martedì 15 dicembre 2015

Scollegarsi per entrare nella casa interiore

Dopo che ho scritto un blog su Paola Mastrocola - 
http://fabiociardi.blogspot.it/2015/11/paola-mastrocola-che-mi-fa-sorridere.html -
qualcuno mi ha regalato (o forse semplicemente prestato, verificherò) un suo libro sullo studio: La passione ribelle. Una analisi spietata sul non studio, condotta con garbo, ironia… Attacco: "Lo studio è sparito dalle nostre vita. Nessuno studia più... Lo studio sa di muffa...". Un libro godevolissimo, che si fa leggere d’un fiato, che tutti, specialmente gli studenti dovrebbero leggere, che mette voglia di studiare.
Vi sono piacevoli macchiette, che fanno sorridere e pensare, come quando scrive della necessità di “scollegarsi” per poter studiare:

Se, mentre studio, tengo acceso il telefonino, il computer, l’i-Pad, WhatsApp e altri consimili strumenti di connessione, dubito che troverò la concentrazione e il silenzio interiore… È irresistibile il suono che ci annuncia l’arrivo di un messaggino, di una mail, di una foto, o la vibrazione di una telefonata. Come si fa a non rispondere, a non sbirciare chi è? Ecco, guardiamo chi è. E se è il nostro amico più caro che ci chiede aiuto, o il ragazzo appena conosciuto che vorremmo ci portasse a cena, o la nonna malata che non sappiamo se guarirà, o l’agenzia che ci deve dire se ci ha trovato o no il volo per la città dove desideriamo andare da una vita, come facciamo a non rispondere, a non richiamare, a non digitare una frase, una parola, una piccola, sorridente icona?...  Solo se spegniamo ogni tanto le connessioni siamo di nuovo esseri liberi.

Indovinato l’appello a non vivere costantemente “esternalizzati”, ma a tornare nella “casa interiore”:


Abbiamo perso l’abitudine di abitare in noi, nel nostro paese dell’anima. Abitiamo in un fuori rumoroso e caotico… È un po’ come se da qualche parte qualcuno ci avesse rubato le chiavi di casa: nessuno più è in grado di aprirci la porta, e noi siamo condannati a vagare fuori per le strade per sempre, dormire sulle panchine di una stazione, camminare tutto il giorno tra la folla e il traffico… Non ci viene a un certo punto la nostalgia di casa, il desiderio spasmodico di tornare, almeno un po’, in un nostro spazio chiuso, riparato, silenzioso e deserto? Credo che esista una casa interiore. Non sono uno psicologo né un sacerdote, e non so come chiamarla: anima, spirito, io? La chiamo casa. E' la nostra interiorità, quel che ci sta dentro e non è detto che si veda di fuori. Fuori è il dominio dell’esteriorità. Tra fuori e dentro non ci dovrebbe essere contrapposizione, e meno che mai prevaricazione dell’un luogo sull’altro. Dovrebbe esserci equilibrio, complementarità. Collaborazione.



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