venerdì 7 ottobre 2022

Le missioni al popolo una volta e oggi

Un convegno sulle missioni al popolo! Questa sì che è una bella iniziativa: Firenze, 7-9 ottobre. Ne ho subito approfittato, soprattutto per incontrare fratelli e sorelle, i più 50 partecipanti laici, Oblati, Comi… anche un vescovo.

Le testimonianze, specialmente dei laici della famiglia oblata sono bellissime, tutti hanno partecipato a decine e decine di missioni. Sono incantato (è l’unico che non ha mai partecipato alle missioni!).

Dato che partecipo mi hanno chiesto di avviare l’incontro con due parole, pensando alle origini.

Nell’immaginario romantico dell’Ottocento il missionario era un eroe. Uno slogan lo definiva nella sua ardua impresa: “Attraversare i mari, conquistare un’anima, e morire”. La missione era abitualmente collocata in un Paese lontano e il fine salvare almeno un’anima, bastava un’anima, perché, essendo redenta dal sangue di Cristo, ha un valore infinito. Dopo di che il missionario poteva anche morire. Gesto coraggioso quello del missionario. Ma la povera “anima” salvata che poteva fare una volta lasciata sola in un ambiente “pagano”?

Per sant’Eugenio per essere missionario non si dovevano attraversare i mari, come invece pensava il suo amico Forbin-Janson, che voleva andare in Cina e invitava l’amico ad andare con lui. Eugenio gli rispondeva che la missione ce l’aveva in casa, non bisognava di andare lontano. La missione al popolo va dai popoli vicini, non da quelli lontani.

Salvare un’anima? La missione al popolo ha di mirare piuttosto la salvezza della persona nella sua interezza, inserita nella propria famiglia, nel lavoro, nelle relazioni con le altre persone e col mondo circostante, in modo che possa trovare un adeguato ambiente di vita che favorisca la sua crescita. Per questo sant’Eugenio durante le missioni non solo dialogava con le singole persone, ma andava a trovare le famiglie.

La missione al popolo non ha di mira soltanto la salvezza dell’anima ma di un “popolo”, di un insieme di “anime”, la costruzione di una società. Per questo sant’Eugenio durante le missioni istituiva, ad esempio, dei “tribunali di riconciliazione” per risolvere questioni che dividevano famiglia da famiglia. La comunicazione della “buona novella”, pena la sua evanescenza, deve risolversi in rapporti interpersonale, nell’incontro tra persone che imparano a conoscersi, a dialogare, a condividere l’esperienza cristiana, giungendo a possedere insieme l’incontro di ciascuno con Cristo.

“… e poi morire”? No davvero. Come san Paolo: mi piacerebbe morire per ricongiungermi a Cristo, ma se è bene per voi rimango. Così il missionario: una volta terminata la missione partiva, ma poi tornava per vedere come andavano le cose, per incoraggiare, sostenere…  

Ci sono abbastanza spunti per la prolusione a un convegno sulla missione al popolo?

Non ho usato power point o simili strumenti tecnici. Quando ci voglio ci vogliono, ma non erano opportuni per rievocare la missione al popolo di una volta. Allora non c’era il cinema, c’era in teatro. E i missionari erano “teatrali”. Non avevano microfono, non avevano lo schermo che ingigantiva il loro volto, quindi da lontano non si sentiva bene e non si vedeva bene. Occorreva parlare ad alta voce, quasi gridare e compiere gesti ampi che accompagnassero le parole per renderle maggiormente comprensibili. Uno dei problemi più angosciosi dei missionari di allora era il mal di gola, la perdita della voce: le missioni per le più si tenevano d’inverno, nelle chiese gelate… E sant’Eugenio raccomanda di bere vino caldo, di preparare infusi…

Anche Paolo, grande missionario itinerante, era teatrale: “Galati, davanti ai quali ho rappresentato al vivo Cristo Crocifisso...”. Quando padre Ettore faceva le prove di canto con la gente, non faceva teatro? Quando padre Marino si interrompeva con lunghi silenzi che attiravano più l’attenzione delle parole, non faceva teatro?

