venerdì 30 giugno 2023

Per Giuda nessuna damnatio memoriae


Ho offerto una consulenza riguardo al fondatore dei Legionari di Cristo. Nei suoi confronti vi è una comprensibile damnatio memoriae, che si esprime nella abolitio nomis – innominato –, nella remozione delle sue immagini, nella dimenticanza dei suoi scritti.

Mi è venuta alla mente la figura del primo compagno di sant’Eugenio, espulso dalla comunità, anche se non se ne conoscono i motivi. Il suo nome, si diceva agli inizi, “non sarà più pronunciato tra di noi”. Al punto che nel primo documento della Società dei Missionari  di Provenza, il documento fondativo, la sua firma è stata raschiata fino a bucare il foglio! Sparito completamente…

Mi è venuta alla mente la figura di Giuda. Che diverso trattamento ha avuto nei Vangeli. Il suo nome non è stato cancellato, ma conservato con cura nell’elenco dei Dodici. Non si vergognano di dichiarare che è “uno dei Dodici”. Così lo si ricorda nell’ultima cena, quando Satana entra i lui: “era uno dei Dodici” (Lc 22, 3); nell’orto degli olivi, nel momento del tradimento, lo si qualifica ancora come “uno dei Dodici” (Mt 26, 47; Mc 14, 43; Lc 22, 47). Lo stesso in Giovanni (6, 71; 12, 4; 13, 2).

Non viene depennato dall’elenco dei Dodici. Lo si conserva con l’appellativo: “colui che poi lo tradì” (Mt 10, 4; Mc 3, 19), “che divenne il traditore” (Lc 6, 16). L’ultima apparizione nel Vangelo di Matteo lo designa ancora come “colui che lo tradì” (27, 3) e in Giovanni come colui che stava per tradirlo”, “il traditore” (18, 2.5). Gli Atti degli Apostoli, al pari dei Vangeli, non cancellano Giuda: è colui che “ha abbandonato per andarsene al posto che gli spettava” (1, 25).

Chissà con quanta tristezza veniva nominato. Non si smetteva comunque di nominarlo. Non si poteva non nominarlo: Gesù l’aveva chiamato, dopo aver passato una notte in preghiera; l’aveva chiamato anche se sapeva che lo avrebbe tradito; l'aveva tenuto con sé, aveva vissuto con lui, rivelando anche a lui l’amore del Padre, mostrando per lui il proprio amore come a tutti gli altri, fino a chiamarlo “amico”. L’ha tenuto con sé fino alla fine. Non poteva espellerlo prima che accadesse il peggio? Non ha voluto dividere la zizzania dal grano buono.

Giuda è addirittura presente nell’enunciato del kerigma stesso: “Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane…” (1 Cor 11, 23). È una formula antichissima, che Paolo aveva ricevuto e che quindi lo precedeva. Per parlare dell’ultima cena, dell’eucaristia, il momento più prezioso del dono di Gesù, c’era proprio bisogno di ricordare che quello era il momento del tradimento? Bisognava proprio che Giuda fosse presente anche nel kerigma? Come lo è presente quando nella liturgia preghiamo con la III preghiera eucaristica. Giuda è sempre lì, ogni giorno. Perché non è stata rimossa la sua imbarazzante presenza?

È un fatto sul quale occorre riflettere. La tentazione è sempre quella di avere una Chiesa di catari, di puri, che scarta i peccatori. A forza di scartare chi vi rimarrebbe, oltre Maria? Abbiamo vergogna di coloro che macchiano la nostra famiglia? Dobbiamo buttarli fuori? (dove?). Se non l’ha fatto Gesù, se non l’ha fatto la prima comunità cristiana, perché dovremmo farlo noi? Occorre il coraggio e l’umiltà per accettare tra di noi il tradimento, l’infedeltà, come l’hanno accettato Gesù e la prima comunità.

È d’obbligo citare l’omelia che don Primo Mazzolari tenne il 3 aprile 1958, Giovedì Santo, dedicata proprio a “Giuda, il traditore, Giuda mio fratello”: «Povero Giuda. Che cosa gli sia passato nell’anima io non lo so. È uno dei personaggi più misteriosi che noi troviamo nella Passione del Signore. Non cercherò neanche di spiegarvelo, mi accontento di domandarvi un po’ di pietà per il nostro povero fratello Giuda. Non vergognatevi di assumere questa fratellanza. Io non me ne vergogno, perché so quante volte ho tradito il Signore; e credo che nessuno di voi debba vergognarsi di lui. E chiamandolo fratello, noi siamo nel linguaggio del Signore. Quando ha ricevuto il bacio del tradimento, nel Getsemani, il Signore gli ha risposto con quelle parole che non dobbiamo dimenticare: “Amico, con un bacio tradisci il Figlio dell’uomo!”».

  

giovedì 29 giugno 2023

Quello schizzo rosso e vibrante come il fuoco

Al blog di ieri sulla Maddalena ho ricevuto una prima reazione, dal Canada: “Penso che Maria Maddalena sia una persona con la quale tutti possiamo identificarci! Vedere il grande amore di Dio per lei (attraverso il suo perdono) è sorprendente! Mi dà grande speranza, pace e gioia, per me stesso e per l’umanità”.

