“Bingo”. Lo chiamavano così quando studiavamo insieme a San
Giorgio Canavese. E “Bingo” prese nome il complessino che suonava nei paesi del
Canavese: lui alla chitarra solista, Ettore Andrich alla tastiera…
Così anche Bingo, alias p. Natalino Beringhieri, se n’è
andato in cielo, partendo dalla sua terra di missione, in Indonesia.
«Per me – diceva -, la missione si compie stando con la
gente, entrando in contatto con i loro costumi, i loro modi di pensare la vita
e il mondo. La missione è annuncio della buona notizia a partire dallo sforzo
del missionario di inculturarsi, di stimare la storia e i luoghi del popolo che
serve, cogliendo i semi del Verbo già presenti e proponendo altri semi di
verità per contribuire alla crescita umana, religiosa della gente nella logica
evangelica. Questo lo noto proprio stando a contatto con la mia gente: mi piace
chiacchierare con gli anziani del villaggio, cogliere la loro sapienza e poi
scoprire che questa è premessa per accogliere quella del Vangelo, che nulla
toglie alla ricchezza originaria, ma fa crescere le persone nella verità».
Appena ordinato sacerdote, nel 1969, raggiunge la missione
del Laos. Dopo l’espulsione riparte, nel 1977, per la nuova avventura
indonesiana: sei anni a Mara Satu, nel Nord del Kalimantan, per un di ministero
di prima evangelizzazione in diversi villaggi, nel 1984 a Malinau e, nel 1988, a
Palau Sapi, viaggiando di villaggio in villaggio, in molti casi con la piroga.
È già stato scritto un libro su di lui. Io spero di
raccogliere alcuni suoi scritti in uno dei miei libretti di 4 copie…
Ma quello che sempre mi piace, è andare a leggere la lettera
che, come tutti gli Oblati, anche lui scrive al superiore generale, alla fine
degli studi, per chiedere la prima destinazione:
Reverendissimo Padre Generale, penso che la prima cosa che farà aprendo questa lettera, sarà di guardare la firma in fondo ad essa e dopo averla decifrata lei cercherà di ricostruire la mia fisionomia, la mia personalità attraverso il ricordo di alcune note che saranno giunte sul suo tavolo, note che dicono tante cose ma pur sempre un po’ anonime e astratte per il suo cuore di Padre che vorrebbe conoscere personalmente i suoi figli.
Confesso che è la prima volta che le scrivo, dopo essere
stato già da anni accolto tra i membri della Congregazione degli Oblati di
Maria Immacolata. Spero veramente che in questo primo incontro epistolare lei
scopra qualcosa di più vivo della mia persona.
Ho fatto i miei primi voti davanti a lei nel Noviziato di
Ripalimosani, i voti perpetui poi nelle Scolasticato di S. Giorgio, poi diacono
ed ora sono nella preparazione immediata del mio Sacerdozio.
La rapida descrizione del curriculum della mia vita
consacrata al Signore non toglie nulla a ciò che è stato veramente per me tutto
questo: è faticosa maturazione della mia interiorità difronte a Dio, difronte
al mondo. La presa di coscienza della mia vita di consacrato a Dio e agli
uomini da evangelizzare. Dio si rivela a me a poco a poco e mi chiede tutto ciò
che Egli mi ha dato: casa, padre, madre, sorelle, fratelli, beni, doti e in
cambio mi dà di andare ad evangelizzare i più poveri. Cosa ho che non abbia
ricevuto, che cosa sono per ricevere un tale mandato? Mi sento veramente
piccolo, ma ho tanto coraggio perché è Lui che mi ha scelto.
La mia vocazione è nata specificamente missionaria e per
questo sono entrato e rimasto nella Congregazione che si dichiara
esplicitamente missionaria. Se lei mi domandasse che cosa vuol dire per me
essere missionario, le risponderei che per me, nello spirito delle Nuove
Costituzioni, essere missionario è portare Cristo ai più poveri e ai più
bisognosi nella piena disponibilità alle nuove esigenze della Chiesa,
specificando però che per me i più poveri e i più bisognosi sono coloro che non
hanno mai ricevuto la buona novella.
Lo spirito missionario non si esaurisce certo nel fattore
luogo, in patria o in terra straniera, ma son convinto che ne riceva il suo
impulso più genuino nel portare Cristo là dove ancora non si conosce.
Rev.mo Padre Generale, io desidero ardentemente essere missionario nel senso più specifico della parola. Con l'ardore dei primi nostri Padri interpellati dal Fondatore se volessero accettare le missioni presso gli Indiani del Canada, rispondo al suo appello: "Ecce ego, mitte me"!
Molteplici sono i bisogni, ma nella linea del lavoro affidato alla Provincia Italiana chiedo di raggiungere i confratelli che lavorano e soffrono nella missione del Laos. Nel Laos vedo concretamente realizzarsi ogni mia aspirazione e il mio ideale missionario concreto concreto. È questa e sarà questa la mia insistente richiesta, illuminata dalla mia coscienza, dal consenso del mio Direttore Spirituale, dai miei Superiori, certo di ricercare la vera volontà di Dio.
Mi perdoni se finora mi sono occupato solo di me stesso, forse stancando la sua persona, rubandole del tempo prezioso per il suo lavoro sempre così incombente. Sono contento della sua ristabilita salute e mi unisco a tutte le preghiere perché il Signore la conservi a noi come Padre che ci dà tante lezioni di generosità, laboriosità e testimonianza missionaria.
Fra un mese circa riceverò il Sacerdozio, spero per le mani di Mons. Staccioli. Sarà mio dovere ricordarla particolarmente nella mia prima celebrazione. Chiedo la sua paterna assistenza e benedizione affinché possa ricevere e conservar degnamente queste grande dono che Dio mi fa per la sua gloria, per la salvezza di molte anime e per la mia santificazione. Sono sicuro che lei ha compreso bene quale sia il mio fermo orientamento come missionario oblato di Maria Immacolata. Tale orientamento lei lo farà divenire presto realtà.
Chiudo questa lunga lettera porgendole rispettosi saluti
unitamente al ricordo delle mie preghiere secondo i suoi desideri.
Nell'attesa fiduciosa di una sua risposta, Natalino Belingheri
Più tardi gli scrive di nuovo precisando: «Io non chiedo la missione del
Laos per me, ma per quel popolo povero che ha bisogno che qualcuno porti a lui
soccorso».











































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