domenica 10 giugno 2018

Abolizione e reinvenzione del sacerdozio


Marek con i genitori
Anniversario di ordinazione di Marek e Ryszard. A me l’onore di tenere l’omelia. 
Mi è sempre difficile parlare del sacerdozio, per i troppi stereotipi che abbiamo in mente.

Vedendo morire Gesù in croce tutto si sarebbe potuto dire tutto eccetto che Gesù era sacerdote. In quel momento egli appare l’essere più lontano dal sacerdozio tradizionale. La sua offerta non è nel tempio, ma fuori della città santa e in un ambiente immondo. Non si trova nella purità rituale richiesta al sacerdote: è impuro, sporco di sangue, di terra, di sputi. Non indossa la veste liturgica: è vergognosamente nudo. Soprattutto è teologicamente “maledetto” dalla Legge in quanto appeso sul legno (Dt 21, 22-23). La sua è una “liturgia” senza precedenti, fino ad allora inimmaginabile.

Eppure proprio sulla croce, segno dell’amore più grande, Gesù è costituito sommo ed eterno Sacerdote, si fa Mediatore tra cielo e terra, inaugura la liturgia definitiva, il culto nuovo in spirito e verità.
Egli pone fine a una forma provvisoria di sacerdozio e ne dischiude un’altra. La quale è tanto nuova che, almeno all’inizio dell’era cristiana, per mantenere le distanze dalla precedente non si darà a Gesù il titolo di sacerdote. Soltanto dopo trent’anni dalla morte di Gesù la lettera agli Ebrei riconoscerà in lui il Mediatore, che merita il nome di sacerdote.
Più tardi ancora la prima Lettera di Pietro darà il titolo di sacerdote all’intero popolo di Dio (2, 9-10).

Sappiamo bene che il titolo di sacerdote nel Nuovo Testamento e fino al IV secolo non viene mai dato a quanti guidano il popolo di Dio, annunciano la parola, presiedono la celebrazione eucaristica. Essi sono soltanto gli anziani, i presbiteri, gli episcopi, o i ministri, ossia i servi del popolo sacerdotale. Il Sacerdote è uno solo, Gesù, assieme al suo corpo che è la Chiesa. Non ci sono altri sacerdoti.

Sì, noi preti, o presbiteri, noi anziani (ci chiamiamo anche “sacerdoti”, ma solo in senso analogico, e con le debite attenzioni), siamo stati scelti per esercitare un ministero, un servizio straordinariamente grande: ripresentare oggettivamente l’evento di Gesù Cristo in quello che il Concilio Vaticano II ricorda essere i tre munera: l’annuncio/interpretazione autorevole della Parola di Dio scritta e trasmessa, l’amministrazione competente dei sacramenti e in particolare – quale culmen et fons – dell’Eucaristia, la guida della comunità cristiana.
Siamo, come ci ricorda il Concilio, «strumenti vivi di Cristo eterno sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera» (PO 12).
“Strumenti vivi di Cristo”, basterebbe questo per ricordarci come vivere e alimentare una spiritualità sacerdotale.

Una spiritualità presbiterale può prendere le mosse anche dalle tre dimensioni basilari dell’ecclesiologia di comunione, così come le ha messe a fuoco, a 20 anni dalla conclusione del Concilio, il Sinodo dei vescovi del 1985: mistero, comunione, missione. Una trilogia usata da Pastores dabo vobis come chiave per una comprensione del ministero presbiterale (n. 12).
È una triade che affonda le sue radici nei versetti centrali della Preghiera di Gesù per l’unità che non a caso è stata chiamata anche Preghiera sacerdotale: “che siano uno come io e te” (comunione); “tu in me e io in loro” (mistero); “affinché il mondo creda” (missione).
Seguiamo dunque brevemente questa triplice indicazione:

Mistero
Il presbiterato è innanzitutto partecipazione all’evento pasquale: in termini paolini siamo chiamati ad essere “con-morti” e “con-risorti” con Cristo. È un entrare nel mistero di Cristo, prendere la sua forma configurando la vita a quella del suo essere Crocifisso e Risorto. “Vivi quello che leggi e annuncia quello che vivi”, ci è stato ricordato rito dell’ordinazione; e riguardo all’Eucaristia: “vivi ciò che celebri”.
Gesù è mediatore in quanto si fa nulla, ossia si dona interamente, nel più alto e perfetto atto d’amore. La massima perfezione del presbitero sta nella “inesistenza”, così da mettere in luce non sé ma Cristo come l’unico Sacerdote.

Comunione
I presbiteri sono costruttori della koinonia ecclesiale ed hanno perciò bisogno di vivere una spiritualità di comunione. Non possono generare comunione se non sanno viverla in prima persona.
Secondo Novo millennio ineunte (n. 43) ciò significa “fare spazio” al fratello e alla presenza di Dio fra noi; fare spazio ai laici e ai differenti carismi, in modo da non andare mai da soli a celebrare, ma sempre come espressione di tutto il popolo di Dio.

Missione
Dal Cristo risorto gli apostoli sono inviati fino agli ultimi confini della terra. Si tratta di intraprendere con il Cristo l’esodo extra muros: fuori dal recinto sacro (Eb 13, 12); essere, come dicevano i parenti di Gesù: “fuori di sé”.
In termini paolini si direbbe: “farsi tutto a tutti” (cf 1 Cor 9), preferire di essere anatema al posto dei propri fratelli (Rm 9, 3), per far fiorire in ogni persona e in ogni situazione umana quei germi della risurrezione che lo Spirito, donato da Gesù in croce, ha posto ovunque; aprirsi a un dialogo universale, percorrendo con Gesù la via dello svuotamento di sé e della propria realtà “divina”; non tenere per sé alcuna ricchezza, neppure quella del proprio ministero, per essere con il cuore e la mente completamente aperti, a fianco a ogni uomo, a ogni donna.

È quanto ho augurato ai nostri festeggiati.


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