venerdì 4 aprile 2025

Le belle foto di una volta

Ho terminato di scrivere un piccolo libro su p. Armando Messuri. Cercando tra le foto ecco apparirne una del 19 marzo 1920: che nella squadra. Tutti in posa! I più disinvolti sono i più piccoli, seduti in prima fila.

Ci sono gli Oblati, gli apostolini, ossia i giovani seminaristi che si preparavo a diventare “apostoli” (hanno tutti la veste nera e un piccolo crocifisso), e i collegiali. Era la Scuola apostolica e il Convitto di Santa Maria a Vico al completo.

Impalato, terzo da destra nella terza fila a partire dall’alto, Armando Messuri, dallo sguardo un po’ incerto; ha 18 anni e non sa ancora bene cosa farà nella vita. Comunque il mese successivo sarà già in Valle d’Aosta per iniziare il noviziato.

La foto dentro gliel’ha fatta il superiore, p. Giuseppe Drago: “Timido per natura, spesso mostra meno di quel che sa. In compenso è dotato di una grande bontà di cuore e di ottima volontà, cosa che ci ha fatto passar sopra a qualche difettosità dal lato dello studio. Con il riposo dagli studi potrà riacquistare robustezza e sviluppo di intelligenza, e potremo avere in lui un buon missionario”. Niente di straordinario. Comunque avanti. Riuscirà? Diventerà davvero un buon missionario? Vedremo… Lo racconto nel libro!

Intanto ci godiamo questa bella foto. Da quei bambini e ragazzi, oltre che a grandi missionari, sbocceranno magistrati, avvocati, medici, professori, farmacisti, amministratori, impiegati, sacerdoti…

giovedì 3 aprile 2025

Solidarietà

Oggi, parlando alla comunità di Marino, mi sono reso contro dell’importanza di una parola che non è molto messa in evidenza: la “solidarietà”. La nostra Regola la usa quattro volte, assieme al termine “solidali”. Una parola che non trova molto impiego nel linguaggio corrente, eppure nasconde grandi potenzialità. La prima volta compare nella C 38: “Uniti dall’obbedienza e dalla carità, tutti, Sacerdoti e Fratelli, sono solidali gli uni gli altri nella loro vita e azione missionaria anche se, sparsi per il bene del Vangelo, possono solo per brevi intervalli gustare i benefici della vita comune”.

Le attività possono completarsi a vicenda ed essere portate avanti l'una accanto all'altra, ma a volte senza profondi rapporti tra loro. In questo caso c’è una coesistenza più o meno pacifica, ma non molto di più! Non basta stare attenti a non pestarsi i piedi e far bene ognuno il suo lavoro. Perché ci sia una perfetta coesione nella missione comune, è necessario che ci sia la solidarietà, ossia intesa, stima, incoraggiamento reciproco, sostegno, attenzione e interesse al lavoro dell’altro...

Sant’Eugenio sentiva molto intensamente la solidarietà in questo senso e la chiedeva a tutti per il bene di tutti. Nel gennaio 1850, scrivendo a padre Baudrand, superiore a Longueuil, in Canada, gli dava notizia dell'attività degli Oblati in Inghilterra, aggiungendo: “Rallegriamoci di tutto il bene che viene fatto dai nostri nelle quattro parti del mondo. Tutto è solidale tra noi. Ciascuno lavora per tutti e tutti per ciascuno. Oh, quanto è bella e commovente la comunione di santi!”. Anche nella lettera ai neo-professi, il 24 luglio 1858: “Calcolo, per così dire, in anticipo tutto il bene che farete nel corso della vostra vita. Non solo sarete arricchiti da questi meriti, ma nella solidarietà della nostra famiglia, sarete arricchiti da tutto ciò che sarà meritorio nell'opera dei vostri fratelli in tutte le parti del mondo”.