Un’altra reazione mi giunge da Parigi, da dove mi mandano la più bella immagine della Maddalena. Si trova a Napoli: la Crocifissione di Masaccio. Non aveva ancora 25 anni quando la dipinse. È parte di una grande pala le cui tavole sono sparse per mezzo mondo. Questa immagine conclude in alto la pala e quindi dovremmo vederla almeno a cinque metri di altezza (questo spiega perché la testa di Gesù è così incassata sulle spalle: andrebbe vista in prospettiva…)

Nel suo libro Lucia Toso mi ha insegnato come leggere questo quadro. Mi ha detto di coprire con la mano la vista di Maria Maddalena e guardarlo senza di lei. L’immagine apparirebbe immobile, bloccata, asfittica. “È come se trattenesse il respiro in attesa di trovare una via d’uscita, uno sfogo. Un modo per urlare. E un modo c’è, quindi Masaccio lo trova. La Maddalena”. “Masaccio accende una fiamma guizzante ai piedi della croce che illumina e movimenta la composizione, prima chiusa in una staticità improbabile durante un dramma che non può che sconvolgere tutti”. “… quella macchia rossa, i capelli biondi sciolti sulle spalle, il gettarsi a terra con le braccia levate a quel cielo da dove pare che Dio sia sparito, come credette persino Cristo. Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? egli chiede nella spaventosa solitudine del suo supplizio”.

Masaccio “lancia uno schizzo rosso e vibrante come il fuoco che arde dentro di lei… L’esplosione del dolore della Maddalena manda in frantumi la composizione di Maria e Giovanni e la lenta agonia di Cristo, lanciandoli verso l’alto, nella direzione delle sue braccia. È come se si crocifiggesse anche lei, la testa incassata nelle spalle al pari del Maestro…. È lei di cui sentiamo l’urlo anche se è l’unica di cui non vediamo il volto perché, una volta di più, la Maddalena s’identifica col suo gesto e col suo corpo e ci commuove per lo strazio che la prostra a terra. Diventa nostra la sua terrena, incontenibile reazione di fronte a quello che gli uomini stanno facendo a un Dio fattosi l’uomo da lei tanti amato”.

Andrò a Napoli solo per vedere questo piccolo quadro di 63 centimetri per 83.


mercoledì 28 giugno 2023

La più innamorata di Gesù

Sarà una mia piccola mania oppure una passione, ma quando visito chiese e musei sono subito attratto dall’immancabile quadro che raffigura Maria Maddalena, presente in ogni chiesa e in ogni museo. Nella storia dell’arte pochi personaggi evangelici sono stati amati e rappresentati più della Maddalena. Dopo la Madre di Dio, santa Maria Maddalena è non solo la donna più citata nei Vangeli, ma anche la più rappresentata nell’arte sacra di tutti i tempi.

Così, dopo aver visitato il museo diocesano di Cortona, che contiene tra l’altro una magnifica Maddalena di Luca Signorelli, ho comprato e letto un recentissimo libro di Lucia Toso, Maddalena, una donna, tante donne, che ne racconta la storia nella pittura italiana. Un incanto! Che ti fa innamorare ancora di più di questa donna straordinaria, la più innamorata di Gesù.


martedì 27 giugno 2023

lunedì 26 giugno 2023

Marcello Zago: Il dialogo delle religioni

Marcello Zago «è stato una grande personalità della Chiesa nella seconda metà del Novecento. È un’affermazione che può sembrare esagerata, perché questa figura di religioso e di vescovo non ha mai occupato la scena né è mai comparsa sui giornali o nei dibattiti. Eppure mons. Zago ha incarnato i grandi problemi del cattolicesimo sugli scenari del mondo: la missione del Vangelo e il dialogo con le religioni». Così Andrea Riccardi, che lo ha conosciuto personalmente e con il quale ha collaborato.

Inizia con questa significativa citazione l’articolo che ho appena pubblicato su “Il Regno – Attualità”: Marcello Zago. Il dialogo delle religioni. Il titolo della rubrica è significativo: "Sulle spalle dei giganti. Storie cristiane del nostro tempo".

Termino l’articolo con queste sue parole «Rispetto, collaborazione, dialogo, libertà, reciprocità sono esigenze del vivere comune; questi atteggiamenti e questi valori non si acquistano d’un tratto e una volta per sempre. Sono un cammino da percorrere, sono una cultura da promuovere. (…) Il dialogo è una necessità nel mondo attuale globalizzato, pluralista e mobile. È una responsabilità di tutte le religioni».

