martedì 14 aprile 2026

Bingo, alias: Natalino Belinghieri

“Bingo”. Lo chiamavano così quando studiavamo insieme a San Giorgio Canavese. E “Bingo” prese nome il complessino che suonava nei paesi del Canavese: lui alla chitarra solista, Ettore Andrich alla tastiera…

Così anche Bingo, alias p. Natalino Beringhieri, se n’è andato in cielo, partendo dalla sua terra di missione, in Indonesia.

«Per me – diceva -, la missione si compie stando con la gente, entrando in contatto con i loro costumi, i loro modi di pensare la vita e il mondo. La missione è annuncio della buona notizia a partire dallo sforzo del missionario di inculturarsi, di stimare la storia e i luoghi del popolo che serve, cogliendo i semi del Verbo già presenti e proponendo altri semi di verità per contribuire alla crescita umana, religiosa della gente nella logica evangelica. Questo lo noto proprio stando a contatto con la mia gente: mi piace chiacchierare con gli anziani del villaggio, cogliere la loro sapienza e poi scoprire che questa è premessa per accogliere quella del Vangelo, che nulla toglie alla ricchezza originaria, ma fa crescere le persone nella verità».

Appena ordinato sacerdote, nel 1969, raggiunge la missione del Laos. Dopo l’espulsione riparte, nel 1977, per la nuova avventura indonesiana: sei anni a Mara Satu, nel Nord del Kalimantan, per un di ministero di prima evangelizzazione in diversi villaggi, nel 1984 a Malinau e, nel 1988, a Palau Sapi, viaggiando di villaggio in villaggio, in molti casi con la piroga.

È già stato scritto un libro su di lui. Io spero di raccogliere alcuni suoi scritti in uno dei miei libretti di 4 copie…

Ma quello che sempre mi piace, è andare a leggere la lettera che, come tutti gli Oblati, anche lui scrive al superiore generale, alla fine degli studi, per chiedere la prima destinazione:

Reverendissimo Padre Generale, penso che la prima cosa che farà aprendo questa lettera, sarà di guardare la firma in fondo ad essa e dopo averla decifrata lei cercherà di ricostruire la mia fisionomia, la mia personalità attraverso il ricordo di alcune note che saranno giunte sul suo tavolo, note che dicono tante cose ma pur sempre un po’ anonime e astratte per il suo cuore di Padre che vorrebbe conoscere personalmente i suoi figli.

Confesso che è la prima volta che le scrivo, dopo essere stato già da anni accolto tra i membri della Congregazione degli Oblati di Maria Immacolata. Spero veramente che in questo primo incontro epistolare lei scopra qualcosa di più vivo della mia persona.

Ho fatto i miei primi voti davanti a lei nel Noviziato di Ripalimosani, i voti perpetui poi nelle Scolasticato di S. Giorgio, poi diacono ed ora sono nella preparazione immediata del mio Sacerdozio.

La rapida descrizione del curriculum della mia vita consacrata al Signore non toglie nulla a ciò che è stato veramente per me tutto questo: è faticosa maturazione della mia interiorità difronte a Dio, difronte al mondo. La presa di coscienza della mia vita di consacrato a Dio e agli uomini da evangelizzare. Dio si rivela a me a poco a poco e mi chiede tutto ciò che Egli mi ha dato: casa, padre, madre, sorelle, fratelli, beni, doti e in cambio mi dà di andare ad evangelizzare i più poveri. Cosa ho che non abbia ricevuto, che cosa sono per ricevere un tale mandato? Mi sento veramente piccolo, ma ho tanto coraggio perché è Lui che mi ha scelto.

La mia vocazione è nata specificamente missionaria e per questo sono entrato e rimasto nella Congregazione che si dichiara esplicitamente missionaria. Se lei mi domandasse che cosa vuol dire per me essere missionario, le risponderei che per me, nello spirito delle Nuove Costituzioni, essere missionario è portare Cristo ai più poveri e ai più bisognosi nella piena disponibilità alle nuove esigenze della Chiesa, specificando però che per me i più poveri e i più bisognosi sono coloro che non hanno mai ricevuto la buona novella.

Lo spirito missionario non si esaurisce certo nel fattore luogo, in patria o in terra straniera, ma son convinto che ne riceva il suo impulso più genuino nel portare Cristo là dove ancora non si conosce.

Rev.mo Padre Generale, io desidero ardentemente essere missionario nel senso più specifico della parola. Con l'ardore dei primi nostri Padri interpellati dal Fondatore se volessero accettare le missioni presso gli Indiani del Canada, rispondo al suo appello: "Ecce ego, mitte me"!

