domenica 31 dicembre 2023

Un anno con Maria verso il Padre

Alla soglia del nuovo anno ecco Maria Madre di Dio.

Prediletta del Padre, è rivolta costantemente verso di lui. Seguendo il suo sguardo anche il vostro sguardo si volge nella medesima direzione: tutto l’anno, tutta la nostra vita, tutta la storia ha un’unica meta, il Padre. Gesù è venuto a noi a Natale per invitarci a seguirlo, vuol condirci a casa sua. La nostra meta è il Paradiso, l’incontro con Dio, che ci attende al termine del viaggio.

Noi seguiamo con fiducia Gesù, fino a quando «egli consegnerà il regno a Dio Padre, dopo avere ridotto al nulla ogni Principato e ogni Potenza e Forza. (...) E quando tutto gli sarà stato sottomesso, anch’egli, il Figlio, sarà sottomesso a Colui che gli ha sottomesso ogni cosa, perché Dio sia tutto in tutti» (1 Cor 15, 24.28).

Maria è la prima! E noi in viaggio con lei.

sabato 30 dicembre 2023

Il mistero di Nazareth

«Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazareth. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui» (Luca 2, 39-40).

I grandi straordinari eventi attorno alla nascita di Gesù sono compiuti. Comincia ora la vita nascosta di Nazareth. Il Padre ha affidato suo Figlio a Giuseppe. Il Padre celeste penserà a dargli sapienza e grazia, lasciarlo al padre terreno il compito di farlo crescere e fortificare. Giuseppe rimane servo fedele di Dio, lavoratore silenzioso, premuroso custode della vergine Maria sua sposa, padre tenero di Gesù che guida alla maturità. Racchiude in sé un segreto incomparabile.

La sua non è una storia molto dissimile da quella di tanti altri padri. Ogni famiglia custodisce un segreto nel suo seno. È Dio che ha affidato ai genitori dei figli, siano essi naturali o di adozione; a loro il compito di crescerli con la stessa cura, affetto e dedizione che Giuseppe ha avuto per Gesù. Egli era Figlio di Dio e questi non sono meno figli di Dio. Qui è il segreto. Se sono figli di Dio appartengono, non meno di Gesù, al Padre del cielo. I genitori non sono proprietari dei figli, ne sono i custodi, come Giuseppe e Maria lo sono stati di Gesù, disposti a vederli andare per la loro strada, anche se il distacco potrà essere vissuto come il taglio di una spada. Il loro vanto, come quello di Giuseppe e Maria, sarà averli aiutati a seguire la chiamata di Dio, qualunque essa sia; averli guidati, con cura e amore, alla libertà dei figli di Dio.

La famiglia di Nazareth è ideale di comunione per ogni famiglia. Non ci è dato di entrare in questa casa, di contemplare l’intimità che vi regnava, l’armonia con la quale ci si muoveva, la semplicità e la profondità dei rapporti. Il Vangelo, nella sua sobrietà, ci parla soltanto di Gesù che, sottomesso a Giuseppe e Maria, cresceva in età sapienza e grazia, e di Maria che custodiva in cuore i fatti e le parole del figlio suo. Anche Giuseppe sapeva che nella sua famiglia si celava un mistero. Cosa si saranno detti i tre? Venendo dal Cielo, Gesù portava in casa la vita di Lassù. Nella sua famiglia l’appartenenza reciproca e il reciproco amore appaiono riflessi perfetti e piena partecipazione delle relazioni che si vivono in Cielo, nella Trinità.

venerdì 29 dicembre 2023

In giro per presepi

 

«Il mirabile segno del presepe, così caro al popolo cristiano, suscita sempre stupore e meraviglia. (...)è come un Vangelo vivo, che trabocca dalle pagine della Sacra Scrittura. (...) Vediamo scene quotidiane: i pastori con le pecore, i fabbri che battono il ferro, i mugnai che fanno il pane; a volte si inseriscono paesaggi e situazioni dei nostri territori. È giusto, perché il presepe ci ricorda che Gesù viene nella nostra vita concreta...». Così nella lettera Admirabile signum che Papa Francesco ha voluto dedicare al presepe.

Era stata un’idea di san Francesco. nel Natale del 1223, quando fece preparare una stalla, portare del fieno e condurre sul luogo un bue e un asino. Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L’uomo di Dio sta davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia. Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d'amore, il “bimbo di Bethlehem”. Il signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno. Così racconta san Bonaventura nella Leggenda maggiore e prima di lui Tommaso da Celano. Fu la prima celebrazione del presepe, parola che deriva dal latino prae-saepis, e significa “davanti al recinto (del bestiame)”.

Nella nostra città di Roma i presepi si fanno sempre più rari. Fino a pochi anni fa ce n’era uno monumentale sulle scalinate di Trinità dei Monti, ora sostituito da un albero di Natale di un noto negozio di abbigliamento. Ma è rimasto almeno quello in piazza Navona. E poi ci sono ancora le chiese – tante a Roma – con i loro presepi.

Non può esserci Natale senza presepe. Altrimenti dove nasce Gesù, per terra?

giovedì 28 dicembre 2023

Con in braccio Gesù Bambino

Si racconta che sant’Antonio verso la fine della vita si sia fatto costruire una celletta su un noce maestoso in Camposampiero, nel luogo che il conte Tiso aveva messo a disposizione dei frati. Precedentemente il nobile lo aveva ospitato nella sua casa, in una camera appartata. «Mentre osservava con sollecitudine e devozione la stanza in cui pregava sant’Antonio da solo – leggiamo nel Libro dei miracoli –, occhieggiando di nascosto attraverso una finestra, vide comparire tra le braccia del beato Antonio un bambino bellissimo e gioioso. Il Santo lo abbracciava e lo baciava, contemplandone il viso con lena incessante… Quel bambino era il Signore Gesù».

