domenica 7 maggio 2023

Lettere che raccontano un carisma

Il 5 maggio ha avuto luogo la presentazione libro “Le Lettere” di Chiara Lubich. Una sala piena interessata e attenta,,,

Come ho già avuto modo di scrivere le Lettere di quel periodo consentono di seguire in diretta la nascita di un carisma. L’Autrice stessa ne restò meravigliata quando, nel 1977, le furono consegnate alcune di quelle lettere, di cui lei non aveva più conoscenza. Nel mese di maggio di quell’anno comincia a rileggerle e nel diario ne riporta alcuni passi che commenta. Con sorpresa trova la freschezza del suo carisma. Il 10 maggio scrive: “Leggo le letterine dei primi tempi per scrutare il carisma. È Dio, è l’Amore! Dio dunque, non il Movimento, non le opere, non le zone, non il lavoro, niente... Dio. Amare colui che resterà all'ultimo giorno”. Il 13 maggio: “La letterina di oggi dice” – e riporta un testo, per poi concludere: “Questo è magnifico! è la nostra spiritualità”. 17 maggio: “Allora è vero!” Queste cose le “dicevo ancora nel '43 quando ‑ diciamo pure la verità ‑ non sapevo forse quello che mi dicevo”. Il 19 maggio legge da una sua lettera scritta a Elena Molignoni del 1944: “Amo Dio e lo vorrei far amare come mai fu amato”. E commenta: “È un altro imperativo del carisma. (…) Non avrei certo allora immaginato d'arrivare qui”.

A me hanno particolarmente colpito le lettere indirizzate ai religiosi. Qui la dottrina sgorga allo stato puro perché sono persone che sanno cos’è un carisma, una spiritualità e quindi possono comprenderla come poche altre. Qui troviamo i testi più profondi sull’unità, su Gesù Abbandonato... Quando negli anni ’80 Chiara codifica in un certo senso la sua spiritualità scrivendo i suoi temi fondamentali, userà tantissimo queste lettere scritte ai religiosi perché lì già aveva esposto con chiarezza la novità della sua spiritualità.

Come per gli altri destinatari è interessante notare, al di là del contenuto, il tipo di rapporto che è capace di intrattenere con ognuno. Rapporti differenti da persona a persona a cui si rivolge come fosse l’unica, con la sua specificità umana e spirituale, perché veramente ogni persona è unica. Ma anche nel rapporto con la stessa persona quante sfumature: a volta si mostra madre, altre maestra, altre figlia, altre discepola… Segno di rapporti autentici e sinceri, come autentiche e sincere sono tutte queste lettere.

Un’attenta e colta lettrice ieri mi ha scritto: “Sarà un testo imprescindibile della letteratura italiana”. Sarebbe l’ora! Dopo le lettere di santa Caterina da Siena la storia della lettura italiana ha sistematicamente eliminato tutti i testi di autori spirituali. Che ci sia un fecondo ritorno…

sabato 6 maggio 2023

Il Cielo oggi si riversa sulla terra

Il Cielo oggi si riversa sulla terra. Gesù prega il Padre ed egli manda lo Spirito e con lui egli stesso si muove incontro a noi e Gesù giunge con il Padre e lo Spirito. Tutta la santissima Trinità viene a prendere stabile dimora tra noi.

L’amore soltanto sa vederla e cogliere la sua presenza. Il “mondo”, invece, dove è assenza d’amore, non vede e non crede. Spesso noi stessi viviamo come fossimo orfani e ciechi. La pienezza della luce, della vita e della gioia, da parte nostra, è infatti condizionata dalla volontà e dalla capacità di accoglienza: “Se mi amate… Chi accoglie i miei comandamenti…”. Possiamo amare o non amare, c’è chi ascolta e chi non ascolta… Ci è stata donata questa tremenda possibilità di accogliere Dio o di rifiutarlo, di aprirci a lui o di rinchiuderci in noi: ci ha resi liberi, come egli è libero.