Sto iniziando a ricevere numerosi reazioni positive, anche se brevissime del tipo: “Fa bene al cuore e alla mente ricordare p. Marcello e il suo messaggio”; “È bellissimo”; “Ottimo”; “Quegli anni erano di grande ispirazione e p. Marcello Zago era l'uomo giusto per il dialogo interreligioso”; “Capolavoro... Grande Marcello Zago... Grazie”; “Bellissimo articolo! Quanti ricordi e momenti tutti vissuti intensamente con Marcello!”; “Ottimo ritratto del P. Marcello Zago come grande teologo e passionato della missione e del dialogo!

(Naturalmente non manca un segno di autenticità per dire che l’ho proprio scritto io: invece che nel 1986 l’ho eletto superiore generale nel 1976).

domenica 25 giugno 2023

Un sì lungo 50 anni

 

«Tutto era iniziato ad Ancona, quando incontrai sr. Michela, un vulcano di donna. Allora era responsabile del Villaggio delle ginestre, il Centro per disabili a Recanati. Cercava un direttore sanitario e le fu fatto il mio nome. (…) Suor Michela. Carattere forte come me, qualche volta erano scintille. Ma quando ci si vuol bene le divergenze non infrangono l’amicizia, anzi la rinsaldano, e dopo ogni burrasca tornava il sole. Avrei potuto affiancarla nel lavoro di  coordinamento di progetti di sviluppo e di inclusione di bambini e ragazzi con disagio e con disabilità in Paesi in via di sviluppo, in particolare in Africa. L’ho seguita a Roma, al Don Guanella». Così Simonetta Magari mi racconta di suor Michela.

Ho incontro suor Michela in maniera del tutto fortuita, per ben altre questioni, e così ho scoperto il suo legame con Simonetta. Soprattutto ho scoperto, come dice Simonetta, una donna energica, piena di creatività. Direttrice dell’Opera femminile don Guanella di Roma, mi mostra gli orti a cui ha dato vita per rendere attivi le donne disabili, mi parla delle iniziativi per coinvolgere parenti e amici… è anche una grande studiosa, storica e scrittrice! Ho letto la storia che ha scritto su don Guanella, e ho visto altre opere di valore. Oggi festeggia 50 anni di vita religiosa assieme ad altre quattro sorelle. Tutto il Centro don Guanella è in festa. Le donne disabili fanno da chierichetti, con tanto di camice: “Abbiamo fatto tante prova e ora siamo pronte”: candelieri, incenso… In chiesa si leva qualche grido, ma è normale. Qualcuno attacca a cantare “Happy Birthday to you…”, ma è normale…

Nel libretto per la liturgia vi è la foto del discorso dattiloscritto che fece 50 anni fa mons. Canestri in occasione dei primo voti delle suore. Che impressione rileggerlo dopo 50 anni. Tra l’altro scriveva:

«Nella fiducia in Dio e in quel cuore adorabile del Signore che ci aspetta ogni giorno nella S. Eucarestia imparate a ripetere il vostro “Sì”, quel “Sì” che direte fra pochi momento perché i Voti sono un “Sì” in risposta al Signore: sappiatelo dire giorno per giorno soprattutto nell’incontro soavissimo con Cristo nell’Eucarestia, sappiate camminare ogni giorno mano nella mano d Maria. (…) Fra 25 anni, fra 50 anni quando farete la professione d’argento e d’pro nel ricordo che sarà un po’ velato di questo giorno, anche se con la voce un po’ tremante, vi auguro che possiate dire: “Signore ti ringrazio perché nonostante tutto ho saputo mantenere fede al mio “sì” di quel giorno ed ho saputo ogni giorno dire il mio Magnificat facendo miei i sentimenti della Madonna».



sabato 24 giugno 2023

Perché non dobbiamo avere paura?


Con forza lo asserisce e per tre volte lo ripete: “Non abbiate paura”: «Non abbiate dunque paura di loro… E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima; abbiate paura piuttosto di colui che ha il potere di far perire nella Geènna e l’anima e il corpo. Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro. Perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati. Non abbiate dunque paura».

Mandando i discepoli in missione – siamo tutti “mandati” – Gesù sapeva che sarebbe capitato a noi come a lui: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”. Così è stato, è, e continuerà ad essere per tanti cristiani. In maniera violenta, dalla lapidazione di Stefano alle stragi in massa in Sudan, in India... Il martirologio cristiano ogni anno si arricchisce di decine e decine di uomini e donne uccisi perché hanno testimoniato il Vangelo e quindi sono scomodi: la verità fa male.

Più spesso, nei nostri ambienti, si avverte una persecuzione diversa, più sottile e quotidiana: chi vive con sincerità il Vangelo è ridicolizzato, emarginato, additato come arretrato, fuori dal mondo… Allora la paura rischia di paralizzarci. Meglio seguire la corrente, fare come fanno tutti… E il sale diventa insipido, la luce si smorza e si nasconde, la parola si soffoca e tace- La paura suggerisce un quieto vivere e così uccide l’anima.

