venerdì 7 giugno 2013

Il tuo Cuore nel mio cuore


Chiesa della missione ad Aix
Vetrata della chiesa della missione ad Aix
Oggi, festa del Cuore di Gesù, nella chiesa degli Oblati ad Aix, dedicata al Cuore di Gesù (lo ricorda la vetrata posta sulla porta d’entrata), abbiamo rinnovato la consacrazione a questo Cuore con le parole che sant’Eugenio, dal 1822, insegnava a ripetere ogni primo venerdì del mese ai fedeli che qui si riunivano:

O Cuore adorabile del mio divino Redentore, sorgente fecondo di tutte le grazie, Re di tutti i cuori, oggi consacro a te il mio cuore con tutti i suoi sentimenti, e lo pongo interamente a tuo servizio.
Vieni dunque, mio Dio, e regna in esso; vieni a disporre da vero sovrano, elimina tutto quanto può non piacerti, raddrizza le sue inclinazioni, correggi i suoi smarrimenti, purifica le sue intenzioni, imprimi in esso l’amore alle tue sante leggi. Fai in modo che la dolcezza, la pazienza, l’umiltà, il disprezzo e il distacco dai beni della terra, insieme a tutte le virtù che hanno fatto la tua gioia, diventino anche le gioie del mio cuore.
Sii la sua guida sulle strade pericolose del mondo, il suo consolatore nelle difficoltà, il suo rifugio nelle persecuzioni e il suo difensore davanti alle porte dell’inferno. Soprattutto ti scongiuro, per il Sangue prezioso versato per me, d’infiammare al massimo il mio cuore con il fuoco sacro che hai portato sulla terra.
Ho tanto da temere per la sua fragilità, ma pongo in te tutta la mia fiducia e tutto spero dalla tua bontà.
Brucia in me tutto ciò che ti dispiace; allontana da me tutto quanto può farti resistenza; imprimi a fondo il tuo amore nel mio cuore, così che mai passa né offenderti, né dimenticarti, né essere mai separato da te.

Che il mio nome sia scritto nel tuo cuore, che il mio cuore sia simile al tuo, e che per te ami eternamente il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo. Amen.

giovedì 6 giugno 2013

Quando una tomba diventa un altare

“Quando una tomba diventa un altare, una vita ha raggiunto il suo compimento”. Con queste parole, rimaste indelebili nella nostra mente, p. Marino Merlo iniziava la sua omelia sulla tomba dell’allora beato Eugenio de Mazenod nella cattedrale di Marsiglia. Sono passati trent’anni da quel giorno quando, con le due comunità di Marino e Vermicino, venimmo sui luoghi del fondatore.
Oggi, celebrando ancora una volta la messa su quella tomba, divenuta altare, mi sono tornate alla mente quelle parole. Una vita trova il suo compimento quando raggiunge la santità, meta alla quale tutti siamo chiamati. “In nome di Dio, siate santi”, ripeteva sant’Eugenio ai suoi Oblati. Essi, scriveva nella regola, “devono lavorare seriamente a diventare santi, […] vivere […] in una volontà costante di giungere alla perfezione”. Prima ancora l’aveva spiegato alla gente semplice della sua città e poi ai giovani che aveva riunito in associazione. “Dobbiamo essere veramente dei santi. Questa parola sintetizza tutto ciò che potremmo dire”.
Non è quello che ci ha ricordato il Concilio parlando dell’universale vocazione alla santità?

Ogni tomba dovrebbe trasformarsi in altare, ogni vita è chiamata a trovare il suo compimento nella santità.

mercoledì 5 giugno 2013

Alla scoperta del mondo dei giovani

«So che sarà un’iniziativa difficile e pericolosa. Di proposito mi metto direttamente contro il Governo, con tutte le mie forze. Voglio contrastare il piano insidioso del potere attuale che perseguita e distrugge ogni iniziativa che si oppone alle sue mire. Ma non ho paura di nulla. Ho appoggi e protezioni potenti: ho Dio dalla mia parte. Infatti non cerco altro che la sua gloria e la salvezza delle anime che egli ha redento con il sangue del Figlio suo, Gesù Cristo Signore nostro. A Lui — e non certo a Napoleone — a lui solo appartiene l’onore, la gloria e la potenza nei secoli dei secoli».
Appena ebbe finito di scrivere queste parole, padre Eugenio posò la penna, sollevò la testa, si appoggiò lentamente allo schienale della sedia e, restando seduto, si fermò a lungo a contemplare il Crocifisso appeso sulla parete di fronte. Eccolo il suo Signore, da secoli raffigurato in croce, quasi a ritrarlo nel suo gesto più alto d’amore. Aveva davvero dato la sua vita, il suo sangue, per gli uomini. Per tutti gli uomini. Anche per i giovani di Aix. E adesso il Governo voleva mettere le mani su di loro per contrabbandare le sue idee atee e materialiste.

