martedì 27 febbraio 2018

Il Verbo sposa l'Anima - Viaggiando il Paradiso / 3



Quel 16 luglio 1949, dopo aver chiesto a Gesù Eucaristia di “patteggiare unità” sul suo nulla d’amore e sul nulla d’amore di Igino Giordani, Chiara Lubich si trovò nel seno del Padre, con «la netta impressione d’esser immersa nel sole: vedeva sole dovunque: sotto, sopra, in giro ed attendeva nuove illuminazioni per abituare l'occhio suo a scorgere tutti quanti vi abitavano». Gli apparve «come una voragine immensa, cosmica. Ed era tutto oro e fiamme sopra, sotto, a destra e a sinistra». Era una realtà infinita, eppure non si sentiva persa, aveva l’impressione d’essere a casa.
Il giorno successivo, 17 luglio, comprese la bellezza del Verbo, espressione del Padre dentro di Sé. Quando uscì dalla chiesa il sole era appena tramontato e i suoi raggi saettavano da dietro una montagna. Ecco il Verbo, esclamò, è lo splendore del Padre!
Mentre il Cielo le si rivelava accadde un evento inatteso: «Il Verbo sposò in mistiche nozze l’Anima». Era un’esperienza provata da altre donne prima di lei: Geltrude di Helfta, Ildegarda di Bingen, Caterina da Siena, Caterina de’ Ricci, Maria Maddalena de’ Pazzi. Esse raccontano di angeli e santi che vengono a fare da testimoni alle nozze dello Sposo che mette l’anello al dito della sposa.
«Per te come è avvenuto?», chiesi a Chiara un giorno mentre stava leggendo gli scritti di quel periodo. «Il Verbo sposò in mistiche nozze l’Anima», mi rispose ripetendo quanto aveva appena letto negli scarni appunti. Tutto qui? Tutto qui. Essenziale e lapidaria come Teresa d’Avila quando, narrando la sua esperienza simile, scriveva: «Soltanto questo si può dire: che l’anima, o meglio il suo spirito, diviene una cosa sola con Dio». Anche Chiara era divenuta una cosa sola col Verbo suo Sposo.

Un’esperienza simile a quelle di altre mistiche, ma con una particolarità di rilievo: il Verbo sposa l’Anima, con la A maiuscola. Chiara vive un’esperienza ecclesiale, si sente espressione di tutto un gruppo, avverte di essere Chiesa. «Il Verbo – scrive in maniera esplicita – sposò l’Anima in veste di Chiesa». È il ritorno all’idea biblica di Dio che sposa il suo popolo, di Cristo che sposa la Chiesa. La grande tradizione l’aveva ben compreso. «Dio – scrive ad esempio san Bernardo – ha fatto e patito tante cose non per un’anima sola, ma per raccoglierne molte in una sola Chiesa, per formarne un’unica sposa» (Sermone LXVIII sul Cantico dei Cantici).
Mentre le mistiche nozze nella storia della spiritualità cristiana sono spesso avvertite come un’esperienza individuale, in Chiara esse sono un’esperienza di tutto il gruppo di anime fuse in unità, fatte Chiesa. Nell’unica Anima sposata, le singole anime possono poi dirsi, anche personalmente, sposate. È il battesimo portato alla sua piena espressione, dove l’immagine sponsale dice la piena trasformazione in Cristo.

Nei giorni successivi a quel 17 luglio Chiara prese gradatamente coscienza che, grazie a questa profonda unione, lo Sposo rendeva partecipe la sposa della propria eredità. La “dote” che egli portava in dono era nientemeno che “tutto il Paradiso”.
Iniziò così per Chiara il “viaggio di nozze”. Per mesi lo Sposo fece conoscere alla sposa ciò che ormai le apparteneva, le fece conoscere il Paradiso attraverso i suoi stessi occhi. La sposa, così ella scrive, «ama, vede, desidera ciò che ama, vede, desidera lo sposo». «Sposo mio dolcissimo – la sentiamo esclamare –, troppo bello è il Cielo e Tu come un divino Amante, dopo le Mistiche Nozze..., mi mostri i tuoi possessi che sono miei». Sembra di ascoltare il grido di Giovanni della Croce: «Miei sono i cieli e mia la terra, miei sono gli uomini, i giusti sono miei e miei i peccatori. Gli Angeli sono miei e la Madre di Dio, tutte le cose sono mie. Lo stesso Dio è mio e per me, poiché Cristo è mio e tutto per me. Che cosa chiedi dunque e che cosa cerchi, anima mia? Tutto ciò è tuo e tutto per te» (Orazione dell’anima innamorata).

Ma anche la sposa deve portare al suo Sposo una dote. Poiché quelle di Chiara sono “mistiche nozze” in dimensione ecclesiale, la dote non sarà qualcosa di personale o di intimistico (le proprie facoltà o la propria santità). Lo Sposo esige come dote nientemeno che l’intera creazione. Solo un soggetto collettivo può portare in dote (essere espressione di) tutta la creazione.
Un’esperienza così altamente mistica richiede l’immersione nella realtà materiale: è l’invito a entrare nel mondo del lavoro, della politica, della vita sociale e familiare per assumerla pienamente nella sua quotidianità. Tutto il contrario di un’evasione spiritualista.
È così che negli ultimi anni di vita abbiamo sentito Chiara Lubich far proprie le parole di Jacques Leclercq, espressione del suo più profondo desiderio di sposa: «Verrò verso di te, mio Dio… Verrò verso di te con il mio sogno più folle: portarti il mondo fra le braccia». (Continua / 3)

Gustare il Paradiso '49

«Solo ora, dopo che le nostre anime… sono Chiesa…, possono dire, sia in unità con le altre, sia individualmente…, di essere spose di Cristo».

Anche il grande teologo Congar scriveva che «Tutte [le persone cristiane] sono spose, ma esse sono viste e volute tali da Dio in quanto membra della Sposa che è la Chiesa». Soltanto nell’unità – un cuore solo, un’anima sola – si può giungere a quella pienezza d’unione con Dio che unicamente la Chiesa può possedere e dare.


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