Perché non dobbiamo avere paura? Perché la verità si fa strada da sola, è più forte dell’opinione. La Parola di Gesù rimarrà mentre tutto il resto passerà. Perché ha vinto la morte con la risurrezione. Anche per noi l’ultima parola non la dirà la morte e chi può uccidere il
corpo. La dirà Gesù che è
la Resurrezione e la Vita e dona la vita vera.  Perché qualunque cosa ci accada siamo in buone mani, in quelle del Padre. Siamo al sicuro: lui vede e provvede.

venerdì 23 giugno 2023

E venne ad abitare in mezzo a noi

Dopo essermi soffermato brevemente sulla Pasqua (Testamento di Luce. Le ultime parole di Gesù, Editrice Rogate, Roma 2022, 112 p.), ho pensato di fare come Matteo e Luca e sono tornato indietro nella vita di Gesù giungendo al Natale. Con il mio solito metodo: una meditazione semplice sui Vangeli per conoscere sempre meglio il mio Signore e riviverne il mistero. Ho così preparato un libro sul Natale. Troppo presto? Ma perché sia in libreria a Natale deve essere pubblicato in estate! Sono 25 brevi capitoletti. Ognuno di essi termina con uno scritto tratto dai miei appunti di diario degli ultimi trent’anni. Ecco dunque il 25° capitoletto, l’ultimo, il più breve di tutti, perché a questo punto il lettore si sarà già stancato (vi risparmio la mia pagina di diario che è del 1992)

Dopo esservi voltato verso di noi, il Figlio di Dio pensò di emigrare sulla terra: «venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Non si costruisce una residenza di lusso, di pietra e di marmo, non ha intenzione di fermarsi stabilmente tra di noi. Mette su una semplice tenda, si attenda. Letteralmente, secondo il verbo eskénosen, dovremmo infatti tradurre: “Pose la sua tenda in mezzo a noi”. La radice greca è la stessa della parola ebraica con la quale, nell’Antico Testamento, si indicava la tenda dell’incontro fra Dio e Israele, la mishkan, la casa, l’abitazione di Dio sulla terra. Eskénosen (s-k-n), mishkan (s-k-n).

All’inizio la mishkan era il santuario mobile che veniva montato e smontato durante le tappe del cammino nel deserto. Il nome rimase anche quando la tenda dimora divenne un tempio vero e proprio, in Gerusalemme. La tenta-tempio dell’Antico Testamento era fatta di teli o di pietre, la nuova tenda-tempio di Gesù è fatta dal suo corpo, di “carne”.

Dio l’invisibile si può adesso vedere, manda il figlio suo proprio perché possa esser veduto: «Chi vede me, vede il Padre che mi ha mandato» (Gv 12, 45). «Toccate e guardate» (Lc 24, 39). Adesso Dio non soltanto lo si può vedere, ma anche toccare. E lo toccano, lo abbracciano le donne, Maria Maddalena, Tommaso… è l’Emmanuele, il Dio con noi, il Dio tra noi, che abita in mezzo a noi.

Non soltanto il suo corpo diventa tempio di Dio, lo diventa anche la sua comunità, corpo di Cristo! La tenda che pianta in mezzo a noi ci raccoglie tutti in un’unica dimora.

L’incarnazione inaugura la grande promessa: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28, 20); «Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro» (Mt 18, 20).

Sì, bastano due o più per montare la tenda di Dio. Due o più uniti possono trovarsi ovunque, in famiglia, per strada, sul lavoro, nei luoghi dello studio e dello svago, nei conventi e nei parlamenti, al bar e al supermercato. Ogni luogo può trasformarsi nel luogo dove Dio pone la sua dimora e si rende presente: «Se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi» (1 Gv 4,12).

Gesù pervade e informa di sé la comunione dei “due o più”, porta il Regno di Dio in mezzo a noi (Lc 7, 21). L’esperienza mistica del «Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20) si fa esperienza ecclesiale, del Corpo mistico, reale, di Cristo tra noi. Ogni convivenza, da quella familiare a quella diocesana, da quella dell’azienda a quella sportiva, da quella del clan a quella delle nazioni, è chiamata a diventare «una vera famiglia adunata nel nome del Signore» che, «con la carità di Dio diffusa nei cuori per mezzo dello Spirito Santo», «gode della sua presenza (cf. Mt 18,20)» (Perfectae caritatis, 15). “Gode”: è l’esperienza mistica collettiva, adempimento della promessa del Natale.

mercoledì 21 giugno 2023

Il ritratto di padre Mario Borzaga

 

Napoli, 31 Ottobre 1957. Con nel cuore pensosi misteri, tutta la notte d’autunno è caduta sul mare. La motonave Victoria, bianca come ala di colomba, illuminata sussulta”.

Inizia così il nuovo libro dove, assieme a Paolo Damosso, riporto scritti inediti di padre Mario Borzaga. Sarà pubblicato a settembre da “Vita Trentina”.

In Polonia, nella casa della missione a Poznan, c’è una cappella dedicata a padre Mario. Proprio oggi ricevo la foto del quadro che hanno fatto in suo onore, per collocarlo nella cappella. È ritratto con gli altri beati martiri Oblata e con il suo catechista, anche lui beato martire. È al centro del quadro sia perché è il primo degli Oblati a subire il martirio, sia perché la cappella è dedicata a lui.

