolta da p. Tempier e p. Tempier meritava di essere chiamato dal nostro Fondatore. Queste due anime sono state fatte per capirsi, per unirsi, per completarsi e per concorrere, nella misura della loro rispettiva vocazione, alla realizzazione dell’opera di Dio. L’opera sta in piedi e le sue dimensioni, evidenti ai nostro occhi, mettono in luce i pregi degli architetti».

martedì 20 novembre 2018

L’amicizia di Enrico Tempier / 2



L’affetto e la fiducia in de Mazenod hanno avuto un effetto positivo su Tempier, che è sempre stato profondamente attaccato al suo superiore e amico, e gli è stato interamente devoto. Molto meno emotivo, la sua amicizia è più effettiva che affettiva, il che causerà anche fraintendimenti e sofferenze a sant’Eugenio
Il tono della prima lettera di Tempier, il 27 ottobre 1815, è un po’ distaccato: «Signore e caro collega»; più cordiale nella seconda: «Santo amico e vero fratello, non so come essere grato per tutto ciò che avete fatto per la mia salvezza. Siete veramente il più caro amico del cuore». In seguito l’espressione dell’amicizia si fa più discreta. La naturale riservatezza gli consente di manifestare i suoi sentimenti profondi solo in occasioni eccezionali. In un momento di sofferenza a N.-D. du Laus, nel 1819, confessa che il suo cuore «soffre sempre», che sente «un dolore eccessivo... nell’essere separato» dal padre di Mazenod; le sue lettere gli «danno la vita», le sue parole sono «un balsamo che riscalda» il cuore. Quando partì per il Canada, nel 1851, trovò il coraggio di confessare: «Ero in un tale stato emozionale al momento in cui stavo per separarmi da voi e da quello che ho più caro al mondo... che non potevo avere la mente negli affari...».

Ciò che padre Tempier non poteva esprimere a parole, lo tradusse in azione, con la sua devozione e dedizione quotidiana.
È il saggio consigliere e l’instancabile collaboratore, l’ammonitore e il confessore. De Mazenod e Tempier avevano fatto il voto di obbedienza reciproca davanti all’altare della riposizione del Santissimo Sacramento, il Giovedi Santo 11 aprile 1816.
Padre Tempier ha obbedito al Fondatore, sempre e ovunque, al servizio della diocesi e della Congregazione. Nello stesso tempo ha dovuto esercitare su di lui l’autorità che il voto, oltre alla funzione ufficiale di consigliere, gli imponeva. E lo ha fatto in molte circostanze. Nel 1830, il 6 giugno, gli scrisse una lettera con aspri rimproveri: «Sono molto dispiaciuto. Ho fatto di tutto, come ammonitore e persino come direttore o confessore, perché smetteste di digiunare, e Dio sa che avevo ragione; ma tutte le mie osservazioni e preghiere sono state completamente inutili... Mi sento obbligato ad esprimervi per iscritto tutto il mio dispiacere. Dopo di che, se non avrò successo, lo renderò noto agli assistenti della Società», e gli impone un lungo periodo di riposo in Svizzera. Imporrà altri periodi di riposo nel 1837, poi nel 1858.
Sarà ancora grazie all’autorità del suo ammonitore che il vescovo di Mazenod inizierà a tenere il suo diario dal 1837.

Come confessore e direttore spirituale Tempier ha ricevuto anche profonde confidenze: la grazia del 15 agosto 1822, le consolazioni durante la Messa celebrata a Roma il 4 marzo 1826, le aspre considerazioni sullo stato della Congregazione, il 1 ° agosto 1830 da Friburgo, sfoghi riservati a Tempier per il quale non teneva «nascosto nulla». Ancora: le disposizioni interiori alla vigilia della sua consacrazione nel 1832, le consolazioni durante una messa celebrata ad Amiens nel 1850, o durante le visite alle chiese di Marsiglia, dove era esposto il Santissimo Sacramento. 