Molteplici sono i bisogni, ma nella linea del lavoro affidato alla Provincia Italiana chiedo di raggiungere i confratelli che lavorano e soffrono nella missione del Laos. Nel Laos vedo concretamente realizzarsi ogni mia aspirazione e il mio ideale missionario concreto concreto. È questa e sarà questa la mia insistente richiesta, illuminata dalla mia coscienza, dal consenso del mio Direttore Spirituale, dai miei Superiori, certo di ricercare la vera volontà di Dio.

Mi perdoni se finora mi sono occupato solo di me stesso, forse stancando la sua persona, rubandole del tempo prezioso per il suo lavoro sempre così incombente. Sono contento della sua ristabilita salute e mi unisco a tutte le preghiere perché il Signore la conservi a noi come Padre che ci dà tante lezioni di generosità, laboriosità e testimonianza missionaria.

Fra un mese circa riceverò il Sacerdozio, spero per le mani di Mons. Staccioli. Sarà mio dovere ricordarla particolarmente nella mia prima celebrazione. Chiedo la sua paterna assistenza e benedizione affinché possa ricevere e conservar degnamente queste grande dono che Dio mi fa per la sua gloria, per la salvezza di molte anime e per la mia santificazione. Sono sicuro che lei ha compreso bene quale sia il mio fermo orientamento come missionario oblato di Maria Immacolata. Tale orientamento lei lo farà divenire presto realtà.

Chiudo questa lunga lettera porgendole rispettosi saluti unitamente al ricordo delle mie preghiere secondo i suoi desideri.

Nell'attesa fiduciosa di una sua risposta, Natalino Belingheri

Più tardi gli scrive di nuovo precisando: «Io non chiedo la missione del Laos per me, ma per quel popolo povero che ha bisogno che qualcuno porti a lui soccorso».

lunedì 13 aprile 2026

Fuoco e sangue

La settimana di Pasqua è terminata ieri, Domenica in Albis, con Gesù che invita Tommaso a mettere la mano nella piaga del suo fianco. Possiamo continuare a guardare a quella piaga gloriosa nella quale anche noi vogliamo entrare, come invita santa Caterina da Siena rivolgendosi al sacerdote Giovanni da Pisa:

«Carissimo Padre in Cristo, il dolce Gesù, io, Caterina, la serva e schiava dei servi di Gesù Cristo, vi scrivo nel Suo prezioso sangue, con il desiderio di vedervi lavato, immerso nel sangue di Gesù crocifisso e nascosto nella piaga del suo costato.

Nel sangue troverete il fuoco, perché lo ha versato per amore; e nel costato troverete l’amore del cuore, perché tutto ciò che Cristo ha fatto per noi lo ha fatto con l’amore del cuore. Allora la vostra anima si accenderà del fuoco di un santo desiderio e questo desiderio nasce dall’amore, che non invecchia mai, anzi ringiovanisce sempre l’anima che ne è rivestita; la rinnova nella virtù, la fortifica, la illumina e la unisce al suo Creatore; perché in Gesù crocifisso trova il Padre e partecipa alla Sua potenza. Trova la sapienza dell’unigenito Figlio di Dio, che illumina l'intelletto; gusta e vede la bontà dello Spirito Santo, trovando il tenero amore che Cristo ci ha mostrato nella sua benedetta Passione, quando ha fatto del suo sangue un bagno per lavare le nostre iniquità, e del suo costato una dimora, un rifugio dove l’anima riposa e gusta le dolcezze dell’Uomo-Dio.

Voglio che facciamo sempre così, mio carissimo Padre. Che l’occhio del nostro intelletto non si chiuda mai, che veda e contempli sempre quanto Dio ci ama, come ci dimostra per mezzo del suo Figlio; che la nostra volontà ami sempre e non cessi mai; che l’amore verso il Creatore non diminuisca né per piacere, né per pena, né per alcuna cosa detta o fatta; e anche quando tutte le altre opere (...) dovessero cessare, l’amore non dovrebbe mai spegnersi. Non vi dico altro. Rimanete nel santo e dolce diletto di Dio. Dolce Gesù, Gesù amore».

domenica 12 aprile 2026

"Lacrime e stelle": mania o follia?

 

Una tournée per l’Italia a presentare il libro “Lacrime e stelle”: una mania o una follia?

Mi piacerebbe mi si adattassero tutti e due i termini usati in senso arcaico. «I beni più grandi ci vengono dalla mania, appunto in virtù di un dono divino – scriveva Platone. Infatti la profetessa di Delfi e le sacerdotesse di Dodona [nell’Epiro], quando erano prese da mania, procurarono alla Grecia molti e grandi vantaggi pubblici e privati, mentre quando erano assennate giovarono poco o nulla». 