È certo che il Padre dona lo Spirito, è certo che lo Spirito rimane con noi, è certo che Gesù ci ama e si manifesta a noi. Da parte sua possiamo esserne sicuri: non ritira mai la sua promessa, il suo amore non viene mai meno, non nasconde mai la sua presenza. È da parte nostra l’incertezza, la sospensione. Il tradimento è sempre in agguato, come il dubbio, la stanchezza della sequela, l’assuefazione.

Come vedere, sentire, riconoscere la sua presenza tra noi? “Se mi amate… Chi accoglie i miei comandamenti…”. La condizione è un amore fatto di concretezza, non di parole soltanto o sentimenti. L’amore, quello vero, spinge a vivere come Gesù ha insegnato e vissuto. Se lo amiamo veramente si accende il desiderio di essere come lui, di dargli gioia nel volere ciò che egli vuole: è aderendo al suo insegnamento che s’accende l’amore e impariamo ad amare.

Se così ecco il miracolo: Gesù è tornato al Padre ed è presente tra noi, è nel Padre e noi in lui e lui in noi. Siamo veramente in Gesù ed egli in noi come egli è nel Padre e il Padre in lui? La stessa comunione? Anche lo Spirito è in noi come è in Gesù e nel Padre? Anche il Padre ama noi come ama il Figlio, fino a generarlo e a generarci? L’umanità avrebbe mai potuto pensare una simile immanenza, sperare una intimità così profonda, sperimentare una amicizia tanto sincera? Possiamo vivere la stessa di Dio: l’amore circolante tra le Tre divine Persone, che nasce dall’Unità di Dio e fa Uno la Trinità; l’amore che ci coinvolge nell’unità dei Tre e genera l’unità tra noi.

Quanta gratitudine, Signore,
per il tuo restare tra noi,
nel tempo presente e nell’ultimo
quando saremo sempre con te.
Donaci di accoglierti,
fin da ora,
assieme al Padre e allo Spirito,
col cuore dilatato dall’amore
e obbediente ai tuoi comandi.
Donaci d’accoglierti tra noi
per continuare a vivere, Chiesa,
la reciprocità dell’amore
che vivi con il Padre e lo Spirito
dai secoli e nei secoli eterni.

venerdì 5 maggio 2023

Achiel Peelman, un Oblato amerindiano

Un grande missionario, un grande studioso della cultura delle Prime Nazioni del Canada. Ci ha lasciato in questi giorni Padre Achiel Peelman. Nato nel 1942 in Belgio arrivò in Canada nel 1962. Terminati gli studi ad Ottawa, andò a Strasburgo per iniziare un dottorato in Scienze Religiose presso una facoltà protestante. “Volevo un'esperienza ecumenica, lavorare in un ambiente protestante. Erano i tempi nuovi dell'ecumenismo”. Dal 1971 ha insegnato alla St. Paul University di Ottawa. Si colloca tra gli esperti della religione tradizionale.

“Gli amerindi – racconta – mi fecero capire che il mio approccio era troppo interno alla Chiesa e che dovevo concentrarmi di più sulla loro cultura. I loro capi spirituali mi hanno invitato a visitarli e così ho potuto essere iniziato alla loro spiritualità, in particolare quella dei Cree in Alberta. È un passo che ho accettato senza esitazione, perché per comprendere questa spiritualità c'era un solo modo: sperimentarla e viverla dall'interno. Sono stato invitato a praticare molti rituali e ad avere molti contatti con i Saggi. Ciò mi ha permesso di avere una visione privilegiata di loro, approfondendo la mia spiritualità cristiana. Come Oblati siamo invitati a partecipare con la gente a questa sintesi ea questa armonia”.

Tra i molti libri, nel 1995 - anche in italiano - ne pubblica uno intitolato “Le Christ est amérindien” (Cristo è un amerindio) in cui sviluppa la visione amerindia di Cristo, la spiritualità tradizionale e alcuni orientamenti per lo sviluppo di una Chiesa amerindia. Nel 2004 un altro lavoro: “L'Esprit est amérindien” (Lo spirito è amerindio) dove tratta della mia iniziazione alla spiritualità amerindia e del rapporto tra questa spiritualità e il cristianesimo.