Padre Tempier gli amministrò il sacramento degli infermi il 13 giugno 1829 e gli fu vicino durante tutta la malattia nella primavera del 1861, rimanendo accanto al suo letto con pazienza e affetto. 
Padre Fabre, testimone di questo fatto, scrive: «Per cinque mesi non si allontanò da quel letto doloroso in cui si stava lentamente consumando una così bella esistenza. Fedele al mandato dell’amicizia cristiana, rese al nostro Padre il supremo dovere e lo avvertì coraggiosamente che il momento del sacrificio finale era arrivato. Non dimenticheremo mai queste scene strazianti dell’ultima separazione, segnate dalla maestà dell’augusto carattere del Padre morente e dalla profonda rassegnazione del discepolo desolato. (…) Ha ricevuto l’ultimo sospiro, ha ascoltato l’ultima preghiera. Fu lui a pronunciare l’ultimo addio: proficiscere. (...) Chiuse gli occhi al padre e all’amico che aveva amato e servito per più di quarantasei anni. Sapeva come dominare l’emozione più viva e profonda per adempiere a tutti i doveri imposti dalla separazione. L’abbiamo visto e l’abbiamo ammirato».



lunedì 19 novembre 2018

Chi trova un amico… Eugenio l’aveva trovato




Il grande Ivo Beaudoin mi ha raccontato una delle più belle storia d’amicizia della spiritualità cristiana, quella tra Eugenio de Mazenod e Francesco de Paoli Enrico Tempier.

Durante i primi anni di ministero ad Aix, Eugenio non trovò nessun amico nel giovane clero. Ne soffriva. Il 12 settembre 1814, scrisse a Charles de Forbin-Janson, con il quale aveva vissuto il seminario: «… sono solo. Sei il mio unico amico». Cercava un confidente, un collaboratore animato dallo stesso zelo.
In Enrico Tempier trovò finalmente l’amico «nel senso pieno del termine», proprio come lui desiderava.
Già nella prima lettera che gli scrisse il 13 dicembre 1815 leggiamo: «Conto su di voi più che su me stesso per la regolarità di una casa che, nella mia idea e le mie speranze, deve ripetere la perfezione dei primi discepoli degli Apostoli»; e nella seguente: «Il mio cuore mi ha fatto sentire, caro amico e buon fratello, che voi siete la persona che il buon Dio ha riservato per essere la mia consolazione» (15 novembre e 13 dicembre 1815).

Eugene de Mazenod aveva momenti di entusiasmo, ma ha passato anche ore grigie di dubbio, incertezza e sconforto. Ha sempre vissuto gli eventi in maniera passionale: provocavano in lui grandi gioie o grandi tristezze. Non poteva tenere per sé quanto gli bolliva dentro; doveva parlare, condividere, lasciare che i suoi sentimenti esplodessero. Per fortuna aveva con lui Tempier, calmo, capace di ascoltare, e poi di suggerire ciò che si sarebbe dovuto fare.
Padre Tempier era per lui una presenza preziosa. Spesso glielo ripeteva e ne graziava il Signore.

Leggiamo in proposito alcuni estratti delle sue lettere.
Da Parigi, il 25 luglio 1817: «Sono molto triste nel sentirmi a duecento leghe dai miei cari e carissimi amici, dalla mia famiglia, dai miei figli, dai miei fratelli e specialmente da voi [Tempier], il mio unico».
Quando padre Tempier lascia Aix per N.-D. du Laus, riceve spesso lettere in cui il Fondatore gli esprime tutto l’affetto e ripete la sua fiducia: «Quando a voi, non ho nulla da aggiungere a ciò che sapete dei miei sentimenti nei vostri confronti; vi amo tanto quanto me stesso, e la mia fiducia in voi è tale che mi sarebbe impossibile nascondere il minimo dei miei pensieri. Mi sembrerebbe di fare un furto, un crimine di lesa-amicizia che non potrei perdonarmi». «Cominciando la mia lettera vorrei dirvi, mio caro amico, quanto sono stato toccato dai sentimenti che nella vostra ultima lettera mi esprimete in maniera così edificante. Ho riconosciuto in questa prima pagina il vero religioso, l’uomo giusto, il buon cuore, il mio caro Tempier tutto intero. Ringrazio incessantemente Dio per avermi associato a voi e lo supplico di riempirvi sempre di più del suo spirito per il nostro più grande vantaggio comune...» (1 aprile 1821, 15 agosto 1822). «Addio, mio ​​caro e fedele compagno, figlio, fratello e caro padre» (21 ottobre 1828). 