Ugualmente la follia: non era l’opposto della ragione, bensì una forma “altra” di ragione stessa, persino superiore a quello logico-razionale, perché frutto dell’incontro dell’umano col divino.

Lasciamo da parte il pensiero antico e veniamo all’oggi, anzi a ieri, quando sono stato a Siena per l’ennesima presentazione. Sono infatti giunti, alla presentatrice, alcune reazioni (anche queste una follia… frutto del contagio con il “folle”?) che mi ha trasmesso a sua volta (e che io sfoltisco perché un po’ troppo folli):

«Tutti molto felici. - C’è chi ha parlato di Sapienza, chi ha detto che finalmente dopo tanto tempo ha compreso qualcosa di Chiara, chi è rimasto colpito dalla figura di P. Fabio e dal suo calore semplice... - Direi che Gesù è passato nel cuore di molti. - Ringraziamo Dio e forse come comunità dovremmo mettere in programma almeno una volta all'anno una giornata di questo tipo (come si faceva una volta). - Sono stata benissimo e mi sono molto commossa. - È la pace che ti dà pace… bello e grazie. - Grazie per avermi invitato, sarebbe stato un vero peccato perdere un ascolto così bello… e vederlo su YouTube non gli avrebbe reso giustizia. - Mi ha fatto bene davvero…».

Intanto dal Brasile, un ennesimo apprezzamento del libro:

«Volevo dirle che ho ricevuto in dono il suo libro "Lacrime e stelle": lo desideravo proprio... Ne sono stata felice! Ora lo sto "assaporando" nelle mie meditazioni! Grazie per farci conoscere sempre più la "nostra mamma"».

sabato 11 aprile 2026

Lacrime e stelle a Siena

Bellissima la “location”, come si dice adesso.

Molto più belle le persone. Bellissime e contentissime.




venerdì 10 aprile 2026

Lacrime e stelle a Firenze

 


Una giovane signora che passeggiava per Firenze, arrivata per caso attirata dal nome La Pira - il centro dove si teneva la presentazione - e dalla locandina della presentazione del libro di Chiara esposta nell'androne su strada, scrive così:

“ Grazie di cuore, sono tornata a casa con il sorriso sulle labbra”.

giovedì 9 aprile 2026

"Lacrime e stelle" a Firenze e Siena


In attesa di presentare il libro "Lacrime e stelle" a Firenze (10 aprile) e a Siena (11 aprile), ancora un'eco della presentazione a Matera, assieme ad  un articolo del periodico della Chiesa Battista. 

"È stata esperienza di profonda unità tra noi della comunità, con i focolari, con la comunità di Taranto, con il Pastore e la Chiesa Battista e con te. Tutto ha avuto un sapore diverso anche nella preparazione stessa abbiamo avvertito una grazia speciale. Ci hai riportati all'essenziale dell'Ideale di Chiara. Tanti ci hanno fatto arrivare commenti positivi e ringraziamenti per la presentazione".



mercoledì 8 aprile 2026

Fratel Donato: degno di essere stato scelto per la missione

Anche Fratel Donato è partito per il cielo. È forse stato – ed è – il Fratello Oblato più amato tra noi. Ultimamente, ogni volta che ci vedevamo ricordava mia mamma che, come lui, era affetta di maculopatia…

Una vita spesa per la missione, nel Laos, in Senegal, in Italia.

Il 7 ottobre 1953, a 23 anni, fece la sua oblazione perpetua e fu destinato alla comunità di Firenze. Da qui, sei anni più tardi, il 10 aprile 1959, scrisse al superiore generale per fargli gli auguri di buon onomastico, ma soprattutto per chiedergli di essere mandato missionario nel Laos: «Tutti i bambini di questo mondo aspettano la festa del loro papà per chiedergli un buon regalo: così anch’io approfitto della sua festa per chiederLe un regalo che da anni desidero avere. Fin dal mio noviziato ho desiderato di partire per le missioni estere: ultimamente ho parlato anche al M. R. Padre Drouart. Con la bellissime missione del Laos affidata agli Italiani ora più che mai vedo la possibilità di partire. Se Lei crede opportuno farmi questo regalo (pur sapendo che umanamente non è un regalo!) son pronto a partire».

Il 20 aprile p. Drouart, assistente generale che seguiva le missioni in Asia e in Africa, scrisse un appunto per il superiore generale: «Per quanto riguarda la richiesta di fratel Donato nessuno nella Provincia d'Italia sarebbe più adatto ad essere designato per le missioni, sia per quanto riguarda il suo equilibrio, il suo giudizio, il suo spirito religioso che la sua competenza tecnica. Ovviamente temo che si solleverà un gran polverone nella Provincia, dove lo si considera indispensabile, ma in fondo potrebbe certamente rendere molti più servizi in Laos che a Firenze, dove è semplicemente autista della casa. Sarà certamente più facile trovare un altro autista per Firenze che trovare un Fratello del suo valore per il Laos».

