domenica 21 giugno 2026

Jacopa de' Settesoli a Rieti

Una settimana tutta di presentazioni di libri. Oggi ultimo sprint a Rieti per presentare Jacopa de' Settesoli, la fedele compagna di san Francesco, un libro che ha la mia introduzione.

Ne ho già parlato in occasione della prima presentazione:

https://fabiociardi.blogspot.com/2025/12/jacopa-de-settesoli-comes-di-francesco.html

Sabina Viti, l’autrice, crede nel suo lavoro e lo sta proponendo qua e là, e io cerco di assecondarla, perché questa Frate Jacopa è una donna che merita davvero di essere conosciuta, anche per la sua straordinaria azione sociale, capace di rivoluzionare l’economia di una città come Marino, dando le terre ai contadini, creando un clima di fiducia e di solidarietà: modello di imprenditrice, di donna d'azione di fede...





sabato 20 giugno 2026

Bambini in Paradiso


 

Un’altra presentazione del libro Paradiso ’49? Ebbene sì, lo merita visto che in un mese siamo già alla quinta ristampa. Ma questa volta avevo un pubblico scelto: una quindicina di bambini! Troppo bello.

Ecco alcuni dei loro disegni





venerdì 19 giugno 2026

All'Aquila: Presentazione di Lacrime e stelle


 

Il tour per la presentazione del libro “Lacrime e stelle” è all’ultima tappa. Dopo Roma, Pescara, Taranto, Matera, Firenze, Siena, Reggio Calabria, Cosenza, Vasto, eccomi adesso a L’Aquila. Riprenderemo dopo l’estate con Napoli…

La presentazione del libro è avvenuta nell'ambito delle manifestazioni di "L'Aquila capitale della cultura 2026".

La giornalista Sabrina Giangrande l'aveva annunciato così sul "L'Aquila Blog:

UN VIAGGIO NELLA VITA E NEL CARISMA DI CHIARA LUBICH

L’AQUILA – Nella Sala Rinascimentale di Palazzo Alfieri, in via Fortebraccio 54, presso le Suore Micarelli, venerdì 19 giugno 2026, alle ore 17, sarà presentato il volume “Lacrime e Stelle. Per una autobiografia di Chiara Lubich. Gli inizi”, scritto da Padre Fabio Ciardi e pubblicato da Città Nuova. Un viaggio nella vita e nel carisma di Chiara Lubich.

L’iniziativa, patrocinata gratuitamente dal Comune dell’Aquila, offrirà l’occasione per approfondire la figura di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari e tra le personalità spirituali più significative del Novecento. A dialogare con il pubblico sarà lo stesso autore, Padre Fabio Ciardi, professore emerito presso l’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” di Roma e direttore del Centro Studi dei Missionari Oblati di Maria Immacolata.

L’incontro sarà arricchito dall’intervento di S.E.R. Mons. Antonio D’Angelo, Arcivescovo dell’Aquila.

Sul retro di copertina del volume compare una delle riflessioni più intense di Chiara Lubich: «Quando si parla d’amore, Signore, forse gli uomini pensano a una cosa sempre uguale. Infatti si dicono infinite cose con un verbo. Lo sapevo che Dio è amore, ma non lo credevo così». Una frase che racchiude il cuore della sua esperienza spirituale e della sua testimonianza umana.

Nata a Trento nel 1920, Chiara Lubich comprese, nel pieno delle devastazioni della seconda guerra mondiale, che il Vangelo poteva rappresentare una risposta concreta alle sofferenze e alle divisioni del mondo. Da questa intuizione nacque nel 1943 il Movimento dei Focolari, fondato sull’amore reciproco, sulla fraternità universale e sulla condivisione dei beni, ispirata alla vita delle prime comunità cristiane.

giovedì 18 giugno 2026

Una Chiesa tutta carismatica

 

Presentazione del libro “Un magnifico giardino”. Non si è trattato della presentazione classica, ma  di un’occasione per riflettere insieme sulla dimensione carismatica della Chiesa; riflessione condotta magistralmente da sr. Mary Melone, attuale superiora generale delle Suore Francescane Angeline, già rettore dell’Università Antonianum.

A proposito del libro: José Damián Gaitán ha scritto una bella e lunga recensione su “Revista de Espiritualidads”. Parlando del mio ultimo capitolo, conclude dicendo che esso «risponde a domande come: Cosa ha attratto alcuni religiosi al carisma di Chiara Lubich? Cosa hanno ricevuto da questo carisma, all'epoca, nuovo nella Chiesa? Qual è stato il contributo dei religiosi alla sua comprensione e al suo sviluppo storico? Secondo l'autore di questo capitolo, il contributo dei religiosi al carisma di Chiara è stato importante per la visione che si stava delineando in lei riguardo alla teologia dei carismi. In armonia, naturalmente, con le sue intuizioni iniziali. Confermate, inoltre, dall'evoluzione della teologia e del Magistero della Chiesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, sulla necessaria comunione tra i carismi e le diverse realtà ecclesiali».

Introducendo l’incontro, Claudio Cianfaglioni ha fatto notare: «Stasera qui, guardandoci, ci riscopriamo una assemblea tutta “carismatica”. Non solo perché, innanzitutto, ciascuno di noi è un “dono” per l’altro col suo solo esserci: a tal proposito Chiara Lubich ha affermato: “Chi mi sta vicino è stato creato in dono per me ed io sono stata creata in dono per chi mi sta vicino”.

