mercoledì 7 febbraio 2018

Vinoř, freddo con "clima" caldo


  
Vinoř è il paese, nella periferia di Praga, dove si tiene l’incontro dei sacerdoti. Poche case, una bella chiesa, un castello. Vicino, il luogo dove fu ucciso san Venceslao, oggi patrono della Cechia.
Il nevischio che volteggia nell’aria ci ricorda che siamo nel cuore dell’inverno. Ieri il sole ha fatto brillare il lago ghiacciato, ridato vita al bosco e fatto precipitare la temperatura sotto zero.
In compenso l’ambiente è “caldo”, non soltanto perché il Centro Mariapoli che ci ospita è ben riscaldato, ma soprattutto perché c’è davvero un bel “clima” tra tutti. Tanti sacerdoti vivono insieme in piccoli presbiteri, oppure si incontrano tra loro settimanalmente per condividere vita spirituale e pastorale.

“Più che vivere la Parola, vivo Gesù Parola – racconta uno di loro. Punto a vivere in Gesù, in rapporto costante con lui: essere Gesù, vivere con lui. Vivo la Parola per vivere Gesù”.
Un altro: “Essere Maria, generare Gesù in mezzo a noi come Maria, quindi essere insieme Gesù, perché soltanto insieme si genera Gesù in mezzo”.
E così, uno dopo l’altro. Discorsi che non sono sempre abituali tra noi…
Io racconto loro le solite cose e loro in compenso mi donano cose nuove.


martedì 6 febbraio 2018

Praga a colori


Sono passati più di vent’anni dalla mia prima venuta nella Repubblica Ceca. Nel marzo 1997 ero stato ad Olomouc, la capitale della Moravia, dove l’arcivescovo Jan Graubner mi aveva fatto parlare a 90 sacerdoti e poi agli studenti della Facoltà teologica. A Praga il card. Miloslaw mi aveva fatto parlare nella Facoltà teologica a 150 sacerdoti, presenti i tre vescovi ausiliari e il nunzio; a una cinquantina di seminaristi; alle carmelitane e a un gruppo di religiose. Rilasciai anche una lunga intervista e una conferenza stampa.


Quindici anni fa, nel marzo 2003, un altro viaggio di cui mi è rimasto un ricordo indelebile. Guidai gli esercizi spirituali alla conferenza episcopale, in un antico convento francescano, a Hejnice, paesotto situato a nord, al confine con la Polonia e la Germania, accanto ad un santuario mariano.  Diedi 20 conversazioni, poi confluite nei libri Fuoco è la tua Parola e Luce è la tua Parola.
Appena arrivato a Praga fui ospite all’arcivescovado, in una suite principesca: una sala ovale di una bellezza straordinaria, con tre finestre che davano: una sul giardino dell’episcopio, una sul castello, una sulla città. La mattina potevo vedere la piazza animarsi di turisti e il cambio della guardia presidenziale… Potei visitare velocemente il Gesù Bambino di Praga, il ponte Carlo IV, il centro della città antica, un giretto nel castello, tra i suoi palazzi, la cattedrale, la via d’oro con le casette da nani degli arcieri reali…
10 giorni che non potrò più dimenticare, descritti in un dettagliato diario, come usavo allora.
Sono poi tornato nella Repubblica Ceca a giugno sempre nel 2003 per parlare al congresso mariano a Olomouc.

Il viaggio di questi giorni è molto più semplice e breve. Niente visite ai monumenti. Ancora un incontro, questa volta con un centinaio di sacerdoti di vari Paesi dell’Est Europa: Cechia e Slovacchia, Ucraina, Polonia, Russia, Ungheria, Romania, Slovenia. Abbiamo con noi anche tre vescovi. Siamo in una lontana periferia di Praga. Eppure godo di un'altra bellezza.
Mi sembra un sogno vedere sacerdoti di così tante nazioni uniti in un unico Ideale di vita.
I loro popoli erano uniti tra loro in maniera forzata, ora possono esserle nella libertà: “molti, un solo corpo”. Questi sacerdoti ne sono la profezia. Come al solito sono vestiti monocolore: nero, grigio chiaro, grigio scuro… eppure la loro vita mi sembra un arcobaleno di colori.


lunedì 5 febbraio 2018

Su tavola d'altare

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Pioviggina, 
il cielo bigio dal volto
triste.
Dal basso.
Dall’alto
trasformazione in luce 
splendente.