Il “foglio di obbedienza” per il Laos si fece tuttavia attendere alcuni mesi. Finalmente arrivò, e in giorno particolare, il 3 ottobre, festa di santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni. Il foglio firmato dal superiore generale era accompagnato da questa lettera di p., Drouart:

3 Ottobre 1959
Festa di Sta Teresa del B.G. Patrona delle MISSIONI
Rev. Fratello Donato CIANCIULLO O.M.I. Via di Barbacane 16 Firenze
Carissimo Fratello
Vi sarete forse un po’ meravigliato che la vostra lettera del 10 Aprile scorso al Rev.no Padre Generale sia rimasta senza risposta! Certo avrete capito che il Rev.mo Padre Generale, tanto preso da tante occupazioni e specialmente la preparazione del Capitolo, non poteva rispondere a tutte le lettere ricevuta por il suo onomastico; però la vostra lettera, cosi filialmente sottomessa e ispirata dall'ideale missionario, non gli è sfuggita, tanto più che dopo la sua visita al Laos, a marzo scorso, ha potuto costatare personalmente quanto bisogno di aiuto avevano i Padri italiani e più particolarmente fr. Pierino tutto solo per far fronte a tutte le necessità materiali del vasto distretto. Però nello stesso tempo capisce i bisogni della Provincia italiana, con pochi Fratelli. Oggi, por la festa di Santa Teresina, patrona delle missioni, ha voluto fare qualche cosa di speciale per le missioni... ed ha firmato il foglio d'obbedienza che vi mando accluso».

Quindi lo invita a recarsi a Roma perché l’11 ottobre il Papa consegna il crocifisso ai nuovi missionari, tra i quali p. Marcello Zago.

Quindi conclude: «Indovino i vostri sentimenti nel ricevere questa obbedienza, Tramite il Rev.mo Padre Generale, è il Signore e la Madonna che vi mandano al Laos. Siete stato giudicato “degno di essere scelto per questa opera eccellente delle missioni”, come dice l’articolo 47 della Santa Regola; articolo che vi consiglio di meditare. Sono certo che saprete mostrarvi degno della confidenza che il Signore e la Madonna vi mostrano con questa obbedienza».

Fratel Donato si è mostrato “degno” di questa fiducia! Nel Laos prima, poi, a partire dal 1976, nel Senegal, e infine a Vermicino, e a Santa Maria a Vico, dove è morto tra le braccia della Madonna Assunta.

martedì 7 aprile 2026

Abbraccio reciproco (naturalmente)


Ieri la liturgia ci presentava le donne che stringevano Gesù risorto.

Oggi la lettura dell’Ufficio invita ancora: “Stringendoci al Signore…” (1 Pt 2, 4) e il salmo delle lodi conferma: “A te si stringe l’anima mia”. Ma la cosa è reciproca: “La forza della tua destra mi sostiene” (62, 9).

L'abbraccio è sempre reciproco, naturalmente, altrimenti che abbraccio sarebbe...

lunedì 6 aprile 2026

Ciliegi giapponesi



Pasquetta come da tradizione.

Con la fioritura dei ciliegi del giardino giapponese...





domenica 5 aprile 2026

Una fede corporea

Le donne, appena videro il Risorto, così nel Vangelo di Matteo, d’impeto “abbracciarono i piedi” del Signore (28, 9). Maria Maddalena gli si strinse addosso in maniera così forte che il Signore fu costretto a chiederle “Non mi trattenere” (Gv 20, 17). Le donne non hanno esitazione.

Più esitanti gli uomini. Nel Vangelo di Luca Gesù deve scuoterli e invitarli: “toccatemi” (24,38), lo stesso nel Vangelo di Giovanni, quando si rivolge a Tommaso (20, 27). L’annuncio della buona novella da parte di Giovanni è significativo: “le nostre mani lo hanno toccato” (1 Gv 1, 1).

La fede nasce dal toccare, oltre che dall’ascoltare e dal vedere, effetto di un Dio che si è fatto carne”. Mi piace questa fede concreta, corporea, legata al toccare, segno di un apporto concreto che vogliamo avere con Gesù.

sabato 4 aprile 2026

Più di così non si può

Anche quest’anno la notte di Pasqua ci ha raccolti attorno al fuoco e abbiamo acceso le nostre candele al cero pasquale. Cristo, Luce del mondo, ci precede e ci accompagna sempre e rischiara anche la notte più buia.