È l’esperienza anche di san Francesco e di tanti altri santi e sante, anche della Piccola Sorella Madeleine, come abbiamo visto pochi giorni fa.

È il sogno di molti, come di apa Pafnunzio, antico monaco del deserto nel quale amo rispecchiarmi:

«Sognò di trovarsi nella grotta di Betlemme, dove s’era recato assieme ai pastori, chiamato dalla voce dell’angelo. Trovò, come gli era stato annunciato, la madre che stava allattando il bambino.
Quando ebbe terminato, ella si guardò attorno, in cerca di un angoletto dove adagiarlo, ma non trovò spazio che fosse adatto, fin quando posò lo sguardo su di lui.
Apa Pafnunzio vide rivolgere su di sé lo sguardo della vergine madre. Gli bastò quello sguardo per sentire il cuore svuotarsi d’ogni vanità.
Si ritrovò bambino.
Fu pervaso da un fuoco d’amore.
Si ritrovò grande, dilatato all’infinito.
Maria gli si accostò e adagiò il figlio tra le sue braccia».

Sarebbe bello...

Eppure ogni mattina, alla Messa, il miracolo si compie di nuovo...

mercoledì 27 dicembre 2023

Pregare, perché?

 

La preghiera di domanda sembra di seconda categoria, specialmente se confrontata con lo stare gratuitamente in amicizia con colui dal quale sappiamo di essere amati. Eppure Gesù ci invita a chiedere, a cercare, a bussare. Perché chiedere per sé e per gli altri? E quante cose da chiedere, perché di tutto abbiamo bisogno, dalla pace alla salute, dal lavoro all’armonia in famiglia... Perché chiedere? Semplicemente perché Gesù ci ha detto di chiedere.

Ma il Padre sa già tutto e a lui stanno a cuore più che a noi persone e cose. Figuriamoci se ha bisogno che noi gli chiediamo di prendersi cura di noi. Ci pensa da sé! Allora perché chiedere? Forse perché chiedendo impariamo anche noi a prenderci cura di noi stessi e degli altri...

martedì 26 dicembre 2023

Festeggiamo il Natale?

 

“Buon Natale, caro Fabio, anche se non sembra che ci sia materia per festeggiare...”. Uno tra i tantissimi messaggi di Natale. Un messaggio che tradisce la sconsolazione davanti ai drammi che sta vivendo il mondo, con le sue guerre, i femminicidi, le rabbie, le povertà, le ingiustizie...

Ma a Natale non si festeggia il mondo pacificato. Si festeggia l’amore infinito di Dio che, proprio vedendo il disastro nel quale annega il nostro mondo, manda suo figlio e proprio in questi mondo disastrato. A Natale festeggiamo Dio che scende in questa povera umanità e crede in essa nonostante tutto.

Dopo Natale viene subito il martirio di Stefano, che sarà seguito da tanti martirii, fino alle persecuzioni di oggi in molti Paesi del pianeta. E dopo, il 28 dicembre, ci sono i bambini innocenti trucidati a Betlemme, quelli di 2000 anni fa e quelli di oggi... Sì, questo è il nostro mondo, c’è poco da festeggiare.

Eppure Dio ama questo nostro mondo e decide di viverci, per condividere tutte le sue brutture. È questo infinito amore di Dio che si fa vicino a noi, nostro compagno di viaggio, che festeggiamo a Natale.

«Ci riempie di fiducia e di speranza – ha detto il giorno di Natale il Papa nel suo messaggio urbi et orbi – sapere che il Signore è nato per noi; che la Parola eterna del Padre, il Dio infinito, ha fissato la sua dimora tra noi. Si è fatto carne, è venuto “ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14): ecco la notizia che cambia il corso della storia! Quello di Betlemme è l’annuncio di “una grande gioia” (Lc 2,10). Quale gioia? Non la felicità passeggera del mondo, non l’allegria del divertimento, ma una gioia “grande” perché ci fa “grandi”. Oggi, infatti, noi esseri umani, con i nostri limiti, abbracciamo la certezza di una speranza inaudita, quella di essere nati per il Cielo. Sì, Gesù nostro fratello è venuto a fare del Padre, suo il Padre nostro: fragile Bimbo, ci rivela la tenerezza di Dio; e molto di più: Lui, l’Unigenito del Padre, ci dà il “potere di diventare figli di Dio” (Gv 1,12). Ecco la gioia che consola il cuore, rinnova la speranza e dona la pace: è la gioia dello Spirito Santo, la gioia di essere figli amati».

lunedì 25 dicembre 2023

In missione. Perché? Le ragioni di p. Antonio Zanoni

Il 26 dicembre 1972, in un incidente di strada, moriva nel Laos p. Antonio Zanoni. Aveva 41 anni. Ha lasciato una testimonianza straordinaria della sua missione nel libro Piste senza ritorno. Vent’anni tra i Hmong del Laos, Roma, 1970, 228 pp.

Perché è partito missionario per il Laos? Lo racconta lui stesso nelle lettere al Superiore generale, quando, al termine della sua prima formazione, gli scrive per chiedere la sua prima destinazione, “la prima obbedienza”, come la chiamano gli Oblati. Gli scrive tre volte per narrare la storia della sua vocazione e le motivazioni che gli fanno chiedere di andare in missione nel Laos. Dello stesso periodo abbiamo due lettere indirizzate a p. Drouart, Assistente generale, incaricato dell’Asia.

Già da queste poche lettere appare chiara l’origine della sua vocazione: nel seminario di don Calabria, a Verona, avverte la chiamata alla missione. Giunge p. Gaetano Liuzzo che gli rende concreto l’ideale missionario: gli Oblati di Maria Immacolata. Con la benedizione di don Calabria, poi proclamato santo, il giovane Antonio va al noviziato. Allo scolasticato passa p. Drouart e la sua testimonianza lo aiuta a focalizzare ulteriormente l’ideale missionario: il Laos.