Gli Oblati in Canada hanno fatto degli sbagli nel campo dell’inculturazione, ma hanno avuto anche grandi uomini che hanno saputo valorizzare la cultura locale e porla in un dialogo profondo con il cristianesimo, passando attraverso la propria esperienza.



giovedì 4 maggio 2023

Accogliere

Accogliere: bello questo prestito dal latino colligere, “raccogliere insieme”. Fa pensare a un mazzo di fiori vari colti in giardino, al ritrovarsi tra amici o in famiglia, al mettere insieme una squadra. Dice apertura verso l’altro, disponibilità a farlo entrare nel proprio mondo, in casa, nell’intimità della propria interiorità. È lasciar cadere le barriere del pregiudizio, della paura, della diffidenza, che ci tengono distanti se non avversari, soprattutto in presenza del diverso. È aprire timidamente la porta. Ti accorgi allora che il “diverso” non è poi così diverso come te l’eri immaginato. Abbiamo in comune con tutti un 95% d’umanità che ci rende simili, e un 5% di caratteristico che ci arricchisce reciprocamente. Allora la porta la spalanchi e può nascere un’amicizia. Il pensiero va inevitabilmente agli immigrati in cerca di casa, di lavoro, di rapporti, alle persone disabili, ma anche ai vicini rumorosi, ai colleghi noiosi... È un mettersi in gioco. Può anche finire male. È un rischio da correre, se vogliamo essere pienamente umani.

C’è reciprocità nel colligere, espressa da quel co-, una sfumatura che in italiano si è perduta, riducendo l’accoglienza a un’azione unilaterale. L’apostolo Paolo ha ben presente la valenza tipicamente cristiana della reciprocità, insita nel comandamento che Gesù ha definito suo e nuovo: “Amatevi gli uni gli altri”. Ed ecco come declina tale reciprocità: “Accoglietevi gli uni gli altri come anche Cristo accolse voi” (Romani, 15, 7). L’amore si esprime nei fatti, anche nella mutua accoglienza. Se io ti accolgo posso farti casa, ma la nostra casa la costruisco soltanto assieme a te, se anche tu mi fai casa. La famiglia, la società, in tutte le sue espressioni, la Chiesa stessa, sono frutto di un gioco: accettarsi gli uni gli altri, riceversi in reciproca cittadinanza. E alto modello ci è proposto: Cristo stesso, che ci ha introdotto nel suo cielo, e gli è costato non poco...

mercoledì 3 maggio 2023

Le lettere di Chiara Lubich

Venerdì prossimo, 5 maggio, alle 18.30, nella chiesa della Madonna del Carmelo a Roma, si terrà la presentazione del libro di Chiara Lubich, Lettere, 1939-1960. Un libro straordinario.

Sono scritti immediati, che sgorgano come magma incandescente, senza filtri. L’autrice si lancia direttamente incontro ai destinatari senza rete di protezione, in dono totale, senza riserve, con una profonda trasparenza che ne mette a nudo l’anima, nelle passioni più alte e intense e nelle fragilità della vita quotidiana. È la prima impressione alla lettura della nuova pubblicazione delle Opere di Chiara Lubich: Lettere (1936-1960). I volumi precedenti – Parole di Vita, Conversazioni, Discorsi – riportano testi meditati a lungo. Le lettere sono invece immediate, d’una freschezza sorprendente.

Il periodo in questione – da quando appaiono le prime lettere a quando Chiara Lubich si dota di una piccola segreteria che dà agli scritti un tono meno diretto e personale – è quello della sua maturazione umana e vocazione e della nascita del Movimento dei Focolari. Le lettere consentono di seguire in diretta la nascita di un carisma: le modalità dell’azione dello Spirito e gli accenti di risposta, gli slanci che esso suscita insieme alla sorpresa e ai timori per la novità, l’evoluzione intensa non programmata e aperta a un futuro sempre pieno di sorprese. Delle 700 lettere conservate, per la pubblicazione ne sono state scelte 338. Una scelta significativa e sufficiente per entrare in un mondo di luce, fatto di gioia e di patire, come sempre accade quando Dio è all’opera.

