mercoledì 14 agosto 2013

Del cocco non si butta via niente



Le palme di cocco rendono incantevole il paesaggio della foresta tropicale e abbelliscono ogni angolo abitato. Sono anche gli alberi più amati. Il tronco serve per il legname da costruzione, le foglie per i tetti delle case, le foglie per produrre l’alcool, le noci danno il succo dissetante, servono per fare il latte, componente essenziale per la cucina di ogni giorno, per le salse, il curry, per cucinare la carne… Le fibre delle noci servono per materassi e cuscini e quel che resta per combustibile. È un dono di Dio per questa terra.
Con il cocco, il riso. Sono stato a comprarne cinquanta chili al mulino. Ho visto così come avviene la sbramatura e la cottura. Macchinari forse ancora del tempo degli inglesi, ma sempre efficaci. Qui si ritrovano gli antichi mestieri. Si lavora come una volta. Ho visto i meccanici che rifanno da soli e pezzi di ricambio, i fabbri che segano il ferro con la sega a mano... Un mondo arcaico e insieme occidentalizzato, dove costumi antichi e moderni convivono e speso stridono.
 
Un mondo ancora antico è la cucina. Mi piace andare a visitare le cuoche, vedere come preparano da mangiare… Padre Semeria, quando venne in Sri Lanka nel 1800, ebbe difficoltà ad adattarsi al cibo. Sarà forse per questo che ogni giorno mi preparano il pasto a parte. Ne prendo un po’ per degnare, ma poi mangio il cibo comune, così diverso, così buono, così ricco di sapori e di odori.

Anche qui oggi abbiamo celebrato la  festa di san Massimiliano Kolbe.
Ho sempre pensato che non deve essere stato semplice dare la vita per uno sconosciuto. 
Oggi mi sembra che a volte è forse più difficile dare la vita per quelli che si conoscono.

martedì 13 agosto 2013

Sri Lanka: come nasce una missione

Il Vescovo Semeria con i suoi compagni
Proprio in questi giorni, il 10 e 11 agosto 1847, il vescovo Bettacchini passava da Marsiglia e domandò al vescovo della città, mons. De Mazenod, di mandare con lui in Ceylon alcuni dei suoi missionari. Aveva girato in vano per l’Europa alla ricerca di preti per la sua isola. Il vescovo di Tulle che gli aveva detto: “Vada a Marsiglia. Lì troverà il fondatore di una recente e piccola congregazione missionaria. C’è un solo modo per ottenere da lui i missionari, bisogna dirgli che si tratta di salvare le povere anime, le più povere”.
Eugenio de Mazenod obiettò che aveva da poco aperto le missioni nelle Isole britanniche e in Canada e non aveva più personale. Allora Bettacchini ricordò il consiglio ricevuto: “Ma si tratta delle anime più abbandonate, ve l’assicuro, le più maledette della terra…”. De Mazenod fu colto sul vivo. Fu così che il 21 ottobre 1847 i primi quattro Oblati si imbarcano per il Ceylon insieme con mons. Bettacchini. Alla testa del gruppo c’era P. Stefano Semeria, un ligure che aveva sostituito padre Albini prima a Marsiglia nel lavoro con gli immigrati italiani, poi nelle missioni in Corsica, dove aveva operato con­versioni, “riconciliazioni spetta­colari”; “I banditi stessi – si raccontava – venivano a gettar­si ai suoi piedi”.
Viaggio lungo, una volta. Si imbarcavano a Marsiglia, sbarcavano al Cairo, dove ancora non c’era il canale di Suez, risalivano in barca il Nilo, proseguivano sui cammelli fino a Suez, e da lì si imbarcavano di nuovo verso Colombo, dove arrivarono il 28 novembre: 5 settimana di viaggio.
Arrivando nell’isola mons. Bettacchini seppe che non avrebbe continuato ad essere vescovo ausiliare di Colombo, ma sarebbe dovuto andare nel nord, a Jaffna, dove era stato appena istituto un nuovo vicariato apostolico. Gli Oblati lo seguirono. Padre Semeria fu nominato vescovo nel 1856 e nel 1957, alla morte di Bettacchini, divenne vicario apostolico.
Un missionario davanti a una delle sue cappelle
“In questi paesi così diversi dal nostro – scriveva a sant’Eugenio – la prima virtù del missionario è la pazien­za, la seconda la pazienza, la ter­za la pazienza”. L’organizzare dell’attività apostolica si ri­duceva ad una sola direttiva, quella di sempre, valida qui co­me in tutte le altre missioni: farsi tutto a tutti: “Dobbiamo aver la santa pazienza di accet­tare le persone così come sono e di lavorare per farle diventare, a poco a poco, come vogliamo”, cioè come vuole il Vangelo.
Era convinto che occorreva puntare sulle nuove generazioni, perché capaci di accogliere e vivere il vangelo in maniera genuina, senza sovra­strutture inficiate di superstizio­ne: “La rigenerazione radicale dei nostri cristiani deve cominciare dall’educazione”, diceva. Per questo aprì scuole e seminario.
Sant’Eugenio seguiva da Marsiglia i primi passi della nuova missione con particolare attenzione. A tutti gli Oblati del Ceylon scriveva: “Mons. Semeria vi avrà senz’altro detto quanto vi amo, come partecipo alle vostre consolazioni e alle vostre pene, quale sia la preoccupazione co­stante del mio spirito nei vostri riguardi. Però questo non mi ba­sta. Ora voglio dirvelo io stesso”.