«Ero ancora ragazzo – scrive al superiore generale – e già pensavo alle missioni. Dopo le prime tre classi del ginnasio sono entrato in un seminario per vocazioni povere a Verona [Opera Don Calabria] e li probabilmente sarei rimasto. Avrei avuto modo di svolgere qualsiasi genere di apostolato in Italia, ma mancavano le missioni estere e questo per me era essenziale. Ho conosciuto gli Oblati di Maria Immacolata per mezzo della propaganda di P. Liuzzo. Avrei potuto così realizzare il mio ideale: avevo trovata una Congregazione dedicata all’Immacolata e missionaria».

E a p. Drouart: «La vocazione per le missioni estere è nata in me con la vocazione al Sacerdozio ed essa mi ha spinto ad entrare, quando già avevo 21 anni fra gli Oblati di Maria Immacolata... Non mi faccio illusioni sulla vita che deve condurre un missionario laggiù nel Laos. Uno dei motivi che mi ha indotto a scegliere quella missione a preferenza di un'altra, è la scarsezza di Padri. Mi son chiesto se non è questo un invito di Gesù alla generosità. Dal momento che la mia vita è continuamente nelle mani di Dio non vale forse la pena di sacrificarla completamente all’amore suo? Son certo che se Egli mi vuole laggiù mi darà pure la forza per compiere il mio dovere specialmente se esso comporta sacrifici non comuni come la vita missionaria nel Laos... Penso spesso al Laos e forse ci penso troppo, ma d’altra parte l’ideale missionario è quanto ho di più caro al mondo».

Sono passati 51 anni dalla sua morte... e parla ancora!

domenica 24 dicembre 2023

Natale: il segno della "mangiatoia"

Un gesto materno, pieno di tenerezza e d’amore. Un gesto preparato fin da quando Maria aveva saputo di essere in attesa di un bambino. Come ogni mamma avrà preparato i panni. “Mancano panni e fuoco”, cantiamo col sublime “Tu scendi dalle stelle” di sant’Alfonso. Lo concediamo alla poesia, ma i genitori di Gesù, per quanto poveri, non erano né impreparati alla nascita, né sprovvisti dell’essenziale. L’angelo lo aveva annunciato come «Figlio dell’Altissimo», ma sarebbe pur stato un bambino e come ogni bambino avrebbe avuto bisogno di tutto. Mistero di Dio che si fa uomo nella fragilità di un bambino che deve essere avvolto in fasce per proteggerlo dal freddo.

Subito, senza lasciare tempo alla contemplazione del mistero, il Vangelo tratteggia la prima scena domestica di ogni mamma: “lo avvolse in fasce”. Proprio come si è fatto per secoli e secoli, proprio come ha fatto con me mia mamma quando sono nato – allora si usava ancora (non più per le mie sorelle venute dopo di me).

Un gesto materno, pieno di tenerezza e d’amore. Un gesto preparato fin da quando Maria aveva saputo di essere in attesa di un bambino. Come ogni mamma avrà preparato i panni. “Mancano panni e fuoco”, cantiamo col sublime “Tu scendi dalle stelle” di sant’Alfonso. Lo concediamo alla poesia, ma i genitori di Gesù, per quanto poveri, non erano né impreparati alla nascita, né sprovvisti dell’essenziale. L’angelo lo aveva annunciato come «Figlio dell’Altissimo», ma sarebbe pur stato un bambino e come ogni bambino avrebbe avuto bisogno di tutto. Mistero di Dio che si fa uomo nella fragilità di un bambino che deve essere avvolto in fasce per proteggerlo dal freddo. 

Maria – ecco il secondo gesto della madre – “lo depose in una mangiatoia”. Deve essere proprio importante questa “mangiatoia” se nel Vangelo di Luca è nominata per tre volte. Quando nel pellegrinaggio a Betlemme si scende nella grotta della Natività, tutti ci precipitiamo nel luogo dove Gesù è nato, segnato da una stella d’argento. Difficilmente si fa caso alla mangiatoia, poco distante, a sinistra. Adesso è tutta ricoperta di marmi. Chissà com’era allora? Non occorre una grande fantasia per immaginarsi il recipiente con il foraggio per gli animali.

Maria adagia Gesù proprio lì, il luogo più soffice e protetto, unica alternativa alla culla che non c’è. Ha bisogno di distanziare un po’ da sé il bambino, per contemplarlo meglio. Quel presepio è al centro della sua attenzione. Gesù è uscito dal suo grembo, ma mai dal suo cuore, mai dalla sua adorazione, Egli è sempre lì. Madre di Dio, è incantata dal figlio e lo guarda pensosa, quasi non credendo ai suoi occhi. È davvero lui il Figlio di Dio promesso dall’angelo? È lui l’Atteso, l’Eletto delle genti, che porterà la salvezza al suo popolo e a tutti i popoli della terra? Ma se è soltanto un bambino, e così piccolo, così fragile, così uguale agli altri bambini…

Ogni mamma di solito sussurra: “È il mio bambino…”. Maria invece lo depone nella mangiatoia, a disposizione di tutti ed è il bambino di tutti: dei pastori, di Simeone, di Anna, dei Magi. Da subito lo dona al mondo, un atto che ratificherà ai piedi della croce.

Da parte sua Gesù si lascia fare tutto come ogni neonato, ma forse quella “mangiatoia” è già una profezia, quasi volesse dire: “Sono qui per farmi mangiare… L’ultima cosa che farò sarà quella di dire: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…”.

La mangiatoia: segno del dono di Maria, del dono di Gesù… invito a fare altrettanto.

sabato 23 dicembre 2023

Annunciazione

Quanti anni aveva Maria quando l'angelo entrò da lei? Un’adolescente o poco più, perché è ancora promessa sposa. E com’era Maria? Uno dei primi pellegrini – un anonimo proveniente da Piacenza – che ha lasciato un resoconto del suo viaggio, verso l’anno 570, scrive: «In quella città [Nazareth] le donne ebree sono così seducenti che da nessun’altra parte di quella terra se ne trovano di più belle. Dicono che è un’eredità della Beata Maria».

