«“In che modo riuscirò ad educare bene i giovani del mio Collegio?”, domandò un giorno a don Bosco un padre gesuita, rettore di un grande collegio del Portogallo. E don Bosco “Amandoli!”».
E riguardo ai Salesiani: «Credetelo: il vincolo che tiene unite le Società, le Congre-gazioni, è l’amor fraterno. Io credo di poterlo chiamare il perno su cui si aggirano le Con-gregazioni ecclesiastiche. Ma a che grado dovrebbe esso ascendere? Iddio Salvatore ce lo disse: (…) amatevi a vicenda, nel modo, con quella misura con cui io ho amato voi».
Amore dunque fuori con i giovani, amore dentro tra i Salesiani.
Ma non è soltanto una parola. Cosa, vuol dire, caro don Bosco, amare?:
«Vi sia carità nel tollerarci e correggerci gli uni gli altri, mai lagnarci l’uno dell’altro; carità nel sostenerci; carità specialmente nel mai sparlare dei membri del corpo. […] Ciascuno sia sempre pronto a dividere il suo piacere col piacere agli altri, ed anche sia disposto ad assumersi la parte di dolore di un altro; di maniera che se uno ricevesse un gran favore, e questo sia anche di contento per i suoi confratelli. Sarà uno afflitto? Studino i suoi confratelli di alleviargli le pene. Quando alcuno venisse a trascorrere in qualche mancanza, costui si corregga, si compatisca, ma non si disprezzi mai alcuno per difetti, o fisici, o mo-rali. Amiamoci sempre come veri fratelli».
Nel giorno della sua festa rivedo con gioia le foto che ho scattato nella sua casa e nel suo paese natale…
lunedì 31 gennaio 2011
domenica 30 gennaio 2011
Santi insieme, Chiesa insieme
Come ogni domenica pomeriggio, anche oggi incontro un bel gruppo di religiosi. Veniamo da tante parti del mondo e da diverse care generalizie, quindi apparteniamo a Istituti diversi. Perché insieme? Perché abbiamo capito la verità delle parole di Chiara Lubich quando parla del paradiso, là dove “ognuno di noi sarà una Parola, ma, siccome ogni Parola è tutto il Vangelo, ognuno di noi sarà la Parola… Come in Dio le tre Persone sono ciascuna l’unico Dio, così in paradiso ciascuno di noi sarà Dio per partecipazione, sarà Verbo di Dio. Però ognuno di noi sarà veramente, pienamente la parola se sarà in relazione con le altre Parole, come nella Trinità sono in relazione tra loro le tre divine Persone”.
Queste vale per ognuno di noi personalmente anche qua in terra: non posso essere realmente me stesso, la parola che Dio ha pronunciato chiamandomi all’esistenza, se non sono in comunione con tutte le altre parole da lui pronunciare, con tutti gli altri fratelli: ci si fa santi insieme! E questo vale anche per ogni realtà nella Chiesa, per tutti i carismi, per tutte le spiritualità: ognuno di essi è una parola del Vangelo, ma non può essere vissuta senza la comunione con tutte le altre parole del Vangelo, con tutti gli altri carismi e spiritualità: si è Chiesa in-sieme!
Queste vale per ognuno di noi personalmente anche qua in terra: non posso essere realmente me stesso, la parola che Dio ha pronunciato chiamandomi all’esistenza, se non sono in comunione con tutte le altre parole da lui pronunciare, con tutti gli altri fratelli: ci si fa santi insieme! E questo vale anche per ogni realtà nella Chiesa, per tutti i carismi, per tutte le spiritualità: ognuno di essi è una parola del Vangelo, ma non può essere vissuta senza la comunione con tutte le altre parole del Vangelo, con tutti gli altri carismi e spiritualità: si è Chiesa in-sieme!
sabato 29 gennaio 2011
In cosa consiste la santità?
“Più divento vecchio, più capisco che devo sempre ricominciare, senza pensare troppo a me stesso. Dio, a tempo opportuno, verrà a prendermi con sé. Devo smettere di preoccuparmi del mio cammino verso di lui. Se cerco di amare gli altri, e quindi di essere fuori di me, non avrò tempo per guardarmi.