Ma anche perché ciascuno di noi è in certo qual modo espressione viva di un carisma che lungo i secoli lo Spirito ha fatto alla Chiesa sua sposa. Guardandovi, da qui, posso scorgere tra voi il “volto” di Agostino, di Benedetto, di Francesco, di Antonio Maria Claret, di Giovanna Antida, di Eugenio de Mazenod, di Annibale Maria di Francia, di Giuseppe Calasanzio, di Madre Oliva Bonaldo, di Madre Crocifissa, di Chiara Lubich, di Madre Chiara Ricci… e chissà quanti altri».

In effetti eravamo una bella assemblea… carismatica.


mercoledì 17 giugno 2026

Una mistica comunitaria: Il "Paradiso '49"

“Una mistica comunitaria”. Questo il titolo della trasmissione di questa sera sul canale YouTube di Città Nuova per la presentazione del libro Paradiso’49. Per la verità non si è parlato tanto di mistica comunitaria quando piuttosto, come doveroso, del libro in sé. Alba Sgariglia e io siamo stati intervistati dal direttore dell’editrice, Luca Gentili. Il video potrà essere rivisto sul canale YouTube. Qui, in sintesi, i miei interventi.

https://youtu.be/Rnk3TWjUFkQ

Domanda: A te che sei stato anche responsabile della Scuola Abbà viene naturale chiedere di spiegarci meglio quale rapporto ci sia tra il Paradiso ’49 e appunto la Sapienza declinata secondo le diverse discipline, propria della Scuola Abbà, nonché nel suo più complessivo significato culturale.

Per Chiara il Paradiso ’49 non era soltanto una fonte ispiratrice per la propria vita e per quella di tutta la sua Opera. Era qualcosa di più. Vi vedeva racchiusa, in forma germinale, una dottrina che avrebbe potuto ispirare tante discipline, a cominciare dalla teologia.

Ogni disciplina ha la sua epistemologia, che va rispettata. Nel Paradiso vi è comunque una visione di Dio, dell’uomo, del mondo, della storia che potrebbe gettare luce sul pensiero e aprire la strada a nuovi intuizioni, a ulteriori approfondimenti.

Commentando un testo del 27 luglio 1949, Chiara scriveva in proposito: «Ricordo che fin dall’inizio - eravamo ancora in piazza Cappuccini - sentivo la necessità (…) di una politica nuova, di un'arte nuova. Vedevo, quasi con gli occhi, tutto illuminato».

Questa stessa idea la riprende, in forma poetica, nell’estate del 1950, quando, raccontando la «Favola fiorita lungo il sentiero "Foco"», immagina la visione che le viene dall’Alto come una sorte di luce che si distingue in tanti colori, come se l’umanità fosse «illuminata dal carisma e perciò rinnovata, clarificata». Altre volte ha usato l’immagine dell’acqua che irrora i fiori di un giardino: l’acqua ravviva i fiori che tuttavia non perdono il loro colore, la loro natura. I vari dottorati honoris causa che ha ricevuto negli ultimi anni della sua vita e nei campi più diversi, stanno a indicare come davvero il suo carisma possa dare un contributo nel campo della cultura.

Domanda: Il Paradiso ’49 è un testo che – penso sia corretto dirlo - riporta al senso più profondo dell’esperienza che Chiara fa di Dio. In un tempo tanto lontano dalla scaturigine di quell’esperienza ci puoi dire se il Paradiso ’49 sia ancora in grado di illuminare l’Opera, che Dio ha fatto fondare a Chiara, sulla sua identità storica e attuale?

Sono convinto che se andiamo in profondità nella sua comprensione e nel suo vissuto, questo testo aiuterà l’Opera di Maria a scoprire sempre più la propria natura, la propria identità, il suo perché.

Ogni istituzione, anche la più carismatica, con il passare degli anni corre il pericolo di un annacquamento, di un calo di tensione. Il fuoco dell’intuizione iniziale domanda di essere sempre attizzato, alimentato per non illanguidire o spegnersi. Il testo che abbiamo tra mani penso possa aiutare a tenere viva la fiamma dell’Ideale, a infondere nuova luce, ad accendere la creatività.

Infatti è proprio in questo periodo 1949-1951 – gli anni appunto del “Paradiso” – che il Movimento nato a Trento nel 1943-1944 prende la sua fisionomia e diventa un’Opera nella Chiesa. Qui si trova la risposta alla domanda: chi siamo, perché Dio ha dato vita a quest’Opera nella Chiesa, qual è la sua fisionomia, come si articola, come si vive al suo interno, qual è la sua missione?

Lungo tutta la vita Chiara ha seguito le intuizioni di quelli anni e vi ha trovato l’ispirazione per ogni proposta, per ogni iniziativa. Adesso tutti possono attingere direttamente a quella sorgente.

Domanda: Non possiamo a questo punto non sfruttare le tue competenze. Pertanto ti chiedo di aiutarci a capire la portata spirituale del Paradiso ’49, anche e proprio nel senso della ricerca di un significato più profondo dell'esistenza e della sua connessione con qualcosa che va oltre la dimensione materiale.

Questo testo è frutto di una esperienza di Dio e Chiara lo ha scritto per condividere quell’esperienza e perché quell’esperienza possa essere nuovamente vissuta.