Dove entra l’angelo Gabriele? Nel suo cuore? Il dialogo che si svolge è tutto interiore? La tradizione l’ha drammatizzato immaginando Maria seduta in meditazione all’interno della sua casa. Gli artisti si sono sbizzarriti lungo i secoli creando le dimore più diverse. Era una casa comune, come quella che dipinge Lorenzo Lotto o signorile e raffinata come quella di Carlo Crivelli? Oppure l’annunciazione avvenne in un grande giardino prospicente la casa come per Leonardo da Vinci o sotto il portico come per il Beato Angelico? L’angelo, dice il Vangelo, “entrò da lei”. Ma entrò in casa? Alla fine del racconto Luca non dice che l’angelo, una colta compiuto l’annuncio, “uscì”, ma che “si allontanò da lei”. Le stava davanti, con il giglio che la divide da lei, come nelle annunciazioni di Andrea Della Robbia a La Verna o di Filippo Lippi?

La grande basilica dell’Annunciazione a Nazareth contiene la grotta interna di quella che si è sempre ritenuta la casa di Maria. Addossata alla roccia vi erano le pareti in mattone, quelle che la tradizione pensa siano oggi a Loreto. A fianco della basilica si possono ancora vedere diverse grotte analoghe, che costituivano parte del villaggio. Secondo la tradizione ortodossa Maria ricevette il primo annuncio alla fontana del paese. È là che è sorta la prima chiesa a Nazareth, ancor oggi luogo di intensa devozione.  

Quell’entrare da lei, al di là delle raffigurazioni pittoriche, dice un’esperienza di profonda interiorità. L’angelo le parla dentro, in quella stanza segreta che è il suo cuore immacolato, la sua vera casa. Una casa che Dio aveva preparato da tutta l’eternità per avere quell’incontro con lei. È lì che avviene il colloquio, talmente vivo e reale che Maria avverte così forte la presenza dell’angelo che lo vede con gli occhi dell’anima con l’immediatezza con cui lo vedrebbe con quelli del corpo e ascolta la sua voce con una nitidezza come lo sentisse con le orecchie del corpo. Ma non c’è bisogno di parole, di sguardi. È un dialogo silenzioso e insieme distinto, un a tu per tu intenso e serrato che sembra quasi una battaglia, come Giotto ha saputo drammatizzare nel polittico di Santa Reparata a Firenze.

Il dipinto più bello ce l’ha comunque lasciato Luca, che non a caso la tradizione ha voluto pittore. L’ha dipinto all’inizio del suo Vangelo, con le parole che ogni giorno recitiamo decine di volte: “Ave, piena di grazia, il Signore è con te…”. Dio timidamente chiede se può sposare Maria. Addirittura non osa chiederglielo direttamente. Come si usava una volta, manda un suo amico, nel timore di ricevere un diniego. Ma sa che quello di Maria sarà un sì. L’ha preparata da tutta l’eternità perché acconsentisse, l’ha preservata dal peccato proprio per questo, perché le dicesse di sì. Dio che chiede il permesso per entrare nell’umanità, per farsi uno di noi. Dio che rispetta la nostra libertà.

venerdì 22 dicembre 2023

Prendere in braccio Gesù Bambino

 

«24 gennaio 1939. Rivedo tutto come fosse ieri [era avvenuto due anni prima]. Davanti a me camminavano due o tre sante persone che non conoscevo, e, in fondo alla destra, si trovava la Santa Vergine che teneva tra le braccia il Bambino Gesù – un Bambino Gesù come non avrei potuto pensare mai in vita mia perché superava ogni visione umana –, non lo posso neppure descrivere perché non trovo altri termini che quelli di “luce, dolcezza e soprattutto amore”. E la Santa Vergine si preparava a donarlo. Che supplizio! Non osavo guardare e, tuttavia, attratta, malgrado me stessa, rimasi via via più stupita di veder passare la prima, poi la seconda, poi la terza persona davanti alla Santa Vergine e non accorgersi di niente. Erano così devotamente raccolte, ma avrei voluto gridar loro di guardare. Allora mi sono trovata da sola davanti a questa visione e... è a me che la Santa Vergine ha donato il suo piccolo Gesù nella braccia... Allora non ho più pensato ai miei peccati, ma a questa gioia che non posso esprimere, neanche a lei, con parole umane. E in tutti i miei slanci di tenerezza, ho abbracciata  e stretto al cuore il Bambino Gesù al punto che egli si è incorporato in me – neanche questo lo so spiegare...». È la Petite soeur Magdeleine che scrive a p. Voillaume.

San Francesco, sant’Antonio, san Filippo Neri... anche apa Pafnunzio! Sono tanti quelli che hanno visto Maria mettere tra le loro braccia Gesù Bambino. Non sapevo che fosse capitato anche a Petite soeur Magdeleine. Quell’episodio ha segnato l’inizio della sua straordinaria avventura.

Oggi sono stato alle Tre Fontane, dove ella ha vissuto tanti anni. È un piccolo villaggio quello che ospita la casa generalizia delle Piccole Sorelle di Gesù. Armonioso. Vi si respira aria di gioia.

Sono entrato nella stanzetta della fondatrice, nel suo minuscolo ufficio, nella camera dove ha vissuto gli ultimi momenti della sua vita... Anche Paolo VI e Giovanni Paolo II si sono seduti in quell’ufficio accanto a suor Magdeleine, sullo stesso sgabellino sul quale mi sono seduto anch’io. Ho visto gli 87 volumi che raccolgono i suoi diari, i 9 volumi delle sue lettere...