È sempre stato così. Se vuoi rifare una società diversa devi puntare sulle nuove generazioni, più permeabili ai nuovi ideali, più recettive, più disponibili, più dinamiche. Non hanno niente da perdere e tutto da guadagnare. Non hanno remore che le tengano legate a vecchi schemi. Napoleone imperatore lo sapeva bene. Ma lo sapeva anche Eugenio.
Quando, diventato prete, p. Eugenio era tornato nella sua città di Aix conosceva a fondo il mondo giovanile del suo tempo. A Parigi, dove aveva studiato, si era immerso in quel mondo e vi aveva portato, con successo, il messaggio liberatore del Vangelo. Ora che era prete voleva spendere tutta la sua vita per loro. A mons. Jouffret, Amministratore della diocesi, che gli chiedeva cosa avrebbe voluto fare una volta arrivato ad Aix, aveva risposto senza esitazione: «Ho una sola ambizione: dedicare tutta la mia vita ai poveri e ai giovani».
La strada verso i poveri l’aveva inaugurata pochi giorni prima parlando loro nella chiesa della Maddalena alle sei del mattino, quando la servitù e gli operai erano liberi da ogni lavoro. Aveva parlato in provenzale, la lingua del popolo. Era stato un discorso di fuoco, un discorso programmatico nel quale svelava ai poveri, agli oppressi, alla gente semplice, umile e ignorante — quella a cui nessuno presta attenzione — l’altissima dignità del loro essere figli di Dio. Aveva spiegato che ogni uomo e donna hanno un valore inestimabile agli occhi di Dio perché «il Signore ha versato il suo sangue per loro, soltanto Dio è degno di loro, e che sono i prediletti di Dio». Da allora ogni mattina, per tutta la quaresima, la chiesa si riempiva di gente, contenta di ascoltarlo.
Ora era arrivato il momento di lanciarsi verso i giovani. Il Crocifisso appeso sulla parete pareva confermarlo nel suo intento: «Sì, io ho dato la vita per tutti, anche per i giovani di questa città. Tu ora, Eugenio, sii me, va verso di loro a continuare la mia opera di salvezza, sii con me loro salvatore. Se li rigeneri a vita nuova avrai rigenerato la Chiesa, la società».
Padre Eugenio riprese in mano la penna, la intinse d’inchiostro nel calamaio, e continuò a vergare il suo proclama: «La Francia è ormai invasa da scuole superiori dove l’allontanamento della fede è incoraggiato, tollerato — a dir poco — il comportamento immorale, inculcato il materialismo. È un quadro desolante ma vero e potrei andare oltre senza paura di calcare la mano. Governo infame, che vuole distruggere la religione catto­lica! Vuole corrompere la Francia pervertendo i giovani, indirizzando verso di loro tutti i mezzi seducenti di cui dispone. Io lo contrasterò sul suo stesso terreno: mi lancerò in mezzo ai giovani e farò di tutto per dar loro proprio quello che il governo vuol togliere: l’amore per la virtù, il gusto della vita cristiana...».
Quando Eugenio finì di scrivere era notte fonda. Era stanco ma contento. Aveva lanciato la sua sfida, sicuro di vincere. Era il 23 aprile 1813.
Oggi ho guidato i nostri Oblati d’Europa nei luoghi degli incontri segreti di quei giovani di 200 anni fa.