Il 25 luglio 1949, una decina di giorni appena dagli inizi, scriveva: «Tutte queste carte che ho scritto - perché in 10 giorni ne aveva già scritte tante! - valgono nulla se l'anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei». Questo ci aiuta a capire anche la metodologia, come va letto questo testo, se si vuole che produca gli effetti che esso vorrebbe produrre.

Io ho avuto la gioia di sentir leggere integralmente questo testo dalla stessa Chiara, più e più volte, a partire dal 6 febbraio 1995. Il 22 novembre 2003, una delle tante volte che avremmo dovuto rileggere da capo il Paradiso ’49, Chiara si introdusse con quanto aveva appena scritto sulla prima pagina del testo che aveva tra mano: «Questa volta lo leggiamo allo scopo di convertirci, traducendolo in vita. Dobbiamo far in modo che la S[cuola] A[bbà] diventi Paradiso. Fra il resto solo così si capiscono i contenuti di questi volumi…». Nell’intervallo fotografai quella pagina:

Per capire in profondità questo libro occorrerà dunque tradurlo in vita, dobbiamo diventare quel “Paradiso” di cui parla il libro.

Mi piacerebbe concludere con almeno due citazioni. La prima dice il valore di ogni singola persona. Leggo: “Oggi compresi che ognuno di noi è insostituibile nel nostro posto. Fummo chiamati da Dio ad essere Lui (…): ad essere quindi Parole di vita vive. (…) Siamo necessari a Dio di necessità d'amore. Noi crediamo all'amore di Dio a tal punto da credere che Egli ha bisogno di noi per il suo disegno d'amore”. Dal valore della persona nasce poi il valore della relazionalità: “io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me”.

Infine la visione cosmica: “Le creature dell'universo sono in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarsi”.


martedì 16 giugno 2026

Corro leggera

 

Visto che non ho idee mie, ho chiesto a Teresa di Gesù Bambino di darmene una lei. Meravigliosa!

Al Cuore divino che trabocca di tenerezza
Io ho dato tutto e corro leggera...
Non ho più nulla, la mia sola ricchezza:
Vivere d'amore.
Vivere d'amore è bandire ogni paura,
ogni ricordo dei passati errori.
Nemmeno la traccia vedo dei miei peccati,
in un istante l'amore ha tutto bruciato.
del tuo focolare faccio la mia casa.

lunedì 15 giugno 2026

Il rischio, il coraggio e la fiducia

Certo che ha corso un bel rischio, Maria di Nazaret, nel dire di sì alla proposta dell’angelo di diventare la madre di Gesù. Cosa avrebbero detto gli altri? Come spiegare? Ha preso il coraggio a due mani e ha detto di sì. Aveva certamente una assicurazione di ferro: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Il rischio però rimaneva e ci voleva coraggio. Eppure ha fiducia: c’è lo Spirito con lei, la potenza dell’Altissimo. Lo stesso quando fu spinta ad andare da Elisabetta: Che le avrebbe detto? Eppure accetta il rischio, con coraggio… e con fiducia.

Lo stesso per il sì che ha detto Gesù al Padre che lo mandava sulla terra. Cosa lo avrebbe aspettato? Come sarebbe andata a finire? Rischio, coraggio, fiducia.

Tre parole che posso andare bene anche in certi momenti della nostra vita, quando ci viene richiesto qualcosa di imprevisto, incerto, che sembra andare al di là delle nostre forze e che ci blocca. C'è sempre un rischio, che richiede coraggio, e soprattutto tanta fiducia nello Spirito Santo e nella potenza dell’Altissimo.

domenica 14 giugno 2026

Torniamo in Terra Santa?

Per settembre avevo previsto da tempo un cammino a piedi che mi avrebbe portato da Nazaret a Betlemme… Ma con i tempi che corrono. In compenso mi è capitato tra mano (si fa per dire… più propriamente sullo schermo del computer) una mia pagina di 20 anni fa, esattamente del 29 settembre 2006:

Scorro gli scaffali della biblioteca ad uno ad uno, con calma, alla ricerca di un libro. Non ho preferenze. Cerco soltanto un libro che mi faccia da compagno nel mio giorno di riposo. Un libro a caso. L’occhio cade su “Gesù nella sua terra”, di Vittore Dalla Libera. Mi attirano i libri su Gesù storico, sulla sua terra, sui suoi tempi. Ma sono esigente. Li voglio scritti da specialisti in materia. E Vittore Dalla libera non era né biblista né storico. Era soltanto un giornalista. O meglio, era molto di più, era il direttore di Missioni OMI, dal 1959 al 1992, quando trovò la morte in un incidente stradale.

Deciso! Prendo il libro, più per incontrare padre Vittore e stare un po’ con lui, che non per incontrare Gesù nella sua terra.

Confesso che non avevo letto il libro, pubblicato quindici anni fa, l’ultimo di una lunga serie. Al pregiudizio che l’autore non fosse uno specialista si aggiungeva il fastidio di vedere su ogni numero della rivista – quando egli era direttore – l’immancabile foto che lo ritraeva con uno dei gruppi di pellegrini che regolarmente accompagnava nei viaggi in Terra Santa. Lo scenario della foto era quasi sempre lo stesso: la scalinata fuori della chiesa del Calvario (si presta bene alla foto di gruppo!). Perché mai, in una rivista missionaria come la nostra, sempre la Terra Santa?

