giovedì 4 aprile 2019

Camillo de Lellis vivo


Sabato scorso quinta visita ai santi romani riservata questa volta a san Camillo de Lellis.
L’incontro, oltre quarante persone, è iniziato nell’antica sala capitolare dei Ministri degli infermi, seguita dalla visita all’attiguo museo e alla stanza dove ha vissuto san Filippo Neri, oggi trasformata in una luminosissima cappella. Gioielli d’arte in un ambiente di gusto raffinato.
Poi la sacrestia, uno dei capolavori del roccocò, unico nella Roma del 1700; la statua lignea di Maria Maddalena del 1400; il crocifisso che ha parlato a san Camillo; la chiesa, autentico scrigno d’arte.


Parlare di san Camillo nel suo ambiente è davvero toccante.
Poco lontano, nell’ospedale di san Giacomo al Corso, si dedicava instancabilmente al servizio dei poveri infermi, cercando in tutti i modi di migliorare il servizio prestato dagli altri inservienti, i “mercennarij”, presso i quali imperava la “mala sanità”. Ed ecco la grande ispirazione, così come la racconta il primo biografo agli inizi del 1600: «Stando adunque egli una sera verso il tardi (che poteva essere un’hora di notte) nel mezzo dell’hospidale soprapreso da queste considerationi, gli venne il seguente pensiero. Ch’à tale inconveniente non si poteva meglio rimediare che con liberare essi infermi da mano di quei mercennarij et in cambio loro instituire una Compagnia d’huomini pij, e da bene, che non per mercede, ma volontariamente e per amor d’Iddio gli servissero con quella charità et amorevolezza che sogliono far le madri verso i loro proprij figliuoli infermi».
È l’anno 1582.
Che differenza tra questo Camillo tutto, in donazione agli ammalati, da quello che una decina d’anni prima era stato licenziato dallo stesso ospedale perché, essendo «di molto terribile cervello», litigava spesso con i colleghi e abbandonava i malati per andarsene sulla riva del Tevere a giocare a carte con i barcaioli di Ripetta.
  

Ora riconosce Cristo sofferente nei malati che incontra, fino a chiamarli «miei Signori e Padroni». E a trattarli di conseguenza, insegnando: «Ognuno con ogni diligentia possibile si guarderà di non trattar li poveri infermi con mali portamenti, cioè usandoci male parole, et altre cose simili, ma piu presto trattare con mansuetudine et charità, et haver riguardo alle parole che il Signore ha detto, Quello che avete fatto à uno di questi minimi l’havete fatto a me, però ognuno risguardi al povero come à la persona del Signore».
Andava in estasi non durante la preghiera o davanti all’altare, ma al letto degli infermi: «Considerava egli tanto vivamente la persona di Christo in loro, che spesso quando gli imboccava (imaginandosi che quelli fussero i suoi Christi) dimandava loro sotto lingua (= sottovoce) gratie et il perdono de’ suoi peccati, stando cosi riverente nella lor presenza come stasse proprio nella presenza di Christo cibandogli molte volte scoperto, et ingenocchiato (...). Quando pigliava alcun di loro in braccio per mutargli le lenzuola esso faceva ciò con tanto affetto e diligenza che pareva maneggiasse la propria persona di Giesù Christo. Et ancorche l'infermo fusse stato il piu contagioso o leproso dell'Hospitale, esso nondimeno lo pigliava in braccio à fiato à fiato (= viso a viso) accostandogli il suo volto alla testa come fusse stata la sacra testa del Signore (...) Molte volte nel licentiarsi da loro baciava le mani, o la testa, o i piedi, o le piaghe come fussero state le piaghe di Giesù Christo».
         
Cose d’altri tempi?
La nostra visita si è conclusa con la testimonianza toccando di un camilliano di oggi, p. Donato Cauzzo, e con le sue esperienze accanto agli ammalati di AIDS.
San Camillo è vivo, e continua anche oggi a prendersi cura degli ammalati come fa una mamma con il figlio infermo.

Mi giunge intanto questo messaggio:
Desidero dirle che sono stata molto contenta di aver ascoltato la storia della vita di S. Camillo De Lellis, perché non la conoscevo. Mi ha colpito la sua preoccupazione di formare persone che fossero capaci di curare il corpo di chi è malato e  altre persone che fossero capaci di curare lo spirito di chi sta male, vicino alla morte.
Sono rimasta impressionata da questo, perché anche per me è sempre stato importante "preparare" ciascuno dei miei familiari ad incontrarsi con l'Eterno Padre. Si trattava di aiutarli a scegliere la Felicità Eterna. Ho accompagnato i quattro nonni e una cognata e, l'11 gennaio c.a., anche mio marito.

Ho amiche e amici malati gravemente...
Mentre ascoltavo padre Donato, più di una volta mi sono chiesta se il Signore mi chiede di servirLo in questo modo.

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