Cosa ci rimane da dire dopo che nell’Exultet abbiamo cantato:
“O immensità del tuo amore per noi!
O insuperabile segno di bontà:
per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!”…

Più di così non si può...



venerdì 3 aprile 2026

Pasqua di speranza

Sarà possibile fare Pasqua in questo tempo di guerra, di incertezze e di paura?

Mi torna alla mente il noto poema che Charles Péguy scrisse più di un secolo fa, nel 1911: Il portico del mistero della seconda virtù. Il suo era un tempo difficile che presto porterà alla grande guerra, come il nostro, come lo sono tutti i tempi, «un mondo di barbari – scriveva –, di bruti e di cialtroni; più ancora di un’universale stupidità…».

Péguy ha appena attraversato una grave malattia, ha problemi nel rapporto con la moglie, difficoltà economiche… E scrive un poema sulla speranza! Fa tessere a Dio un grande elogio della fede e della carità, senza lasciarsi sorprendere del fatto che si possa credere e amare. Ciò che lo sorprende è la speranza, che ci siano ancora persone che «vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio. Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina».

Ricorre ad una graziosa metafora, pensando forse ai suoi tre figli. Guarda alla speranza come alla sorellina più piccola delle due grandi “virtù teologali”, una bambina che paragona alla fiammella accesa nel santuario accanto al tabernacolo che, pur «tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio», sa restare «così invariabile, così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere… Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi. Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti».

Immagina la speranza come «bambina insignificante», «persa fra le gonne delle sorelle in mezzo alle sue sorelle grandi». Tutti credono che siano le due grandi «a portarsi dietro la piccola per mano», mentre «È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
La Fede vede ciò che è.
Nel Tempo e nell'Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà».

Questa bambina è fiducia nel futuro, forza che fa avanzare e risorge dopo le cadute. La speranza guarda in avanti, guarda al futuro, ben oltre l’immediato e il contingente. Guarda al futuro ultimo. Vogliamo dirlo? Guarda al Paradiso! È così che la speranza svela il senso vero della vita e sospinge verso di esso. Certo, ci vuole l’ostinazione e la semplicità di una bambina. A disperare ci vuol poco, a sperare ci vuole determinazione e coraggio.

Grazie Péguy, grazie di tanta poesia.

Ma è questa la realtà? Sì! E chi me lo dice? La sorella più grande, la fede: Cristo è risorto e in lui tutto risorgere! Ma si può vivere così? Sì! E chi me lo dice? L’altra sorella più grande, la carità: Cristo mi ha amato fino a dare la vita per me e in lui posso amare a mia volta… La resurrezione di Gesù spalanca i cieli, apre al futuro, conduce alla “vita eterna”.

Perché non cambiamo l’antico proverbio: non più “finché c’è vita c’è speranza”, ma “finché c’è speranza c’è vita”?


Giovedì Santo: il sacerdozio...


https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-2-dio-si-chiesa-no-perche-la-gerarchia/

Una volta si cantava: “Il Vaticano brucerà…”. Speriamo di no: il Vaticano è uno scrigno di arte, custodisce il più grande patrimonio culturale dell’umanità. Una volta si leggeva sui muri: “Cloro al clero”: vi prego di risparmiare almeno me!

Da ragazzo, negli anni Cinquanta, vidi un film: “Dio ha bisogno degli uomini”. Non ricordo bene il film, ma il titolo mi è rimasto sempre in cuore. Pensare a questo Dio così grande, onnipotente, che ha fatto il cielo e la terra… e che ha bisogno degli uomini. Affida a Mosè il compito di salvare il suo popolo. Non poteva intervenire direttamente? E per trattare con il faraone sceglie proprio uno che ha difficoltà a parlare…

Anche Gesù affida a poveri uomini il compito di annunciare il Vangelo, di fare l’Eucaristia, di perdonare i peccati… Mette tutto nelle mani dei dodici apostoli, si mette nelle loro mani! Lo sapeva che non tutti erano all’altezza, uno l’ha addirittura tradito e si è impiccato. Eppure Dio si fida degli uomini, a suo rischio. È straordinario sapere che Dio non impone, anzi ci coinvolge, lasciandoci liberi. Ci chiama a collaborare con lui, come suoi partner.

Certo, questa parola, “gerarchia”, è un po’ odiosa perché fa pensare a una organizzazione dove c’è chi comanda e chi obbedisce, chi sta sopra e che sta sotto. Ciò che è odioso è il clericalismo, che purtroppo non è monopolio dei preti, ossia un atteggiamento elitario, di superiorità… Tutto il contrario di quello che aveva chiesto Gesù: Nella società i capi comandano, tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Lui stesso dà l’esempio mettendosi a lavare i piedi ai suoi discepoli. E poi fa molto di più: dà la vita e muore per la sua gente. La gerarchia cattolica è dunque evangelica. Non si tratta di potere ma di servizio. Alla fine il papa, che sta avanti a tutti, è colui che forse porta il peso più grande. È significativo che prima di affidare il suo popolo a Pietro, Gesù lo sottopone a un interrogatorio esigente: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?”. Gliel’ha chiesto tre volte. Soltanto dopo essersi assicurato che in Pietro c’è solo amore, allora gli affida la sua gente.