Picchi d’Alpe
fioriscono al sole
sul prato di nuvole
inamidato
tavola d’altare 
per l’offerta 
del mondo.

(Kiryll Havel, Liriche di luce)

domenica 4 febbraio 2018

Firenze, luogo “teologico” della nascita delle COMI


«Il 22 agosto 1951 e Firenze sono la data e il luogo “teologico” della nascita dell’Istituto con un proprio carisma che è la prima irradiazione in Italia del carisma oblato tra i laici. Nasceva il “piccolo incendio” ed era incendio “mariano”. Gloria a Dio che lo ha ispirato e voluto…». Così scriveva padre Gaetano Liuzzo, fondatore delle Cooperatrici Oblate Missionarie dell’Immacolata (COMI) il 22 maggio 1994.

In questi giorni ho accompagnato una trentina di COMI nel “luogo carismatico” della loro nascita, a Firenze, nella casa degli Oblati dove in quell’agosto 1951 si tennero gli esercizi spirituali con un bel gruppo di ragazze che lì avrebbero dato vita al loro Istituto secolare.

Già il primo giorno del ritiro (18 agosto 1951), alcune giovani scrissero su un foglietto a Padre Liuzzo: «Padre, come fare per diventare perfettamente sorelle degli Oblati e vivere più strettamente la loro spiritualità?». Padre Liuzzo rispose: «Diventare in pieno oblate in veste secolare. Anzi diventare ‘Sorelle’ degli OMI».
Al termine del ritiro, il 22 agosto 1951, festa del Cuore Immacolato di Maria, nella basilica della SS. Annunziata, davanti alla celebre immagine del Duecento, ricordando e continuando il “Sì” di Maria, diciotto di loro formulano la propria consacrazione.

Siamo tornati nella basilica-santuario dell’Annunziata a rinnovare, dopo tanti anni, la consacrazione di allora. Ognuna delle presenti all’offertorio si è tolta la fede nuziale e l’ha portata sull’altare, per poi riprenderla al termine della messa. Un gesto semplice eppure ha sprigionato una immensa gioia.
Quel sì di Maria e delle prime Sorelle Oblate continua a risuonare ancora. 

sabato 3 febbraio 2018

Il segreto di Gesù

Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni… Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. (Mc 1, 29-39)

Che giornata intensa hai avuto quel sabato a Cafarnao: il discor­so in sinagoga, la cacciata di satana, la guarigione della suocera di Simone, i malati che ti portano a sera e ancora liberazioni dal demonio. Era così ogni tua giornata? Certo non ti risparmiavi, non conoscevi riposo, sempre in cammino, per incontrare più persone possibile, per dire a tutti il messaggio di gioia: è giunto il regno di Dio e quello di satana è finito. Per questo sei venuto.
Sarebbe piaciuto anche a me venire quella sera, davanti alla ca­sa di Simone, assieme a tutta la città, per incontrarti. Sono tutti riuniti attorno a te, ad ascoltarti. Dici parole nuove, vere, e con autorità. Di esse nutri la tua gente, perché sai che di parole vere, che toccano il cuore, che forse fanno male ma che risanano, noi abbiamo bisogno: non di solo pane vive l’uomo!

Non risani soltanto i cuori, ma anche i corpi, con un amore concreto che si prende cura di ognuno, con interezza, in ogni aspetto della sua esistenza: sai di cosa abbiamo bisogno e ti fai vicino e rispondi a ogni nostra attesa.
Mi sarebbe piaciuto anche uscire dietro a te, furtivamente, il mattino seguente, quando era ancora buio, mentre gli altri sta­vano dormendo, e seguirti nel luogo appartato, solitario e silen­zioso. Vorrei carpire il tuo segreto. Da dove proveniva la luce e la sapienza della tua parola? Da dove prendevi lo slancio per andare incontro a ogni persona e alle folle? Chi alimentava il tuo amore, che ti faceva entrare nel dolore dell’ammalato fino a sanarlo? Chi ti dava la forza per combattere e sconfiggere il demonio?