Inizio la lettura del libro. Sorpresa! Scrive come scrivo io. Oh!, scusate la presunzione… Forse sono io che scrivo un po’ come lui (magari sapessi scrivere come lui!). Come previsto il libro non è “scientifico”. Su alcune interpretazioni storiche ed esegetiche forse si possono avere opinioni diverse. Eppure rimango affascinato dal genere letterario. Padre Vittore racconta il suo viaggio in Terra Santa, il “suo”, e ci fa vedere con i suoi occhi – occhi di vero bambino evangelico – i luoghi di Gesù, ne racconta la storia come lui la legge nei Vangeli, con l’incanto e la meraviglia di chi si affaccia sul divino. Sa fare rivivere per noi, proprio come rivivono in lui, Maria, Giuseppe, gli Apostoli, Gesù stesso, nella loro semplice e straordinaria quotidianità.

“Un giorno ormai lontano – scrive lui stesso – sono andato a scoprire Gesù nella sua terra; l’ho cercato per monti e per valli, per pianure e deserti, su fiumi e su laghi. Ovunque Egli è passato… L’ho cercato in città e villaggi… E dopo cinque lustri di esperienze ho scoperto una figura di Gesù che ti affascina. È un Gesù semplice, vivo, caloroso, umano, divino, che ti apre le braccia e il cuore e che ti stringe al petto, per lasciarti più. Egli si manifesta veramente l’Alfa e l’Omega della storia umana…”

Era dunque questo il modo con cui accompagnava i pellegrini in Terra Santa! Li introduceva nell’ambiente di Gesù e lì rendeva attuale il Vangelo, le persone, i fatti di allora… Sicuramente i pellegrini, forse senza neppure rendersene conto, si ritrovano dentro il mistero, così come avviene per il lettore del libro.

Riscopro il mio predecessore come un grande missionario. I missionari sono partiti dalla Palestina per portare a tutti la testimonianza di Gesù. Sono giunti perfino a Cuba, come si potrà leggere in questo numero della rivista. Padre Vittore – e oggi altri Oblati che continuano felicemente la sua esperienza – percorreva il cammino inverso e conduceva la gente in Palestina.

Il metodo missionario può essere il più vario. L’importante è che porti all’incontro con Gesù, fosse anche proprio nella sua terra!

Mi piacerebbe continuare il lavoro di p. Vittore…

sabato 13 giugno 2026

I 60 anni del Centro “La Famiglia”

Una grande celebrazione - 250 persone - quella dei 60 anni del Centro “La Famiglia”, nel cuore di Roma, con succursali anche nelle periferie. 

Gli inizi sono dovuti a un gruppo di Oblati "originali" (lo sono un po' tutti gli Oblati!), all’avanguardia, primi in Italia a creare un centro di Preparazione al Matrimonio, a cui si è poi affiancato un Consultorio e una Scuola di Formazione per Consulenti Familiari e Psicoterapeuti Consultoriali. Adesso è sotto la direzione dell’intramontabile p. Alfredo Feretti.

Sono una quarantina gli operatori che attualmente lavorano nel Centro. La scuola di formazione, dal 1976, ha diplomato 2.300 persone che ora operano in una cinquantina di città in Italia.

Tante le testimonianze offerta in questo pomeriggio, che ha visto anche la partecipazione del vicario di Roma, il card. Reina.

E la vita va avanti. E' sorto un centro per le adozioni  internazionali, che accompagna poi le famiglie e i bambini. Sta per iniziare un programma per aiutare bambini e ragazzi con difficoltà di comunicazione e di apprendimento...
Proprio un fiore all’occhiello degli Oblati.



venerdì 12 giugno 2026

Una pugnalata da Piero Taiti

 

«… ora vediamo chiaramente che quello che ci sta di fronte – soprattutto il povero – non è una persona che chiede alla nostra “sensibilità morale”. Siamo noi piuttosto in debito verso quella persona, proprio in nome di quei valori morali che riteniamo di professare e almeno in parte di possedere».

Parole di Piero Taiti, medico di Prato, specializzato in malattie nervose e mentali, costruttore di servizi sanitari e culturali, lontano dalla pratica religiosa, sempre alla ricerca di giustizia sociale e fratellanza universale…

Che bello il libro a lui dedicato, dove si riportano suoi discorsi di grande spessore morale…

La frase appena citata mi è arrivata come una pugnalata e mi ha costretto a riflettere sul mio modo di incontrare i poveri. Ma tutto il libro è un appello alla conversione che arriva da una persona che una volta veniva chiamata "non credente".

giovedì 11 giugno 2026

Siamo le sue braccia


In una casa, a Vasto, ho visto un crocifisso senza braccia. Mi è subito venuto in mente un film del 1950 che vidi da ragazzo: “Dio ha bisogno degli uomini”.

Sì, ha bisogno delle nostre braccia…

mercoledì 10 giugno 2026

Nel cuore del figlio

Nel cuore del figlio, di Pierluigi Vito.

Surreale. Rocambolesco. Inverosimile. Proprio un romanzo! Cattura. Incalzante (lontano dalla lentezza meditativa del romanzo di Remo Rapino, Di nome faceva Arturo, sempre nella stessa collana “Narrazione” di Città Nuova, che mi ha ugualmente preso). Con finale imprevedibile. Proprio un romanzo! Una scrittura affasciante (ma come fanno gli scrittori bravi a scrivere così bene?). Proprio un romanzo!

