Ieri, assieme ai Missionari della Consolata, sono stato alla basilica di san Paolo fuori le mura. Ci ha accolti l'abate che, dopo averci raccontato la storia della basilica, ci ha tenuto una meravigliosa meditazione su san Paolo.
Mi sono ricordato che una cinquantina d'anni fa scrissi una meditazione su l'incontro con Gesù di Paolo e di Eugenio de Mazenod. Lo riporto qui, semplificandolo un po'.
Quando Mons. Berteaud uscendo da un colloquio con Mons. de
Mazenod disse quella famosa frase: “Ho visto Paolo”, si riferiva certamente
alla dilatazione d’anima che caratterizzava il vescovo di Marsiglia. Come
l’Apostolo delle Genti anche Eugenio de Mazenod sentiva su di sé la
sollecitudine per tutte le Chiese e sentiva l’urgenza che Cristo e Cristo
Crocifisso fosse annunciato fino agli estremi confini della terra.
Eugenio de Mazenod però non somiglia Paolo solo nel suo
ardore missionario. Il segreto del suo essere “un inconditionnel de l’Église”, va trovato nel suo essere “un passionné de Jésus Christ”, come lo
ha definito Paolo VI il giorno della Beatificazione. La passione per la Chiesa
nasce dalla passione per Cristo. Anche in questo somiglia Paolo. Tutti e due
avevano l’anima dilatata sull’umanità, “un cuore grande quanto il mondo”,
perché avevano acquistato l’anima stessa di Cristo.
In questa meditazione vorrei poter entrare un po’ nell’anima
di Paolo e nell’anima di Eugenio, vorrei domandare loro la propria esperienza
dell’incontro con Cristo, vorrei sorprenderli nel momento in cui Cristo li
chiama, per poter capire qualcosa del loro rapporto col Salvatore.
L’incontro con Cristo di Paolo
Nell’inno della lettera ai Romani, Paolo canta la sua
profonda comprensione dell’amore di Dio, manifestato in Cristo Gesù: “Chi ci
separerà dunque dall’amore di Cristo?... Io sono infatti persuaso che né morte
né vita, né angeli né principati, né presente né avvenire, né potenze, né
altezze né profondità, né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore
di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore” (Rom
8, 28–39).
Tutto è amore. Per ognuno di noi infatti Dio ha preparato,
dall’eternità, un disegno di grazia la cui realizzazione, in Cristo, è un
continuo crescendo che va dalla conoscenza alla predestinazione, alla chiamata,
alla giustificazione, fino alla gloria. È un essere conformi sempre più a
Cristo, nel quale da sempre siamo pensati, per giungere con lui alla destra del
Padre.
In questa fede nell’amore particolare di Dio, per Paolo è
inconcepibile un abbandono da parte di Dio. Tutto, anche la prova e la
sofferenza, è manifestazione dell’amore di Dio, e tutto diventa strada per
arrivare a Dio, anche quello che potrebbe sembrare ostacolo. Niente può
separarci dall’amore che Dio ha per noi perché tutto è amore, e niente può
separarci dal nostro amore per Dio perché in tutto vediamo il suo amore e tutto
diventa risposta d’amore.
Questo inno all’Amore di Dio non è frutto di speculazione
teologica: è frutto della profonda e personale esperienza di Paolo. Nei suoi
lunghi anni di servizio a Cristo niente è riuscito a separarlo da Dio (Cf. 2Cor 11, 23–27).
Come mai, possiamo domandarci, niente gli è stato di
ostacolo, anzi gli è diventato strada di salvezza? Come mai in tutto ha
scoperto l’amore di Dio? Perché tutto concorre al bene occorre amare Dio,
infatti “tutto concorre al bene per coloro che amano Dio”, per coloro cioè che
hanno fatto l’esperienza di Dio. E Paolo è proprio uno di questi che hanno
fatto l’esperienza di Dio, che “amano Dio”. Tutto gli è stato manifestazione
d’amore perché amava.