Durante il difficile periodo in cui fu avversato dal governo per la sua nomina a Vescovo, tra il 1832 e il 1835, de Mazenod dovette lasciare spesso Marsiglia. Sopraffatto dalle false accuse delle autorità civili, soffriva dell’isolamento. Lo ripete in tutte le lettere: «Avevo bisogno della vostra consolazione nella mia afflizione»; «Terribile isolamento qui dove sono»; «Ho sempre sentito un grande dolore quando ho dovuto allontanarmi da tutti voi..., ma lasciare voi, mio ​​caro amico, in uno stato di salute così poco soddisfacente e sovraccaricarvi di tutte le mille piccole cose di cui mi carico io ogni giorno!...»; «Non posso vivere senza di voi. Quando sono, non dico separato perché siamo spesso sotto lo stesso tetto, ma lontano da te, manca qualcosa di essenziale alla mia esistenza. Vivo solo a metà e molto tristemente». Il pensiero di rivederlo gli dava coraggio: «Il piacere che sentirò nel rivederti metterà a mio agio il mio cuore!» (31 dicembre 1830, 25 giugno e 21 settembre 1832, 8 agosto 1833, 1 agosto 1835).

Il Superiore Generale ripete spesso che il suo primo assistente è “un altro se stesso”, nel quale ripone tutta la sua fiducia per gli affari della Congregazione. Quando padre Tempier partì per il Canada nel 1851, il Fondatore gli scrisse: «Oh! Quanto è stato doloroso per il mio cuore il momento della separazione! Per consolarmi ho bisogno di ricorrere a questo divino Maestro, che ha ispirato e mantenuto la nostra unione semisecolare». Ai Padri del Canada aveva annunciato la visita con queste parole: «Sarete contenti di questo visitatore, il mio primo compagno di famiglia alla quale tutti apparteniamo. Potete parlargli con la stessa fiducia che avete in me; abbiamo un solo cuore e un’anima, come vorrei che fosse per ognuno di voi. Questo è sempre stato il nostro distintivo, come quello dei primi cristiani. Molti, avendolo dimenticato, si sono allontanati dallo spirito che volevo stabilire nella nostra Congregazione».
Quando uno dei due era assente, si scrivevano ogni settimana e anche ogni due o tre giorni.

domenica 18 novembre 2018

Auguri mamma!




90 anni! un bel traguardo.
E quanta vita hai raccolto attorno a te.
Auguri e grazie

sabato 17 novembre 2018

Tutto passa, tutto rimane



«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà, la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo e le potenze che sono nei cie­li saranno sconvolte… Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Mc 13, 24-32).

Come sono misteriose queste parole! Misteriose come è miste­riosa la fine del mondo.

Gesù parlava della distruzione di Gerusalem­me? I Romani non lasciarono pietra su pietra. La città santa era il cuore del mondo, colpirlo era come colpire il mondo intero, la sua fine è simbolo di ogni fine.

Parlava della mia fine? Arri­verà anche per me il momento nel quale si spegnerà il sole, ver­ranno meno la luna e le stelle e tutto precipiterà nel nulla. Per me tutto avrà fine.
Quante cose belle Dio ha disseminato lungo il mio cammino: per­sone e affetti, lavoro e riposo, momenti di luce e di intensa gio­ia, oggetti e paesaggi, città d’arte e tramonti dorati… Tutto ciò mi attira, è dono suo e l’accolgo con gioia e gratitudine. Ogni cosa avrà fine? Ritirerà ogni suo dono?