La missione del Ceylon, pur in mezzo alle difficoltà, alle divi­sioni e alle contrarietà di ogni genere ha dato frutti meravigliosi. È nata una chiesa locale or­mai autonoma. Non ci son più Oblati stranieri che vengono nello Sri Lanka. Anzi, gli Oblati di qui – oggi 220 – sono diventati a loro volta missionari e sono partiti per la Malesia, l’India, il Pakistan, il Giappone, la Corea… perfino per l’Italia, a Palermo! Ricordo quanto scrisse in proposito anni fa il Provinciale: “Noi, in quanto missionari, non abbiamo una dimora stabile. Sia­mo come uccelli migratori. Dob­biamo essere là dove la Chiesa ha maggior bisogno di noi”. 

lunedì 12 agosto 2013

Sardiel, il Robin Hood dello Sri Lanka


Dalla strada che porta a Kandy si scorge un picco celebre, roccaforte di un famoso bandito, Sardiel. Da lassù poteva osservare il cammino delle carovane che assaltava, uccidendo e derubando… per dare di poveri, si diceva.
Finito in prigione ebbe l’avventura di trovarvi gli Oblati come cappellani. Erano arrivati a Kandy nel 1851. La loro specialità, oltre ad andare in giro per tutta la missione per annunciare il Vangelo, era convertire i condannati a morte, aprire loro le porte del paradiso: la stessa fine benedetta del Buon Ladrone. Nell’anno 1860 convertirono al cristianesimo 12 condannati a morte, che avevano ucciso una cinquantina di persone. I briganti venivano battezzati e comunicati, poi accompagnati dai missionari alla forca, che era abbastanza lontano dalla prigione.
Il capo della polizia del carcere, buddista, diceva ai padri: Convertiteli tutti, così lavoriamo con più tranquillità e nel carcere regnerà la pace…
Per quanto riguarda Sardiel, leggo che è un personaggio famoso, romanzato, quasi un eroe. Rienzi Crusz, un poeta singalese, ha scritto un poema su di lui, Lord of the Mountain, e la sua storia leggendaria fa parte della letteratura per i ragazzi. Non so se in questi libri appaiono gli Oblati, ma non importa, basta che lui abbia fatto la fine del Buon Ladrone.
Passando per Kandy ho visto soltanto il grande carcere di una volta, tuttora attivo. Per il momento mi basta.

Adesso mi trovo nei pressi della città, nascosta dalla foresta, nella casa dei nostri studenti di teologia: sono 22. Tutto attorno il seminario nazionale e altre 15 case di istituti religiosi, invisibili, mimetizzate tra le folte palme. Tutti studiano nella facoltà di teologia, al centro della vasta zona. Per molti anni è stata diretta dagli Oblati, che oggi continuano ad essere presenti come professori e padri spirituali.

