mercoledì 17 maggio 2017

Fratel D'Orazio, sulla breccia fino alla fine


1950: Fratel Giuseppe accoglie a Ciampino
la "Madonna pellegrina"
e l'accompagna in città
Fu il primo a venire ad abitare in via Aurelia 290, agli inizi del 1950, quando la casa era ancora in costruzione. Per tutto questo tempo è rimasto al suo posto, tra mille incombenze, mentre generazioni di Oblati andavano e venivano. Questa notte è partito, zitto zitto, dopo più di sessant’anni nella stessa comunità, caso più unico che raro per un missionario.

Mi ricordava san Giuseppe Benedetto Labre che, nel 1700, per anni si era aggirato per Roma, da una chiesa all’altra, in un pellegrinaggio perenne, senza fissa dimora. Fratel Giuseppe D’Orazio la dimora ce l’aveva ben fissa, ma anche lui era in moto perpetuo, non soltanto perché visitava le famiglie dei missionari di mezza Italia e oltre, ma soprattutto perché quotidianamente si aggirava per Roma dove, con la scusa delle commissioni, visitava chiesa per chiesa, era presente ad ogni celebrazione di santi, ricalcava tutte le tradizioni popolari. Conosceva tutti e tutti lo conoscevano, credendolo magari un barbone.
In casa si era monopolizzato la cappellina della Madonna della fiducia trasformandola in un santuario personale, con devozioni a volontà, espressione di una fede sincera e appassionata.

Ricordo quando veniva a visitarci a Vermicino: appariva d’improvviso, all’ora meno impensata, e mai a mani vuote: dolci, immaginette e rosari; ne faceva incetta chissà dove e chissà come perché gli piaceva avere sempre qualcosa da donare. È un ricordo comune a tutti e ovunque. Ricordo quando una volta stavo prendendo il volo per non so quale Paese e, nascosta sotto una immagine, mi fece scivolare tra le mani un biglietto da 10 dollari. Anche questo è un ricordo comune a tutti i missionari…
Sabato l’ho accompagnato ancora una volta in Vaticano per le solite commissioni, dispiaciuto di non poter prendete il bus, come faceva di solito, con l’aiuto del suo fedele bastone e di qualcuno che si prestava a porgergli il braccio.

Ieri mattina la novità delle flebo, che per lui non avevano senso, se non l’inconveniente di tenerlo bloccato in letto per mezza giornata, senza che potesse andare in città come aveva programmato. Non si è comunque rassegnato a starsene in stanza e nel pomeriggio, una volta liberato dall’ago, ha citofonato al superiore generale: “Questa mattina non sono potuto andare a messa, può celebrarla adesso per me?”. “Ma veramente, a quest’ora… io ho già celebrato”. Non ci sono santi che tengono, fratel Giuseppe scende in cappella e il superiore deve scendere anche lui a celebrare la messa. Poi a cena con gli altri come sempre.
Finisce così, a 97 anni, nella semplicità d’ogni giorno, una vita spesa per Dio.


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