venerdì 7 ottobre 2016

Papa Francesco e gli Oblati


«È con particolare gioia che accolgo voi, che rappresentate una Famiglia religiosa missionaria dedita all’evangelizzazione nella Chiesa». Così è iniziato il discorso che il papa ci ha rivolto questa mattina. Non erano parole soltanto, si vedeva davvero la sua grande gioia; grande quasi come quella che avevamo noi!
È la prima volta che ho avuto la possibilità di salutare Papa Francesco di persona. È stato un momento molto bello. I membri del Capitolo generale sono poco più di 80, ma questa mattina ci siamo presentati dal Papa in quasi 200, ognuno si è inventato un titolo per essere presenti. Io la mia buona ragione l’avevo: ho allestito i pannelli per il Capitolo… Così mi sono ritrovato in prima fila nella Sala Clementina, finora vista solo in video.
Andavano dritte al cuore le parole che ci ha rivolto. Eccone alcune soltanto:


Gli Oblati di Maria Immacolata sono nati da un’esperienza di misericordia, vissuta dal giovane Eugenio un Venerdì Santo davanti a Gesù crocifisso. La misericordia sia sempre il cuore della vostra missione, del vostro impegno evangelizzatore nel mondo di oggi.
La Chiesa sta vivendo, insieme al mondo intero, un’epoca di grandi trasformazioni, nei campi più diversi. Ha bisogno di uomini che portino nel cuore lo stesso amore per Gesù Cristo che abitava nel cuore del giovane Eugenio de Mazenod, e lo stesso amore senza condizioni per la Chiesa, che si sforza di essere sempre più casa aperta. È importante lavorare per una Chiesa che sia per tutti, una Chiesa pronta ad accogliere e accompagnare!
Oggi, ogni terra è “terra di missione”, ogni dimensione dell’umano è terra di missione, che attende l’annuncio del Vangelo. Il Papa Pio XI vi definì “gli specialisti delle missioni difficili”. Il campo della missione oggi sembra allargarsi ogni giorno, abbracciando sempre nuovi poveri, uomini e donne dal volto di Cristo che chiedono aiuto, consolazione, speranza, nelle situazioni più disperate della vita. Pertanto c’è bisogno di voi, della vostra audacia missionaria, della vostra disponibilità a portare a tutti la Buona Notizia che libera e consola.
La gioia del Vangelo risplenda innanzitutto sul vostro volto, vi renda testimoni gioiosi. Seguendo l’esempio del Fondatore, la carità tra di voi sia la vostra prima regola di vita, la premessa di ogni azione apostolica; e lo zelo per la salvezza delle anime sia conseguenza naturale di questa carità fraterna.

Un breve video, sintesi dell'udienza: https://www.youtube.com/watch?v=cMMhwA4iouY

giovedì 6 ottobre 2016

Come pregare il Rosario


È uscito il terzo volumetto Un anno con sant’Eugenio e i suoi Oblati, che propone pensieri e ricordi per ogni giorno dell’anno. Accompagnerà gli ultimi quattro mesi del bicentenario della fondazione degli Oblati.
Il testo proposto per il 7 ottobre, festa della Madonna del Rosario, ricorda il metodo degli Oblati nel recitare il Rosario:

La Regola del 1818 prescriveva la recita quotidiana del rosario (cf. p. II, c. I, § 5). Nel libro di meditazioni ad uso degli Oblati, p. Boisramé riporta quanto prescrive in merito il Direttorio dei novizi e degli scolastici:

Vi impegnate a riflettere su questi misteri, come ci dice il Direttorio, più con un’effusione affettuosa del cuore che con un eccesso di applicazione dello spirito? Contemplate, come in un dipinto, il mistero di ogni decina, tenendo gli occhi della mente fissi su ciascun quadro? Ecco cosa consiglia il Direttorio: “1. Vedere e contemplare le circostanze del mistero, i personaggi che vi prendono parte, in particolare Gesù e Maria. 2. Ascoltare ogni parola pronunciata. 3. Sentire il profumo delle virtù e dei buoni esempi. 4. Gustare le dolci delizie del messaggio, il dolore amaro, la gioia del trionfo. 5. Toccare rispettosamente gli abiti, seguire i passi, i luoghi dove sono passati”. (Meditations..., vol. 3, p. 276-277)


mercoledì 5 ottobre 2016

In ritiro sulla via Appia


Di prima mattina sulla metro prendo il giornale che viene distribuito gratis e in prima pagina leggo: “Caos rifiuti e sporcizia. Il degrado è Capitale”. È vero, basta guardare com’è ridotta la metropolitana.
Eppure… Bastano due passi fuori e si respira un’altra aria.
Parto da Porta Capena, da dove iniziava la Via Appia e mi avvio sulla “regina viarum”, che portava fino a Capua e successivamente fino a Brindisi, collegando prima con il sud d’Italia, poi con l’Oriente. (Il nord Europa allora non aveva nessuna importanza…) Cammino fino a quando, dopo Ciampino, la strada comincia a perdersi. Sono più di quattro ore, ma impiego quasi tutta la giornata perché ho le mie soste programmate.

La prima alla monumentale porta san Sebastiano, sulla cinta delle mura Aureliane. Non sono mai salito sugli spalti e neppure sulle torri. Tutto attorno è una distesa di verde e l’occhio si perde lontano, sui Colli Albani, in un nitido mattino.
Poi la chiesetta del Quo Vadis. Leggo la lapide dettata dall’eremita Pasquale Falusca da Montasola, che racconta di Pietro che lascia Roma per sfuggire dalla persecuzione e di Gesù che invece va verso Roma per essere crocifisso di nuovo. Che altro avrebbe dovuto fare il povero  Pietro se non tornare sui suoi passi, pronto al martirio? Intanto Gesù ha lasciato sulla pietra le sue impronte, che adesso sono custodite nella chiesa di san Sebastiano, alle catacombe che portano il suo nome. Debbo dunque sostare necessariamente nella basilica, sempre sull’Appia, per ammirare le presunte impronte, ma soprattutto per pregare con i martiri.
Poco più avanti il palazzo, il circo e il mausoleo di Massenzio. L’ho visto tante volte passando da fuori; oggi è il momento adatto per entrare e passeggiare tra i prati, in mezzo ai ruderi maestosi di una gloria passata.

Il cammino prosegue, tra rosari e lettura del Vangelo di Luca, che deve aver percorso questa strada per venire a Roma, come l’ha percorsa Paolo, assieme ai cristiani che erano andati ad accoglierlo fin nell’Agro pontino alle Tre Locande.
Me li rivedo questi santi percorrere la consolare. Sento anche il rumore del carri dei mercanti, i passi cadenzati delle legioni romane, le grida dei 6000 seguaci di Spartaco crocifissi lungo la via (erano ben barbari questi Romani, che pure hanno costruito questa meravigliosa via e l’hanno adornata, lungo tutto il percorso, di ville e monumenti).
Lentamente la storia lascia il posto alla geografia. È facile lasciarsi avvolgere dai paesaggi campestri, silenziosi e assolati, dai cipressi e dai pini, dai “basoli”, le solide pietre di basalto che pavimentano la strada.
Una giornata di ritiro originale, tra storia arte e natura, nel silenzio antico, con presenze vive che camminano con me.


martedì 4 ottobre 2016

Ancora su Padre Marino Merlo

Sulla Rivista Missioni OMI è apparso un ritratto di p. Marino Merlo attraverso le testimonianze di quanti lo hanno conosciuto e apprezzato.