domenica 11 agosto 2013

Kandy, la città regale e il principio dei fratelli Collin

Per raggiungere Kandy, distante poco più di 100 km, impieghiamo quattro ore. Si procede a 40 km all’ora perché il traffico è costituto soprattutto dai tricicli, gli autobus e camion… Poi per affrontare un viaggio del genere bisogna fermarsi a controllare la pressione dei pneumatici, per il tè, per bere una noce di cocco regale… Un viaggio è una cerimonia.
Lasciata Colombo ci si addentra in una interminabile periferia sempre più verde, fino alla vegetazione tropicale, palme di cocco, risaie, piantagioni di ananas. La strada continua ad essere contornata da villaggi e cittadine, che espongono di volta in volta la merce locale: lavorazione di vimini, ceramiche, i frutti della campagna, giocattoli, e insieme mattoni al dettaglio, chincaglierie, serramenti, poltrone d’automobile, il tutto in una ben combinata fantasia.
A mano a mano che ci avviciniamo a Kandy sorpassiamo i camion che trasportano gli elefanti per la festa buddista di Petahera che sta per cominciare con l’arrivo della luna nuova.
Saliamo gradatamente nella regione montagnosa dello Sri Lanka, fino al centro del Paese, dove il clima è temperato. La città di Kandy fu fondata nel 1300 e nel 1592 divenne la capitale di uno dei tre regni di Ceylon. Mentre le zone costiere dell’isola furono state conquistate dai colonizzatori portoghesi e olandesi, Kandy rimase libera fino al 1815, quando cadde nelle mani degli inglesi.
Qua e là spuntano le chiese costruite dagli Oblati.
Le storie dei primi missionari sembrano leggende. Carlo e Giulio Collin immigrarono ancora ragazzi in Australia con la famiglia. Una domenica Carlo, ormai trentasettenne e a capo dell’azienda fondata dal padre, dice al fratello: “Selliamo i cavalli e andiamo in campagna”. Lì iniziano a parlare e per la prima volta finalmente si confidano l’un l’altro che vorrebbero diventare missionari, anche se ormai sono troppo vecchi per farsi preti. “Ma dove andiamo?” “Hai letto sul giornale di questi missionari che sono andati da poco a Ceylon? Che dici, proviamo da loro? L’inglese lo sappiamo. Potremo sempre metterci a servizio loro come semplici domestici”. Carlo parte, incontra gli Oblati, chiama il fratello, sono ordinati preti e lavorano nella stampa, nell’insegnamento, nell’amministrazione, guidati da un principio semplice e chiaro: “Tutto, assolutamente tutto, deve convergere a far amare Dio; il resto è soltanto perdita di tempo”. Non è questo il compito dei missionari?

sabato 10 agosto 2013

Colombo, tra sant'Antonio e san Lorenzo

Uno dei santuari più famosi della città. È cristiano e insieme buddista, indù e musulmano. Vengono tutti, durante tutta la giornata. È la chiesa di sant’Antonio da Padova. In fila passano davanti alla sua statua per toccarne il vetro, portarsi le mani al volto in segno di benedizione, lasciare una ghirlanda di fiori, accendere una candela. Davanti al Santissimo solennemente esposto le donne stanno sedute per terra e cantano ognuna sommessamente leggendo dai loro libri di devozione. Lungo la chiesa i fedeli sono sparsi tra i banchi: chi è inginocchiato, chi con le braccia alzate, chi prostrato… nel più religioso raccoglimento. Nei locali attorno alla chiesa la mensa per i poveri e innumerevoli altre attività. Lungo la strada decine e decina di negozi che vengono ghirlande di fiori e mille oggetti di devozione. 
Più avanti un tempio indù, poi una grande edicola con il Buddha, e per il resto il traffico caotico, la povertà in mostra, la polvere, lo smog, i panni a distendere e le palme che spuntano dietro ogni muro, gli autobus cittadini che reggono l’anima coi denti e i pezzi con il filo di ferro e con lo spago.
La prima mattinata a Colombo dilata e fa stringere il cuore…
Visito la casa degli Oblati anziani e ammalati, ammantata di verde e immersa in un clima di serenità. Accanto il seminario minore degli Oblati, con una settantina di ragazzi del liceo. Poi una parrocchia, sempre degli Oblati, la Madonna di Fatima, attorniata da grandi opere: il centro culturale e sociale fondato dal celebre padre Balasuria, il centro direzionale dell’associazione educativa dei bambini sparsa per tutto lo Sri Lanka, il centro multimediale, l’ambulatorio per i poveri…
Al ritorno è già ora di pranzo: lo si sente dal forte odore di cibo speziato che straborda nelle strade.
A sera, nella grande chiesa dedicata a san Lorenzo e tenuta dagli Oblati, festa patronale. Luci, processione, il vescovo, una trentina di Oblati della città. È bello vedere come la gente partecipa, canta.
Quando torniamo il traffico è quasi scomparso. Gli autobus terminano il servizio alle 20. Le strade sono ormai dominio incontrastato dei taxi-tricicli. Dalle case traspare qualche timida essenziale illuminazione. Colombo by night è silenziosa e addormentata.

