mercoledì 29 aprile 2020

Le parole del Risorto / 7 / Non sono un fantasma, sono proprio io



Dopo il saluto di pace, la parola che il Risorto rivolge agli Undici e agli altri discepoli è un invito a credere in lui.
Quando se l’erano visto improvvisamente in mezzo a loro, erano rimasti “sconvolti e pieni di paura”. Pensavano che fosse un fantasma.
Un’altra volta, quando Gesù era venuto loro incontro sul lago, di notte, lo avevano scambiato per un fantasma: “è un fantasma, gridarono dalla paura”. Così raccontano gli altri due Sinottici. Allora Gesù li rincuorò: “Coraggio, sono io, non abbiate paura” (Mt 14, 26; Mc 6, 49). Era già una scena di risurrezione!
Luca ripresenta quella scena nel cenacolo. Anche questa volta Gesù vuole infondere pace e gioia al posto dell’agitazione e del timore: “Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore?” (24, 38).
Sconvolti, pieni di paura, turbati, dubbiosi: quattro parole che richiamano la tempesta sul lago, l’animo dei discepoli agitato come le onde, squassato dal vento forte…

Il Risorto ora si rivela nella sua identità più profonda: “Sono proprio io”. Solitamente questa autorivelazione, “Sono Io”, Ego eimi, la sentiamo esprimere da Gesù nel Vangelo di Giovanni, ed ha il valore forte di quell’“Io sono” con il quale Dio si fa conoscere a Mosè. Gesù è l’Io di Dio, è il Signore Dio.
Ma quale Dio! Un Dio crocifisso! “Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io” (24, 39). Per farsi riconoscere mostra i segni della passione. Colui che è lì presente è l’identico Gesù che è stato crocifisso.
L ‘“Io sono”, il Dio di Gesù Cristo, è un Dio che ha amato fino a morire per noi. Il Risorto non è un altro, è lo stesso Crocifisso.
Se lui, Iddio, è qui, “sta in mezzo” a noi, come afferma Luca narrando l’incontro del Risorto con i discepoli, ed è espressione di un amore infinito, da Dio, che cosa c’è più da temere?

Luca, al pare di tutti gli altri evangelisti, a questo punto dice che i discepoli non credettero. Ma Luca è l’evangelista della misericordia e anche in questo momento non si smentisce: “per la gioia non credevano” (24, 41).
Gesù sbarazza comunque ogni dubbio: “Toccate e guardare; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho” (24, 39).
Anche Giovanni, nel racconto della risurrezione, riporta le stesse parole, ora rivolte a Tommaso: toccare e guardare.
Addirittura, in Luca, Gesù chiede di poter mangiare, per far vedere che non è un fantasma: “Avete qui qualche cosa da mangiare?” (24, 41).  Gli esegeti mettono subito le mani in avanti e spiegano che non è che proprio Gesù si sia messo a mangiare il pesce come racconta il Vangelo, sarebbe soltanto un modo per esprimere in maniera realista la realtà corporea di Gesù. 
Comunque all’inizio della seconda parte della sua opera, gli Atti degli Apostoli, Luca scrive che quella sera “si trovava a tavola” con i discepoli (1, 4). Più avanti riporta le parole di Pietro che racconta: “Noi abbiamo e mangiato con lui dopo la sua risurrezione» (10, 41).

Quel “toccate e guardate” è di una bellezza straordinaria. Tutti hanno bisogno di toccare, le donne, la Maddalena, Tommaso. Come lo capiamo, adesso che siamo in piena pandemia! E guardare… non soltanto su uno schermo, ma dal vivo!
Sono due parole che dicono la verità e la profondità di un rapporto che tutti vorremmo avere con Gesù. Un rapporto che ci libera dai tanti fantasmi che sconvolgono la nostra pace. Un rapporto che fa riconoscere dietro il velo di quanto ci fa paura, il volto splendente del Risorto, e trasforma le nostre piaghe in amore, come le sue.


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