Una presenza nascosta, lo sguardo profondo, il sorriso discreto. Silenzioso, di poche parole, senza orpelli, essenziale”. Sono le prime linee, asciutte come lui, del ritratto che ho sentito tracciare appena dopo la sua ‘partenza’. Come anche: “capace di accogliere, ascoltare, comprendere, incoraggiare, discernere, guidare”; una manciata di verbi che parlano di un lavoro in profondità. Per tanti è stato “guida, padre e testimone”, come colgo in una delle tante confidenze. “La stima che si è guadagnato sul campo ne faceva un faro indiscutibile”. La sua collocazione storica è parsa chiarissima: “Ha saputo guidare la transizione da uno stile di vita in declino ad un altro post conciliare, con una visione centrata più sui dettami evangelici che sulle tradizioni di famiglia. È stato per noi un po’ quello che Paolo VI è stato per la chiesa. Magari ha dovuto soffrire perché tutto il corpo accogliesse la sfida del nuovo che veniva dallo Spirito, ma ce l’ha fatta... È stato strumento di un passaggio epocale”.

A Marino laziale.
La parabola della vita di p. Marino Merlo ha raggiunto il suo apogeo negli anni trascorsi nella comunità di Marino (Roma), al punto che egli si identifica, in certo modo, con quella straordinaria avventura destinata a ridare ossigeno agli Oblati italiani. “Quando abbiamo cominciato nel 1967-1968 - era solito ricordare - erano gli anni della contestazione globale, nei quali tutto un passato sembrava crollare. Non si capiva più niente. Anche dentro le nostre istituzioni religiose tutto crollava. Nel giro di poco tempo le case di formazione degli Oblati si sono chiuse. Bisognava ricominciare. Eravamo all’indomani del Concilio Vaticano II, nella novità della sua proposta. Bisognava lasciare le sicurezze del passato e intraprendere un cammino nuovo: una grazia che ci attendeva”. Due anni dopo aver dato vita alla nuova comunità, fu nominato maestro dei novizi, compito che svolse fino a quando venne nominato superiore provinciale, nel 1983. Successivamente, dopo alcuni anni nei quali si è dedicato a visitare e aiutare i missionari OMI italiani sparsi nel mondo, nel 1996 è approdato allo scolasticato di Frascati-Vermicino dove è rimasto fino alla sua partenza per il Cielo, il 23 maggio scorso. In pratica è stato formatore degli Oblati per tutta la vita, a cominciare dagli anni precedenti la sua andata a Marino, quando lavorava nella comunità dei giovani aspiranti a Firenze.
Una biografia che, coerente con il carattere, non presenta eventi sensazionali, giocata tutta in un profondo rapporto interiore con Dio, nella costruzione paziente della comunità e nella formazione delle persone.