martedì 4 giugno 2013

Il bello del racconto

Ottawa mi ha lasciato con un sole splendido, che mi ha accompagnato per 24 ore nel mio viaggio di ritorno che, attraverso Montreal, Roma, Parigi, Marsiglia, mi ha finalmente portato ad Aix-en-Provence.
Sorvolando la Svizzera con i suoi laghi e le sue montagne, mi passa un po’ la nostalgia delle foresti canadesi; sorvolando la maestosa grandiosità di Parigi, Ottawa si ridimensiona…
Eccomi quindi di nuovo sulla via Aurelia. Ma la via Aurelia è lunga, parte da Roma e arriva fino a Marsiglia e ad Arles. Così, ancora una volta, non mi trovo nella mia casa di Roma in via Aurelia, ma quasi all’altro suo capo estremo, ad Aix. Qui, passando per la città, la strada prende il nome di via Italia, ed è su questa via che si trova la casa dove sono nati gli Oblati: la casa generalizia di Roma è sulla stessa strada della prima casa ad Aix, felice coincidenza.

Ancora una volta ho iniziato a raccontare delle nostre origini. Ogni famiglia conserva la sua unità nella misura in cui sa raccontare, senza mai stancarsi, la propria storia. Così anche per la nostra famiglia religiosa. Questa volta il racconto è rivolto a tutti i provinciali d’Europa. Ma ormai sono il più anziano tra tutti e posso permettermi di raccontare le nostre origini come le avessi vissute io stesso in prima persona. E ogni volta il racconto è nuovo e più bello, proprio come quando si racconta il Vangelo. La nostra storia è infatti una piccola storia di Vangelo vissuto…

lunedì 3 giugno 2013

Arrivederci Ottawa


Bella come sempre Ottawa, una città giardino, immersa in parchi, solcata da fiumi e canali. Non è vivace come Montreal o Québec, ma la vince con la natura, quasi specchio dell’immenso verde Canada.
I rettori delle università e istituti universitari sono ripartiti con nuova speranza, dopo aver condiviso problemi, difficoltà e sogni, in un mondo accademico sempre più difficile, con sempre meno studenti, con sembra meno preparazione culturale. Condividere aiuta, incoraggia e aiuta a intravedere nuovi cammini e possibilità.

Lascio a Ottawa i vecchi amici, vecchi anche come età. A loro sembro un giovanotto. Sono contenti di avermi visto tra loro in questi giorni e io sono contento di sentirmi continuamente chiamare per nome. Sono contenti perché vedono che il loro lavoro di ricerca e di studio sulla vita degli Oblati continua. Nonostante l’età collaborano con entusiasmo ed energia, esempio di dedizione totale a un ideale nel quale credono con tutti se stessi e per il quale non sentono stanchezza.

Come altre volte in passato mi sono lasciato affascinare dal centro città, con il gioiello del parlamento, la confluenza dei fiumi, i viali che fiancheggiano il canale. Ho sempre pensato che se dovessi cambiare Paese sceglierei questo. Ma da tempo è già il mio Paese e questa la mia città.

domenica 2 giugno 2013

La nuova Pentecoste di Giovanni XXIII

50 anni fa, il 3 giugno 1963, papa Giovanni partiva per il cielo. Poche ore prima la Stazione Radio di Colonia diffondeva un suo messaggio ai fedeli della Germania registrato alcuni giorni avanti. Parlava naturalmente del Concilio, la sua grande opera: “Non bisogna peraltro dimenticare – diceva in quel messaggio –, che il Concilio Ecumenico è opera soprattutto dello Spirito Santo, che è come il cuore della Chiesa, e il perpetuo autore e datore della sua rifiorente primavera. Pertanto, sotto la sua guida e la sua protezione, il Concilio Ecumenico sarà fecondo e salutare di ogni desiderato frutto”.
Parlando del Concilio, Giovanni XXIII utilizzò varie immagini: parlò di primavera, di “un fiore di un’inattesa primavera”, di vento, di aria fresca, ma soprattutto di “nuova Pentecoste”. Nella Pentecoste del 1959 istituì la commissione antepreparatoria, in quella del 1960 aprì la fase preparatoria, in quella del 1961 pubblicò la lettera apostolica Celebrandi concilii
Era un’idea costante, una costante invocazione:
Museo della civilizzazione di Ottawa
“Tutti avvertiamo il bisogno di una continuata effusione dello Spirito Santo, come di una nuova Pentecoste che rinnovelli la faccia della terra. Solo il soffio animatore dello Spirito Santo può infiammare gli animi alla virtù e preservarli dal contagio della colpa... solo il vigore dello Spirito Santo può sostenere i cristiani nelle lotte per il bene e far loro superare felicemente le contraddizioni e le difficoltà” (27 aprile 1959).
“Lo Spirito Santo... fa scaturire la vita nella Chiesa che ignora vecchiaia, fa rifiorire la primavera che non ha inverno, la rende invitta e sicura tra durezze ed avversità e la dispone a vittoria” (27 giugno 1960).
Abbiamo bisogno che lo Spirito venga ogni giorno a guidare la nostra vita quotidiana, a renderci cenacolo e a lanciarci fuori delle mura del cenacolo verso la missione.

