mercoledì 14 febbraio 2018

Quaresima: Prendere in mano la Bibbia



O Signore, fa’ sì che ogni uomo sulla terra conosca la Bibbia.
Suscita in loro la fame della tua Parola e lascia che sia il nostro pane quotidiano.
Fa’ che quanti sanno leggere guardino al Vangelo con i loro propri occhi;
mentre quanti non sanno leggere incontrino altri che possano leggere per loro.


Questa preghiera di Madre Teresa di Calcutta ci ricorda che la Quaresima può essere il momento adatto per prendere in mano la Bibbia e lasciare che Dio ci parli ancora.

martedì 13 febbraio 2018

Quaresima di fuoco



Secondo uno dei detti tramandati dal Vangelo di Tommaso, Gesù avrebbe affermato: «Chi è vicino a me, è vicino al fuoco» (detto 82). Egli è venuto a portare il fuoco sulla terra e vuole vederlo accendere e divampare (cf. Lc 12, 49).
L’amore è sempre associato al fuoco, come sa bene il Cantico dei Cantici: «forte come la morte è l’amore, tenace come gli inferi è la passione: le sue vampe son vampe di fuoco, una fiamma del Signore! Le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo» (8, 6-7).

Nel suo messaggio per la Quaresima papa Francesco ha fatto sua la preoccupazione di Gesù: che il fuoco dell’amore si raffreddi: «Per il dilagare dell’iniquità l’amore di molti si raffredderà» (Mt 24, 12).
Come si raffredda in noi la carità? si domanda il Papa. Quali sono i segnali che ci indicano che l’amore si sta spegnendo? È anzitutto l’avidità per il denaro, spiega papa Francesco nel messaggio, il rifiuto di Dio, la violenza, ed esemplifica con la lucidità che gli è propria.
«L’amore – continua – si raffredda anche nelle nostre comunità», le cui più evidenti mancanze di amore sono: «l’accidia egoista, il pessimismo sterile, la tentazione di isolarsi e di impegnarsi in continue guerre fratricide, la mentalità mondana che induce ad occuparsi solo di ciò che è apparente, riducendo in tal modo l’ardore missionario».
Cosa fare perché non si spenga l’amore, anzi divampi sempre più?
Il papa ricorda che la Chiesa, in questo tempo di Quaresima, ci offre «il dolce rimedio della preghiera, dell’elemosina e del digiuno».

A me viene in mente un ulteriore rimedio per tenere vivo l’amore. Me lo suggerisce l’episodio di Emmaus. Mentre lungo la via Gesù parlava, ai due discepoli «ardeva il cuore in petto» (Lc 24, 13-32). La Parola del Dio, che è Amore, comunica e alimenta il fuoco dell’amore, fa ardere il cuore e spinge ad amare.
Ne era convinta una grande mistica del XVII secolo, la beata Maria dell’Incarnazione, che sentiva la Scrittura come fuoco: «Le parole della bocca sacra [del Verbo] di cui il santo Vangelo è pieno (...) sono il fuoco e le fiamme che Egli ha mandato in tutto il mondo e che hanno finora bruciato le anime pure».
Un’analoga percezione è quella di una mistica dei nostri giorni, Chiara Lubich, che sotto ogni Parola del Vangelo scopriva il fuoco della carità. «Quando una di queste Parole cadeva nella nostra anima, ci sembrava che si trasformasse in fuoco, in fiamme, si trasformasse in amore. Si poteva affermare che la nostra vita interiore era tutta amore».

Porsi all’ascolto della parola di Dio. Può essere questo un impegno per la Quaresima, un modo perché il fuoco dell’amore non si spenga, anzi divampi. Gesù ha bisogno soltanto di due o tre che camminino insieme, come a Emmaus. Allora si fa subito compagno di viaggio e continua a rivolgerci la sua parola.
Che sia lui stesso a ridirci le sue Parole di Vita, a rendercele vive, così che informino ogni nostro pensiero, ogni affetto, ogni azione. Nulla sarà più banale. Tutto, infiammato dal suo amore, acquisterà sapore. Il fuoco divamperà in noi e tra noi. La carità non si raffredderà, anzi farà dire anche a noi: “Non ci arde forse il cuore?”.
Sarà una Quaresima di fuoco.

lunedì 12 febbraio 2018

Invito per domenica 18


Domenica prossima pomeriggio, 18 febbraio, all’Audiorium del Centro Congressi Università cattolica del Sacro Cuore ci sarà la presentazione del libro “Parole di Vita”. Tutti invitati!
Non sarà la solita presentazione. Sarà piuttosto un evento con coreografie, musiche, esperienze… Tra l’altro avrò tre piccoli di quattro minuti ciascuno. Il primo dovrebbe essere pressappoco così:


Le guardie del Tempio furono mandate ad arrestare Gesù. Arrivate nel portico di Salomone lo trovarono che stava parlando a una folla incantata e commisero un errore: rimasero un attimo ad ascoltare le sue parole. Tornarono senza averlo toccato. Ai sommi sacerdoti e ai farisei che li interrogarono chiedendo perché non avessero eseguito gli ordini, risposero: «Mai un uomo parlò come parla quest’uomo» (Gv 7, 46).