Fare teatro? No, esprimersi con convinzione; una convinzione che muove tutte le fibre dell’essere, voce, gesto… È tutta la persona che parla a tutta la persona. 

giovedì 6 ottobre 2022

Il Rosario dalla Madonna della Consolazione

 


7 ottobre, Madonna del Rosario. A Roma non mancano le chiese dedicata a Maria dove andare a pregare il rosario.

La chiesa della Madonna della Consolazione, a ridosso della Rupe Tarpea alla spalle del Campidoglio è uno dei luoghi che più mi è cari. Luminosa, specialmente nel pomeriggio quando il sole entra dalla porta centrale e la inonda completamente di luce. Silenziosa, anche se risuona costantemente una musica sacra di sottofondo, leggera leggera. Quasi sempre vuota, anche se passa qualche raro turista curioso. Vi sono opere d’arte di valore, a cominciare dal ciclo di affreschi sulla Passione di Taddeo Zuccari. Ma quando sei lì tutto scompare e puoi finalmente pregare. Al centro la grande antica icona della Madonna della Consolazione, restaurata da Antoniazzo Romano nel 1470. Nella cappella di destra una copia dell’icona bizantina del XII secolo, rubata nel 1960. In quella di sinistra la copia della Madonna di santa Maria in Portico; l’originale nel 1600 fu trasferita in S. Maria in Campitelli. In fondo alla chiesa un bassorilievo della Madonna col bambino della prima metà del 1500. Puoi pregare la Madonna che vuoi…

Oppure possiamo uscire, nella parte posteriore dell’abside, una zona sempre silenziosa, e troviamo una bellissima edicola della Madonna della Consolazione, dipinta nel 1658 e restaurata nel 1787. Guarda quello che una volta era l’ospedale che le sta davanti, un ospedale con una lunga storia, dove accanto ai malati sono passati S. Ignazio di Loyola, S. Luigi Gonzaga, S. Camillo del Lellis, S. Giuseppe Calasanzio, S. Vincenzo Pallotti…

Leggiamo la scritta sotto l’edicola: “Qui con dimessa fronte o passeggier t'arresta / qui delle Grazie è il fonte di Dio la Madre è questa / mirala, piangi e prega che Ella ai devoti suoi grazie non nega”.

Ora possiamo iniziare il nostro rosario…

mercoledì 5 ottobre 2022

Benedetto XVI ci dona Gesù

 

Quante falsità su Benedetto XVI e sulle sue dimissioni! C’è chi lo ritiene ancora il papa legittimo, mentre papa Francesco sarebbe un antipapa, o peggio l’anticristo. Ma ci sono anche tanti bellissimi riconoscimenti della sua figura e della sua opera. L’ultimo è il libro di p. Luigi Mezzadri, Benedetto XVI e la chiesa incompiuta. Professore emerito di Storia della Chiesa nella Pontificia Università Gregoriana, p. Luigi ci ha regalato (a me lo ha regalato anche materialmente!) un profilo sintetico, sincero, profondo di Joseph Ratzinger che percorre le tappe della sua vita e che trova il culmine ideale nella scrittura dei tre volumi Gesù di Nazaret, un’opera alla quale il papa ha valorato ogni martedì, dall’estate del 2003 al 2006.

È bello che un papa ci doni Gesù! “Essere cristiani significa considerare la via di Gesù Cristo come la via giusta per l’essere uomini, come quella via che conduce alla meta, ad un’umanità pienamente realizzata e autentica (…) Essere cristiani è un cammino, o meglio: un pellegrinaggio, un andare insieme con Gesù Cristo (…). È una ascesa alla vera altezza dell’essere uomini (…). Egli ci conduce verso l’amore, ci conduce verso Dio”.

Grazie p. Luigi per questo bel dono! Le 200 pagine si fanno leggere in un soffio e ci restituiscono un’immagine nitida e positiva di Ratzinger e di papa Benedetto, nel periodo appassionate del Concilio e di quello travagliato ma non meno entusiasmante del post-Concilio.

martedì 4 ottobre 2022

Io ho fatto la mia parte, voi...

