mercoledì 7 agosto 2013

Allora continuo

Dopo l’interrogativo se continuare o meno il blog per troppo ottimismo, non sono mancati gli incoraggiamenti:

Carissimo Fabio,
grazie tantissime per il tuo blog!!! E' una ventata di luce, di pace, di gioia, di Amore che illumina la giornata e mi stimola con te a "far circolare il bene e il bello" (e tu sempre ci riesci). Ora sono a O'Higgins, in Argentina, e lavoro per la scuola gen, e quanto doni nel blog è spesse volte oggetto di meditazione, personale e comunitaria, costruendo insieme la civiltà dell'amore.
E poi è bello accompagnarti nei tuoi viaggi e visitare con te comunità, città, paesaggi, culture, tradizioni... e aprire l'anima sul mondo e sentirci parte della famiglia umana, artefici della fraternità universale.
Grazie  per il dono che sei e di cui ci fai partecipi. Allora .... avanti!!!!

Grazie per aver spiegato così bene... donare il negativo risolto, spesso mi capita di dimenticarmene.

Io, ricordi? ti ho conosciuto in Terra Santa. Il tuo blog dava la possibilità a figli e amici di condividere, giorno per giorno, quanto stavamo vivendo. Da allora non ho smesso di collegarmi e ho avuto, all'occorrenza, diversi input. Il commento dell'altro giorno, che hai riportato, mi era parso subito "importante". Dopo averlo letto avrei voluto ringraziare l'anonimo/a scrivente per questa condivisione, e lo faccio ora... Ma io non ho il tuo indirizzo e-mail

Non smettere ti prego!!! tu non puoi neppure immaginare il bene che fai. Ogni mattina attingo al tuo blog, e sono contenta di scoprire sempre fatti e persone che costruiscono il bene e ci fanno andare avanti dove siamo per fare la nostra parte, sapendo che non siamo soli, nella vigna del Signore. 

Come sempre può avvicinarsi la tentazione di sapere se il seme darà i frutti. Non saranno visti dal seminatore ma ci saranno e tu, caro padre Fabio, sei un seminatore meraviglioso e tanti credo che non ti scrivano solo perché sono impacciati ma siano nella penombra e ti ammirino. Grazie e buona semina

Vai avanti il negativo non edifica se non risolto come appunto dici tu. È una comunione che ci rende migliori.

Allora siete pronti a ripartire? Questa volta si va nello Sri Lanka!
Ma prima di partire, uno sguardo al cielo per contemplare, insieme con apa Pafnunzio, lo splendore di Dio.


martedì 6 agosto 2013

Perché non parlare del negativo?


Nella lunga lettera che mi è giunta dal lettore di cui ho riferito ieri, si parla anche di un fatto grave e doloroso: un Oblato che ha lasciato il sacerdozio. “Ora, senza nessun giudizio sulla persona – mi si scrive –, a me sembra che l'abbandono dello stato religioso e dello stato sacerdotale, dopo i voti perpetui ed un impegno per la vita, sia un evento che ci interpella, ci coinvolge, ci fa pensare se c'è qualcosa in noi che non va, come sia possibile che una importante e accurata pastorale vocazionale possa condurre ad esiti di questo tipo… So bene che la libertà personale è un bene, ma io faccio molta fatica a capire come un impegno “per sempre” possa essere disatteso. Per chiarezza devo dire che non capisco nemmeno come si possa rompere un matrimonio (sono un laico, vedovo), ma in questo caso si può sempre pensare che uno dei due si comporti talmente male da spiegare una separazione, anche se resta per me molto difficile capire un successivo matrimonio. Il problema, o il punto, però non è questo. Penso che sia molto problematico affrontare l'argomento dell'abbandono dello stato religioso e dello stato sacerdotale sul giornale (si riferisce alla rivista “Missioni OMI”), anche se forse sarebbe giusto”.
Certo che occorre parlarne, al momento opportuno, con le persone giuste…
Cosa ne penso?
Anni fa ho scritto una pagina piuttosto dura, che ho pubblicato sul mio libro “Sotto lo sguardo di Dio”.
Forse vale la pena rileggerla, almeno in parte:

È stato un colpo basso, di quelli che non ti aspetti e che ti lasciano senza fiato.
Se n’è andato, ha lasciato il sacerdozio.
È un colpo troppo duro.
Lo sento come un tradimento. Un impegno così solenne preso davanti a tutto il popolo di Dio. Aveva promesso che avrebbe posto la sua vita a completo servizio del Vangelo e della Chiesa, e ora me lo vedo andare via. Mi sento tradito anch’io: avevo riposto in lui tanta fiducia...
Ho speso 15 anni - forse i più belli della mia vita - nella formazione di tanti giovani Oblati. Ne ho accompagnati all'altare una sessantina e ogni volta è stata una emozione profonda e sempre nuova. Quando il vescovo mi domandava: "Sei certo che questo giovane è degno di diventare sacerdote?", non ho mai risposto con la scarna formula del rito, ma - a costo di scandalizzare qualche canonico - ho sempre raccontato la storia di quel giovane lì in ginocchio davanti a tutti i fedeli radunati in chiesa. Mi piaceva ripercorrere il filo d’oro di quella chiamata. Invocavo a testimoni parenti, amici, e tutta la gente che l'aveva conosciuto.
Ora uno di questi giovani, sacerdote da pochi anni, ha abbandonato la comunità cristiana che aveva cominciato a servire con tanta dedizione e ha chiesto di lasciare il suo ministero sacerdotale. Non mi do pace. Abbiamo passato insieme anni straordinari, condividendo la gioia di essere tutti di Dio, elaborando piani per conquistare al suo amore altre persone, popoli interi... Da quando ho saputo che ha deciso di lasciare il ministero gli ho parlato, gli ho scritto, gli ho ricordato i momenti di luce in cui aveva sentito con forza la chiamata a seguire Gesù... Invano. Non mi ascolta. Non vuole sentire ragioni. Mi sento impotente...
Aveva la vocazione, continuo a ripetermi con una fitta al cuore. Ne sono sicuro. Lo conosco troppo bene. Non passa giorno che non penso a lui, che non prego per lui, perché gli voglio bene, ora più di prima. E mi domando: Perché? Mi do tante risposte, ma nessuna mi convince.
Non posso puntare il dito e giudicare. Se questo è un fallimento - e in un modo o in un altro un prete che lascia il suo ministero è sempre un fallimento - è anche il mio fallimento. Lui è parte di me, è della mia famiglia, è un membro del corpo di cui anch'io sono parte. Soffro con lui - perché soffre, lo so - e spero con lui. Mi è chiesto soltanto di amare di più perché il dialogo ricominci e sia più vero e profondo.
Ora mi assale il dubbio. Aveva veramente la vocazione?
Che domanda stupida mi sto ponendo, come se la vocazione fosse una cosa, un oggetto che si ha, si perde, si ritrova... Non è un mazzo di chiavi, la vocazione! È un rapporto, una relazione viva e dinamica con sua storia, un cammino, una crescita, che non si può arrestare: momenti belli, difficoltà, smarrimenti, notti, nuovi slanci, luce, pace, intimità... È il progetto d'amore di Dio, il suo svelamento progressivo, la concreta attuazione. (…)
Oggi scriverei le stesse cose, ma certamente con molta più misericordia…


lunedì 5 agosto 2013

Sono troppo “ottimista”?

Vale la pena continuare a scrivere il mio blog? O meglio, a pubblicarlo? Perché scriverlo è un esercizio quotidiano che mi aiuta a soffermarmi un attimo e a guardare la mia giornata per cogliervi quella pagliuzza d’oro che sempre Dio vi fa cadere. Ma pubblicare?
A volte mi giungono brevi messaggi come quello che ho pubblicato ieri, di una persona sconosciuta (perché i messaggi che giungono dal server non hanno riferimenti personali): “Caro Fabio: io mi fermo diverse volte a pensare a che punto sono... (fa riferimento al blog di ieri appunto) soprattutto avendo un cancro... Se guardo a me mi spavento, per la miseria che sono, allora mi affido come un bambino nelle braccia del padre e riacquisto la serenità!!! Che ne pensi? Grazie, ci fai riflettere”. Un messaggio come questo mi invita a condividere i miei piccioli pensieri quotidiani.
Ma ci sono anche messaggi di altro tenore, come questo: “Ho sempre notato un certo stile, diciamo “ottimista”, per cui tutti gli incontri vanno benissimo, le persone sono tutte entusiaste e felici. Non c’è il minimo accenno a problemi, a difficoltà, a momenti difficili e, penso, anche molto dolorosi. Si dovrebbe avere un atteggiamento complessivamente più prudente, meno ottimista, più attento alle difficoltà e agli sbandamenti, in modo che forse risulti anche che i problemi ci sono…”. Il mio stile “ottimismo”, come leggo nella continuazione del messaggio, mette disagio.
Il negativo e il male c’è, eccome. Basta guardare ogni giorno il telegiornale, invece di leggere il mio blog o i miei articoli sulla rivista “Missioni OMI”. Penso che quello che va condiviso e che costruisce sia il negativo risolto, la luce che si sprigiona dal fuoco che consuma il male.
Mi piace andare controcorrente, e far circolare il bene e il bello (quando ci riesco).

domenica 4 agosto 2013

La porta si apre da dentro o da fuori?