Nel Vangelo vediamo Gesù che guarisce i malati, moltiplica i pani, risuscita i morti, ma soprattutto lo sentiamo parlare. Sapeva bene che «non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (cf. Mt 4, 4).
Parlava in maniera semplice, con parabole tratte dalla vita di ogni giorno. Nei suoi discorsi ci sono fatti e persone della vita quotidiana: bambini che giocano sulle piazze, feste di nozze, costruttori di case e braccianti, casalinghe e padri premurosi, fratelli litigiosi... Ci sono monete, tesori nascosti, mense imbandite, gli eventi della natura: il sole che sorge, i venti e le tempeste...

Parlava con parole semplici, eppure le sue parole possiedono uno spessore e una profondità che le altre parole non hanno, siano esse di filosofi, di politici, di poeti.
«Tu hai parole di vita eterna» (Gv 6, 68), gli disse un giorno Pietro.
Sì, le parole di Gesù sono parole di vita, contengono e comunicano la vita vera, quella vita che non ha fine, perché è la vita stessa di Dio.

Vorrei dire di più: quando Gesù parla dona se stesso.
Il Vangelo non è semplicemente un libro; esso racchiude Gesù Signore, il Figlio di Dio, il Risorto, che ancora oggi si rivolge a ognuno di noi.
La nostra non è la “religione del libro”, come si dice abitualmente, ma di una Persona: Gesù, l’Amore fatto carne. La sua dottrina e la sua Persona, la sua opera e il suo insegnamento sono inseparabili.
Accogliere le parole di vita significa accogliere Gesù stesso, perché è lui la Parola di Vita.

Attraverso la Parola passa Gesù e di nuovo si incarna in noi, così come quando Maria, accogliendo la Parola, divenne la Madre di Gesù. «Mia madre e miei fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica» (Lc 8, 20-21).
Vivendo la Parola, diventiamo consanguinei di Gesù, la sua famiglia.


domenica 11 febbraio 2018

Parlare di Maria ai Musulmani



Dovrà parlare di Maria ai Musulmani.
Cosa dirò? Non lo so ancora. Intanto ho provato a scrivere una pagina su un elemento che abbiamo in comune: la verginità di Maria. Forse potrei dire così:

Domenica scorsa alla Santissima Annunziata
di Firenze mi ha colpito la posizione delle mani
di Maria, quasi pronte ad accogliere in seno
il Figlio
La storia di Maria inizia con la visita di un angelo:
«L'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine… La vergine si chiamava Maria». 
L’angelo non la saluta come ci si aspetterebbe nel mondo ebraico: Shalom, pace.
La saluta dicendole: χαῖρε, rallegrati, sii nella gioia perché ti porto una grande notizia.
Ma prima di dare la notizia la chiama κεχαριτωμένη, ricolma della grazia e del favore di Dio.
Κεχαριτωμένη, ὁ κύριος μετὰ σοῦ: sei piena di grazia perché il Signore è con te.
Dio l’ha pensata e amata da sempre e ha posto in lei la sua benevolenza e ogni bellezza. Senza che lei lo sapesse l’aveva già preparata per la missione che sta per affidarle.   
Adesso l’angelo può rivolgerle, a nome di Dio, lo straordinario annuncio:
«Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo».
È l’annuncio che ogni donna d’Israele sperava di ricevere: diventare la madre del Messia.
Maria è una donna prudente e prima di dire il suo sì chiede all’angelo:
«Come è possibile? Non conosco uomo». 
Le antiche profezie avevano preannunciato: “Ecco una vergine concepirà e darà alla luce un figlio”.
Maria è vergine. Diventerà Madre del Messia rimanendo tale?
Sì, le risponde l’angelo:
«Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo».
La nuba era il segno della presenza di Dio. Una nube si era posata sulla tenda di Mosè e sul tempio di Salomone a indicare la presenza misteriosa di Dio in mezzo al suo popolo.
La stessa “nube” scenderà su Maria, lo Spirito Santo, la potenza dell’Altissimo. Da lei nascerà il Messia predetto, e la sua nascita non avverrà con il concorso di uomo, ma sarà Dio stesso a formare in lei un figlio.
Perché Maria piace a Dio, che è già trasformata dalla grazia, ella ha trovato il suo favore.
La Potenza dell’Altissimo opera ancora una volta, come nella prima creazione, creando qualcosa di nuovo.
È possibile essere vergine e insieme madre?
«Nulla è impossibile a Dio», le dice l’angelo.