Sono stato a san Francesco a Ripa, in Trastevere, dove san Francesco ha vissuto quando stava a Roma.(vi è ancora la sua cella trasformata in cappella). Abbiamo celebrato il suo “transito”, la rievocazione della sua partenza per il Cielo, nel racconto di Celano e di san Bonaventura. Bello quello che scrive quest’ultimo biografo: «Così disteso sulla terra, dopo aver deposto la veste di sacco, sollevò la faccia al cielo, secondo la sua abitudine, totalmente intento a quella gloria celeste, mentre con la mano sinistra copriva la ferita del fianco destro perché non si vedesse. E disse ai frati: “Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni”» (Leggenda Maggiore, XIV,3 : FF 1239).

Mi è rimasto questo grande insegnamento: “Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni”, invito ad ascoltare la voce dello Spirito, nella sincerità, aperti alla creatività, a un futuro pieno di speranza, e insieme sostenuti da una straordinaria testimonianza di vita alla quale dobbiamo sempre guardare come a un insegnamento sicuro.

lunedì 3 ottobre 2022

Papa Francesco ci ridona la nostra vocazione

Sempre caciaroni questi Oblati, anche su per le scale regie dei palazzi vaticani, anche nella prestigiosa sala Clementina. Poi, una volta seduti, è calato un silenzio d’incanto e un raccoglimento profondo, l’attesa più adeguata per l’arrivo del Papa. Sulle sue gambe, senza sedia a rotelle, pur affaticato, papa Francesco è giunto tra noi facendo esplodere la gioia.

Il nuovo superiore generale gli ha rivolto il saluto in spagnolo, lingua comune ad ambedue. Ho fotografato il papa nel momento in cui ride perché p. Luis gli dice che il tema del Capitolo è lo stesso del giubileo del 2025: “Ma noi l’abbiamo scelto prima!”.

Come bello e profondo il discorso che ci ha rivolto. Lo si può leggere direttamente sul sito vaticano: https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2022/october/documents/20221003-oblati.html

Si rivolge subito al Superiore generale: “Poveretto, preso dal deserto e portato qui a Roma!”. È infatti la prima volta in 200 anni di storia che viene nominato come superiore generale un Oblato che non è membro del Capitolo generale. Sì, l’hanno pescato dal Sahara, da dove si è precipitato a Nemi in fretta e furia.

Subito la nostra identità: “Voi siete una Famiglia religiosa dedita all’evangelizzazione”, siete “sulle strade del mondo, al quale, come discepoli di Gesù e seguaci del vostro fondatore Sant’Eugenio de Mazenod, siete chiamati a portare il Vangelo della speranza, della gioia e della pace”.

Un mondo che il Papa descrive con realismo, “schiavo dell’egoismo e pieno di contraddizioni, di divisioni”, con poveri, guerre, “conflitti che versano sangue sulla storia umana, la situazione angosciante di milioni di migranti e rifugiati, un’economia che rende i ricchi sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri”. È il nostro mondo, viviamo in 70 Paesi, che “Sant’Eugenio vi ha insegnato a guardare il mondo con gli occhi del Salvatore crocifisso, questo mondo per la cui salvezza Cristo è morto sulla croce”. Qui siamo chiamati ad essere testimoni di speranza. “Essere missionari della speranza significa saper leggere i segni della sua presenza nascosta nella vita quotidiana della gente. Imparare a riconoscere la speranza tra i poveri a cui siete mandati, i quali spesso riescono a trovarla in mezzo alle situazioni più difficili. Lasciarsi evangelizzare dai poveri che evangelizzate: loro vi insegnano la via della speranza, per la Chiesa e per il mondo”.

Testimoni di speranza in comunione. “Per essere missionari di comunione bisogna viverla prima di tutto tra noi, nelle nostre comunità e nei rapporti reciproci, e coltivarla poi con tutti senza eccezioni… camminare insieme”.