L’amore di Dio si è manifestato a Paolo in Cristo Gesù un
giorno, sulla via di Damasco: “E io gli dissi: Chi sei, o Signore? E il Signore
rispose: Io sono Gesù, che tu perseguiti” (At
26, 15). È Dio Amore che si rivela nel Figlio: “...colui che mi scelse dal seno
di mia madre e mi chiamò con la sua grazia si compiacque di rivelare a me suo
Figlio” (Gal 1,15–16). Davanti a chi
lo contesta, può rivendicare di averlo visto: “Non sono forse un Apostolo? Non
ho veduto Gesù, il Signore nostro?” (1Cor
9, 1).
Cosa avvenne in quell’incontro di Damasco? Mentre Paolo
perdeva la vista, scrive S. Massimo di Torino, “acquistava occhi nuovi per
fissare meglio Cristo”. Appena fissato Cristo, questi diventa il suo Signore e
la gloria di Paolo, d’ora in poi, sarà solo quella di essere “servo del nostro
Signore Gesù Cristo”. Tutto il resto perde valore: Lui è la Vita. Il resto
appare opaco, si eclissa lentamente all’orizzonte, appare periferico davanti
alla centralità di Cristo: “Quello che poteva essere per me un guadagno, l’ho
considerato una perdita di fronte alla sublimità della conoscenza di Cristo
Gesù, mio Signore…” (Fil 3, 7-11). Davanti
alla conoscenza di Cristo, tutto è diventato un non senso: la sapienza di
questo mondo, la propria vita passata con tutta la ricchezza e la gloria della
legge e della tradizione veneranda. Davanti a sé ha solo Cristo e Cristo
Crocifisso: “Non conosco che Cristo e Cristo Crocifisso” (1Cor 2, 2).

È la conoscenza biblica, cioè quel profondo rapporto di
comunione che gli fa dire: “per me vivere è Cristo” (Fil 1, 21), che gli fa concepire la vita come un con–vivere,
con–morire, con–risuscitare, con–sedere nei cieli in Cristo. È
quell’assimilazione profonda a Cristo che gli permette di ripetere più volte:
“siate miei imitatori” (1Cor 11, 1).
Paolo diventa così il “cantore di Cristo”: “Il glorioso
Paolo apostolo non poteva fare a meno di aver sempre sulla bocca il nome di
Gesù, perché l’aveva ben fisso nel cuore” (S. Teresa d’Avila).
Conosciuto Cristo ha ormai una sola brama, quella che anche
gli altri possano conoscere e sperimentare l’amore di Cristo. Questo il fine
del proprio apostolato, questo l’oggetto della sua preghiera: “Io piego le
ginocchia davanti al Padre… Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e
così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere con tutti
i santi quale sia l’ampiezza, la lunghezza, l’altezza e la profondità, e
conoscere l’amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi
di tutta la pienezza di Dio” (Ef 3,
14-19).
L’incontro con Cristo di Eugenio
Anche per Eugenio tutto è stato amore di Dio. Anche lui ha
sentito su di sé la mano del Padre: “Tu sei il Padre tenero che non smette di
abbracciare il suo figlio amato, neppure quando lui si irrita, nel suo delirio,
contro la mano che lo protegge e lui misconosce perché ha perduto la ragione”.
Anche lui si è sentito oggetto dell’amore misericordioso del
Padre: “La pazienza con la quale il Padre mi ha atteso mi pareva inconcepibile,
soprattutto quando la paragonavo ai colpi che la giustizia ha dato più volte a
destra e a sinistra attorno a me. Tanto che la misericordia mi pareva riservata
solo per me”.
Anche per Eugenio l’amore di Dio si è manifestato in Cristo
Gesù, in Cristo e in Cristo Crocifisso. La via di Damasco passava per la
cattedrale di Aix: “Posso dimenticare le lacrime amare che la vista della Croce
fece scendere dai miei occhi un venerdì santo?... in mezzo al dolore, l’anima
si slanciò verso il suo fine ultimo, Dio, suo unico bene, di cui sentiva
vivamente la perdita”.