Mi ha richiamato La stanza del figlio di Nanni Moretti. Anche se nel romanzo la ricerca del figlio è più drammatica e coinvolgente.

Citazioni? Sarebbero troppe, tra variegati tipi di narrazione: soliloqui, scambio di email, racconto, dialoghi...

Nei dialoghi appaiono pagine particolarmente intense, come il discorso di Mattia rivolto alla (alle) famiglia, o come quello della mamma cieca che parla del vedere e del sentire (discorsi improbabili, che forse potrebbero andare meglio in bocca al narratore).

208 pagine lette in poche ore. Rubando il tempo al lavoro; oppure un assaggio di vacanza di un'estate alle porte, con quel gusto sottile di libertà di quando si fa forca a scuola (l’ho assaporato una sola volta nella mia lunga carriera di studente…). Mi auguro che siano tanti a prendersi questo momento di distacco per una lettura che ritempra e lascia un senso profondo di speranza e di pace.

martedì 9 giugno 2026

Tramonto su Roma

 


Tra gli alberi tramonta

e illumina la città.

Sto in mezzo

folgorato di bellezza.



lunedì 8 giugno 2026

Io non ho che amore

Addirittura 40 pagine di commento alle caratteristiche della carità che Paolo enumera in 1 Corinti 13. Non sono 40 pagine di uno studio qualsiasi, ma della Regola scritta da Madre Maria Oliva Bonaldo per le Figlio della Chiesa. Una donna che poteva affermare: “Io non ho che amore”.

Invitava anche Igino Giordani a essere solo amore. Dopo aver letto i primi capitoli del libro che egli stava scrivendo – Christus Patiens, sulle persecuzioni cristiane – gli confida di essere rimasta un po’ perplessa della sua durezza: “Spero che negli ultimi capitoli il suo libro dipinga i persecutori come le creature più malate e infelici dell’umanità… Se noi non li condanniamo, forse Gesù non li condannerà… Io ti sento mia voce solo quando parli dell’Amore”.

Quindici giorni fa siamo stati sulla sua tomba, nella stanza dove ha vissuto ed è morta, nella casa di fronte ai Musei Vaticani.

Ci ha portato lì il consueto incontro tra gli amici che lavorano sui fondatori, i carismi, accomunati dalla passione per lo studio delle fonti… Questa volta siamo stati accolti proprio dalle Figlie della Chiesa, alla scoperta di nuove espressioni dello Spirito sempre nuovo, sempre creativo.

domenica 7 giugno 2026

Quanti "sì"? Quante sono le chiamate!

Il grande John Henry Newman, ormai dottore della Chiesa, ci ricorda che non possiamo smettere di dire il nostro “sì” a Gesù per il semplice fatto che egli continua a chiamarci:

«Non veniamo chiamati una sola volta, ma tante volte; per tutta la nostra vita, Cristo ci chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo; sia che ubbidiamo alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di rispondere alla nostra vocazione, ci chiama ad andare sempre più avanti, di grazia in grazia, di santità in santità finché avremo vita.

Abramo è stato chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti (Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19), Natanaele il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati, da una cosa ad un'alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una chiamata interiore con l'unico scopo di essere pronti a sentirne un'altra

Cristo ci chiama senza sosta… cammina, in certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata accade proprio in questo momento. Pensiamo che è accaduta al tempo degli apostoli; ma non ci crediamo, non l'aspettiamo veramente rivolta a noi».

sabato 6 giugno 2026

In dialogo con i "sì" di padre Armando

A Marino un centinaio di amici per ricordare p. Messuri, morto proprio il giorno del Corpus Domini. Parlo loro dei "sì" di p. Armando e insieme ci confrontiamo sui nostri "sì"...

Il risveglio al mattino segna una cesura netta tra notte e giorno. È come si chiudesse una porta, che lascia dietro di sé un mondo – spesso quello dei sogni – che sparisce irrimediabilmente, e ne apre uno tutto nuovo, ricco di incognite e di promesse.

Da un po’ di tempo mi torna l’immagine di un fiore che al mattino si apre alla luce del giorno e a sera si chiude con il sopraggiungere del buio.

Mi sveglio e mi sento rinascere. La prima parola che mi fiorisce sulle labbra è un “sì” alla vita. Un sì rivolto al Padre, che tutto ha creato e tutto ricrea ogni mattina: anch’io mi sento ricreato. Un sì rivolto al Padre origine della vita, che ogni mattina fa rivivere, e mi fa rivivere. Che dono la vita! Ogni giorno mi è data nuova. La vita è un appello, è Dio che mi chiama e io che gli rispondo: “Sì”.

Fiorisce poi un altro “sì”, rivolto a Gesù che mi chiama a seguirlo. Mi ha chiamato tanti anni fa, ma ogni mattina è una nuova chiamata: “Tu, seguimi!”. “Sì, Maestro, Signore mio, Dio mio. Eccomi!”. Dove, come mi guiderai oggi? Non lo so, ma mi fido di te, ti seguirò ovunque andrai.

Ed ecco un terzo “sì”, allo Spirito Santo che, silenzioso, abita dentro e si risveglia con me e di nuovo fa sentire la sua voce. Cosa mi suggerirà durante il giorno? Non lo so ancora, gli dico comunque il mio “sì” preventivo.

