domenica 21 novembre 2021

Cooperatrice: un nome, un programma



Il nostro convegno si è concluso proprio nel giorno anniversario dell’approvazione pontificia dell’Istituto: 21 novembre 2001. Si è concluso solennemente, con la parola del Superiore generale degli Oblati. Un convegno gioioso e impegnato. Per un anno, ogni mese, attraverso webinar seguitissimi e con testimonianze di valore, abbiamo messo a fuoco alcuni dei temi più caldi che toccano la nostra vocazione: creato, vita, relazioni, famiglia, missione, giovani, lavoro, poveri, immigrati. Nei lavori di questi giorni abbiamo ripreso tre di questi temi facendoli oggetto di approfondimento: ecologia, giovani, evangelizzazione.

Nella mia relazione, seguendo l’insegnamento di papa Francesco, ho ricordato alcune parole chiave per l’evangelizzazione oggi. Commentando poi l’apostolo Paolo – “Tutto posso in colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13) – sono andato al cuore della missione: Gesù che opera nella nostra debolezza. Infine ho terminato riferendomi alla prima parola del titolo di COMI, cooperatrice, così adatta a indicare il programma missionario. Co-operatrice, significa operare con un altro, e operare con gli altri.

Con un altro, prima di tutto: è chiaramente il Signore la nostra forza. Siamo deboli, fragili? Ci sentiamo incapaci, impreparati davanti a una società sempre più difficile, indifferente, ostile? Se guardiamo noi stessi c’è proprio da prendere paura. Ma se siamo con Lui? È lui che opera, che porta avanti il Regno di Dio, che tocca i cuori… Noi rimaniamo strumenti inadeguati, poveri… e proprio di questo ci gloriamo: «Mi vanterò quindi ben volentieri delle mie debolezze, perché dimori in me la potenza di Cristo». Di cosa abbiamo paura?

Co-operatrice, ossia operiamo insieme ad altri, non da soli. Ma siamo un piccolo gruppo, con l’età che avanza… C’è però il Signore con noi! Non ha promesso di essere presente in mezzo a quanti sono uniti nel suo nome, fossero anche soltanto due o tre? (cf. Mt 18, 20). Per questo la COMI, anche quando vive da sola, non è mai sola, è sempre unita con le sue sorelle e i suoi fratelli dell’oasi, unità vitale meravigliosa.

«Marmotta! – avrebbe detto p. Liuzzo a Enrica Di Cianno – [Marmotte! Così chiamava con affetto le COMI] Una “Oasi” è solitamente intesa come un agognato luogo di riposo che si incontra in pieno deserto. È dunque un posto che dà ristoro, rigenera le forze del viandante, rinvigorisce il desiderio della mèta da raggiungere; produce benessere generale: vitalità, silenzio, pace, e letizia corroborante! Per voi figlie mie, il mondo in cui vivete appieno, è il vostro deserto quotidiano; e l’oasi è, per ciascuna di voi, il luogo concreto della rivelazione della vostra consacrazione e del vostro carisma; e dove ambedue si rendono tangibili. Ma, al tempo stesso, rende concretamente visibile la vita che circola fra di voi, ed insieme rende viva e palpabile la vita di ciascuna sorella, come pure l’impegno e il frutto della vostra apostolicità dinamica, consistente, e fattiva sempre, seppure nel poco e/o nelle minime cose». Essa è il luogo «dove si può sperimentare la fraternità, la comunione che nasce da relazioni spirituali profonde e cresce nella misura del dono di Dio, la gioia dell’appartenenza reciproca, che tutto condivide, porta, sopporta… (…) per… ripartire di nuovo, ristorate umanamente e spiritualmente, “inviate” da Lui, sotto le sembianze di Maria».

L’oasi è figura di ogni nostra piccola convivenza, della Chiesa domestica. Il futuro della missione sta nelle piccole comunità dove i rapporti sono personali, vivi, intensi, come agli inizi della Chiesa. Piccola comunità che “come una famiglia unita nel nome del Signore, gode della sua presenza” (cf. PC 15). Quella presenza che dà forza, che irradia, che attira.

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