Quella pagina del 31 ottobre 1957, che descrive la motonave Victoria che lascia Napoli verso l’estremo Oriente, termina con: “… il brontolio sordo dei motori di una nave che parte. E lo sciabordio delle onde. Un raggio di luna l’addita lontana sul mare.

 

martedì 20 giugno 2023

La benedizione di zio Cappuccino

 

Il blog è una specie di monologo, una serie di brevi riflessioni e appunti personali. Raramente mi giungono reazioni e quando arrivano solitamente sono inattese, come quelle sul breve ricordo di ieri dello zio Cappuccino (che era zio del mio babbo; era fratello del nonno…). Oltre ai like:

Dal Brasile: Che belle storie! Di sicuro sono rimaste “le benedizioni”... e direi… anche abbondanti!!! GRAZIE!!!

Dalla Sardegna: Quando piccolino ti hanno messo nella cella? Eri un predestinato da Dio, ed è stata una buona riuscita. Dio ti Benedica. 

Da Genova: Anche io andavo a trovare le sorelle di papà, zia suor Maria Elena e suor Maria Geltrude, monache di clausura della Visitazione, in un convento bellissimo vicino al cimitero di Chiavari.  A non mi hanno mai fatto andare da loro in clausura. Restavamo sempre in parlatorio e le vedevamo al di là di due grate. Solo papà poteva andare, come medico perché visitava le suore più acciaccate. Noi chiacchieravamo per un paio d’ore e loro erano sempre allegre e sorridenti, felicissime di vederci. Papà ci diceva che le suore di clausura erano l’arma segreta della Chiesa, e a noi che gli chiedevamo stupiti: “Perché?” rispondeva: “Perché pregano, ecco perché: hanno un filo diretto col Capo, loro!”. Adesso che mi hai fatto pensare a loro parlando di tuo zio Evangelista, mi viene in mente che ho voluto loro tanto bene, ma non le ho mai potute abbracciare, né dare loro un bacino, soltanto stringere le loro dita quando era il momento dei saluti. Questo ora mi fa un po’ malinconia, ma sotto sotto son sicura che in questo momento, loro continuano a pregare per me e per tutti noi, come hanno fatto in tutta la loro vita.

Su Padre Evangelista avevo già scritto tempo fa:

https://fabiociardi.blogspot.com/2018/09/saltacancelli-frate-allantica-1.html

https://fabiociardi.blogspot.com/2018/09/salcacancelli-frate-allantica-2.html

https://fabiociardi.blogspot.com/2018/09/saltacancelli-frate-allantica-3.html

lunedì 19 giugno 2023

Al Convento delle Celle con benedizione


“Mettiamolo a dormire nella cella di sant’Antonio, sarà una benedizione per il bambino”. Il bambino ero io, quattro cinque anni, e la cella quella nel convento delle Celle a Cortona, le cui origini risalgono allo stesso san Francesco: era il primo convento che egli fondava dopo l’esperienza di Assisi. Un convento famoso, dove dettò il suo Testamento. 

Chi invitava i miei genitori a farmi riposare, dopo pranzo, nella storica cella era il vecchio zio Cappuccino, padre Evangelista da Prato - al secolo Tommaso Ciardi -, classe 1883. Mi ricordo vagamente che quando mi svegliai cominciai a piangere trovandomi solo e al buio…

Ieri, visitando Cortona e le Celle, mi sarebbe piaciuto entrare in convento e salire fino alla cella di sant’Antonio, sopra quella di san Francesco… ma c’è la clausura, quella che non c’era una volta per un bambino, ormai diventato troppo grande. Speriamo sia rimasta almeno la benedizione...



domenica 18 giugno 2023

Con Simonetta a Macerata e Porto Potenza Picena

https://youtu.be/IiMUKXRw3DE

Ancona? Mi ero ambientata così bene a Marino. Ogni tanto andavo verso Castelgandolfo per vedere il mio mare di Anzio. Mi si spalancava sempre il cuore, grande come il mare. Mi lasciavo colorare dai colori del tramonto. 

Ancona? Ma qui mi si capovolge il mondo. Giungo che sta calando il sole. Ma dov’è il sole? Guardo il mare, grigiastro, con un cielo scialbo, slavazzato. Dov’è il sole? Dietro i monti? Dall’altra parte? Mi si è capovolto il mondo.
È proprio un capovolgimento. La vita è così. Lo sto imparando. Il sole una volta te lo vedi tramontare sul mare e un’altra dietro le montagne. Che bella la mia vita. Hai lasciato una casa e te ne ritrovi centro, una famiglia e te ne ritrovi cento. Ovunque pellegrina e straniera e ovunque a casa. Cittadina del mondo”.

Così Simonetta Magari. Così anch’io giungendo ad Ancona per la presentazione del suo libro.

Nella prima presentazione a Macerata è apparsa più la dottoressa, nella seconda a porto Potenza Piceno lei come persona nella sua esperienza umana. In ambedue i momenti non è stata una presentazione del libro ma un racconto della sua vita, che ha preso tutti.





sabato 17 giugno 2023

Siamo noi oggi Pietro, Giacomo, Giovanni...