Esempio per i giovani
Lasciamo la voce agli Oblati più giovani, gli scolastici, in mezzo ai quali e per i quali p. Marino ha vissuto in questi ultimi anni. «Ciò che maggiormente mi ha edificato sono stati i suoi ‘lunghi silenzi’, a volte imbarazzanti. Il suo atteggiamento mi faceva comprendere che, per cogliere la Volontà di Dio, più che parlare bisogna ascoltare. Mi è capitato spesso di confessarmi con lui e ogni volta facevo l’esperienza “dell’abbraccio del Padre Misericordioso”».
Così Giovanni Giordano, colpito anche per un ulteriore atteggiamento di p. Marino, la profonda passione e l’interesse per la chiesa universale e il mondo intero. «Seguiva con estrema attenzione papa Francesco, i suoi discorsi, le catechesi, i suoi viaggi e pregava tanto per lui e per la chiesa. Aveva a cuore le sorti del suo Paese, ma anche gli altri popoli. Alcuni mesi prima della sua partenza per il cielo si era svolto il referendum abrogativo sulla “durata delle trivellazioni in mare”, questione che poco avrebbe potuto interessare ad un ultraottantenne; egli invece, anziano, ammalato e quasi cieco, mi chiese di accompagnarlo al seggio elettorale per esercitare il suo diritto di voto».
Per Patrick Vey, scolastico della Germania, il segreto stava nel profondo rapporto con Dio: «Aveva dato il primo posto a Gesù e tutto era centrato su di Lui. Mi impressionava il suo modo di celebrare la messa. Sottolineava spesso l’importanza della celebrazione eucaristica per costruire una comunità con Gesù Cristo come centro. Ci dava una vera testimonianza di come Gesù possa essere veramente tutto: amico, fratello, maestro, Signore, Dio». Il rosario!
È rimasto impresso anche in Marcel T. Sarr, del Senegal: «Ogni pomeriggio verso le 5 o le 6 lo trovavi in giro a recitare il rosario. Era segno di una forte devozione a Maria e del desiderio di pregare per gli altri. Spesso consigliava anche a noi di recitare sempre il rosario».
Anche p. Alessandro Scaglia, che ha vissuto la sua formazione con lui per sette anni, porta con sé il ricordo di una persona di profonda e costante preghiera. «Era affezionato soprattutto al rosario. Ne recitava più di uno al giorno. Più volte mi sono recato da lui per chiedere consiglio in qualche situazione particolare e sempre mi ha indicato il rosario come via per affidare a Gesù, per le mani di Maria, le mie paure, i desideri, le aspirazioni».
Ugualmente Andriy Havlich, dell’Ucraina: «Tante volte l’ho visto con il rosario in mano, in cappella, a pregare da solo. Era di poche parole e quelle volte che ho parlato con lui, quanto mi ha detto mi ha segnato profondamente. Le sue omelie, erano centrate su Gesù e su Gesù in mezzo a noi. Una volta, durante la giornata, mi aveva ripreso. Nello stesso giorno alla sera, mi ha cercato per chiedermi scusa. Diceva che non poteva andare a dormire se prima non si riconciliava con il fratello».
Il forte timbro spirituale ha toccato Joseph Sene del Senegal: «Spesso negli incontri di accompagnamento spirituale, puntava fondamentalmente su tre pilastri che per lui, reggono la nostra vita. Il primo, da cui dipendono gli altri due, e che per lui era il più importante, è il rapporto con Gesù. Spesso i nostri incontri cominciavano con questa domanda: «Come va con Gesù?» Gesù era per lui il centro di tutto il nostro vivere e stare insieme, o meglio, la nostra ragione di essere. Poi seguiva con il secondo punto, «Come va con i fratelli?». Il rapporto con Gesù aveva evidentemente conseguenze nelle relazioni fraterne. Infine domandava: «Qual è il tuo rapporto con te stesso?». L’amore per Gesù lo spingeva ad annunciarlo con zelo e passione. Si intuiva che aveva vissuto e stava vivendo una vera e reale storia d’amore».
Joel Faye, senegalese: «di p. Marino mi sono rimaste impresse soprattutto le sue omelie, la loro profondità e chiarezza. Anche se a volte mi ‘urtavano’, mi hanno portato a riflettere di più sulla vita di fede. Mi erano talmente utili rapporto con la Parola di Dio».
Dopo i giovani in formazione, la parola al loro superiore, p. Gennaro Rosato, che in questi ultimi anni è stato anche superiore di p. Marino: «Di lui si potrebbero mettere in rilievo tante cose. Ad esempio la sua volontà ferma ad avere come punto centrale della vita il Signore Gesù, l’impegno a seguirlo fedelmente, la disponibilità radicale a fare la propria parte per lasciarlo vivere in comunità. O anche la sua intelligenza illuminata dalla fede che lo ha reso punto di riferimento per tante persone; la sua capacità discorsiva, mai banale; la profondità dei suoi interventi formativi... Ciò che però mi ha toccato particolarmente è stata la sua umiltà e la sua pronta disponibilità a realizzare, a volte con mia sorpresa, quello che, come superiore della comunità, gli chiedevo; fosse anche qualcosa che gli sarebbe costato».

Un sì costante
In uno scritto del 21 settembre 2007, p. Marino rivela il segreto della sua vita: un "sì" costantemente ripetuto.
Gesù, il mio primo "sì" 59 anni fa!
Questi anni li considero meno di un giorno.
Gesù, oggi il mio "sì"
come fosse il primo, come fosse l'ultimo
come fosse l'unico, e nient'altro.
Gesù, grazie d'avermi svelato il tuo Amore Abbandonato.
Gesù oggi il mio sì per questo Amore che tu vuoi vivere in me. Vieni così, come vuoi, quando vuoi. Gesù ti chiedo solo di aiutarmi a riconoscerti subito per poterti dire sempre di "sì".