Paolo, ricordando la propria vocazione, diceva: “...sono
stato conquistato da Cristo” (Fil 3,
12). Ed Eugenio gli fa eco: “Dio mi strappò con la più dolce delle violenze” e
“con un colpo da maestro”. L’iniziativa è sempre di Dio: “non voi avete scelto
me, ma io ho scelto voi” (Gv 15, 16).
Non sono Paolo, Eugenio che amano per primi, è Dio che li ama per primi, anzi
Dio li ama quando uno è persecutore della Chiesa e l’altro in peccato mortale,
“quando, scrive Eugenio, meno pensavo a lui”.
“L’amore di Dio – racconta Paolo – è stato riversato nei
nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato donato. Infatti
mentre noi eravamo ancora peccatori, Cristo morì per gli empi nel tempo
stabilito. Ora a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto; forse
ci può essere chi ha il coraggio di morire per una persona dabbene. Ma Dio
dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori,
Cristo è morto per noi” (Rom 5, 5–8).
Per tutta la vita Paolo griderà che ha perseguitato la
Chiesa – come Pietro non si stancherà di raccontare il suo rinnegamento –
perché venga maggiormente in risalto la gratuità e l’immensità dell’amore di
Dio. Caso mai dovesse gloriarsi di qualcosa si glorierà delle proprie debolezze
(cf 2Cor 12, 5).
Anche Eugenio grida il suo peccato: “Chi sono io, peccatore
miserabile, per volere amare la purezza e la stessa santità! Ah, lo so, con le
mie iniquità passate ho fatto una scelta ben diversa. Mi sono votato al demonio
e alle sue opere perverse. Ecco il maestro che ho servito, ecco chi ho
amato...Mediterò...sul peccato, sull’orribile esecrabile peccato mortale, nel
quale mi sono sprofondato tanto a lungo…”.
Cerca di calcare la mano il più possibile, di trovare le
parole più infamanti sul suo conto, così da esaltare ancora di più l’amore di
Dio che l’ha reso un uomo nuovo: “Vorrei che il ricordo delle mie ribellioni a
Dio scomparisse. No, vorrei invece non dimenticarle mai per tutta la vita
perché niente, più del pensiero della mia debolezza e della sua clemenza, può
farmi aderire al mio Re”. “Non mi resta che gridare la misericordia del mio
Dio. Sì, per tutti i giorni della mia vita e in ogni attimo griderò la
misericordia di Dio”.
Ma è diventando sacerdote che agli occhi di Eugenio l’amore
di Dio si manifesta in tutta la sua profondità: “Guarda che mostro, mio
Dio...hai messo nel tuo santuario…Mio Dio non trovo le parole adatte per
esprimere questa infinita, incomparabile bontà che mi fai provare… Chi ha
operato questo prodigio lasciandomi in una continua sorpresa e nella
confusione? È ancora l’infinita misericordia di Dio... Io, che ho vissuto nel
peccato mortale!...Questo ricordo spaventoso mi sarà sempre presente così come
quello dei benefici, delle misericordie, della tenerezza, della predilezione di
Dio per un mostro di ingratitudine come sono io”. “È dunque in questo modo che
il mio buon Dio si vendica di tutte le mie ingratitudini, facendo per me tanto
che, Dio qual è, non può fare di più”.
Dio stesso mette nel cuore di Eugenio la risposta al suo
amore: “C’è solo amore nel mio cuore...Sono sacerdote! Bisogna esserlo per
sapere cosa sia. Il solo pensiero mi spinge a moti di amore e di riconoscenza.
E se penso a che peccatore sono, l’amore aumenta”.
È ancora una volta, l’eco dell’esperienza di Paolo: “Rendo
grazie a colui che mi ha dato la forza, Cristo Gesù Signore nostro, perché mi
ha giudicato degno di fiducia chiamandomi al ministero: io che per l’innanzi
ero stato un bestemmiatore, un persecutore e un violento... così la grazia del
Signore nostro ha sovrabbondato insieme alla fede e alla carità che è in Cristo
Gesù” (1Tim 1, 15).