Davanti all’evidenza e all’ineluttabilità della fine, l’unica do­manda che rimane e che riecheggia lungo il Vangelo è: «Quan­do, Signore?».
Non soltanto la fine, ma anche il momento della fine rimane avvolto nel mistero. Ogni momento può essere l’ultimo. Da qui l’insistente avvertimento: «Vigilate, siate pronti».
Gesù domanda attenzione e invece quanta dis-trazione. Sono at-tratto dall’effimero, da ciò che passa, sono dis-tratto, portato via da ciò che solo rimane.
Perché qualcosa rimane. Se è vero che pas­sano i cieli e la terra, è altrettanto vero che la sua Parola rimane.

Rimane la Parola seminata in me, quella che mi dà da compiere giorno per giorno, e mi insegna come vivere. Attraverso quelle parole Gesù stesso si fa vita della mia vita e viene a vivere e ad agire in me.
Se tutto è attuato alla luce del vangelo, se tutto diventa “parola”, la sua Parola, allora il vissuto non passerà, come non passano le sue parole, come non passa Gesù. Non sarà la fine, ma un nuovo inizio.

Vivere le parole del vangelo fa vivere la parola che da sempre Dio ha pronunciato quando ci ha pensato e con la quale ci ha chiamato all’esistenza. Splenderà in tutta la sua bellezza la realtà vera che Dio ha costruito in noi, il nostro vero essere.

E tutto il resto? Se passano i cieli e la terra passeranno anche persone e affetti, lavoro e riposo, momenti di luce e di intensa gioia, oggetti e paesaggi, città d’arte e tramonti dorati…? O for­se resteranno? Resteranno se non sono dis-trazione, se li avremo
vissuti alla luce del vangelo, per amore. Tutto passa, l’amore non passa, come non passano le parole di Dio, come non passa tutto ciò che è frutto della parola vissuta e da essa permeato d’amore.


venerdì 16 novembre 2018

Mi ricordo di te


Mi capita spesso di incontrare persone che mi vengono incontro con gioia e mi dicono: “Si ricorda di me?”.
Magari è una delle migliaia di studenti che hanno seguito le mie lezioni nella mia lunga carriera, o una persona che mi ha visto parlare a un convegno di Castelgandolfo con 2000 partecipanti.
Che delusione quando si accorgono che non le riconosco e che gioia quando invece le riconosco.

Questo abituale frangente mi è venuto subito in mente rileggendo in questi giorni la parola ebraica skr, ricordare-ricordarsi. Una delle tante parole belle, ricche di significato che percorrono la Bibbia.
Dio si ricorda sempre del suo popolo, della sua alleanza, delle persone afflitte e povere.
La preghiera dei Salmi ricorda a Dio di ricordarsi di noi! “Ricordati della tua fedeltà, della tua promessa”, quasi che lui se ne scordasse. Siamo piuttosto noi a scordarci di lui…, lui mai di noi.
A lui non capiterà mai, come invece capita a me, di non ricordarmi di qualcuno: “Si dimentica forse una donna del suo bambino? Ma anche se ne dimenticasse, io non mi dimenticherò mai di te”.
L'ultima preghiera rivolta a Gesù è stata: "Ricordati di me, quando sarai nel tuo regno".