La sequenza degli scritti non è in ordine cronologico, come ci si aspetterebbe, ma secondo i destinatari. Scelta rischiosa. Quando questo criterio, rompendo la tradizione, è stato adottato per le lettere di santa Teresa d’Avila, l’edizione non ha avuto successo e si è tornati alla scansione temporale. Nel caso di Chiara Lubich la scelta appare invece indovinata.

Si ha infatti la piacevole sorpresa di costatare che, cambiando destinatari, cambia anche lo stile della scrittura. Gillet ha individuato varie tipologie di lettere: «Quelle irrompenti, impetuose, che sgorgano dalla piena dell’anima… quelle di accompagnamento spirituale… lettere di amore o di amicizia gratuita… lettere direttive, a volte di comando, di orientamento per l’azione… altre più dottrinali…». In tutto questo influiscono le persone a cui sono indirizzate: Chiara adotta, anche inconsapevolmente, il suo stile d’amare, che è “farsi uno” con chi ha davanti, nella libertà d’espressione e insieme nell’attenzione all’altro.

Il primo gruppo a cui si rivolge sono le bambine dell’Azione Cattolica, quelle con le quali ha iniziato il suo insegnamento come maestra elementare sulle montagne del Trentino. Sono lettere di una purezza dolcissima, non soltanto perché la “purezza”, secondo i canoni dell’Azione Cattolica di allora, è un tema ricorrente, ma perché offrono un’esposizione limpida e semplice della vita cristiana, con amore tenero di maestra e catechista.

Quando si passa alla seconda parte della raccolta, le lettere alla sorella Liliana e ad alcuni familiari (1944- 1960), il tono cambia improvvisamente. Le dolci e limpide acque degli anni 1939-1942 si trasformano in un fuoco che divampa d’un amore intenso e appassionato. Tra i due gruppi di lettere vi è il 1943, anno della dirompente scoperta di Dio Amore che travolge completamente la vita di Chiara. La curatrice, che è stata a contatto con i manoscritti, nota che anche la calligrafia è addirittura cambiata: «Non è più pacata. Tradisce lo stato d’animo di qualcuno il cui pensiero precede la penna… sottolinea una, due volte, di rosso, di blu, ingrandisce la calligrafia, cosicché si può dire che queste lettere sono da ascoltare oltre che da leggere». Ma anche chi non ha davanti l’originale percepisce l’invasione straripante dello Spirito Santo a cui non si può resistere.

Giungono poi le lettere ad Anna Melchiorri, ed ecco che il tono cambia ulteriormente: tutto luce e verità. Grazie a quelle indirizzate a persone vicine a lei o a gruppi particolari si può seguire l’innervarsi dell’Opera di Dio che prende forma, pur in mezzo alle prove. Quando poi si indirizza ai religiosi, la dottrina sgorga allo stato puro: sono persone che sanno cos’è un carisma, una spiritualità e quindi possono comprenderla come poche altre, ed ecco gli alti temi dell’unità, di Gesù Abbandonato... E la lettura continua, con scoperte sempre nuove… Alla fine, nelle Appendici, la “Cronologia” appare come un invito a rileggere il libro secondo le date di composizione delle lettere e così ripercorrere l’intero cammino carismatico.

martedì 2 maggio 2023

Testimoni, più che apologisti e maestri


Leggo casualmente una frase di Pio XII: “La Chiesa ha bisogno di testimoni prima ancora che di apologisti”. Immediatamente mi ricorda la famosa frase di Paolo VI: “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni”.

