14 marzo. Giornata di spiritualità a Marino. Mi hanno chiesto di parlare della croce. Cosa dirò? Di solito lo so soltanto dopo aver parlato. Partirò comunque dal grido di Gesù in croce, quello che non è calcolato tra le “sette” parole di Gesù in croce. In effetti quel grido non è una parola, ma un grido inarticolato.
Lo riportano sia Matteo sia Marco. Un grido improvviso, terribile, inatteso, forte: «Gesù di nuovo gridò a gran voce ed emise lo spirito» (Mt 27, 50); «Gesù, dando un forte grido, spirò» (Mc 15, 37). Un gridare vuoto, incomprensibile, senza articolare parola, un semplice grido di dolore. Gesù muore in maniera drammatica. Non con una parola di sapienza, ma con un grido, con tutto il fiato che gli rimane, l’ultimo. Poi il grande silenzio, senza risposta. Quest’urlo, più di tutte le altre parole, lascia intuire quanto Gesù può aver vissuto. Ha fatto sua ogni angoscia, ogni disperazione, ogni grido.
Il Verbo, la Parola di Dio, non ha più parola. È il Non Verbo, la Non Parola. Ora il Verbo è tutto e solo Amore, le sue parole non sono più proclamate, sono attuate. Niente più bello di quel grido, parola non detta: la parola dell’amore più grande, la parola della nostra salvezza.

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