«E lì pregava». È questo il tuo segreto? Il luogo solitario si animava di una nuova presenza: il Padre era lì, con te. Quel silenzio si apriva al dialogo con lui, nell’amore dello Spirito Santo. Questo è il segreto della tua vita di donazione senza so­sta e senza risparmio: l’intimo costante rapporto con il Padre, con il quale colloqui, condividi i frutti del tuo operare, elabori i progetti e le strategie, ascolti la sua voce, compi il suo volere. Il tuo agire nasce da questa unità, se ne alimenta e a essa converge.
Potrebbe essere, questo, anche il nostro segreto? Una vita di donazione, senza sosta e senza risparmio, fatta di incontri, di dono della sapienza, di riconoscimento e condivisione del dolo­re, di lotta senza quartiere e senza compromessi contro il male. Come la tua giornata. Ma anche a me occorre un luogo di silen­zio e di preghiera.
Nel ritiro solitario con te mi ritrovo assieme alla mia comunità, come quando, nel luogo deserto, tu ritrovavi la tua comunità trinitaria. E insieme condividiamo le gioie e le fatiche, scopria­mo il disegno divino che siamo chiamati a compiere, e troviamo la forza per attuarlo.

venerdì 2 febbraio 2018

Pregare per le vocazioni, una verifica per chi ce l’ha già / 3



“Inoltre, pregheremo e faremo pregare il Maestro perché mandi operai nella sua messe”. (Regola oblata)

Prima di far pregare pregheremo! Non ci sono deleghe nella testimonianza della vita. Non ce ne sono nella proposta esplicita. Non ce ne sono neppure nella preghiera.
“Preghiamo efficacemente perché il Padre di Famiglia ci mandi operai per coltivare la vigna che ci e affidata - scriveva sant’Eugenio. Spetta alla nostra buona Madre ottenerci questa grazia per la gloria del suo Divin Figlio; domandiamogliela con fervore e perseveranza” (Ts 412).


Non solo dobbiamo pregare, va da sé, ma dobbiamo pregare anche per le “vocazioni”, esplicitamente (e non soltanto nella settimana di maggio dedicata a questo scopo - ma almeno questo lo facciamo?). E ci fa bene pregare il Padrone della messe perché mandi operai nella sua messe. Ci fa bene perché prima di tutto guardiamo a lui, entriamo in rapporto con lui, rinnoviamo in lui la nostra fiducia, e già questo basterebbe. Ma poi ci obbliga a guardare anche alla messe, in tutta la sua vasta estensione, e quindi ad alzare gli occhi, che forse tante volte si limitano a guardare il nostro piccolo orticello. I bisogni dell’umanità sono ben più grandi dei nostri bisogni ... Infine ci fa ricordare che occorrono operai e questo non soltanto rinnova la nostra fiducia nel Padrone della messe, ma ci obbliga anche a guardarci attorno e a discernere quali possono essere i possibili chiamati. La preghiera non ci lascia tranquilli e indifferenti, ma ci rende corresponsabili con il Padre della messe.