Eugenio, ugualmente, si proclama il più bisognoso di
redenzione: “Se qualcuno avesse bisogno di redenzione più di me, povero
peccatore, creatura ingrata e tanto spesso ribelle, gli permetterei di credersi
più riconoscente di me verso il Salvatore Gesù che lo ha redento. Ma, visto le
grazie che mi sono state fatte e che ho profanato, e ho visto che malgrado
tutte queste grazie ho peccato, mi riconosco come l’uomo a cui la redenzione è
più necessaria”.
Di conseguenza Eugenio si sente la persona più amata da Dio:
“Tu mi hai creato per te e io voglio essere solo per te, lavorare per te,
vivere e morire per te…Tu non sei solo il mio creatore e Redentore, così come
lo sei per tutti gli altri uomini, ma tu sei il mio benefattore particolare,
perché mi hai applicato i tuoi meriti in un modo tutto speciale, tu sei il mio
amico generoso che ha dimenticato tutte le mie ingratitudini, tu sei il mio
tenero Padre che ha portato questo ribelle sulle sue spalle, riscaldandolo col
tuo cuore, lavando le sue piaghe. Dio buono, Signore misericordioso, mille anni
spesi al tuo servizio, sacrificati a gloria tua sono la minima ricompensa
possibile che la tua gloria possa esigere da me”.
Dopo aver fatto questa esperienza profonda d’amore di Dio,
dopo averlo incontrato sulla croce, tutto il resto, come già nell’esperienza di
Paolo, perde valore. Tutto piomba nel buio. I suoi sogni di gloria e di
prestigio, la carriera da intraprendere nonostante tutto e tutti, cedono il
posto ad un altro ideale. Il palazzo di famiglia, confiscato durante la
Rivoluzione, che aveva cercato di riacquistare a tutti i costi perché simbolo
del proprio prestigio nobiliare, appare ora ai suoi occhi come “quel mucchio di
pietre...”. Al centro rimane solo Dio: “Tu mi hai dato l’intelligenza, la
volontà, la memoria, un cuore, degli occhi, delle mani, tutti i sensi del mio
corpo e tutte le facoltà dell’anima. Tu mi hai dato tutto questo perché lo usi
per la tua gloria, unicamente per la tua gloria, per la tua più grande
gloria...Mio Dio, ormai è fatta, e lo è per tutta la vita: tu, tu solo ormai
sarai l’unico oggetto a cui tenderà ogni mio affetto, ogni mia azione. Piacere
a te, agire per la tua gloria sarà la mia occupazione quotidiana, l’occupazione
di tutti gli istanti della mia vita. Io voglio vivere solo per te, voglio amare
te solo e amare tutto il resto in te e per te”.
Come Paolo anche Eugenio vorrebbe solo poter rendere tutti
gli uomini partecipi della propria esperienza: “Che lo Spirito Santo – scrive
qualche giorno prima dell’ordinazione sacerdotale – riposi sopra di me in tutta
la sua pienezza, riempiendomi completamente dell’amore di Gesù Cristo. Che io
mi consumi nel suo amore servendolo e facendo conoscere quanto egli è amabile e
quanto gli uomini sono insensati a cercare altrove il riposo del loro cuore,
riposo che potranno trovare soltanto in lui”.
Per sé chiede solo una cosa, il massimo che si possa
domandare: entrare nella relazione d’amore della Trinità: “Dio mio raddoppia,
triplica, centuplica le mie forze, perché voglio amarti non solo quanto posso
amarti, perché è niente. Voglio amarti come ti hanno amato i santi, come ti amò
e ti ama la tua santissima Madre. Mio Dio questo non mi basta, perché vorrei
amarti come tu ami te stesso. Lo so che è impossibile, ma desiderarlo non è
impossibile perché io lo desidero con tutta la sincerità dell’anima. Sì, mio
Dio, vorrei amarti come tu stesso ti ami”.
Questo è il punto di partenza di Paolo e di Eugenio. Non si
può capire Paolo se non si parte dalla sua esperienza di Cristo, iniziata sulla
via di Damasco, dalla sua esperienza dell’amore di Dio. Non si può capire
Eugenio se non si parte dalla sua esperienza di Cristo Salvatore in cui è
racchiuso e svelato tutto l’amore di Dio.