Così dev’essere il clero, a cominciare dai vescovi: uomini a servizio di tutti, che stanno accanto a tutti, fratelli tra fratelli, per accogliere e ascoltare, per ripetere le parole di Gesù che danno vita, per perdonare a nome di Dio, per spezzare il pane della vita… È bello avere accanto a noi qualcuno che non ci giudica, come Gesù non giudicò Zaccheo o la donna samaritana o la donna colta in adulterio. È bello avere qualcuno che cammina accanto a noi, si interessa di noi, ci riscalda il cuore, come Gesù quando accompagnò i due discepoli a Emmaus.

Ma anche noi dobbiamo accompagnare i nostri vescovi e i nostri preti, anche e soprattutto quando li vediamo deboli e soli. Siamo tutti fratelli. Insieme ci rivolgiamo all’unico Padre e insieme lo chiamiamo “Padre nostro”. Camminiamo insieme, in un cammino sinodale, come si dice adesso, nella comunione e del rispetto per la diversità dei ruoli, facendo il tifo per la riuscita dell'altro.

Le donne prete?

Le Chiese delle origini, quelle d’Oriente e quelle d’Occidente, hanno affidato il ministero sacerdotale a uomini, fino ad oggi. Le Chiese della Riforma invece, in tempi recenti, hanno affidato questo ministero anche alle donne.

Giovanni Paolo II, dopo aver fatto studiare e pregare, ha confermato la tradizione: il sacerdozio ministeriale, quello che è proprio del prete, è affidato agli uomini. La motivazione è semplice: così ha fatto Gesù. Gesù è andato contro la cultura del suo tempo e ha ammesso le donne tra i suoi discepoli: lo seguivano e lo ascoltavano, cosa che allora non era consentita a un maestro della legge. Ha sempre trattato con loro con apertura, sincerità, rispetto e amore, come appare dai Vangeli. Avrebbe potuto dunque dire anche loro: “Fate questo in memoria di me” e affidare i compiti che ha affidati agli apostoli nel cenacolo. Ha voluto che a continuare questo servizio fossero uomini come lui.

E le donne? Nella Chiesa ci sono tante vocazioni, tanti ministeri, tanti carismi, tante possibilità di servizi… Lascio che siano le donne a dirci come possono vivere il loro servizio alla Chiesa e l’amore che Gesù ci ha lasciato come missione suprema.

Il futuro? Intanto viviamo con gioia il presente.


giovedì 2 aprile 2026

Diffondere il profumo di Cristo

«In quest’ora oscura della storia è piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore della morte. Rinnoviamo il nostro “sì” a questa missione che ci chiede unità e che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta».

Così Leone XIV ha terminato la sua omelia oggi, durante la messa crismale in san Pietro.

Ho concelebrato con lui che per la prima volta celebrava la messa crismale con i suoi sacerdoti.

Un momento di gioia e di festa!



martedì 31 marzo 2026

Due passi nel neolitico

Matera, 29 marzo. 

Sarebbe l’ora di ripartire da Roma. Ma come, così presto? Tornerò…

Prima, la messa in una bella chiesa degli anni ’50, dove era parroco don Gino, il prete che, assieme a don Mimì, ha portato l’Ideale a Matera: un po’ il padre di tutti. L’anno prossimo spero di tornare per la presentazione della sua biografia che sta scrivendo uno dei suoi fratelli.

Celebro la festa delle Palme… una festa.



Adesso però è proprio ora di partire. Non può comunque mancare l’ultima passeggiato per i sentieri del parco della Murgia. Ecco il villaggio neolitico, le grotte… Un mondo affascinante, che ha visto generazione e generazioni di uomini, monaci, pastori… siamo in uno dei più antichi insediamenti umani… ci si sente più uomini.

Ma cos’ho fatto per meritarmi tutto questo?






lunedì 30 marzo 2026

A spasso per Matera

28 marzo. Dalla Puglia alla Basilicata. Prima di entrare in Matera… Matera? Non avrei mai e poi mai pensato che un giorno sarei stato a Matera, luogo per me mitico, fuori di ogni area geografica, sospeso nell’infinito.

