martedì 3 aprile 2018

Com’è nato il libro Paradiso ’49


«Potessi mandarti un angelo a dirti tutto!»
 Com’è nato il libro Paradiso ’49

«Dopo aver rivelato in un tramonto meraviglioso... lo Sposo, fui ritoccata dallo Spirito Santo, al cui bacio sentii un forte male al cuore... E lo Spirito mi rivelò Maria… Potessi mandarti un angelo a dirti tutto! Ma tu sei me, vero?...».
Era il 19 luglio 1949 quando Chiara Lubich scrisse queste parole. Iniziava così la narrazione di quanto aveva vissuto il giorno precedente, ad appena due giorni da quando era iniziata l’esperienza del sentirsi nel seno del Padre, in Paradiso. Quanto era accaduto all’inizio aveva potuto raccontarlo subito a Igino Giordani, sulla panchina rossa, lungo il torrente Cismon. Ma dopo era partito e lei continuò a comunicare le nuove scoperte alle amiche con le quali viveva. Anche lui aveva il diritto di conoscerle, gli appartenevano, era quanto anch’egli stava vivendo nell’unità che s’era creata con Chiara. Così ella prese penna e calamaio e iniziò a scrivergli, in maniera regolare. A volte la luce era così intensa che annotava su pagine e pagine le intuizioni, e lo scritto rimaneva in forma di appunti, che presto sarebbero serviti per una conversazione, per una lettera, addirittura per un articolo di giornale. Altre volte era semplicemente una poesia, uno sfogo del cuore che non sapeva contenere la gioia.
Non si può tenere gelosamente per sé il dono di Dio. Il comunicare è per Chiara una necessità coerente con la scelta che la guida da più di sei anni, da quando nella comunità sorta a Trento la comunione dei beni materiali e spirituali, sul modello dei primi cristiani di Gerusalemme, è realtà. L’imperativo appare chiaro: «Quando tutto Dio sentiamo in noi… moltiplichiamoci nei fratelli, donandoci tutti: donando di noi tutto: anche Dio in noi».
Non è, Chiara, come certe mistiche che hanno scritto controvoglia, per ordine del confessore, quanto Dio dava loro di comprendere e di vivere. È piuttosto come un Agostino d’Ippona che tutto trasmette nelle Confessioni, o come un Maestro Eckhart che diffonde la mistica tra il popolo con squisito senso pastorale.
Un comunicare, quello di Chiara, che non consiste soltanto nello svelare l’esperienza di Dio, ma nel coinvolgere in essa, rendendone partecipe. Ella stessa annota: «Descrivevo così perfettamente ogni cosa alle focolarine che anche esse “vedevano” nella stessa maniera». Vedevano nel senso che ne erano trasformate: «Questi misteri avvenivano in me, Chiara, ma, non appena comunicati al resto dell’Anima [le molte anime fatte un’anima sola], li avvertivamo comuni…». «Potessi mandarti un angelo a dirti tutto!», aveva scritto in quella prima lettera a Igino Giordani. Non c’era bisogno di un angelo, i due erano una cosa sola e quello che avveniva in una avveniva nell’altro: «Ma tu sei me, vero?». «Eravamo uno anche se distinti», spiegherà più tardi.

Igino Giordani fu il primo a trascrivere alcuni degli scritti di quel periodo, soprattutto quelli indirizzati a lui. Alcuni fogli manoscritti erano conservati con cura dall’una o l’altra compagna. Circolavano poi copie dattiloscritte per formare i primi membri del nascente Movimento alle realtà del Cielo. Si compilarono delle raccolte. Finché Chiara non diede l’ordine di tutto distruggere, sia perché “non ci si attaccasse”, come si diceva allora, a delle carte, sia perché potevano essere male interpretate. Era convinta che non fosse rimasto più niente di scritto, così come era convinta che tutto era rimasto stampato nei cuori. Nel 1961 le fu chiesto di raccontare di quel 1949, che allora pareva già così lontano, e lei lo descrisse come fosse accaduto il giorno prima. Quella conversazione è stata poi pubblicata sulla rivista “Nuova Umanità”.
Ma quelle carte non furono bruciate. Riapparvero provvidenzialmente negli anni Settanta. Nel frattempo Klaus Hemmerle, teologo e vescovo tedesco, intuì che quella esperienza del 1949 non era soltanto una “esperienza spirituale”, ma conteneva una ricca dottrina. Perché non leggere assieme quegli scritti perché informassero nuovamente vita e pensiero? La proposta piacque a Chiara. Raccolse attorno a sé un piccolo gruppo di persone che assieme a lei, al vescovo Klaus e a don Pasquale Foresi, iniziarono ad approfondire quanto era accaduto nel 1949. Stava nascendo la “Scuola Abbà” che, da quasi una trentina d’anni, riunisce studiosi delle più varie discipline e che anche oggi continua a lavorare su quegli scritti per farne emergere la dottrina in essi contenuta.
È proprio con la Scuola Abbà (il nome ricorda la prima parola fiorita sulla bocca di Chiara il 16 luglio 1949, che la introdusse nel seno dell’Abbà, del Padre) che inizia la redazione vera e propria di quello che oggi è l’opera letteraria conosciuta come Paradiso ’49, in programma di pubblicazione nelle Opere di Chiara Lubich. Gli scritti di quel periodo che va dal 1949 al 1951 sono infatti numerosi, ma quali di essi sono davvero testimoni dell’esperienza divina allora vissuta? Durante gli anni nei quali Chiara presiedeva la Scuola Abbà riapparivano nuovi testi e lei, con sicurezza, li vagliava: “Questo esprime quello che allora mi è stato dato di capire, questo no…”. Tutti scritti belli, ma lei aveva il senso del discernimento, li sceglieva e li ordinava secondo criteri cronologici e logici.
È così che lentamente si venne componendo il Paradiso ’49, libro di luce, forse il dono più bello che Chiara Lubich lascia, destinato a diventare un classico della letteratura cristiana.
  
Gustare il Paradiso ’49

«Guarda dunque ogni fratello amando e l'amare è donare. Ma il dono chiama dono e sarai riamato. Così l'amore è amare ed esser amato: è la Trinità [= è a mo’ della Trinità]».

Siamo al cuore del Vangelo: il “comandamento nuovo” di Gesù, l’amore come dono totale di sé. Chiara trasmettendo la sua esperienza di Dio, ha donato ciò che aveva di più prezioso. Ognuno ha qualcosa da donare e ogni dono è la via per giungere alla pienezza di vita, quella della Trinità che è reciprocità, generatrice di comunione e di identità.


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