Maria è conosciuta dai cristiani, e non solo da loro, come la Vergine.
Essa, con la sua verginità, mostra che le grandi opere di Dio sono soltanto di Dio:
«Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente»,
canterà Maria poco dopo nel Magnificat.
Ella è come una pagina bianca sulla quale Dio può scrivere quello che vuole. Egli può affidarle la missione che meglio crede, può condurla dove vuole. Maria si lascia guidare da lui.
Verginità vuol dire disponibilità piena all’azione di Dio: lo lascio libero di compiere quello che egli vuole.

«Allora Maria disse – conclude il Vangelo: “Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E l'angelo partì da lei».
ἡ δούλη κυρίου: la serva del Signore, un titolo che non indica una rassegnata schiavitù. Servo del Signore era il titolo più alto ricevuto da Mosè, dal re David, dai profeti, persone che avevano una grande missione da compiere per conto di Dio.
Maria si inserisce nel cammino della storia della salvezza.
Con gioia può dunque aderire pienamente a quanto Dio le ha manifestato attraverso l’angelo:
«Avvenga a me secondo la tua parola».
Questo desidera con tutto il cuore.
Anche in ciò è modello per ogni cristiano, contento, come Maria, di compiere sempre e comunque la volontà di Dio, perché sa che è la cosa più bella che possa esserci per lui: l’ha pensata Dio stesso! E cosa egli può volere se non il nostro bene?


sabato 10 febbraio 2018

Se vuoi, puoi purificarmi



In quel tempo, venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii pu­rificato!». E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purifica­to. (Mc 1, 40-45)

Il lebbroso non chiede a Gesù di guarirlo, ma di purificarlo: «Se vuoi, puoi purificarmi!». La sua è una malattia diversa dalle altre. Chi è contagiato dalla lebbra è come un morto; toccarlo rende im­puri, come quando si tocca un cadavere. Per questo il lebbroso deve essere allontanato dalla comunità e più ancora dal tempio: è uno scomunicato. Il suo patire non viene tanto dalla malattia, quanto dal sentirsi escluso dalla comunione con gli altri e dal culto di Dio. Quello che domanda è di essere reintegrato tra i suoi e poter lodare Iddio nel suo tempio.
Sempre che Gesù lo voglia: «Se tu vuoi». Che preghiera discreta e carica di fede! Sa che Gesù può, tutto può. Basta rivolgersi a lui con fiducia e chiedere.

Ed ecco compiere ciò che è proibito: Gesù tocca il lebbroso. Non si può! Facendo così si contamina, egli stesso si rende impuro. Ma per Gesù non ci sono né barriere né divieti. È venuto per incon­trarsi con la nostra umanità malata e prenderla sulle spalle così com’è. Si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori, su di lui sono cadute le iniquità di tutti noi. Per noi si fa lebbroso, per noi contrae l’impurità.

Toglie al lebbroso la scomunica, lo reintegra nel consorzio uma­no, lo fa rientrare in città; e Gesù diventa maledizione, si lascia condurre a morire fuori della città, escluso dal suo popolo. Fa rientrare il lebbroso nel tempio ed egli ne resta escluso, provando la più grande delle lontananze da Dio: l’abbandono del Padre. Si è messo al posto del lebbroso e gli cede il suo posto; si fa uomo, con tutte le fragilità che questo comporta, fino alla contamina­zione della lebbra, e fa dell’umanità dio!

Sono pochi tra noi i lebbrosi, ma siamo tutti impuri, bisognosi della tua purificazione. Non è la lebbra a farci contrarre l’im­purità. Sono piuttosto altri i mali che rendono impuro il cuore dell’uomo, come ha detto Gesù più tardi: «impurità, furti, omicidi, adultèri, avidità, malvagità, inganno, dissolutezza, invidia, ca­lunnia, superbia, stoltezza» (Mc 7, 20-23). Queste cose cattive, presenti in noi, sono peggiori della lebbra e ci rendono davvero immondi, isolandoci nel nostro egoismo, rompendo l’unità tra di noi, escludendoci dalla comunione con te.
«Se vuoi, puoi purificarci». È la nostra preghiera, sincera e fiduciosa come quella del lebbroso. Solo lui può guarirci, rein­tegrandoci nella comunione piena con i fratelli e con Dio.

