martedì 28 luglio 2020

Natura d'estate / 1




Papa Francesco, coerente con il proprio nome, affrontando il tema ecologico, ha additato, come paradigmatico, il rapporto di san Francesco con la natura. È significativo, anche se non lo si rileva esplicitamente, che il santo d’Assisi, nella sua irripetibile unicità, è pur sempre un “religioso”. La lettera Laudato si’ lo indica come punto di partenza per una nuova coscienza cosmologica, eppure il rapporto dei “consacrati” con la natura inizia con la nascita stessa del monachesimo, che fa “fiorire il deserto”: quei luoghi aridi e solitari vennero ingentiliti dalla presenza di monaci e monache.



Da allora il monachesimo ha continuato a prendersi cura del creato. Basterà ricordare cosa hanno rappresentato nella storia dell’agricoltura i monasteri di Bobbio, Pomposa, Farfa, solo per restare in Italia, oppure l’apporto dato alla silvicoltura e alle scienze forestali da Camaldoli a Vallombrosa. I monaci hanno piantato foreste e curato pascoli, incanalato acque e prosciugato paludi, bonificato terreni incolti e favorito nuove colture, insegnando a popolazioni intere le tecniche agronomiche e il senso del lavoro, in obbedienza a Dio che ha affidato la terra all’uomo. Di qui la «cura del lavoro ben fatto» come impone la Regola benedettina.
I primi monaci a coltivare la vite furono probabilmente i Pacomiani nel IV secolo, in Egitto, presto seguiti dai Basiliani. Ma fu soprattutto l’Occidente a vedere il grande sviluppo della viticoltura. In Italia il Chianti, il Greco di Tufo, il Cirò, sono vini benedettini; sono camaldolesi i vini Bardolino, Frascati, Colli Euganei. In Francia fu un benedettino, dom Pierre Pérignon, a produrre nel 1698 il moderno champagne inventando il metodo champenoise per arrestare la seconda fermentazione. Assieme alla cura della terra, che forniva gli alimenti per il sostentamento proprio e dei poveri, monaci e religiosi si sono dedicati alla cura del corpo e della mente delle persone che vivevano attorno a loro, sviluppando la scienza delle erbe e la farmacopea. Tutto questo ha favorito e sviluppato l’amore e il rispetto per natura.


Poi è arrivato il progresso tecnologico, basato sull’equivoco che si potessero usare le risorse della natura in modo illimitato. Più ancora l’equivoco di fondo riguarda il concetto stesso di sfruttamento della natura inteso come possibilità e positività di una crescita indefinita del potere dell’uomo sulle cose.
L’incidenza delle attività dell’umanità nel suo insieme sul pianeta assume, secondo alcune ipotesi, i caratteri di una nuova era geologica. È un vero e proprio cambiamento del sistema-terra dovuto all’epoca industriale, che ha prodotto una grande accelerazione in molti processi planetari, destinato a lasciare un’impronta plurisecolare.
Finalmente si è preso coscienza che il problema ecologico è fondamentalmente un problema etico, un problema di rapporto di noi uomini e donne con la natura, un problema che riguarda il nostro modo di agire. Dalla cosiddetta “cosmologia classica”, che vede l’uomo distinto dal creato e come suo dominatore, si è passati alla cosiddetta “nuova cosmologia”, una concezione olistica, vede l’uomo come parte del creato, sua ultima e massima espressione, autocoscienza del cosmo. Il primo modello ha favorito la scienza e la tecnica con le conseguenze nefaste che hanno portato al degrado della terra. Il secondo dovrebbe favorire un nuovo approccio alle realtà cosmiche, aiutando a prendere coscienza della profonda interdipendenza che lega umanità e cosmo.
Finalmente si rileggere in modo nuovo il racconto biblico della creazione che, contrariamente a questo si è a lungo pensato, non dà assolutamente facoltà di sopraffazione sulla natura. Il verbo ebraico masal, che traduciamo con domi­nare, significa piuttosto governare, amministrare. Ossia l’uomo e la donna sono amministratori di una realtà di cui non sono i padroni. Il creato è opera di Dio, è di Dio, e Dio nel suo amore lo dona alle persone umane. Queste non possono allungare la mano sul mondo e dire “è mio”. Esse piuttosto si vedono porgere il mondo dalla mano di un Altro che gli dice “è per te”. L’umanità si vede consegnare un’opera meravigliosa. Al termine di ogni tappa della creazione il racconto della Genesi afferma: «E Dio vide che era buona». Il significato della parola ebraica tob non significa solo buono, ma anche bello, utile, vero, affascinante, dolce... Questa pa­rola è ripetuta per sette volte. Essendo il numero sette, simbolo della perfezione, indica l’armonia perfetta del mondo voluto da Dio.
Consegnando il cosmo all’umanità Dio ha voluto renderla responsabile dell’intera natura. Ha fatto l’uomo e la donna a immagine e somiglianza sua proprio perché potessero essere i suoi collaboratori e con lui continuare a dif­fondere la vita. Il lavoro dell’uomo non è dunque lo sfruttamento arbitrario delle risorse della terra, ma la custodia del mondo, una custodia sem­pre creativa. Tanto più che egli stesso è stato plasmato con la terra del suolo: è parte del cosmo, della materia. All’idea del dominium subentra il tema della responsabilità ambientale. «Non è la Terra che è stata affidata a noi – direbbe Jürgen Moltmann –, ma noi siamo stati affidati alla Terra».
Papa Francesco ha criticato la tesi della “supremazia” sfrenata ed arbitraria dell’uomo sulla natura, sottolineando che «oggi dobbiamo rifiutare con forza che dal fatto di essere creati a immagine di Dio e dal mandato di soggiogare la terra si possa dedurre un dominio assoluto sulle altre creature» (Laudato si’, n. 67); ha denunciato il «sogno prometeico di dominio sul mondo», mentre «invece l’interpretazione corretta del concetto dell’essere umano come signore dell’universo è quella di intenderlo come amministratore responsabile» (n. 116). Già prima, nel 1997, il patriarca ortodosso Bartolomeo I aveva definito “peccato” qualunque crimine commesso contro il mondo naturale e Giovanni Paolo II nel 2000 aveva parlato della “fraternità con tutte le cose create”. (continua/1)

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