lunedì 19 agosto 2013

Con i pescatori di Jaffna

Poiché a Rimini il popolo non voleva saperne delle prediche del santo, Sant’Antonio parlò ai pesci, che in gran moltitudine accorsero a sentire le sue parole. È così che qui a Jaffna sant’Antonio è diventato protettore dei pescatori: lo invocano fiduciosi perché continui a chiamare i pesci.
Su un’isoletta deserta si erge una antica edicola dedicata al santo. Adesso i pescatori, di loro iniziativa, vi stanno costruendo una chiesetta. Sono andato a visitarla.
Il villaggio dei pescatori è completamente cristiano; lo si vede dall’arco, con nel mezzo la croce, che si erge sulla strada e dalle molte edicole con le statue della Madonna e di Gesù. Lungo le strade, per terra, le reti sono distese ad asciugare. Il papà di un Oblato mi accoglie nella sua umile casetta e mi accompagna sul piccolo molo. Ci aspetta una barca tradizionale spinta con una canna di bambù che punta sul fondale bassissimo. Più avanti passiamo su una barca a motore e ci dirigiamo verso l’isola, in un gioco di gimcana tra le reti sostenuti dai pali e posate sul mare in giochi complessi.
A mano a mano che ci si allontana dalla riva, disseminata di barche, le casette dei pescatori si distendono seminascoste tra le palme. Più lontano le massicce fortificazioni del 1600 costruire dagli Olandesi dopo aver soppiantato il dominio dei Portoghesi. A poppa, accanto al timoniere, Tarzan, un ragazzo tutto orgoglioso e contento di ospitare uno straniero sulla sua barca.
Sbarchiamo sull’isola, accolti con festa da una decina di muratori e carpentieri che stanno costruendo la chiesa. Verranno qui in pellegrinaggio durante la pesca o con le loro famiglie nei giorni di festa. Lavorano per la gloria del santo. Tutto il villaggio procura il materiale, trasportato con le barche. Dopo avermi fatto passare in rassegna i lavori, mi guidano verso una raduna bianca di sale perché possa ammirare il volo di uccelli senza numero che hanno qui il loro rifugio. Mi pare d’essere fuori dal mondo.
L’Oblato che mi accompagna, impeccabile della sua veste bianca, incoraggia tutti e benedice. I lavori riprendono e noi torniamo al villaggio con il giovane Tarzan che fa da capitano.
Soltanto quando scendo dalla barca noto accanto al molo la casermetta dei militari, ormai onnipresenti nella penisola di Jaffna e in tutta la regione. Il tocco di paradiso appena provato sembra svanire davanti alla sofferta situazione di questo popolo.
Nella penisola c’è un militare ogni quattro civili. Ad ogni angolo polizia e soldati armati. Naturalmente sono tutti del sud, singalesi: portano un’altra lingua, un’altra cultura, un’altra religione. Hanno vinto la guerra e ora occupano la regione conquistata. Anche la casa degli Oblati è circondata da caserme prefabbricate e in costruzione. Per prima cosa, in ambiente interamente cristiano e indù, erigono, in mezzo al capo militare, la statua di Buddha per affermare la loro identità.
Fra un mese, dopo 23 anni, si terranno le elezioni amministrativi, fortemente indirizzate dal governo centrale. È di oggi la notizia dell’arresto di un membro del partito Tamil. Nel frattempo tutta l’amministrazione è in mano all’esercito.
Tra la gente c’è paura, risentimento, senso di umiliazione: “Siamo ormai degli schiavi”, mi sento ripetere. È troppo vivo ancora il ricordo delle distruzioni, delle atrocità, delle persone scomparse. La casa provinciale, nella quale erano sfollate una quarantina di persone che avevano perso tutto, è stata appena restaurata dai danni dei bombardamenti e dalla requisizione da parte dell’esercito, che fra l’altro ha gettato alla pioggia gran parte della biblioteca.
Passando davanti al liceo, piantonato da militari armati fino ai denti, vedo sciamare una fiumana di giovani che hanno appena terminato gli esami di maturità: tutti in divisa, vestiti di bianco secondo il costume tradizionale, con le cravatte rosse, sia ragazzi che ragazze; queste hanno in più i fiocchi rosse alle trecce robuste e verissime. Mi si riaccende la speranza.


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