Ovunque passano i santi lasciano il profumo di Dio. Qui è presente Gesù Bambino. È sempre Natale.




giovedì 21 dicembre 2023

L’amore è per sempre

Mi sembrava vecchissimo. È morto a 78 anni. Fra poco raggiungo la sua età. La sua immagine nella mia memoria è un po’ sfocata, come le sue foto. Era nato nel 1879. Lo rivedo mentre, caduto a terra nei miei giochi infantili, lo supplico di rialzarmi e lui, tranquillamente seduto, arguto come sempre, che mi dice: “Vieni, che ti rialzo”. Lo ricordo nel letto poco prima di morire: era normale anche per dei bambini vedere la morte, fa parte della vita!

Soprattutto ricordo la telefonata del mio babbo che ne comunicava la morte al suo socio di lavoro, Renzo Fiaschini. Allora non c’era ancora il telefono a casa. Andammo assieme nell’ufficio della fabbrica accanto e lì sentii come raccontava la morte di mio nonno: “È partito come un angelo”. Era il 22 dicembre 1957. Nonno Roberto ci aveva lasciato per il cielo... come un angelo.

Ieri, a un funerale, ho ascoltato una frase che può sembrare banale, ma che mi ha tanto colpito perché mai l’ho sentita così vera: “L’amore è per sempre”.

mercoledì 20 dicembre 2023

21 dicembre 1811: sant’Eugenio è ordinato sacerdote

21 dicembre 1811: sant’Eugenio è ordinato sacerdote. Nei giorni precedenti scrive:

Signor mio, Padre mio, mio amore, fa ch’io ti ami; non chiedo altro, perché so che questo è tutto. Dammi il tuo amore. Solo l’amore opera in me con potenza. Devo preparare un posto al mio amato; è l’amore, solo l’amore che deve pagare tutte le conseguenze.

Una volta ordinato condivide con il padre spirituale la sua esperienza:

Sono sacerdote di Gesù Cristo. Gioia, timore, confidenza, dolore, amore si alternano nel mio cuore. Il pensiero più familiare in cui mi perdo, è questo: è dunque in questo modo che il mio buon Dio si vendica di tutte le mie ingratitudini, facendo per me tanto che, Dio qual è, non può far di più. Dopo ciò potrei essere ancora tentato di offenderlo? Ah, proprio in questo momento si risponde: piuttosto morire mille volte.

Non c’è più che amore nel mio cuore. Sono sacerdote! Dopo i giorni che hanno preceduto l’Ordinazione, e soprattutto dopo l’Ordinazione, mi sembra di conoscere meglio Nostro Signore Gesù Cristo; che accadrebbe se lo conoscessi com’è?

martedì 19 dicembre 2023

Il carisma realtà viva

Il mio primo incontro con i Missionari Oblati di Maria Immacolata avvenne quando ero ancora bambino. Avevano uno stile tutto particolare, vivevano in mezzo alla gente e intrattenevano rapporti personali semplici, affabili. Si muovevano in bicicletta, visitavano le fabbriche, parlavano senza retorica… Iniziai a frequentarli, fino a quando decisi di andare da loro a Firenze per gli studi di liceo. Da allora i Missionari Oblati di Maria Immacolata sono diventati la mia famiglia.

Fu soltanto durante l’anno di noviziato (erano passato 12 anni dal mio primo incontro con gli Oblati) che finalmente scoprii che alle origini dei Missionari c’era un “fondatore”, Eugenio de Mazenod. Conoscere la sua vita e leggere i suoi scritti fu un’autentica rivelazione. Avvertivo una partico­lare consonanza, mi sentivo espresso da lui. Tra­scrivevo e traducevo dal francese i passi che più mi colpivano. Quella piccola raccolta di testi fu subito pubblicata.

Riflettere sulla mia esperienza, una vicenda abbastanza comune, mi ha aiutato a comprendere le modalità di trasmissione del carisma. Abitualmente si entra in contatto con un carisma attraverso la mediazione di
quanti lo vivono in quel momento, in quel luogo. Soltanto in un secondo tempo si acquista la consapevolezza delle origini e della portata storica.

Trattandosi di una “esperienza” il carisma non è una realtà statica, confinata in un passato aureo; per sua natura è vitale, dinamico, al pari dello Spirito che lo dona, e genera un processo evolutivo che difficilmente si presta a essere circoscritto in schemi o definizioni. Non si può definire la vita. Anche se si arriva a formularlo dottrinalmente, esso rimane comunque una storia, un’azione concreta dello Spirito Santo che opera nella vita di una persona. È un’esperienza condivisa, che continua nel tempo e si sviluppa attraverso nuove esperienze. Per “dire” un carisma occorre dunque narrare una storia che ha non soltanto un inizio, ma una continuazione e che si arricchisce passando di generazione in generazione, grazie al suo intrinseco dinamismo.

Spesso, come nella mia esperienza personale, il primo impatto è con una “narrazione” contemporanea del carisma: lo si vede in azione, come realtà viva e operante in alcune persone. Se ne è attratti grazie ad una “consonanza”, in quanto in quell’esperienza concreta si vede rispecchiato ed espresso quello che già è stato seminato dallo Spirito nel proprio cuore: è quello che voglio, mi sento chiamato a vivere così. Il carisma è narrato al presente.

Una volta entrati nella narrazione, ogni generazione sente l’esigenza di ascoltare l’esperienza fondativa iniziale e del suo cammino storico. Sarà allora capace di guardare al passato come alle proprie radici e di narrare a sua volta la storia delle origini e di reinterpretarla grazie alla continuità del vissuto. Il carisma si trasmette narrando una storia che prosegue nell’oggi. Si legge il passato per capire il presente e per preparare in modo creativo il futuro: un fondatore non rimane indietro, cammina davanti.

Non si tratta di “restaurare” il passato, quanto piuttosto di ritrovare l’ispirazione iniziale e saperla vivere in nuovi contesti culturali. Provo a ipotizzare alcune piste che potrebbero essere percorse per nuove “narrazioni” e nuove modalità di trasmissione.

