mercoledì 11 novembre 2020

La mia casa sono la canoa e la slitta coi cani

 

L’anno scorso, di questi giorni, esattamente il 29 novembre, papa Francesco riconosceva l’eroicità delle virtù di mons. Ovidio Charlebois, Oblato, dichiarandolo “venerabile”.


Prossimamente, il 21 novembre, ricorre l’anniversario della sua morte (1933). Per l’occasione avremo un collegamento streaming con mezzo mondo e a me toccherà ricordarne la figura. Sto dunque scrivendo. La difficoltà è cosa scrivere tra le tante che occorrerebbe ricordare, perché questo umile missionario è un gigante. Gaston Carrière ha scritto una biografia di 2212 pagine. Yvon Beaudoin, più modestamente, si è fermato a 520 pagine.

Certo che l’aspetto più fascinoso sono i suoi viaggi tra le nevi del Nord Canada d’inverno, e su fiumi e laghi durante l’estate.

Lui stesso scrive: «Mi sono fatto missionario itinerante e le missioni da seguire mi obbligano a viaggiare continuamente». «La strada è diventata la mia residenza ordinaria». «Posso dire che la mia vera casa sono la canoa e la slitta coi cani»

Per i primi 13 anni vive da solo nella missione di Cumberland, nel Saskatchewan, nel bel mezzo del Canada.


La missione più vicina è quella di Le Pas: 70 km d’inverno e 150 d’estate. P. Ovidio la visitava quattro volte all’anno. Grand Rapide dista 250 km da Le Pas e 400 da Cumberland. Ogni mese segue gli indigeni impegnati a caccia o alla pesca sul fiume Saskatchewan, Lac Castor, Pine Bluff. Nell’estate del 1888 e del 1889 si dirige a Pakitawagan, 250 km a Nord: nel 1891 e 1892 a Nelson House, distante 500 km a est, per costruire case-cappelle. Nel 1898 giunge a Cross Lake, lontano 800 km da Cumberland, nella regione della missione di Nelson House.

Due volte all’anno va a S. Gertrude, 250 km da Cumberland, per confessarsi o sostituire per qualche tempo il suo superiore, p. Bonnald. Dal 1890, nel nord-est della diocesi di Saint Albert, viene costituito il vicariato apostolico di Saskatchewan con a capo mons. Albert Pascal che diventa così il superiore ecclesiastico e religioso di p. Charlebois al posto di mons. Grandin. P. Ovidio va ogni anno a visitarlo. Nel 1888 e 1889 percorre dai 3 ai 4.000 km e dai 5 ai 6.000 km nel 1890 e 1900.


I racconti dei viaggi sono dei romanzi. Si presterebbero a girare un film tanto sono avventurosi. D’inverno la neve, il ghiaccio, il freddo che paralizza, la slitta trainata dai cani. Cammina davanti ai cani o corre dietro la slitta, con il martirio delle racchette legate ai piedi, che a fine giornata sanguinano. Spesso gli capita di cadere o per la stanchezza o per la troppa neve: «Ma queste cadute – scrive a suo fratello Guaillaume, anche lui Oblato –, le amo perché esse mi fanno assomigliare, in qualche modo, al Nostro Signore crollato sotto il peso della sua croce. Sono questi pensieri, credo, quelli che mi hanno dato tanta forza per camminare dalle 4 di mattina alle 6 di sera».


D’estate viaggia lungo i fiumi, sulle barche della Compagnia di Hudson o in canoa, e allora rema tutto il giorno e trasporta la canoa e il bagaglio da solo quando dove passare da un lago a un altro.

Dopo uno di questi viaggi scriveva: «Uno dei principi del Mons. De Mazenod, il nostro fondatore, era quello di consumarsi fino in fondo per la gloria di Dio e la salvezza delle anime. Credo che questa volta sarà stato soddisfatto del mio esaurimento».

Ho trovato riproduzioni di foto scadentissime, ma lasciano intuire quello che doveva essere la vita di quei primi missionari…

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