Un unico “sì” ripetuto tre volte, che umanizza la mia vita, che è tale veramente solo se si pone in risposta alla chiamata ed avvia il dialogo. Un “sì” forgiato su quello di Maria: mai da creatura fu pronunciato un “sì” come il suo; un “sì” d’una densità unica, capace di dar vita alla Vita.

Poi uno sguardo all’elenco dei santi del giorno; sono sempre tantissimi, 20, 30… alcuni li conosco, la maggior parte no, ma sono lì, e ognuno pronuncia un “sì” differente e mi trovo circondato da un coro straordinario di assenso che dà coraggio al mio “sì” sempre incerto.

Ed eccomi avvolto dall’Amen di Gesù, che ricapitola, raccoglie in sé, dà consistenza ad ogni “sì”, per offrire tutto al Padre, così che Dio sia tutto in tutti.

venerdì 5 giugno 2026

Dire di sì a Dio: i sì di p. Armando Messuri


Quando mi è stato chiesto di parlare dei “sì” di p. Armando Messuri, mi sono chiesto quali fossero. 

Il “sì” alla vita

Ho subito immaginato che anche lui dicesse “sì” alla vita e si sentisse parte del creato quale dono di Dio.

Lo immagino nel suo paese natale, Camigliano, circondato dalle colline, dagli ulivi secolari, in visita alla grotta di S. Michele, ricca di stalattiti e stalagmiti … Oppure in Valle d’Aosta, da dove scrive a casa: «Noi dal l° novembre abbiamo molto più di un palmo di neve e ancora è niente. Le montagne ne son piene». Forse era la prima volta che vedeva la neve. A San Giorgio Canavese poteva contemplare lontano il Monte Rosa. A Oné di Fonte andava con i ragazzi in gita per ville venete, camminava per i campi con i contadini...

Non ce l’ha mai detto, ma sono sicuro che sapeva godere del dono che Dio gli faceva ogni giorno con il creato. È anche questo un modo per dire di “sì” a Dio. Concretamente un “sì” al dono della vita.

Ha una salute cagionevole, che a volte lo scoraggia portandolo quasi alla depressione. Scrive: «sono non solo stanco, ma stanco, stanco, stanco, tanto da farmi dubitare dell’avvenire». A Oné di Fonte: «Sono debole ed ho paura».

Il “sì” dell’accettazione di sé diventa difficile, eppure egli vede fiorire la sua umanità, fino ad un grado di maturità che nessuno dei suoi superiori avrebbe immaginato raggiungesse. Quando guarisce dalla grave polmonite che lo compisce a Marino, scrive: «posso ringraziare veramente il Signore, e sarà certo un principio di nuova vita… quei giorni di sofferenza fisica hanno fatto del bene alla mia anima. Nel morale ho guadagnato infinitamente di più». Quando un suo compagno di scolasticato va a trovarlo resta meravigliato: «Lo trovai molto cambiato: allegro, loquace…»,

Il “sì” alla chiamata

Non possiamo accompagnare padre Armando nel suo cammino vocazionale. Sappiamo che voleva seguire suo fratello più grande in seminario e che ripeteva spesso: “Debbo andare in Cina!”.

Quando il 26 luglio 1924 fa la sua oblazione perpetua, conferma il suo “sì” annotando: «Ti ho dato tutto. Tu cosa mi darai?». L’altra tappa è il sacerdozio. Alla vigilia dell’ordinazione scrive: «Sarò anch’io sacerdote e sa­cerdote‑missionario, pronto a tutto» (10 aprile 1927). Dopo l’ordinazione: «Sono veramente lieto… di essere finalmente Sacerdote Missionario Oblato… Vorrei avere tutte le più belle qualità che rendono perfetto un missionario, per moltiplicarmi nel far del bene... Ma di tutto ciò credo di aver solo la buona volontà, che, spero, supplirà alla mia pochezza» (15 giugno 1929). È solo l’inizio della sua missione.

Quanti altri “sì” alla chiamata che Gesù gli rivolgerà perché lo segua, nonostante la sua povera umanità? Un esempio è la risposta all’obbedienza ai superiori che lo mandano a Marino: «Credevo di metter radici a Oné dove la popolazione tutta mi amava… Siamo missionari e dobbiamo essere pronti a tutto».

Il “sì” alla voce interiore

E alla voce dello Spirito che parla in maniera tanto silenziosa, come risponde? Come entrare nel cuore di una persona tanto riservata come p. Armando, che parla così poco di sé?

Per fortuna ci sono gli altri che parlano di lui, come quando dicono: «Ascoltava con molta pazienza, sapeva consigliare ed essere fermo, infondeva fiducia e sicurezza».

«Delicato di coscienza e soprannaturalmente prudente nel consiglio. La sua figura semplice ed austera rivelava l'uomo di Dio. Attivo, caritatevole e puntualissimo, valutava il tempo come dono prezioso da utilizzare per l'eternità».

«Sa ascoltare con pazienza e bontà, senza dilungarsi in ammonimenti; con poche parole dà il consiglio giusto, con un semplice: “Faccia così!”».

Non sono questi i segni di una persona guidata dallo Spirito Santo e docile alla sua voce?

Il “sì” agli altri

Il “sì” che maggiormente caratterizza la persona di p. Armando nasce dalla sua capacità di empatia, di entrare nel mondo dell’altro, di rispondere ai bisogni della gente. È questo il suo “sì” più generoso, rivolto a quanti avvicina.