La città inizia a diventarmi familiare.

venerdì 9 agosto 2013

Verso l'Oriente

Nella luce incerta del primo mattino Dubai appare come un miraggio. Vi atterro per la prima volta. Mi fa impressione vedere che vi sono soltanto aerei della compagnia degli Emirati. Una sguardo rapido all’aeroporto vasto e moderno, come lo è tutta la città, nata dal nulla appena pochi anni fa. Ho poco tempo per il cambio di volo, ma l’attraversamento dell’interminabile zona commerciale del duty free dà già l’idea del suk arabo.
Alla partenza da Roma, al banco dell’accettazione, mi avevano informato di una offerta speciale: per appena 400 euro si poteva passare dalla classe economica a quella business. Ho ringraziato e ho declinato l’offerta a favore di altri eventuali passeggeri…
Dopo nove ore complessive di volo eccomi arrivati a Colombo. Il benvenuto all’aeroporto lo dà una grande statua del Buddha. Mi immagino l’effetto che farebbe a Fiumicino trovare una grande statua del Sacro Cuore… Ad attendermi non una persona che il solito cartello con il mio nome - si perderebbe tra le decine e decine di cartelli che si agitano all’arrivo dei passeggeri -, ma un inconfondibile giovanissimo Oblato, con la sua bella veste bianca, la fascia nera e la grande croce appesa al collo.
All’uscita dall’aeroporto la botta di calore tipica di ogni Paese tropicale, come sbattessi contro un muro. E subito l’impatto con i taxi-tricicli, i bordi delle strade polverosi, negozi e botteghe di lavoro sulla strada, le palme di cocco, le donne con gli ombrelli per ripararsi dal sole… lo stesso come fossi nelle Filippine, o in India, o in Madagascar. I Tropici sono ovunque i Tropici, un mondo colorato, vivace, che sa sopravvivere. Soltanto quando si giunge in luoghi come questi ci si rende conto del livello di vita che abbiamo in Occidente.

Il canto che giunge dalle moschee mi ricorda che oggi è la festa della fine del digiuno del Ramadan, il momento più sacro per i musulmani. Papa Francesco ha firmato in prima persona il messaggio augurale, nel desiderio di promuovere il «mutuo rispetto attraverso l'educazione», sottolineare l'importanza «del rispetto reciproco sempre, non solo in presenza dell'altro» e la priorità «del dialogo e della cooperazione tra credenti, in particolare tra cristiani e musulmani» che «va sempre rafforzata». «Dobbiamo formare i nostri giovani – ha scritto ancora il papa – a pensare e parlare in modo rispettoso delle altre religioni e dei loro seguaci, evitando di mettere in ridicolo o denigrare le loro convinzioni e pratiche. Sappiamo tutti che il mutuo rispetto è fondamentale in ogni relazione umana, specialmente tra persone che professano una credenza religiosa. È così che può crescere un'amicizia sincera e duratura».apa

giovedì 8 agosto 2013

Fragili come cristalli


“Siamo tutti fragili come i cristalli”. Mi è piaciuta questa immagine, che mi è giunta come commento al blog dell’altro ieri: “Perché non parlare del negativo?”
Ecco il testo intero, inviato da Torino:
“Sei entrato nel mistero del cuore umano e vi vedi tutta la fragilità che lo pervade. Anche il miglior rapporto matrimoniale è sempre a rischio. Tutta la vita è sempre in bilico tra la fedeltà e l'abbandono. Ti ringrazio di averne parlato nel blog perché siamo tutti fragili come i cristalli che da un momento all'altro sono incrinati per una minima vibrazione. Coraggio!” 
Leggo poi un altro commento:
“Mi è molto piaciuto il libretto allegato a una delle ultime Città Nuova, "Le spie dell'amore" di Rino Ventriglia. Da quella lettura dovrebbe risultare chiaro a chicchessia che la vita a due non è per niente semplice! Tutta una tensione a stanziarsi in Dio, d'accordo, anche qui un gioco d'amore, che ha però bisogno di un'attenzione particolare, anche psicologica”.
Come si fa a montare in superbia?
L’invito al coraggio, alla fiducia, ci viene da Sant’Agostino, un testo che mi ha fatto conoscere Josè Damián Gaitán:

“Atterrito dai miei peccati e dalla mole della mia miseria, avevo ventilato in cuor mio e meditato una fuga nella solitudine. Tu me lo impedisti, rinsaldandomi con queste parole: Cristo morì per tutti affinché i viventi non vivano più per se stessi, ma per Chi morì per loro. Ecco, Signore, lancio in te la mia pena, per vivere; contemplerò le meraviglie della tua legge. Tu sai la mia inesperienza e la mia infermità: ammaestrami e guariscimi. Il tuo unigenito, in cui sono ascosi tutti i tesori della sapienza e della scienza, mi riscattò col suo sangue. Gli orgogliosi non mi calunnino, se penso al mio riscatto, lo mangio, lo bevo e lo distribuisco; se, povero, desidero saziarmi di lui insieme a quanti se ne nutrono e saziano. Lodano il Signore coloro che lo cercano”. (Sant’Agostino, Libro delle Confessioni, 10:  43. 70).