Con queste parole ho iniziato la mia ultima lezione del corso, allo Studium del Dicastero per la vita consacrata.

 

lunedì 18 dicembre 2023

Quasi quasi mi faccio Claretiana

 

Sì, Claretiana, non Claretiano. Perché queste quattro giovani suore sono fantastiche. Domenica avevano la casa piena di famiglie giovani e bambini, con quel caos meraviglioso che solo i bambini sanno creare. Tutto si trasforma in catechesi e condivisione di fede.

A sera emigrano tra piazza san Pietro e via della Conciliazione a raccogliere le persone che dormono per strada attorno al Colonnato. Tè caldo, biscotti e poi la novena di Natale! Con canti, preghiere e soprattutto la costruzione de presepe. Niente a che fare con quello grandioso lì accanto in piazza san Pietro. La prima sera si costruisce la strada per far venire il Salvatore: ognuno mette la sua piccola pietra e le dà un nome, fatto di disagi, di sofferenze, chiedendo che si trasformi in gioia. La sera seguente si costruiscono le colline. Poi è la volta del laghetto: un piattino dove ognuno versa un po’ d’acqua da una bottiglia e dà nome a quello che ha in cuore... Tutto su una valigia dove alla fine si mette dentro quanto si è costruito per riaprirla e continuare la costruzione la sera seguente...

È Natale per tutti...

domenica 17 dicembre 2023

Il mio vero io

Si può essere condizionati dall’immagine che gli altri hanno di noi. In duplice senso. Ci si può lasciare condizionare da come gli altri ci vedono o da quell'immagine che vogliamo dare di noi stessi solo perché pensiamo possa piacere e renderci accetti.

È difficile essere quelli che siamo. Ed è difficile sapere chi realmente siamo. Qual è il mio vero io? Quello che gli altri pensano di me? La maschera che mi metto per apparire come non sono?

Il Vangelo di questa domenica ci ha mostrato un Giovanni Battista che non ha timore di dire ripetutamente di no a quello che gli altri pensano di lui: non è come gli altri lo vedono o se lo immaginano, non si lascia condizionare da loro. Lui è un altro. Chi è? La scoperta della propria identità è maturata in lui lentamente, nel silenzio, nella preghiera, fino a fargli prendere coscienza di essere una “voce”, di essere una missione: il battistrada del Messia. Agli altri può piacere o non piacere. Forse sono delusi perché lo pensano il Messia. Ma egli è un’altra cosa, è un’altra persona, è un’altra missione, e deve essere sé stesso. E si dichiara contento di essere sé stesso, contento di non essere lo sposo e di essere l’amico dello sposo e si rallegra nell’udire la voce dello sposo (cf. Gv 3, 29).

Giovanni invita a far emergere il vero io, a scoprire la propria missione, a essere ciò che siamo, un essere sempre in divenire, una scoperta di sé sempre nuova, in crescita costante, ma mai in contraddizione.

Qual è il mio vero io? Mi si rivela giorno per giorno. Forse lo comprenderò in pienezza soltanto alla fine. Intanto cerco di essere fedele a come mi si manifesta fin qui.

sabato 16 dicembre 2023

Siate sempre lieti. Ma è possibile?

Passò tre gradi di giudizio. Il primo davanti al Sinedrio, il secondo davanti al re Erode e la sua corte, il terzo davanti a Pilato. Tutte e tre le volte condannato a morte. Non c’era nessuno dalla sua parte a difenderlo. I suoi amici scomparsi, Pietro non solo non lo riconosce ma non si degna neppure di chiamalo per nome: “Quell’uomo lì non lo conosco”. Il Padre c’è ma rimane in silenzio. All’inizio Gesù iniziò a tremare, provò terrore e angoscia. Alla fine gridò: “Perché mi ha abbandonato?”.

La tragedia continua in tanti, che compiono in loro quello che manca ai patimenti di Cristo, ossia che vivono nell’oggi e nelle proprie carni quello che egli ha vissuto. O meglio, lasciano che Gesù riviva in loro la sua passione. È così che il mondo si salva.

La seconda lettura della II domenica di Avvento, davanti alle tragedie immani di cui siamo testimoni, sembra allora un’utopia: “Fratelli, siate sempre lieti”. È possibile?

Paolo ci dice come: un’unità costante con Dio (“pregate ininterrottamente, in ogni cosa rendete grazie”), senza rispondere al male col male (“astenetevi da ogni specie di male”), lasciandosi avvolgere interamente e integralmente (“spirito, anima e corpo”) da Dio.

Ce la faremo? No, troppo difficile.

Ed ecco ancora Paolo a rassicurarci che sarà il Dio della pace a santificarci e che penserà lui a fare tutto questo... Ancora una volta è un invito a mettersi con fiducia nelle mani di Dio, quel Dio che ha fatto il cielo e la terra, che è venuto in terra per noi, che ha dato la vita per ognuno di noi.

 

venerdì 15 dicembre 2023

Il vescovo più romano dei francesi

Sto preparando un articolo con testi autobiografici di sant’Eugenio. A differenza di altri fondatori non ha scritto una propria autobiografia, a parte i ricordi del suo esilio in Italia. Molti dei suoi scritti hanno tuttavia un carattere autobiografico. Riporto in particolare una lettera al card. Gousset, scritta il 21 luglio 1852. Le controverse sul giornalismo cattolico – attorno al giornale romano La Correspondence de Rome e a quello parigino L’Univers – lo avevano coinvolto direttamente. Il 30 giugno 1852 il card. Gousset scrisse a tutti i vescovi della Francia accusando di idee antiromane gli avversati dei due giornali. Il riferimento a de Mazenod non era diretto, ma la lettera fu inviata a tutti i vescovi ad eccezione, in maniera significativa, del vescovo di Marsiglia e del vescovo oblato di Vivers, mons. Guibert. Accusare mons. de Mazenod di tendenze antiromane era un autentico paradosso. È così che sant’Eugenio scrisse al Card. Gousset una lunga lettera in propria difesa. È un autentica “autobiografia”: una rilettura della propria vita attorno al rapporto con il Papa, la Santa Sede, Roma. Ecco una parte soltanto di questa lettera che, come scrive sant’Eugenio, nasce da una «ispirazione sincera e da un cuore profondamente commosso». Leggendola verrebbe da ripetere quanto ebbe a dire il cardinale Bernabò: «Mons. de Mazenod è il vescovo più romano dei francesi e il più francese dei romani».