Inoltre dobbiamo far pregare. Chi? I nostri associati AMMI, certamente; i conventi di clausura, certamente. Ma soprattutto i giovani stessi. Soltanto se pregano il Maestro che mandi operai essi capiranno veramente la vastità della messe con tutte le sue esigenze e la necessita di chi vi si dedichi con tutta la vita. Soltanto se pregheranno il Maestro potranno scoprire chi egli è veramente e potranno sentire la chiamata che li invita a seguirlo.



giovedì 1 febbraio 2018

Pregare per le vocazioni, una verifica per chi ce l’ha già / 2


“Coglieremo ogni occasione per far conoscere l’urgenza delle necessita della Chiesa e del mondo e il modo con cui la Congregazione si sforza di rispondervi”. (Regola oblata)

La coerenza e la testimonianza della vita non bastano. Domandano di essere accompagnate dalla parola. Proprio come i gesti profetici che poi venivano spiegati dal profeta. Proprio come i sacramenti che sono segni accompagnati da parole. Anche da noi si richiede un annuncio esplicito, la parola profetica (non siamo tra l’altro missionari? uomini della Parola?). Ossia siamo chiamati a svelare il piano di Dio sull’umanità e sulle singole persone e nello stesso tempo a coinvolgere quanti incontriamo sul nostro cammino nella realizzazione del piano di salvezza e a indicare le vie concrete per la sua attuazione.

In questo nostro compito rientra anche parlare esplicitamente di come lavoriamo per l’adempimento del piano di Dio e più concretamente della nostra missione. Dire come stiamo cooperando con Cristo non è presunzione, è prendere sempre più coscienza, noi stessi, della nostra vocazione. Ci fa bene raccontare la nostra grande missione. Dicendolo ce ne convinciamo e ci riconvertiamo ad essa costantemente. A volte siamo bloccati da una falsa umiltà o non sappiamo riconoscere il bene che fanno i nostri fratelli. Non occorre presentare se stesso, ma gli Oblati come tali, la congregazione come corpo apostolico, debole e fragile, con difetti e mancanze, ma portatrice di un grande carisma, strumento per l’evangelizzazione nelle mani di Cristo e di Maria.


Noi Oblati a volte siamo troppo “umili” e pensiamo che l’erba del vicino sia più verde, che la missione operata dagli altri operai del Vangelo sia più efficace. Dovremmo imparare dai primi evangelizzatori di cui parlano gli Atti degli apostoli, che non solo annunciavano il Vangelo, ma anche raccontavano quello che lo Spirito Santo andava operando tramite loro. Dagli amboni delle nostre parrocchie, dalla radio, dalle pubblicazioni, sui social media, negli incontri dei giovani e con le famiglie ... non dobbiamo aver paura di dire qual è la nostra via per cooperazione con il Cristo Salvatore. Quante volte sant’Eugenio si è lamentato che i nostri missionari non facevano conoscere il bene che andavano compiendo!
“Non siamo abbastanza per il lavoro - scriveva al p. Tamburini -. Dappertutto si aprono vasti campi da dissodare, e mancano operai. Eccitate lo zelo in questi giovani cuori. (...) Bisogna parlare delle cose per farle conoscere” (Ts 423).
Dobbiamo quindi dire che abbiamo bisogno di chi ci affianchi, non per mantenere in vita l’istituzione, ma perché la messe ha bisogno di operai. La parola profetica riguarda infatti anche lo svelamento del disegno di Dio sulle persone, aiutare soprattutto i giovani a scoprire quello che Dio si aspetta da loro.

Gesù, a cui non mancava certo l’esemplarità della vita, ha chiamato esplicitamente per nome coloro che avrebbero dovuto seguirlo. Anche sant’Eugenio non avrebbe avuto il suo primo compagno se non gli avesse scritto una lettera di fuoco nella quale gli faceva “conoscere l’urgenza delle necessita della Chiesa e del mondo” - per usare le parole della Regola -, gli mostrava il modo con cui lui intendeva rispondervi, e infine lo invitava personalmente, con parole forti, a seguirlo condividendone l’ideale di vita.
A volte siamo troppo timorosi di mancare di rispetto, di invadere la vita dell’altro. E ci dimentichiamo della violenza che ogni giorno esercitano i mass media. Forse la nostra parola, la nostra proposta, più che coartare la liberta potrà essere una autentica liberazione. O forse ci vergogniamo a proporre la nostra vita? O forse non ci crediamo più? Anche in questo caso pensare alle “vocazioni” ci obbliga a interrogarci su come viviamo la nostra vocazione e a comprenderla meglio.