Matera! Eccola, come l’ho sempre vista nelle foto e nei filmati di Imma Tataranni, con i “sassi” e il campanile della cattedrale che la attira verso il cielo. Mi accompagna Cinzia, appassionata di cultura locale e camminatrice del CAI. Lasciamo la macchina e ci inoltriamo nei sentieri, di grotta in grotta, fino alla prima chiesa rupestre, la Madonna delle vergini. Insediamenti del neolitico, di monasteri e celle di monaci e eremiti, rifugi di pastori… Che mondo! Matera è lì davanti…

Dalla Madonna delle vergini alla Madonna della Palomba, di “appena” cinque secoli fa. Accanto una chiesa rupestre, interamente scavata nella roccia, ampliamento del santuario per accogliere i molti pellegrini, e annesso il refettorio dei pellegrini, con la cucina, il forno, la ghiacciaia… tutto rigorosamente scavato nella roccia.



La comunità focolarina è lì che mi aspetta. Celebro la messa nel santuario: la Madonna è sempre la Madonna. Si crea un clima profondo di preghiera… e di gioia.

Ultimo sito nel quale mi immergo letteralmente: la cava di tufo, trasformato in Parco della scultura la Palomella”, un paesaggio incantevole, d’un silenzio profondo, le forme artistiche che invitano alla meditazione.

Finalmente entro in città. Un freddo cane, un gelido vento forte, un cielo completamente coperto e minaccioso… una bellissima giornata, proprio adatta per camminare veloci su e già per le strade del centro. Eccoci sul piano alto, settecentesco tra palazzi, cattedrale e chiese con mille anni di storia, con sempre nuovi scorci su crete e visuali della città. Non poteva mancare uno sguardo al tribunale dove lavora Imma Tataranni (lei non c’è, impegnata a un sopralluogo per omicidio) e alla sua casa (adesso in vendita dopo la separazione dal marito… vedremo come va a finire).

All’ora di pranzo eccomi da Massimiliano, architetto, altro appassionato di Matera, tra gli artefici della nomina a Città europea della cultura nel 2019. Ancora piatti tipici… Ma subito Cenzia mi trascina di nuovo in città, quella bassa, quella dei sassi…

Si è fatta l’ora dell’evento! Via di corsa alla chiesa dei Battisti per la presentazione del libro. Anche su questo due parole sul blog:

https://fabiociardi.blogspot.com/2026/03/presentazione-matera.html

 

Una signora battista prende la parola e appare contentissima. Vorrebbe che andassi a cena da lei per continuare… Ma sono a cena a casa di Massimiliano dove, come a Taranto, si danno appuntamento alcuni della comunità, oltre naturalmente al mio nuovo collega, il pastore Nunzio!



domenica 29 marzo 2026

A spasso per Taranto

26 marzo: Frecciargento Roma Bari. Da Caserta a Foggia camminiamo a passo d’uomo, siamo fuori dal mondo. La natura è bella, tra vigneti, colline a distese di grano d’un verde tenue… A Foggia la Freccia torna a sfrecciare, con nuovi paesaggi. A Bari Mimmo e Rosa mi aspettano per accompagnarmi in macchina a Taranto, onde evitare un altro viaggio in treno da Far West. Eccomi finalmente, dopo 50 anni, di nuovo nel Quartiere Paolo VI. C’è ancora Marta ad attendermi! Venerdì mattina arriva anche Isa, così le figlie di Beppino ricostituiscono per me la famiglia tarantina, ma oggi ci sono anche i mariti, i figli, i nipoti… Sì il tempo passa e si cresce!

Sul blog ho già scritto del mio arrivo nel quartiere nel luglio 1975 e gli incontri con gli uomini della “comunità parrocchiale”.

https://fabiociardi.blogspot.com/2026/03/a-taranto-50-anni-dopo.html

Ricordo che la prima sera un operaio, capelli grigi e volto sorridente, intervenne spontaneo: «I nostri giovani vivono ogni giorno un passo del Vangelo, la "Parola di Vita". Perché‚ non proviamo anche noi? Io proporrei di ritrovarci domani sera, dopo la Messa, perché qualcuno ci spieghi cos’è questa Parola di Vita e come i giovani la vivono».

Nel mio diario di allora scrivevo: «Il giorno seguente uomini e donne sono alla scoperta della “Parola di Vita”. Quello che li affascina è la possibilità di vivere assieme lo stesso passo del Vangelo. “Pensa che bello, dice una mamma, se a casa mia, mio marito, i miei figli, viviamo assieme il Vangelo! Poi possiamo confrontarci, vedere come va”.