A Oné di Fonte, testimoniano, «Stava notti intere al capezzale degli infermi. Non li abbandonava finché non avessero esalato l’ultimo respiro. E spesso, dopo una tal notte, anziché tornare in paese per celebrare, celebrava la messa in qualche chiesetta campestre per esser più vicino al malato. Appena terminata la Messa vi tornava subito, forse digiuno, e riprendeva la sua vigile attesa. Anche agli ammalati non in pericolo egli dedicava tempo e cure che si possono definire materne; e forse anche questa stessa parola non è adeguata».

Entra nel cuore dei ragazzi, dei giovani, dei contadini, delle famiglie… A Marino entra nel cuore delle tante suore di più congregazioni e sa capirle, accompagnarle…

Ma il grande “sì”, p. Armando lo pronuncia al momento della guerra. Come ricorda Suor Maria Concetta Canfora, «la vera personalità di P. Messuri si è rivelata durante la guerra, mostrandosi instancabile ed infa­ticabile. Allora anche le Suore si sono accorte della sua santità non tanto del suo valore sotto tutti gli aspetti, ma della sua santità, della sua generosità e della sua dedizione portata sino all’estremo limite. Cercava e voleva anime: Dio e anime!».

Non ha più tempo di guardarsi, come una volta quando si sentiva malaticcio e aveva paura della sua ombra. Ora guarda fuori, attorno a sé, e si fa in quattro per aiutare, soccorrere, consolare, dare fiducia…

Nelle sue rare lettere leggiamo: «No, non abbandonerò Marino ora che in quella zona l’opera del Sacerdote è tanto necessaria!»; «Preghiamo insieme Dio che ci dia la grazia di cominciare a vivere più santamente, quest’anno, il poco tempo che ci resta... Si può morire da un momento all’altro; perciò affrettiamoci a fare quello, che in punto di. morte vorremo, aver fatto»; «Non possiamo santificarci senza soffrire: è necessario seguire il Divin Maestro».

La maniera di seguire Gesù, di dirgli il suo “sì”, ora si concretizza nel dare la vita per la sua gente, proprio come aveva fatto Gesù: “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per la propria gente”.

«Nel tempo dei bombardamenti che hanno martoriato Marino mettendo in pericolo la vita di tutti - testimonia il parroco Mons. Grassi -, p. Messuri non conosceva precauzioni e celebrava in luoghi chiusi, all'aperto, in città, in campagna, ovunque si manifestasse il bene delle anime. Gli altri sgomenti, lui sempre ilare, come se si reputasse invulnerabile e forse era come preparato alla morte».

«Eravamo prive di tutto – racconta la superiora delle Clarisse di Albano ‑ prive di pane, di vesti e persino di fazzoletti per asciugar le lagrime. Che cosa non fece per render meno dure le nostre sofferenze! Veniva spesso a trovarci, carico come un facchino, a volte tutto bagnato per la pioggia, portandoci cibarie: forse se ne privava lui stesso per noi. Una volta non sapendo come farci sfamare, ci portò una valigia piena di ciliege... L’aspettavamo come l’Angelo consolatore. Verso di noi, la sua solita espressione di rigida delicatezza si era tramutata in dolce paterna affabilità».

In ospedale, poco prima di morire, lo sentono dire: “Povero me! Mi sono tanto affannato per gli altri e a me, all’anima mia, ho pensato così poco!”. È così che si fa, p. Armando! Il modo migliore per pensare alla propria anima è pensare a quella degli altri…

L’ultimo “sì”

L’8 giugno 1944, festa del Corpus Domini, p. Armando è ricoverato in ospedale a Roma, dopo quattordici giorni di dolori fortissimi, in seguito ai colpi di pistola che lo hanno ferito mortalmente.

A sera sussurra: “Datemi il Crocifisso. Non il mio crocifisso d’Oblato, quello grande che è al muro”. Lo staccano dalla parete e glielo poggiano sul petto. Il braccio destro è paralizzato. Con il sinistro prende il Crocifisso, lo abbraccia, lo bacia.

Così muore p. Armando, abbracciato al Crocifisso. È l’ultimo grande “sì” che lo conforma pienamente a Cristo.

giovedì 4 giugno 2026

Con i rettori delle nostre università

 

Anche quest’anno l’Associazione dei rettori delle università e degli istituti di studi superiori degli Oblati sta tenendo il consueto incontro. Questa volta a Roma, in occasione dei 200 anni dell’approvazione della Regola.

L’occasione per incontrarsi con il superiore generale, per confrontarsi su temi cruciali della cultura e dell’insegnamento, ma anche per consolidare rapporti di amicizia e condividere il vissuto.

Oggi ho accompagnato il gruppo in visita all’Università Salesiana dove ho insegnato per 10 anni: incontro col Rettore, il Vice Rettore, il bibliotecario, il Direttore della facoltà per la comunicazione… Quanto arricchimento nella conoscenza reciproca!