Il ricordo della nipote Chiara Merlo
È difficile esprimere ciò che p. Marino è stato per noi famigliari durante il suo pellegrinaggio terreno: di certo una guida spirituale su cui poter contare, ma ancor più una stella polare, alla quale guardare per costruire rettamente le nostre famiglie, le nostre esistenze.
Pensando a p. Marino ci vengono in mente alcune parole, alcuni atteggiamenti da lui incarnati.

PRESENZA. Di certo nei confronti dei confratelli, ma presenza costante anche per la famiglia d'origine e per quelle che si sono poi costituite. Non ha mai mancato di accompagnarci con la preghiera e di guidarci nei momenti più difficili e faticosi delle nostre esistenze, aiutandoci a restare nella retta via nelle situazioni più ingarbugliate e per noi senza speranza. TESTIMONIANZA. Nella sua vita terrena è stato, e resta ora, testimone credente e autentico di Cristo, capace di tradurre a tutti il Vangelo con parole semplici e comprensibili. Riflesso dell'amore del Signore e di quel centuplo che promette a chiunque lo segue. FEDELTÀ. Un altro atteggiamento di cui non possiamo non far memoria: fedele a Cristo in ogni cosa e alla madre chiesa, fedele anche dinanzi a richieste apparentemente inspiegabili. MISSIONARIETÀ. Pellegrino nel mondo, il continuo 'girare' in terra di missione, nelle nostre famiglie è stato fondamento di apertura all'altro, sensibilizzazione verso i problemi dei poveri non vicini, spinta ad una carità autentica. DONO. La sua vita in una parola.

lunedì 3 ottobre 2016

Santa Maria Antiqua, un dono per noi



 
La prima domenica del mese, con i musei gratis, mi ha portato nei Fori romani, dritto alla chiesa di Santa Maria Antiqua, rimasta sepolta per 1500 anni, appena restaurata e oggi finalmente aperta al pubblico. Un vero miracolo: una chiesa del VI secolo, che si conserva intatta nel tempo e che offre ancora i suoi capolavori pittorici, espressione di una fede profonda.


Rimangono 250 metri quadrati di affreschi dei 1000 originali, quanto basta per fare di questa chiesa un capolavoro non solo da ammirare, ma da vivere, lasciandosi avvolgere dalla sua atmosfera mistica. Peccato che non possa essere restituita alla sua naturale funzione di luogo di culto. Eppure continua ad invitare alla preghiera e alla contemplazione: il Cristo crocifisso in abiti liturgici, le storie dei santi, i volti belli di Maria, la Bibbia che si racconta, gli angeli ovunque presenti...

Che dono grande ci hanno lasciato gli antichi! Speriamo di lasciare anche noi qualcosa di bello a quanti verranno dopo di noi.


domenica 2 ottobre 2016

Parola di vita ottobre 2016

Il gruppo con quale preparo la Parola di vita
“Perdona l’offesa al tuo prossimo e allora per la tua preghiera ti saranno rimessi i peccati” (Sir 28, 2).