I missionari di una volta nelle distese del Canada


Giunsero a Ottawa nel 1844, tre anni dopo il loro arrivo in Canada. Allora la cittadina, 6, 7 mila abitanti, si chiamava Bytown. Sant’Eugenio era particolarmente contento: è “una città che ha un avvenire” scriveva, perché grazie ai numerosi corsi d’acqua, si potrà partire da lì per evangelizzare l’Ovest e il Nord. In effetti da Ottawa gli Oblati giunsero fino al Pacifico e all’Artico. Proprio due giorni fa è stato consacrato un altro Oblato, Anthony Wieslaw Krótki, vescovo degli eschimesi a Churchill, nella Baia d’Husdon, al circolo polare.
Nel 1847 la città divenne sede vescovile e p. Guigues fu nominato primo vescovo. Costruì la bellissima cattedrale e trasformò molte missioni in parrocchie. Nel 1848 creò anche un collegio, divenuto nel 1866, con decreto regale della regina Vittoria, l’università di Ottawa; nel 1889 Leone XII conferì il titolo di università pontificia, poi passato all’attuale università St. Paul, distintasi dall’università di Ottawa.
Gli Oblati in città crebbero di numero in proporzione alle molte opere che furono loro affidate: nel 1966 erano 475, compresi un 150 studenti di teologia.
Questi ultimi ebbero il loro bel collegio nel 1885, la casa che oggi si chiama edificio Deschâtelets, dove sono ospite questi giorni. Erano i tempi gloriosi nei quali da qui i giovani Oblati partivano per tutto il Canada.
Una di queste sere, con i professori, siamo stati a La Blanche, un piccolo chalet su un lago, quanto rimane dei grandi capannoni dove gli studenti Oblati passavano le calde e umidi estate di Ottawa. Partivano con le canoe, e dopo due giorni di viaggio arrivavano sul lago. Le foto d’epoca testimoniano quei felici tempi andati. Raccontano che si passava la notte della festa dell’Assunta sulle canoe, sul lago, con le torce accese. Su una canoa era istallato l’armonium e si cantavano le lodi a Maria. La gente veniva dai dintorni e si fermava sulla riva del lago e godere lo spettacolo.

Ho in mano la lunga e bella lettera nella quale, in data 19 ottobre 1843, il vescovo di Montreal - che aveva invitato gli Oblati in Canada – chiede a sant’Eugenio di mandare gli Oblati a Bytown (Ottawa):

A Bytown gli Oblati troveranno migliaia di uomini che si spostano e lavorano per abbattere le immense frontiere che costeggiano grande fiume bello e magnifico che si chiama Ottawa, tutte persone degne dello zelo dei vostri figli. Da là i vostri uomini apostolici potranno partire per andare ad evangelizzare i cantieri, in ognuno dei quali ci sono dalle 4 alle 5 cento persone che lavorano per cinque o sei anni consecutivi nella foresta ad abbattere gli alberi che vengono venduti a Québec e a Montréal e da lì esportati in gran parte in Inghilterra. Ogni cantiere è come uno dei vostri villaggi della Francia. Occorre percorrere 60 o 80 leghe per raggiungerli, sulla neve d’interno o risalendo le rapide d’estate. Non possiamo mandare parroci a questi campi volanti, occorrono missionari che d’inverno visitino gli uomini nei cantieri e in primavera li aspettino lungo i fiumi dove fanno navigare il legname. Penso che non ci siano persone che abbiano bisogno di missionari più di queste pecore perdute…. Vi sono poi i territori di caccia degli indigeni, che errano per le foreste per la maggior parte dell’anno e che si riuniscono in determinati momenti nei posti di commercio. Anche con loro dovranno lavorare i missionari…