Noi siamo abituati a condensare il credo nell’enunciazione di alcune verità fondamentali.
L’uomo biblico professa il suo credo raccontando fatti, gli interventi di Dio nella storia.
“Ricordati” diventa il comandamento fondamentale, espressione dell’amare Dio con tutto il cuore, l’anima, le forze. Lui si ricorda di noi, ma anche noi dobbiamo ricordarci di lui.
Anche Gesù, lasciandoci l’Eucaristia, ci ha lasciato un “memoriale”, e ci ha comandato di ricordarlo, di ricordare che egli ha dato la vita per noi, e di “fare” questo in memoria di me.
“Non dimenticare mai i suoi benefici…”


giovedì 15 novembre 2018

Chiesa in uscita


Ogni mattina, appena dopo il risveglio, guardo ai santi del giorno per iniziare la giornata con loro. Guardo anche agli Oblati di cui ricorre l’anniversario della morte. Ieri non c’era soltanto p. Gaetano Liuzzo, ma anche p. Giuseppe Ladié.
P. Ladié: un uomo pacifico; come suo fratello p. Carlo, mio compagno di studi, morto molto giovane; come il nipote p. Mauro, ora felicemente superiore dello scolasticato di Vermicino. Un uomo buono, p. Ladié, ma niente di eccezionale. Lo scatto è avvenuto con l’arrivo del tumore che in tre anni lo ha consumato.
In una sua lettera scriveva: «Sto vivendo e scoprendo in modo particolare l’Eucaristia. Dico la Messa per lo più seduto, nella cappellina della comunità [a causa della malattia] (…). Ebbene, quando alla consacrazione dico: “Questo è il mio Corpo, cioè la mia vita, data per voi” penso: ma io sono parte del Corpo mistico di Cristo, quindi con verità posso offrire me stesso, la mia vita, per la Chiesa, il mondo, la Congregazione, la Provincia, le persone care ecc. Così “Questo è il mio sangue…”; posso far dono della mia sofferenza… Mai come adesso sento di realizzare il mio sacerdozio, mai come adesso mi sento “Oblato”, “offerto”, e quando la morte verrà, allora l’Oblazione sarà completa; e voi reciterete, sì, il De Profundis, perché ne avrò bisogno, ma con più forza canterete il Magnificat, perché “grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente”, in me indegno servo…».

Quello che ieri mi ha particolarmente colpito leggendo di lui è un’altra sua testimonianza: «Gesù mi concede momenti intensi di cenacolo con Lui. Gioie profonde. Mi fa capire però che devo uscire con Lui per vivere al Getsemani».
Sto ultimando il mio libro sul cenacolo, dove nell’introduzione riporto il bellissimo discorso di Papa Francesco pronunciato nel cenacolo il 26 maggio 2014, in occasione della sua visita in Terra Santa: «Qui, dove Gesù consumò l’Ultima Cena con gli Apostoli; dove, risorto, apparve in mezzo a loro; dove lo Spirito Santo scese con potenza su Maria e i discepoli, qui è nata la Chiesa, ed è nata in uscita. Da qui è partita, con il Pane spezzato tra le mani, le piaghe di Gesù negli occhi, e lo Spirito d’amore nel cuore».
“Chiesa in uscita” è uno dei cavalli di battaglia di Papa Francesco, un termine che rischia di essere un po’ inflazionato. “Chiesa in uscita” fa subito pensare alla Chiesa di Pentecoste, che lo Spirito scaraventa fuori del cenacolo ad annunciare a tutti il Risorto.
P. Giuseppe Ladié mi ricorda che la prima “uscita” della Chiesa dal cenacolo è stata per andare al Getsemani.