Un altro gruppo di operai li incontro il giorno seguente, sul sagrato della chiesa. Gli uomini infatti si dividono in turni. Tutto il quartiere è ritmato dal primo, dal secondo, dal terzo turno di lavoro alle acciaierie dell’Italsider. Un operaio mi spiega che è comunista e cristiano. “Sono entrato in questa comunità tre anni fa. Non è facile camminare dietro a Cristo, ma io non mi vergogno di nessuno. Giorni fa un ingegnere mi ha detto: Ma tu credi ancora a queste cose? Sì, gli ho risposto, anche se non ho tutta la sua cultura, io credo!”.

Antonio mi spiega che nel suo ambiente di lavoro regna una “alta cultura pornografica”. Lui, in mezzo a tutto un genere di riviste specializzate in materia, ha cominciato a portare nientemeno che Famiglia Cristiana. All’inizio i compagni di lavoro ci ridevano sopra. Non l’ha portata per qualche settimana e subito qualcuno si è lamentato: “Perché‚ non porti più Famiglia Cristiana?”. “In fondo, mi spiega, sono stufi di pornografia, e anche se mi deridono, quando nessuno li vede, sfogliano la rivista che porto io”. “Dopo un po’ di tempo - aggiunge - mi sono messo a studiare con impegno il Vangelo e perfino le vite dei santi... quelli sì che sono delle personalità!”.

Anche un altro operaio, che asserisce di essere sempre stato additato come la pecora nera della famiglia, mi confida che sta leggendo la Bibbia: “Ci vuole tempo, ma io leggo una pagina al giorno. Ho comprato la migliore edizione, in tre volumi”.

A causa dei turni di lavoro la comunità dei credenti non può mai trovarsi al completo. Tuttavia i vari nuclei camminano decisi e uniti. Anche i ragazzi si incontrano tra di loro, e così le ragazze e le mamme. Noto una gara tra i vari gruppi, un’emulazione vicendevole nella scoperta del cristianesimo e nell’impegno a viverlo.

Adesso, quando cammino per il quartiere mi sento salutare, mi vedo sorridere: è un tacito accordo tra noi cristiani. Quell’"ac-cordo" - un cuor solo - che rende salda e unita la comunità, pronta ad affrontare con coraggio il mondo che la circonda; quell’accordo che fa sì che i giovani si incontrino per pregare, che dà agli uomini il coraggio di andare a testa alta in fabbrica, dove tutti li sanno cristiani, che spinge le donne a trovare gli ammalati nelle loro case, per ridare speranza...

È una comunità giovane, che si irrobustisce nella difficile e gioiosa testimonianza della verità».

27 marzo: Messa nella chiesa degli Oblati… dal 1968 sono stati qui, per 50 anni. Adesso non ci sono più, ma la loro presenza è sempre viva. Sulla facciata della chiesa la grande statua di sant’Eugenio, presente anche all’interno, perfino sul fonte battesimale! Sono presenti soprattutto nell’AMMI, l’associazione di laici che si ispira al carisma di sant’Eugenio.

Celebro sull’altare sul quale celebrò Paolo VI la notte di Natale, quando venne nelle acciaierie.

E ora un tuffo nella Taranto vecchia, un mondo intatto, sempre lo stesso da secoli. Gaetano è nato e cresciuto in un vicolo accanto al duomo. Si rivedere a correre su e giù per queste stradette, con i ginocchi sbucciati, con bande di ragazzini.

Nel duomo si compendia e si spalanca la storia della città, non quella della Magna Grecia, ma quella cristiana, con la prima evangelizzazione di san Pietro e san Marco che passano per andare a Roma e la seconda evangelizzazione di san Cataldo che, di ritorno dalla Terra Santa verso l’Irlanda, si ferma in città, primo vescovo. La cappella – il “cappellone” – a lui dedicato è un’esplosione di marmi, statue, colori. Sobria e misteriosa la vasta cripta.

Tra tanti capolavori d’arte, le case e i palazzi minori della vita ordinaria, con le scritte sui muri, gli odori dei fritti, le scolaresche in gita…

Sorpresa! La casa del mio amico, il commissario Ricciardi, così come la casa dell’amata Enrica, il mercato nel quale Nelide fa la sua spesa quotidiana, la casa della “amica” del brigadiere Maione… non sono a Napoli, dove è ambientato lo sceneggiato, ma proprio qui nella Taranto vecchia, e vedo case e luoghi, ricostruendo le scene…

Ormai si è fatto ora di pranzo: nuova famiglia, nuovi amici, nuove specialità pugliesi…



Finalmente il perché sono qui: la presentazione del libro “Lacrime e stelle”, come da blog...

https://fabiociardi.blogspot.com/2026/03/presentazione-taranto.html

A sera nuova famiglia, dove si riunisce la “comunità” del Movimento per la cena in piedi: nuove amicizie, nuove specialità pugliesi…

Ma cos’ho fatto per meritarmi tutto questo?