Infine: il carisma la visione missionaria trasmesse dal Fondatore “siano e rimangano punti di riferimento per la vostra vita e il vostro lavoro”. Di qui l’invito a “rimanere radicati nella vostra vocazione missionaria, soprattutto vivendo il testamento del Fondatore, nell’amore reciproco tra di voi e nello zelo per la salvezza delle anime. È il cuore della vostra missione e il segreto della vostra vita, e per questo la Chiesa ha ancora bisogno di voi”.

Al termine, dopo la benedizione, il saluto personale, ad uno ad uno. Sono stato l’ultimo a salutarlo e a dirgli che lo portiamo nel cuore e preghiamo per lui.

Un momento di gioia intensa, di grande pace. Un incontro semplice, vero, profondo, che ci ha segnati.




domenica 2 ottobre 2022

Perseveranza

La parabola della vita somiglia più al cammino di Santiago che alla passeggiata pomeridiana sul corso. Questa si consuma in un’oretta, non ha una meta precisa, serve soltanto per distendersi, sbirciare le vetrine, salutare i conoscenti… Quello ha una destinazione lontana, sognata a lungo, dura giorni e giorni, costa fatica. La vita non è una corsa dei 100 metri con scatto veloce, somiglia più a una maratona, che si misura sulle lunghe distanze e domanda un camminare sicuro e costante… Sì, ci vuole proprio perseveranza per percorrere una strada impegnativa e raggiungere una meta lontana.

Nell’etimologia del “perseverare” c’è un per, che significa “a lungo”, e un severus, che significa “rigoroso”. Implica una decisione presa con lucidità, ben ponderata, un avvio animato da una passione, una mèta sicura che richiede fedeltà, coerenza lungo tutto il percorso, soprattutto quando si fa impegnativo e difficile. È evidente quando si vuole imparare a suonare uno strumento, a conseguire una laurea. Quando invece si tratta di costruire dei rapporti, un’amicizia, una famiglia? Allora sembra che basti il sentimento, che pure è mutevole e passeggero, l’improvvisazione, la spontaneità. È così che gli impegni pattuiti, le relazioni personali, le scelte fatte si sciolgono con tanta facilità (e lasciano spesso ferite insanabili). La vita non può essere presa alla leggera, esige disciplina, rigore, costanza, fattori necessari perché nasca ogni opera d’arte, e tale dovrebbe risultare il compimento di una vita. Senza perseveranza il cammino di Santiago si ferma a metà, un fallimento e cosa racconterai? Anche il cammino della vita senza perseveranza è un amore senza storia. E l’amore ha bisogno di una storia, bella, avventurosa, feconda, compiuta, altrimenti che amore è? Che vita è la vita senza una storia?

 

sabato 1 ottobre 2022

Semplicemente a servizio

Com’è odioso questo padrone; odioso come tutti i padroni. Non è certo il ritratto di Gesù venuto per servire e non per essere servito, che ha lavato i piedi come un servo e nel Regno dei cieli farà mettere noi a tavola ed egli ci servirà. Nella parabola il padrone siamo noi, sempre esigenti e mai contenti, e il servo è Gesù, che ha dato perfino la vita per noi.

Come vive dunque colui che Gesù chiama a seguirlo, se vuole essere davvero suo discepolo? In costante donazione, a servizio di tutti, senza pretesa alcuna.

Siamo sempre tentati di commercializzare il nostro servizio: ti do se tu mi dai; ti ho dato quindi devi rendermi il contraccambio. Ti do se ne avrò un tornaconto. Oppure arrivano puntuali le recriminazioni: neppure ti accorgi del mio servizio? esprimi almeno un po’ di gratitudine... Invece no. Il discepolo è come Gesù, opera con un amore concreto, fattivo; serve tutti perché questa è l’espressione dell’amore: agisce “secondo natura”, quella del cristiano, dell’uomo nuovo.

Il sole non può non illuminare e scaldare, l’acqua non può non irrigare, il discepolo del Vangelo non può non servire: è un semplice servitore, nient’altro che un servo (non “inutile”, ma “semplicemente” servo, come nella giusta traduzione). Ho lavorato, aiutato, mi sono dato tutto? Ho fatto soltanto il mio dovere, ho agito “secondo natura”. Quale libertà in questa gratuità!