Gesù vede folle sbandate, che hanno perduto l’orientamento. Le corde del suo cuore vibrano all’unisono con il vissuto umano. Avverte il disagio, le frustrazioni, le paure, l’incertezza del futuro che ci accompagna nel cammino senza più meta. Non giudica il nostro sbandamento. Piuttosto lo fa patire e lo muove a pietà, condivide, sente compassione, “com-patisce” con noi. Non “com-passione” sterile, ma spinta a risposta concreta. In altre pagine il Vangelo racconta che, mosso dalla compassione, Gesù si è fatto Maestro per insegnare la verità, Pastore per indicare la via, medico per risanare le malattie e pane per saziare la fame e donare la vita.

Oggi, in questa pagina di Vangelo, diversa è la risposta. Si rivolgi ai suoi discepoli per renderli consapevoli dei problemi delle folle: la messe è abbondante e non c’è chi le raccolga.

Ci rialza lo sguardo e ci renda coscienti della situazione di abbandono di quanti ci sono attorno. Ci vuole dimentichi di noi, dilata il nostro cuore alla compassione, ci inculca i tuoi stessi sentimenti, ci insegna a percepire le necessità dell’umanità.

Poi, dopo averci resi sensibili alla vastità dei problemi – la molta messe –, quando potrebbe subentrare lo scoraggiamento, ci insegna a rivolgerci al Padre, al quale già sono note le nostre necessità, perché sia lui, l’Onnipotente, a venire incontro con l’immensità del suo amore.

Nasce la confidenza, la preghiera, la fiducia in un futuro diverso per il mondo intero. “Chiedete e vi darò in eredità tutte le genti”. E noi preghiamo il Padre perché tutti siano uno e il mondo creda.

Ma ecco, nel suo agire, un terzo momento, inatteso, che ci sorprende. Dopo averli fatti pregare il Signore della messe perché mandi operai nella sua messe, invia i suoi stessi discepoli a compiere, tra le folle inerti, quello che egli solo sa fare: insegnare, curare, sfamare…

È così che il Padre risponde alla nostra preghiera? Chiediamo che egli mandi qualcuno, e lui manda proprio noi che stiamo chiedendo! Aspettavamo che l’aiuto giungesse dal di fuori, che arrivassero persone capaci, e invece affida a noi un campo così vasto. Si fida di noi… Incredibile!

Mi tornano alla mente quando scrisse il m io babbo Leonello: «Gesù non poté fare da solo l’opera della redenzione, ma tutta la Sua vita fu coinvolta col popolo e tutti furono protagonisti, chi in bene chi in male. Dicendo: “Sarò con Voi fino alla fine del mondo; manderò Voi a nome mio; fate questo in memoria di me”, vuole coinvolgere anche noi nella Sua opera redentrice. Ha bisogno di Apostoli per la diffusione del Suo Regno in ogni parte del mondo; di anime che lo ascoltano, lo comprendono, lo amano, lo consolano nell’angoscia: “Restate qui e vegliate con Me”. Allora aveva bisogno di Pietro, Giacomo e Giovanni, oggi ha bisogno di noi. Noi siamo Pietro, Giacomo e Giovanni…».

venerdì 16 giugno 2023

A Casa Santa Rosa

 

Il piccolo villaggio di Santa Rosa sembra un alveare. I ragazzi dei campi scuola estivi schizzano di qua e di là in mille giochi e attività. I bambini autistici arrivano ogni giorno per i servizi ambulatoriali e per i laboratori teatrale, musicale, di ceramica, di danza… ma anche l’attività con gli asini, il lavoro negli orti. Gli orti cittadini sono aperti a chiunque voglia intraprendere una propria coltivazione, e anche qui è tutto un va e vieni di persone che danno normalità a un centro tanto particolare come questo. I disabili meno gravi passeggiano per i viali, si dedicano ai servizi più vari, escono da soli, prendono l’autobus, si avventurano nella città. Vi è integrazione e collaborazione con i genitori e le scuole del quartiere. Le donne che non si vedono sono invece quelle ricoverate con disabilità più gravi: non hanno più famiglia o se l’hanno non può sostenere cure e assistenza così esigenti e continue. Poi gli assistenti, il personale medico, la cooperativa per i vari servizi...

Su tutto aleggia la carità di don Guanella e delle sue suore. “La c’è la Provvidenza”, direbbe ancora il Renzo dei “Promessi sposi”.

Un villaggio insediato nel parco dell’Appia Antica, sulla quale ha uno degli accessi dal quale anch’io esco e entro nei pochi momenti liberi per immergermi nella storia antica, in quanto rimane dei monumenti di un tempo, nella natura silenziosa.

Giorni preziosi e belli, di contemplazione dell’amore di Dio e di condivisione con i Guanelliani e le Guanelliane…






giovedì 15 giugno 2023

Cuore per Cuore


 

Festa del Cuore di Gesù

“Dammi d’amarti, Signore,
con amore immenso come immenso è il tuo amore.
Dammi d’amarti, Signore,
con lo stesso tuo Cuore”.