Inviando le sue ultime raccomandazioni alla prima comunità di Oblati in partenza per il Canada, il 9 ottobre 1841, aveva scritto: “Siamo tutti membri di uno stesso corpo; ognuno di noi contribuisca con tutti i suoi sforzi e sacrifici, se necessario, al benessere di questo corpo e allo sviluppo di tutte le sue facoltà”.

La nostra Regola riprende questi pensieri e afferma: “Siamo tutti responsabili in solido della vita e dell'apostolato della comunità” (73) e richiede la partecipazione di tutti per realizzare insieme la missione (C 96).

Questa solidarietà presuppone una “unità di spirito e di cuore” radicata in Cristo, che ci fa una cosa sola e ci invia ad annunciare il suo Regno (C 37 § 3). Essa richiede accoglienza, sostegno e condivisione nella fiducia reciproca, come è scritto nella C 39: “Ciascuno metterà a servizio di tutti i doni di amicizia e i talenti ricevuti da Dio. Questa comunione contribuirà a intensificare la nostra vita spirituale, la crescita intellettuale e l’azione apostolica”.

Sono suggerimenti semplici e profondi: comunicare quello che si vive, diventare amici, mettere in comunione i doni ricevuti…

Mi piace leggere la rubrica quotidiana “Una parola al giorno”. La parola “solidarietà” è stata commentata il 7 giugno 2013, come al solito con un bel commento:

La solidarietà è il sostegno reciproco, al modo in cui ogni parte di un solido è retta e tenuta salda da tutte le altre: nessuna si ritrova sola nel vuoto. La solidarietà è quindi la compattezza del corpo sociale, il suo essere massiccio - e ci spiega che la forza di un corpo sta nella sua coesione. Coesione che si esprime innanzitutto nella mutua assistenza, in una fratellanza che scaturisce dalla coscienza di far parte di un uno.

Quando non ci curiamo di qualcuno che sta male o è in difficoltà - càpita -, ecco che nel solido si apre una crepa: una sola, una crepa da nulla. Ma di crepa in crepa il corpo si indebolisce, le fenditure si allargano fino a renderlo fragilissimo, incoerente - che perde pezzi, fra i quali ci siamo anche noi. Il modo in cui questa parola viene usata ci dice che è l’aiuto il cemento del corpo in cui viviamo, il venirsi incontro nella partecipazione di un destino comune in cui nessuno dovrebbe essere lasciato indietro o dimenticato: una società solidale è una società solida. (E pare che sia un valore di un certo rilevo, da qualche milione di anni a questa parte.)

 

mercoledì 2 aprile 2025

Il presente

Ho preparato le lezioni per domani, il ritiro per la comunità oblata di Marino, un altro ritiro per sabato, ho lavorato all’ultima stesura della biografia di Armando Messuri, ho fatto una bella chiacchierata con uno dei nostri studenti… 

E il blog? E se non ci fosse niente da scrivere perché oggi ho già scritto tanto? Il passa parola di oggi dice: “Vivere l’attimo presente”. Che vuoi di più? Forse basta aver vissuto un po' quello…

martedì 1 aprile 2025

Diceva ciò che viveva

Mi sono capitati tra mano due libri su p. Giovanni Giuseppe Françon, una missionario oblato della seconda metà del 1800. Sant’Eugenio lo stimava e sapeva il gran bene che faceva nella sua predicazione nelle campagne, ma lo riteneva un po’ troppo rozzo e grossolano. Eppure il suo primo biografo scrive di lui un elogio che mi pare straordinario:

«Padre Françon era prima di tutto un missionario santo; uomo di preghiera e di orazione, viveva di Dio, in Dio, per Dio. Non si mai allontanato dalla sua presenza». Ed ecco ciò che più mi ha colpito: «Era penetrato fino al profondo dell'anima dalle verità che annunciava. Non predicava le sue letture; i suoi discorsi non erano tanto frutto dei suoi studi, quanto delle sue meditazioni quotidiane e dei suoi ritiri».

Diceva ciò che viveva! Ti pare poco?