Proclamo la mia obbedienza a qualunque cosa il Vicario di Gesù Cristo vorrà ordinarmi. Invoco a garanzia di questa obbedienza gli esempi di tutta la mia vita e gli insegnamenti che ho sempre dato, e con tanto frutto, ai miei sacerdoti (...).

Costa parlare a lungo di sé, ma non mi trovo in una situazione ordinaria. Potrei contenere il mio dolore, ma non lo farò. Capo di una Congregazione nascente, la cui opera il Signore, concedendole un inaspettato incremento, benedice in quattro parti del mondo, ho il dovere verso questa famiglia spirituale di non permettere che nulla di quanto è rivolto contro di me possa diminuire la fiducia e la protezione con cui il Vicario di Gesù Cristo si degna di favorire i figli dei quali mi ha canonicamente costituito padre. Sono quindi costretto a dire, dovendo difendermi, quale è stato sempre il mio amore per la Chiesa romana, alla quale mi piace, inoltre, come Vescovo, testimoniare i miei sentimenti.

Ancora diacono e poi giovane sacerdote, mi fu dato, malgrado la più attiva sorveglianza di una polizia sospettosa, di dedicarmi con rapporti quotidiani al servizio dei cardinali romani portati a Parigi e perseguitati per la loro fedeltà alla Santa Sede. I pericoli ai quali costantemente mi esponevo erano compensati nel mio animo dalla felicità di essere utile a questi illustri esuli e di permettere di ispirarmi sempre più al loro spirito. Più tardi, senza che io prestassi ascolto a certi avvertimenti di amicizia, il mio noto attaccamento a Roma rimase incrollabile di fronte ad una politica repressiva nei loro confronti.

Grazie all'indirizzo che, come vicario generale e come vescovo, ho potuto imprimere nell'animo del clero, la diocesi di Marsiglia è stata una delle prime in Francia a permearsi interamente di quei sentimenti di romanità che esprimevo ancora pubblicamente due anni fa, in un discorso pronunciato all'ultima sessione del Concilio di Aix. Ho potuto fondare la Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata solo in mezzo agli ostacoli posti da antichi pregiudizi contraddetti dagli stessi sentimenti con cui l'ho nutrita per fare dei suoi membri uomini del Papa oltre che vescovi, vale a dire, gli uomini della Chiesa e gli uomini di Dio.

Devo infine ricordarvi di sant'Alfonso dei Liguori: avevo insegnato e praticato la sua teologia molto prima dei libri da voi pubblicati a questo scopo, il primo dei quali introdusse il suo culto in Francia. La sua biografia, scritta davanti a me e per mia ispirazione da uno dei miei, si diffuse ovunque ed è stata tradotto in diverse lingue straniere. Avevo voluto servire la causa di Dio attraverso la dottrina e gli esempi di questo ammirevole Vescovo, la cui devozione all'autorità del Papa arriva fino a oggi; nel XVIII secolo fu la massima espressione e testimonianza, il più fulgido esempio di santità della Chiesa. Lo zelo che mi animava nei suoi confronti fu approvato da Pio VIII, che mi onorò su questo argomento di un breve privato.

Questo, Monsignore, è quello che ero, quello che sono; ecco l'uomo accusato di ostilità alla Santa Sede! (...)

giovedì 14 dicembre 2023

Riviste ... carismatiche, tutte legate dall’Amore

 

Città Nuova, Nuova Umanità, Ekklesía, Teens, Gig: le riviste del gruppo editoriale Città Nuova. Oggi ho avuto la gioia di incontrarmi con i direttori. Mi è sembrato di essere in mezzo a un bellissimo giardino. L’editoria è in crisi, soprattutto quella d’ispirazione religiosa. Chi legge più? Eppure queste nostre riviste hanno futuro perché espressioni di ideali veri e di vita autentica.

Ho letto con loro una pagina famosa del Paradiso’49 dove si parla dei carismi. Mi è stato facile trasportare il discorso alle riviste: in certo senso sono anch’esse carismatiche! Adattandola, quella pagina potrebbe suonare così:

La Chiesa è un magnifico giardino in cui fiorirono tutte le Parole di Dio: fiorì Gesù, Parola di Dio, in tutte le più svariate manifestazioni. Sta a noi unificarle. Come l’acqua si cristallizza in stelline di tutte le forme quando cade come neve sulla terra, così l'Amore assunse nella Chiesa diverse forme e sono i molti carismi, così come le molte realtà ecclesiali, comprese le nostre riviste!

Noi dobbiamo soltanto far circolare fra tutte queste realtà – anche fra le nostre riviste – l’Amore. Si devono comprendere, capire, amare, stimare, apprezzare come si amano le Persone della Trinità. Fra esse c’è come rapporto lo Spirito Santo che le lega, perché ognuna di esse è espressione di Dio, di Spirito Santo. Così si attualizza la più vera collaborazione e tutte lavorano per l’unica missione.