In una società violenta come quella nella quale viviamo, il perdono è un argomento difficile da affrontare. Come si può perdonare chi ha distrutto una famiglia, chi ha commesso crimini inenarrabili o chi, più semplicemente, ci ha toccato sul vivo in questioni personali, rovinando la nostra carriera, tradendo la nostra fiducia?
Il primo moto istintivo è la vendetta, rendere male per male, scatenando una spirale di odio e aggressività che imbarbarisce la società. Oppure interrompere ogni relazione, serbare rancore e astio, in un atteggiamento che amareggia la vita e avvelena i rapporti.
La Parola di Dio irrompe con forza nelle più varie situazioni di conflitto e propone, senza mezzi termini, la soluzione più difficile e coraggiosa: perdonare.
L’invito, questa volta, ci giunge da un saggio dell’antico popolo di Israele, Ben Sira, che mostra l’assurdità della domanda di perdono rivolta a Dio da una persona che a sua volta non sa perdonare. «A chi [Dio] perdona i peccati? – leggiamo in un antico testo della tradizione ebraica – A chi sa perdonare a sua volta». È quanto Gesù stesso ci ha insegnato nella preghiera che rivolgiamo al Padre: «Padre… rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori?».
Anche noi sbagliamo, e ogni volta vorremmo essere perdonati! Supplichiamo e speriamo che ci sia data nuovamente la possibilità di ricominciare, che si abbia ancora fiducia nei nostri confronti. Se è così per noi, non lo sarà anche per gli altri? Non dobbiamo amare il prossimo come noi stessi?
Chiara Lubich, che continua a ispirare la nostra comprensione della Parola, così commenta l’invito al perdono: esso «non è dimenticanza che spesso significa non voler guardare in faccia la realtà. Il perdono non è debolezza, e cioè non tener conto di un torto per paura del più forte che l’ha commesso. Il perdono non consiste nell’affermare senza importanza ciò che è grave, o bene ciò che è male. Il perdono non è indifferenza. Il perdono è un atto di volontà e di lucidità, quindi di libertà, che consiste nell’accogliere il fratello così com’è, nonostante il male che ci ha fatto, come Dio accoglie noi peccatori, nonostante i nostri difetti. Il perdono consiste nel non rispondere all’offesa con l’offesa, ma nel fare quanto Paolo dice: “Non lasciarti vincere dal male, ma vinci con il bene il male”.
Il perdono consiste nell’aprire a chi ti fa del torto la possibilità d’un nuovo rapporto con te, la possibilità quindi per lui e per te di ricominciare la vita, d’aver un avvenire in cui il male non abbia l’ultima parola».
La Parola di vita ci aiuterà a resistere alla tentazione di rispondere a tono, di ricambiare il male subìto. Ci aiuterà a vedere chi ci è “nemico” con occhi nuovi, riconoscendo in lui un fratello, anche se cattivo, che ha bisogno di qualcuno che lo ami e lo aiuti a cambiare. Sarà la nostra “vendetta d’amore”.
«Dirai: “Ma ciò è difficile” – continua Chiara nel suo commento –. Si capisce. Ma qui è il bello del cristianesimo. Non per nulla sei alla sequela di un Dio che, spegnendosi in croce, ha chiesto il perdono a suo Padre per chi gli aveva dato la morte. Coraggio. Inizia una vita così. Ti assicuro una pace mai provata e tanta gioia sconosciuta».

sabato 1 ottobre 2016

Senza pretese



Il padrone dirà al servo: “Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu”…
Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare”».

Com’è odioso questo padrone; odioso come tutti i padroni. Non è certo il ritratto di Gesù che è venuto per servire e non per essere servito, che ha lavato i piedi come un servo e nel Regno dei cieli farà mettere noi a tavola e ci servirà.
Nella parabola il padrone siamo noi, sempre esigenti e mai contenti, e il servo è Gesù, che ha dato perfino la vita per noi.
Come dunque è chiamato a vivere chi è chiamato a seguire un simile Maestro, se vuole essere davvero suo discepolo? In costante donazione, a servizio di tutti, senza pretesa alcuna.
Siamo sempre tentati di commercializzare il nostro servizio: ti do se tu mi dai; ti ho dato quindi devi rendermi il contraccambio.
Oppure arrivano puntuali le recriminazioni: neppure ti accorgi del mio servizio? esprimi almeno un po’ di gratitudine...
Invece no. Il discepolo di Gesù è come il Maestro, ama di un amore concreto, fattivo; serve tutti perché questa è l’espressione dell’amore: agisce “secondo natura”, quella del cristiano, dell’uomo nuovo.
Il sole non può non illuminare e scaldare, l’acqua non può non irrigare, il discepolo non può non servire: è un semplice servitore, nient’altro che un servo (non “inutile”, ma “semplicemente” servo, come nella giusta traduzione).
Ho lavorato, aiutato, mi sono dato tutto? Ho fatto soltanto il mio dovere, ho fatto semplicemente quello che bisognava fare.
Gesù ha fatto così e noi possiamo farlo perché Lui l’ha fatto.
Quale libertà in questa gratuità!