«Potete voi bere il calice che io sto per bere?», chiese Gesù ai figli di Zebedeo. Con entusiasmo gli risposero di sì (Mt 20, 22). «Andiamo anche noi a morire con lui», disse Tommaso rivolgendosi ai suoi compagni (Gv 11, 16). «Darò la mia vita per te», proclamò con passione Pietro (Gv 13, 37). Quando però furono nell’orto degli ulivi non furono capaci neppure di vegliare un’ora con Gesù, lo lasciarono solo, lo abbandonarono, lo rinnegarono, lo tradirono. Gesù accettò di bere il calice della volontà del Padre che lo chiamava a dare la vita per l’umanità intera, ma in quel momento gli apostoli rifiutarono di berlo.
La prima uscita della Chiesa è per andare a condividere la passione e morte del suo Signore, per bere il calice con lui. In quest’ora in cui la Chiesa sta perdendo credibilità e sembra soccombere sotto il peso degli scandali, quando il Papa, suo segno visibile di unità, viene criticato e rifiutato, la tentazione è la stessa degli apostoli: rinnegare e fuggire. Chiesa in uscita è condividere l’umiliazione di Cristo, la sua angoscia nel vedersi tradito, rifiutato, abbandonato. «Volete andarvene anche voi?», sembra ripetere Gesù (Gv 6, 67). Chiesa in uscita è far proprio l’invito della Lettera agli Ebrei: «Usciamo dunque verso di lui fuori dell'accampamento, portando il suo disonore» (Eb 13, 13). 

«Nata dal sangue di un Dio che muore sulla croce – scriveva sant’Eugenio de Mazenod ai suoi fedeli di Marsiglia –, [la Chiesa] avrà un’esistenza conforme alla sua origine e sempre, tanto sotto la porpora come nelle galere, porterà la croce dolorosa, dove è sospesa la salvezza del mondo. Indissolubilmente unita a Gesù Cristo, calunniato, perseguitato, condannato dagli ingrati che voleva salvare, camminerà con costanza sino alla fine dei secoli nella via delle sue sofferenze e in un’unione ineffabile che l’inferno fremente di rabbia proverà incessantemente a turbare; dovrà sempre lottare, come il suo sposo divino che è anche il suo eterno modello, contro tutti gli errori e tutte le passioni scongiurate, e sostenere i diritti eterni di Dio, che sono la verità e la giustizia (Lettera pastorale, 19 gennaio 1845).
Al termine della vita, nella sua ultima Lettera pastorale del 16 febbraio 1860, cantava il suo inno d’amore a Cristo e alla Chiesa, indissolubilmente compenetrati l’uno nell’altro: «Come è possibile separare il nostro amore per Gesù Cristo da quello per la sua Chiesa? Questi due amori si confondono: amare la Chiesa è amare Gesù Cristo e viceversa. (…). Ora, carissimi fratelli, vi domandiamo: non amare di un amore filiale la Sposa di Gesù Cristo che Egli ci ha dato come Madre, non amare la famiglia dell’Uomo-Dio, la sua casa vivente, il suo tempio santo, la sua città terrena, immagine della città eterna, il suo regno, il suo gregge, la società che ha fondato, in una parola l’opera che è stata l’oggetto di tutte le sue fatiche e che è l’oggetto di tutte le sue compiacenze quaggiù, non è un non voler amare Lui stesso?».


mercoledì 14 novembre 2018

P. Gaetano Liuzzo - Un dono irrevocabile


15 anni fa p. Gaetano Liuzzo partiva per il cielo.
Anche questa volta ci siamo ritrovati, per farne memoria, nella chiesa di san Nicola dei Prefetti dove ha vissuto per tanti anni.
Ho letto nuovamente la lettera che, non ancora diciottenne, scrisse al Provinciale subito dopo la sua oblazione, avvenuta il 15 agosto 1929. Vi si sente tutta la gioia e l’entusiasmo di una donazione di sé a Dio mai più rinnegata:

Amatissimo padre, eccomi finalmente Oblato! e come tale, col “Passaporto” in mano [alludendo al nome nuovo che adesso porta come un nome di famiglia: Oblato di Maria immacolata. Portare questo nome, scriveva sant’Eugenio de Mazenod, il Fondatore, è un “passaporto per il Cielo”].
Voglio mandarle un ultimo saluto dalla casa sì cara di Ripa, culla dolcissima della nostra vita religiosa, e testimone amata del nostro nascere, dei nostri primi passi, dei nostri sforzi, e del nostro sacrificio intero e irrevocabile! Intero perché tutto, tutto – beni, corpo e volontà – tutto abbiamo messo insieme, e tutto abbiamo offerto a Gesù, il Povero, il Vergine, l’Ubbidiente, – e alla dolce Mamma – la prima Religiosa…; onde, come spero Gesù e la Vergine Assunta hanno accettato e benedetto il nostro dono, fatto stamattina con tutto il cuore, senza alcun rimpianto, e rinnovato poi lungo il giorno, decine di volta!... Irrevocabile perché invece di dire – ad annum –, avremmo detto con vivissima gioia (come abbiamo fatto col cuore) – perpetuam! –. La triplice Oblazione annuale, non è, non sarà per noi che una pura, purissima formalità impostaci dalla santa Regola, poiché l’olocausto, col cuore, è stato completamente e per sempre consumato, e il nostro amplesso ai Cuori di Gesù e di Maria, sarà costante, continuo, perenne…, eterno!
E con ciò eccoci oblati! Qual gioia non è per noi esser cosa esclusiva di Maria, di esser suoi figli prediletti… Quando poi dopo la benedizione del santissimo ci siamo sentiti dire “hoc fac et vivas” [“Fai questo e vivrai”. Erano le parole che vengono rivolte al candidato al momento della consegna della Regola] il nostro cuore ha sussultato di gioia: quella Regola che già tanto amiamo, vogliamo osservarla sempre fedelmente e amorosamente, poiché è proprio essa che ci farà vivere in eterno!


martedì 13 novembre 2018

Se non mi ami tu chi mi ama?



Ormai che sto raggiungendo i 70 anni posso dedicarmi ad una delle mie più piacevoli passioni: fare la guida turistica! Così domenica, ormai per l’ennesima volta, ho accompagnato una decina di Fratelli Oblati sulle orme di sant’Eugenio a Roma, cominciando da san Silvestro al Quirinale, un autentico gioiello, che il nostro fondatore scelse come sua sede romana. Non mi stanco di illustrare le bellezze di questa chiesa, abitualmente chiusa al pubblico, e di raccontare quanto sant’Eugenio ha vissuto tra queste mura.
Il gruppo dei Fratelli, di tutti i continenti, ha poi voluto che li accompagnassi a visitare un focolare. Strana richiesta, nata dal desiderio di vedere uno stile di vita cristiano diverso, completamente evangelico e completamente inserito nella vita quotidiana.

Eccoci così in un appartamento nel quartiere “africano”, che ormai ha una sua bella storia, bella come quella di san Silvestro al Quirinale. La piccola comunità ci accoglie in festa e scegliamo come lingua comune l’inglese, per raccontarci il vissuto di ogni giorno.

Poi si apre una pagina di vita di Chiara:
Nel novembre del 1980, anno in cui nel Movimento dei Focolari si approfondiva il tema della volontà di Dio, Chiara Lubich chiese a Gesù di aiutarla in modo decisivo a farsi santa. Un giorno, pregando, le sembrò di trovare la risposta: «Ho una strada sola per farmi santa. È una sola la volontà di Dio su di me: è Gesù Abbandonato». «E ancora in quei giorni – confiderà in seguito – Gesù mi fece capire: “Ma se non mi ami tu, chi mi amerà?”. Nel senso: “Guarda che in tutti i secoli, in venti secoli, io, come Abbandonato, mi sono come svelato a te. Poi tu l’hai comunicato a tanti. Ma se tu mi tradisci, se tu non sei la mia sposa, se tu non scegli me unicamente come volontà di Dio (…), se tu non ami me, chi mi amerà?».

È una storia nota, riportata anche nel libro di Florence Gillet, La scelta di Gesù abbandonato… ma quello che non tutti sanno è che questa esperienza Chiara l’ha vissuta proprio in questo focolare, pregando in una minuscola cappellina ricavata da un vano nascosto. Da allora Gesù eucaristia è presente in quella cappellina e dà luce e forza per continuare a sceglierlo e amarlo nel suo abbandono.