Se è così per le più varie realtà ecclesiali non sarà così anche tra le persone? 

mercoledì 13 dicembre 2023

Sullo stesso cammino di luce

 

Due giorni fa ho pubblicato sul blog un pensiero sui due di Emmaus. Oggi leggo la prima lettera pastora del nuovo vescovo di Verona, Pompili, ed è la prima volta che vedo contrapporre l’immagine di Emmaus all’Urlo di Munch. «Il racconto dei discepoli di Emmaus (Lc 24,13-35) evoca una situazione che sembra essere l’esatto contrario del quadro di Munch. A differenza dell’Urlo, dove sullo sfondo si intravvedono su un ponte due sagome che si allontanano rispetto al soggetto disperato in primo piano, qui – nel racconto lucano – si intravede una strada su cui due discepoli, uno dei quali si chiama Cleopa, si lasciano avvicinare da uno sconosciuto».

Mi piace questo accostamento: in Munch la solitudine che diventa disperazione, a Emmaus la tristezza che si tramuta in gioia perché quella dei due non è più solitudine.

Sempre causalmente oggi tra le mie foto scattate un anno fa in Sardegna trovo una Emmaus originale. Abitualmente i tre vengono ritratti di spalle o di dietro. Questa volta invece sono ritratti mentre vengono verso di noi, quasi a coinvolgerci nel loro stesso cammino luminoso.

 

martedì 12 dicembre 2023

La pecora perduta

Ha cominciato a fare il pastore fin da bambino, all’età di sette anni. Appena tornava da scuola si avvolgeva in una coperta, prendeva il bastone e conduceva al pascolo circa 35 pecore, sulle montagne del Lesotho. 

Gli ho chiesto cosa pensa del vangelo di oggi: Gesù che racconta della pecora smarrita. 
"Gesù doveva essere un bravo falegname – mi ha risposto. Ma di pecore non se ne intendeva niente. Prima di tutto non si lasciano le pecore da sole sui monti, le si portano all’ovile. Poi una pecora non si perde mai da sola. Quando lasciano il gregge sono sempre in due o tre insieme. Se ne manca una vuol dire o che l’hanno rubata o che ha avuto una disgrazia". 

Quando Gesù racconta le parabole è sempre paradossale, esagerato. Anche in questo racconto. Se si discosta dalla realtà è proprio per farci capire quanto siamo importanti ai suoi occhi, quando ognuno di noi vale per lui. È pronto a dare la vita anche per uno solo di noi, anche solo per me.

lunedì 11 dicembre 2023

Il cammino e la meta

Il cammino dei due discepoli verso Emmaus il giorno di Pasqua è la parabola di ogni viaggio. Gesù non “appare” in mezzo a loro. Il Vangelo dice che “stette” in mezzo a loro. Un verbo forte che parla di concretezza, di stabilità. Con lui è tutta un’altra cosa: la tristezza si dilegua, i dubbi si sciolgono, la mente si dilata, il cuore scoppia di gioia... È di questo che ho parlato questa mattina alla comunità degli Oblati di Marino durante il ritiro mensile.

Ed essi, a loro volta, mi hanno dato la foto del dipinto che custodiscono nella casa del noviziato. Ce lo regalò la pittrice – suor Cesarina Giordani? – nel 1969-1970. P. Marino ne fu molto riconoscente, ma c’era un “ma”: non gli piaceva che la strada fosse chiusa dalle montagne, mancava una meta...

Quel quadro mi è stato sempre caro. I tre camminano contro vento, piegati in avanti, incuranti di tutto, dritti verso... la meta. Sì, la meta non si vede, è lontana, nascosta. Qui sta il bello. Proprio quando la meta non si vede occorre proseguire, con fiducia... tanto più che con noi c’è la Via, che è anche la Meta!

 

domenica 10 dicembre 2023

Un linguaggio nuovo per i tempi nuovi

«Chi ha affermato che la poesia e la possibilità di Dio si sono interrotte con Auschwitz pone questioni molto serie, che hanno segnato intensamente il dibattito filosofico e teologico della seconda metà del XX secolo. In effetti, entro un determinato ambito di comprensione è stato il suo collasso. Ciò che Etty intuì in maniera folgorante è che l’esperienza di quell’inferno storico richiede la necessità di una nuova grammatica. “Devo trovare un linguaggio nuovo”, scrisse. E l’ha trovato».

Mi hanno compito queste parole che ho trovato in una conferenza data di questi giorni all’Università del Laterano. 

E oggi, in questo cambiamento d’epoca, non si dovrà trovare un linguaggio nuovo? 

sabato 9 dicembre 2023

La lentezza di Dio e la speranza

 

“Alcuni parlano di lentezza” di Dio, scrive san Paolo nella lettura di questa domenica. Quando interverrà per mettere le cose a posto? E ce ne sono di cose fuori posto! Perché tarda tanto? A volte un solo giorno ci pare come mille anni e mille anni come un giorno solo...

Tutto passerà in un soffio ed ecco “nuovi cieli e una terra nuova, nei quali abita la giustizia”. Presto quando? Lasciamo fare a Dio.

“Noi, secondo la sua promessa aspettiamo… Perciò, carissimi, nell’attesa di questi eventi, fate di tutto perché Dio vi trovi in pace, senza colpa e senza macchia”.

Non è rassegnazione supina, ma slancio in avanti, pieno di fiducia, perfezionando l’attimo presente, facendo tutto nell’amore.

venerdì 8 dicembre 2023

Immacolata figlia del Padre

 

Immedesimandosi con il Padre, Chiara Lubich immagina come il Padre vede Maria, come sua figlia, naturalmente:


Guardai Maria e La vidi come Figlia mia e compresi in tutta profondità […] come la Mamma amasse il Padre e come Gli era ancella. La vidi edotta dal Figlio in amare il Padre amata dal Padre come il Figlio: la Figlia per eccellenza. La Figlia di Dio-la Donna d’Amore! Quant’è bella! (20 agosto 1949)


Nel mio ufficio, accanto al mio tavolo di lavoro, ho questa meravigliosa pittura dell’Immacolata figlia del Padre, che me la rende sempre presente e viva.