 

martedì 13 giugno 2023

Con don Guanella sull'Appia Antica

 

La natura è cambiata, non più abeti e betulle, ma pini, cipressi, eucalipti, olivi, aranceti… Non sono più in Polonia, ma sulla via Appia, nelle prime miglia da Roma. Una natura diversa e ugualmente bella, accanto a una storia millenaria. Cammino sui basoli, le grandi pietre di basalto della via consolare sui quali sono passati le legioni, Pietro, Paolo…

Proprio qui si erge una delle tante opere di don Guanella, che in questi giorni ospita i due consigli generali, maschile e femminile, ai quali sto dando gli esercizi spirituali. Mi hanno chiamato perché due suore sono state mie alunne, perché avrei parlato anni fa agli studenti guanelliani… tutte cose che non ricordo, ma sembra che loro le ricordino. Poi ho scritto il libro sul  direttore sanitaria del don Guanella in via Aurelia Antica…

Mi impressiona sentire questi religiosi e queste suore parlare del loro fondatore, lo nominano di frequente, con naturalizza, citando parole e fatti, come fosse ancora lì con loro. Ne ho letto la autobiografia, dalla quale traspare un uomo concretissimo, pieno di iniziative, caotico, senza requie, un uomo di fatti e di passioni, con desideri grandi e altrettante realizzazioni.

Per don Luigi Guanella, santo, Dio è accanto, vicino, “la Bontà per essenza”: “rassomiglia al sole, il quale sta nel mezzo del cielo e intanto manda la sua luce e il suo calore tanto al monte che al piano, allo scoglio come al mare e guarda a tutti e, nello stesso tempo, rivolge i suoi raggi a te, come se non avesse che provvedere a te solo. Perché come in ogni angolo della terra il sole illumina, così devi ricordare che in ogni parte del mondo il Signore dall’alto ti scorge per soccorrerti”.




lunedì 12 giugno 2023

Il primo Oblato martire ad essere beatificato

Ho lasciato la Polonia senza poter celebrare la festa di Padre Józef Cebula, il primo Oblato riconosciuto come martire dalla Chiesa. Fu beatificato il 13 giugno 1999 da Giovanni Paolo II insieme a 107 compagni, vittime come lui della furia nazista. Nato in una famiglia di origine polacca il 23 marzo 1902 a Malnia, piccolo villaggio dell'Alta Slesia, decise di diventare Oblato durante un pellegrinaggio al santuario mariano di Piekary. Ordinato sacerdote il 5 giugno 1927, il suo ministero principale fu quello della formazione. Quando i nazisti invasero la Polonia, continuò il suo ministero nonostante le severe restrizioni, fino a quando fu imprigionato a Mauthausen. Qui doveva spaccare grosse pietre e portarle sulle spalle salendo una scala di 144 gradini sconnessi, sotto i colpi delle guardie che pretendevano che intonasse inni sacri. Non si lamentava mai, anzi il suo atteggiamento ispirava venerazione ai compagni, che cercava di consolare e coi quali spartiva il poco cibo. Le SS si divertivano a fare con lui giochi perversi. Il 9 maggio 1941 lo colpirono con otto pallottole e lo trascinarono, ancora vivo, al forno crematorio. La festa liturgica è oggi 12 giugno.

Questo il ricordo di uno dei testimoni:

La vita di Padre Cebula, durante gli arresti domiciliari, è dolorosa; diventa ancora più difficile dopo che gli altri Oblati vengono deportati in campo di concentramento. Vive con due fratelli oblati laici in una stanza e condivide con essi la triste sorte. Quante precauzioni da prendere, quante attenzioni per non pregiudicare se stesso e gli altri, mentre adempie il suo ministero sacerdotale. Durante il giorno lavora come semplice operaio e durante la notte celebra la Messa, e segretamente, porta il conforto ai moribondi, benedice matrimoni e battezza i neonati. Nel febbraio del 1941, gli viene categoricamente proibito di esercitare qualsiasi ministero sacerdotale. Nonostante questo, celebra il Santo Sacrificio ogni giorno a mezzanotte, nelle rimesse agricoli o spesso anche in cantina, accompagnato solo da un fratello.

Sente che presto sarebbe arrivato il momento nel quale non avrebbe più potuto portare Gesù sulla terra martoriata di Kujawy. Il 2 aprile, dopo la messa, celebrata a mezzanotte, dice al fratello, che gli era rimasto sempre fedele: "Fratello, oggi è stata l'ultima volta che ho festeggiato l’offerta a Dio. Vi consiglio di confessarvi da me per l'ultima volta".