Muoviti a compassione, Gesù.
Stendi la tua mano e toccami.
Non temere di sporcarti, di contaminarti.
Non ti rendo lebbroso né impuro.
Tu resti sempre il Puro e il Santo,
anche quando ti carichi dei nostri peccati
e contrai la nostra lebbra.
Rendimi puro e santo
nell’incontro con te, il Puro e il Santo.
Perdona l’allontanamento dalla comunione
con te e con i fratelli,
e reintegrami nell’unità piena
sanandomi il cuore,
che sia sorgente d’acqua viva, limpida e pura,
così che possa proclamare e divulgare
la tua immensa misericordia e potenza
verso di me e l’umanità intera,
per poter cantare insieme ad essa
la tua lode
in eterno.


venerdì 9 febbraio 2018

Papa Francesco: Vangelo sine glossa


Papa Francesco ha più volte raccontato la motivazione che l’ha portato a scegliere come nome nuovo quello del “Poverello” di Assisi: gli avrebbe sempre ricordato i poveri. E i poveri, in questi ormai cinque anni di pontificato, sono sempre stati presenti sul suo cammino, da quelli che accoglie sotto il colonnato di piazza san Pietro a quelli che va a trovare nelle baracche delle periferie, da quelli che invita a pranzo a casa sua a quelli a cui manda il suo Elemosiniere.

Quando per il primo Natale disattese il tradizionale concerto nell’aula Paolo VI, il suo sembrò un gesto scortese, ed invece era un gesto evangelico: voleva alla sua mensa – come chiede Gesù – non ricchi e amici ma quanti non hanno da ricambiare (cf. Lc 14, 12-14). Quando, in visita a un Paese estero, vuole salutare per primi non i “grandi” e i “potenti”, ma i piccoli e i poveri, lo fa non per disprezzo verso le autorità, con le quale tra l’altro si intrattiene in maniera genuinamente umana e fraterna, ma per obbedire al Vangelo che chiede di non essere come i capi delle nazioni e i grandi, che dominano e esercitano il potere, ma come colui che serve (cf. Mc 10, 42-45). Quando va incontro ai responsabili delle altre Chiese, ponendosi al loro livello senza superiorità o rivendicazioni, disposto a incontrarli ovunque e comunque, non fa che attuare l’insegnamento di Gesù ad amare per primo (cf. Lc 6, 27-35). Quando invita a confrontare la legge con la situazione concreta della persona, esercitando la legge sprema dell’amore e della misericordia, ripropone l’agire di Gesù davanti alla donna sorpresa in adulterio (cf. Gv 8, 1-11). E potremo continuare.
Il carisma di Francesco d’Assisi è aver vissuto e riproposto a tutta la Chiesa il Vangelo alla lettera, con le sue radicali esigenze, sine glossa, senza annacquamenti e compromessi. La povertà e i poveri venivano di conseguenza.

Mi sembra che lo stesso carisma guidi e animi la vita e l’insegnamento di papa Francesco. È questo che, come Gesù, lo muove a “compassione delle folle” e lo rende tanto amato e lo fa sentire vicino. Ed è ancora la sua proclamazione del Vangelo sine glossa che porta altri ad avversarlo, quanti si sentono toccati nei loro privilegi, prestigio, potere… Il Gesù del Vangelo continua a essere “segno di contraddizione”.


giovedì 8 febbraio 2018

Cattedrale di Praga: fede e arte



La cattedrale di Praga, un gioiello costruito in otto secoli, ci ha accolto per la concelebrazione con il cardinale. Tutta per noi, con il coro, l’organo, la tromba imperiale. Che momento solenne!


Al centro del castello, la cattedrale con la sua stessa posizione dice il valore che aveva la religione.
Oggi non è più così, ma la cattedrale resta un monumento di fede, che ogni generazioni ha arricchito con uno stile diverso, con sempre nuove opere d’arte.
Di una bellezza straordinaria.

 
Racchiude le tombe dei grandi santi: Adalberto, Vito, Giovanni Nepomuceno, Venceslao, ma anche la testa di san Luca, staccata dal corpo che è a Padova.
Ma vi sono anche le tombe dei grandi ultimi cardinali: Josef Beran, František Tomášek, il nostro Miroslav Vlk.


Il freddo glaciale rischiava di paralizzarci, ma era compensato dal calore della musica, dalla gioia della concelebrazione, da un clima spirituale altissimo.
Che dono stati tutti questi sacerdoti di tanti Paesi… Una grande testimonianza di fede.