Ho iniziato a far parte di questo gruppo, in quanto responsabile degli studi oblati, nel 2011, quando ci incontrammo in Sud Africa. Da allora sono stato con loro in Canada, Stati Uniti, Filippine, India, Polonia, Indonesia... Questo è il mio ultimo incontro. Ormai non sono più membro dell'Associazione. La vita va avanti! Con gioia.



mercoledì 3 giugno 2026

Regalo di Eugenio alla sorella

 

Nella grande lotta contro la distruzione dei libri, ho salvato un’opera del gesuita spagnuolo Alfonso Rodriguez, vissuto tra il 1500 e il 1600. La prima pubblicazione è del 1609, in tre volumi, col titolo Ejercicio de perfección y virtudes cristianas. È un trattato di spiritualità – tradotto in molte lingue – che ha avuto una grande diffusione e influenza sulla formazione religiosa dei gesuiti ma anche degli Oblati, come di molti altri religiosi.

L’opera che ho salvato dal macero è un “Abregé”, una sintesi in due volumi, in francese, stampata nel 1744. Si tratta, come leggiamo nel frontespizio, “un’opera utile non soltanto a quanti hanno abbracciato la vita religiosa, ma anche a tutti i fedeli”.

Sorpresa! Eugenio de Mazenod pensò che fosse utile anche a sua sorella Carlotta Eugenia Antonietta Emilia Cesaria de Mazenod (è una sola persona). Le raccomandava spesso di coltivare la cultura umanistica con libri di letteratura e di storia: «ci vorrebbe un'ora ogni giorno per la letteratura e un'ora per la storia, e ogni giorno, ogni giorno». Ma, come le scriveva il 12 luglio 1809 in una lunghissima lettera, «dobbiamo dare senza esitazione la preferenza ai libri che accendono il cuore d'amore per Dio, che ci ispirano il desiderio e ci suggeriscono i mezzi per praticare le virtù più adatte al nostro stato, ecc., rispetto ad altri che soddisfano una mente ben formata in verità, ma che nella loro composizione secca e scientifica non sono mai riusciti a toccare il cuore di nessuno». Le raccomanda prima di tutto ogni giorno un capitolo del Nuovo Testamento, un capitolo dell'Imitazione di Gesù Cristo, in particolare del quarto libro, e poi San Francesco di Sales. Tra gli altri libri le suggerisce la lettura di Rodriguez! Ce la farai a leggere tanto? le domanda. E la invita a «rinunciare alla passione per il lavoro a maglia, rinunciarvi assolutamente», per dare tempo alla lettura.

Di Rodriguez gliene aveva parlato anche il 4 dicembre 1808, appena dopo che si era sposata.

La copia che ho salvato dalla distruzione vandalica è proprio quella che Eugenio aveva regalato a sua sorella, come è scritto della dedica all’inizio di ambedue i volumi. Gliel’aveva regalata prima che si sposasse, la dedica è infatti alla signorina de Mazenod.

Successivamente i due volumi sono passati nelle mani di un certo Roussillon, presbitero… che non saprei identificare.

martedì 2 giugno 2026

La prima biografia

 

Dal fuoco distruttore iconoclastico di qualche anno fa, ho salvato anche la prima biografia di de Mazenod,  scritta da Hippolyte Barbier e pubblicata nel 1842, quando era ancora vivente. È un piccolo gioiello, un’opera ben informata. L’ho regalata al mio successore nell’atto del passaggio.

Verso la fine del libretto si legge:

Mons. de Mazenod è un uomo secondo il cuore di Dio, che si impegna nel mondo solo per la conversione dei peccatori o per il soccorso materiale dei poveri. Il lusso e le sfarzose formalità dei salotti lo annoiano; predilige naturalmente la semplicità e una solitudine attiva. È il padre e il fratello dei suoi sacerdoti, mite e indulgente nella dignità, severo nella moderazione e nella clemenza; raramente fa sentire la superiorità della sua posizione, se non attraverso la squisita affabilità dei suoi modi e la sua profonda saggezza nel consiglio. Quando la necessità lo conduce dalle persone più in vista della sua diocesi, fa sì che apprezzino il suo spirito di persuasione e la sua esigente carità; coloro che hanno fame e sete lo notano subito, egli si avvicina a loro come ai suoi figli prediletti e porta loro con entusiasmo la gioia dell'elemosina e della felicità. Vi è un aiuto distribuito in giorni prestabiliti: quattrocento poveri, a lui lasciati in eredità dallo zio, ricevono piccole pensioni mensili dalla segreteria.

Amministra la cresima ogni anno in tutte le parrocchie della diocesi e predica! Predica, questo vescovo!!! Se si trova in campagna, predica in provenzale, e lo parla magnificamente. Nelle città come in campagna, in provenzale come in francese, improvvisa e, senza perdere nulla di quella nobile semplicità che tanto apprezza e che è l'epitome della bellezza, talvolta si eleva alle più pure espressioni di eloquenza cristiana.

Questo vale anche per le sue Lettere pastorali: lo stile è elegante e disinvolto, il metodo eccellente; il più delle volte, è la grazia e l’unzione a distinguerle. (…) Mons. de Mazenod si dedica a studi rigorosi e lavora con tutte le sue forze per promuovere opere di bene in ambito teologico. Fu uno dei primi a introdurre la teologia di Liguori in Francia; in precedenza, l’aveva fatta adottare dai suoi missionari, che a un certo punto pubblicarono una vita di questo santo vescovo. Fu anche, insieme a suo zio, uno dei primi a istituire la sua festa in Francia, quando ancora deteneva solo il titolo di Beato.

Ho letto le sue Lettere pastorali con desiderio di leggerle ancora. Là si vede un uomo eccellente, un missionario eccellente e coraggioso, un abile scrittore, un modello di vescovo…