Tutto avviene come predetto. Il giorno dopo, durante il pranzo, la polizia fa irruzione e porta padre Cebula al campo di concentramento di Inowroclaw. Lì trova altri sacerdoti e subisce dure torture, insieme al vescovo Kozal, futuro martire di Dachau. Poi vengono separati in Poznan e il 7 aprile 1948, è portato nel campo di concentramento di Mauthausen.


domenica 11 giugno 2023

A casa ovunque

Da Obra ci siamo spostati a Poznan. Visita alla facoltà di teologia, dove insegnano gli Oblati e di cui fa parte lo scolasticato di Obra. Una biblioteca da sogno, in un edificio appena inaugurato: cinque piani con una scala originalissima (naturalmente evitiamo l’ascensore perché la scala invita a salire a piedi per godercela, scalino dopo scalino, accompagnati dalle frasi della Scrittura incise lungo il percorso). Dall’ultimo piano la città si stende in tutta la sua bellezza. Poi la cattedrale, che sorge sulla più antica chiesa della Polonia, le cui origini risalgono alla fine del decimo secolo, e la chiesa della Madonna d’un gotico da sogno.


Il centro missionario degli Oblati è un luogo creativo d’animazione: la rivista (20.00 abbonati), il sito web aggiornato in tempo reale, i contatti con quanti sostengono le missioni, la spedizione di prodotti provenienti del commercio equi-solidale… Tutto nelle mani di ragazzi e ragazze giovani. La casa provinciale è un centro missionario anche perché da qui si parte verso le diverse parti della Polonia per le missioni parrocchiali e la predicazione. Le nuove sfide sono la società secolarizzata, l’indifferenza verso la Chiesa, soprattutto da parte dei giovani… Gli Oblati vanno avanti imperterriti, facendo di tutto per innovare il loro stile missionario.

In questi due giorni mi sposto in varie parti della città. All’inizio mi sembrava che in città ci fossero molti parchi, poi mi sono reso conto che c’è un solo grande parco con dentro, qua è là, brani di città. Tutto pulito! I fiori lungo le strade, i prati rasati… Il traffico ordinato… Mi viene spontaneo, ma non si deve fare, il confronto con Roma (che ha altre bellezze, per fortuna). Non mancano laghi, aree attrezzate per lo sport… Dell’opprimente grigiore uniforme del tempo del comunismo sovietico non c’è più neppure il ricordo.

Il pomeriggio di venerdì e tutto il sabato è un incontro senza interruzione con il focolare in tante delle sue espressioni. Anche qui sono a casa come con gli Oblati. Che bello essere a casa ovunque!





 

sabato 10 giugno 2023

Ogni giorno Corpus Domini

 

Ogni giorno di questa settimana mi sembra domenica! Anche la festa del Corpus Domini continua per tutta la settimana. Ogni sera, dopo la messa vespertina, nelle parrocchie si ripete la processione con il Santissimo Sacramento, più sobria di quella del giovedì, limitata ad un giro attorno alla chiesa, ma pur sempre solenne… e non mancano poche bambine che continuano a spargere fiori…

Ho parlato con alcuni parroci di Poznan sull’importanza di queste processioni, autentica testimonianza di fede per tanti, ma anche dell’indifferenza se non l’ostilità di altri. La Polona di oggi non è più quella di ieri. Ho ricordato loro la molteplicità delle presenze di Cristo, non soltanto nell’Eucaristia, ma anche in noi, in mezzo a mezzo a noi. Gesù si lascia mangiare da noi nell’Eucaristia perché diventiamo noi Eucaristia, perché sia la nostra vita a portarlo per le strade, nelle case… Noi Eucaristia del mondo, così come lui è Eucaristia per noi.

 

venerdì 9 giugno 2023

Corpus Domini a Obra




La gioia di queste bambine che lanciano a piene mani petali di fiore davanti a Gesù Eucaristia per le vie del paese è la più bella immagine che mi porto dietro dalla Polonia. Qui la festa del Corpus Domini si celebra il giovedì dopo la festa della SS. Trinità. L’antica chiesa degli Oblati dopo il recente restauro è splendente. La celebrazione è solenne, partecipata. Molte persone devono seguire la Messa sulla piazza perché la chiesa non può contenerle tutte.

La processione si snoda per le vie del paese. C’è aria di festa! Aprono il corteo bambini e bambine vestititi di bianco. Le bambine più piccole ripetono in continuazione: “Santo, santo, santo il Signore dell’universo” e al termine di questa proclamazione lanciano sulla strada una manciata di petali, poi riprendono… per tutto il tempo della processione, che dura un’ora e mezzo. Le più grandicelle, una dopo l’altra, vengono davanti al baldacchino sotto il quale viene portato il Santissimo e lanciano in aria la loro manciata di petali di fiori. Intanto la piccola banda accompagna i canti. Le donne scortano la processione con i ceri accesi. Chi non è in processione segue lungo la strada. Davanti agli altarini predisposti lungo il percorso ci si ferma, si canta il Vangelo, si dona la benedizione… Le frasche con cui sono addobbate gli altari vendono prese per benedizione, come i rami d’ulivo la domenica delle Palme.

Queste cose non si fanno più, ma qui siamo in Polonia e la tradizione permane. Una tradizione bella, che mette in preghiera e in festa tutto il paese.