Dicevamo che non si tratta di una formula matematica, ma di un gioco d’amore; non lo sbocco automatico del determinismo, ma la trepidazione dell’innamoramento. Un dialogo, una ricerca reciproca l’uno dell’altro, un cammino fatto insieme, un’intesa che matura gradatamente: reciprocità.
Ma è anche vero che non c’è una storia uguale all’altra.
A volte Gesù bussa e rimane discreto ad attendere che si apra da dentro.
Altre volte entra con violenza, senza chiedere permesso. Alla Frossard che, completamente ateo, l'8 luglio entra in una chiesa per trovare un amico. I suoi pensieri vanno all'appuntamento della serata con una "tedeschina di Belle Arti". “Non provo alcuna curiosità per le cose della religione... sono le diciassette e dieci. Tra due minuti, sarò cristiano”. Mentre osserva una candela, avverte una luminosità quasi insostenibile. Scrive di aver visto un altro mondo, capisce che “c'è un ordine, nell'universo, ed alla sommità... l'evidenza di Dio... colui che i cristiani chiamano "padre nostro", e del quale sento la dolcezza”. Frossard, pieno di gioia, fuori dalla chiesa ritrova l'amico e gli dice: “Sono cattolico, apostolico e romano... Dio esiste ed è tutto vero”.
Altre volte l’incontro arriva dopo una ricerca disperata.
Altre volte ancora lo si ricerca per una vita intera e non lo si incontra.
Qualcuno lo incontra soltanto dopo la morte e con sorpresa si rende conto che, senza saperlo, lo ha cercato tutta la vita.
Perché non formarsi un attimo e domandarsi a che punto è il cammino per l’incontro reciproco?

sabato 3 agosto 2013

Celso in Guinea Bissau



Ho incontrato Celso a Roverè Veronese ed è stato come sempre una cascata di racconti della Guinea Bissau, degni dei Fioretti di san Francesco.
Nel brevissimo video qualche parola sulla grande parrocchia senza chiesa e sulle migliaia di catecumeni, come nelle più classiche delle missioni:

venerdì 2 agosto 2013

Unità e Carismi sui Monti Lessini

Dalla Svizzera alla Slovenia, fino a Maso di Sotto, frazione di Roverè Veronese, sui Monti Lessini. In questo paesino si incontrano per tre giorni i 20 membri delle 8 redazioni della rivista “Unità e Carismi” ( 8 lingue) per l’annuale convegno di lavoro.
Prima di bilanci e programmazioni, abbiamo dedicato una giornata intera alla riscoperta dell’identità della rivista, alle motivazioni che la animano, alla sua ispirazione. Soltanto mantenendo alta l’idealità troviamo il coraggio del lavoro, la creatività, l’entusiasmo.
Siamo mossi da una visione:
-                     il valore della vita consacrata sia nella sua dimensione profetica della proclamazione esistenziale del primato di Dio, sia nella sua dimensione carismatica;
-                     l’unità tra i carismi
-                     in una più ampia comunione ecclesiale
-                     per la fraternità universale.
Dietro la rivista vi è l’esperienza di rapporti di comunione tra religiosi e religiose di diversi Istituti, ispirati dalla spiritualità di comunione del Movimento dei focolari.
La rivista non è espressione di nessun gruppo istituzionale e non è neppure sostenuta da un particolare istituto religioso. È veramente “carismatica”, interamente frutto di volontariato non istituzionalizzato. In questo la sua fragilità e la sua forza.
La rivista è fatta da religiosi, ma non è soltanto per religiosi: i religiosi vogliono offrire a tutta la Chiesa le loro ricchezze carismatiche.
Un altro sogno di una notta di mezz’estate? No, una realtà che ha ormai 23 anni di storia…

giovedì 1 agosto 2013

La Signora capo di Stato vaticano

Sogno di una notte di mezz’estate.
Dopo le storiche dimissioni di Benedetto XVI, un altro evento epocale: Papa Francesco si dimette da capo di Stato vaticano ed elegge a questa carica una mia cara amica, una signora madre di sette figli, che fra l’altro è stata membro del parlamento italiano.
Papa Francesco è il “dolce Cristo in terra”, “vicario” del Re dei Re, ma Re di un regno che non è di questo mondo. Così anche lui ha deciso di non essere sovrano di questo mondo.
Si è riservato la domina e l’eventuale dimissione del capo di Stato del Vaticano, uno stato libero che gli consente di esercitare con libertà il suo ministero pastorale, il solo ministero che intende svolgere: vuole essere pastore, con l'odore delle pecore, e non re.
Ha affidato a un gruppo di giuristi la complessa questione dei suoi rapporti con il nuovo capo dello stato e le intricate implicanze derivanti da questo suo atto, ma è fiducioso nel loro lavoro, forte del fatto che per secoli tanti suoi predecessori non sono stati capi di stato; perché dovrebbe esserlo lui?
Intanto la Signora capo di stato riceve con tutti gli onori i colleghi e le loro delegazioni che continuano a venire in Vaticano, poi accolti in forma privata dal Papa.
La Repubblica popolare cinese, appena saputo che Papa Francesco non è più capo di stato, lo ha invitato a visitare la Chiesa cinese.
Il Papa può finalmente viaggiare su aerei di linea, si è liberato della corte, può…
A questo punto, nel mio sogno di una notte di mezz’estate, spuntano le Nunziature apostoliche, e il sogno si trasforma in incubo.
Per fortuna mi  risveglio alla realtà. Resto in attesa di leggere i titoli che riserverà al papa la prossima edizione dell’Annuario pontificio.