Cerco dove Pio XII ha detto quella frase e trovo un discorso straordinario, un Radiomessaggio ai partecipanti al Congresso eucaristico nazionale francese, il 4 luglio 1947:

“Un cristiano non è un partigiano; non è nemico di nessuno; non cerca di trionfare di nessun avversario; lo spirito di parte gli è sconosciuto. Oggi più che mai e come nei primi tempi della sua esistenza, la Chiesa ha bisogno di testimoni prima ancora che di apologisti; di testimoni che, in tutta la loro vita, facciano risplendere il vero volto di Cristo e della Chiesa agli occhi del mondo paganeggiante che li circonda. Alla moltitudine degli uomini, nel cuore dei quali si tenta invano, grazie a Dio, di soffocare ogni aspirazione religiosa, voi farete brillare l’attrattiva divina della dolcezza e della carità del Salvatore. Amandoli tutti di uguale amore, voi sarete gli interpreti della tenerezza materna della Chiesa verso gli oppressi e gli erranti. Voi farete loro conoscere, spiegandola, e soprattutto applicandola, la luminosa dottrina sociale della Chiesa che è la sola che possa risolvere i problemi che li tormentano. Voi sarete gli apostoli della società moderna, animati da quello spirito cristiano e missionario di cui la vostra patria ha dato, in ogni tempo, esempi bellissimi”.

Le parole analoghe di Paolo VI appaiono nella sua enciclica del 1975, Evangelii nuntiandi, n. 41; da qui continuano a citarle i suoi successori. In effetti l’aveva pronunciata un anno prima, il 2 ottobre 1974, durante l’Udienza al Pontificio Consiglio per i laici. Anche questo discorso, come quello di Pio XII, è rivolto ai laici. Ad essi soprattutto è richiesto un annuncio fatto di testimonianza. Ne trascrivo alcuni passaggi, dai quali tra l’altro appare chiaramente la necessità di una testimonianza comune, “collettiva”, di Chiesa:

L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o, se ascolta i maestri, è perché sono dei testimoni. Egli prova in effetti una istintiva avversione per tutto ciò che può apparire come inganno, facciata, compromesso. In questo contesto si comprende l’importanza di una vita che risuona veramente del Vangelo! (…) Occorrono oggi più che mai dei testimoni dell’invisibile. (…)

I nostri fratelli umani hanno bisogno di incontrare altri fratelli che irradino la serenità, la gioia, la speranza, la carità, malgrado le prove e le contraddizioni che toccano anche loro. (…)  Le nuove generazioni vorrebbero incontrare più testimoni dell’Assoluto. Il mondo attende il passaggio dei santi. (…) La Chiesa renderebbe sterile il Vangelo e se stessa se proclamasse solo un ideale astratto, per quanto ben presentato, senza che i laici concretizzassero questo ideale, come lievito nascosto nella pasta. (…)

Ma è diventata una necessità, ed è una possibilità del nostro tempo, cercare anche una testimonianza collettiva dei cristiani. (…) In questo immenso corpo di Cristo che è la Chiesa, i doni e i bisogni sono molto diversi, e diverse sono le tendenze dell’apostolato. Deve esserci tuttavia una unità nell’ispirazione e una convergenza nello scopo. Non si tratta soltanto di una necessità per l’efficienza dell’apostolato, ma di un criterio della sua autenticità: Cristo ha pregato perché i suoi discepoli fossero uno. (…) Tutti questi movimenti devono dunque testimoniare senza equivoci una volontà di incontrarsi, di lavorare insieme per gli obiettivi fondamentali.

 

lunedì 1 maggio 2023

Santi a tutti i costi

“Nihil linquiendum inausum”. Un latino un po’ difficile, che traduciamo: “Senza lasciare nulla di intentato”. È una frase della Regola degli Oblati, che in italiano è stata resa in positivo: “fare di tutto”. È riferita all’opera missionaria: gli Oblati ce la mettono tutta, tentandole tutte, per estendere il Regno di Dio.

Questa mattina ci sono stati i voti perpetui di sei dei nostri scolastici: sei nuovi Oblati! I primi nel 1816 erano in cinque e guarda cosa hanno combinato! Adesso in sei nel 2023 di cosa non saranno capaci?

All’omelia il superiore generale ha ripreso il “Nihil linquiendum inausum”, ma questa volta l’ha applicato alla santità a cui siamo chiamati!


La metro riservata per OMI e familiari