Capisco ciò che Dio vuole da me: soltanto vivere per gli altri, condividere le loro sofferenze e fare di tutto per aiutarli nel loro santo viaggio. Per il mio lascio che ci pensi Dio. Sempre più mi rendo conto di quanto gli altri siano parte di me.
Soltanto così il cammino verso Dio diventa più bello, è tutto amore. La santità consiste nel vivere per gli altri”.
Queste parole, che vorrei fossero mie, sono di un amico, da poco partito per il Cielo, Terry Gumm. Le ho lette su un bellissimo articolo che ripercorre la sua vita:
http://www.livingcitymagazine.com/node/3262
Capisco ciò che Dio vuole da me: soltanto vivere per gli altri, condividere le loro sofferenze e fare di tutto per aiutarli nel loro santo viaggio. Per il mio lascio che ci pensi Dio. Sempre più mi rendo conto di quanto gli altri siano parte di me.
Soltanto così il cammino verso Dio diventa più bello, è tutto amore. La santità consiste nel vivere per gli altri”.
Queste parole, che vorrei fossero mie, sono di un amico, da poco partito per il Cielo, Terry Gumm. Le ho lette su un bellissimo articolo che ripercorre la sua vita:
http://www.livingcitymagazine.com/node/3262
venerdì 28 gennaio 2011
Domandare per dialogare
“L’amore è anche amicizia?”. È una delle innumerevoli domande che poneva agli altri e che poneva a se stesso un certo Tommaso, nato ad Aquino in provincia di Frosinone. Sì, è proprio il famoso san Tommaso d’Aquino che oggi festeggiamo. P. Richard, col quale vivo insieme in comunità, è un suo grande ammiratore e mi ha parlato del suo metodo. Prima porsi delle domande. Non si può andare avanti nella vita così a casaccio, senza fermare a riflettere. Poi ascoltare cosa dicono gli altri. È importante ascoltare. Dopo la domanda del tipo: “L’amore è anche amicizia?”, Tommaso riporta le varie risposte che raccoglie dalle parti più disparate, soprattutto da quanti non la pensano come lui. Poi espone il suo pensie-ro, perché occorre il coraggio delle proprie idee, e soprattutto saperne dare le ragioni. Sol-tanto dopo, alla fine, trae le dovute conclusioni. Non è un buon metodo di dialogo?
Eccolo nella foto, il mio buon p. Richard, assieme alle suore domenicane che lavorano qui nei nostri uffici, e che oggi festeggiano il loro santo. In suo onore, una bellissima suonata di pianoforte di una cara amica, Alessandra: http://www.youtube.com/watch?v=esPtNDgBrZg
Eccolo nella foto, il mio buon p. Richard, assieme alle suore domenicane che lavorano qui nei nostri uffici, e che oggi festeggiano il loro santo. In suo onore, una bellissima suonata di pianoforte di una cara amica, Alessandra: http://www.youtube.com/watch?v=esPtNDgBrZg
giovedì 27 gennaio 2011
mercoledì 26 gennaio 2011
Il faro e il lampione
Il faro è quella di Port Isabel, in Texas. Era lì quando arrivarono gli Oblati nel 1849. Sicuramente non c’era il lampione. Serve la debole luce di un lampione quando accanto c’è la potente luce di un faro? Forse sì perché la luce del faro illumina quell’angolino di piazza che non è raggiunto dalla luce del faro, proiettata oltre. La potenza è diversa, ma entrambi spandono luce.
Mi ci ha fatto pensare una frasi dell’intellettuale cattolico Carlo Bo, di cui ieri ricorreva il centenario della nascita. Così rispondeva alle sfide del nuovo millennio:
“Ritrovare le ragioni ultime di quei valori che consentono una vita umanamente e umanisticamente motivata, che tenga conto non solo delle cose visibili ma anche e soprattutto di quelle invisibili…
Bisognerà insomma costruire insieme, credenti e no, un’altra civiltà che sappia finalmente ritrovare lo spirito della carità cristiana: cioè saper perdonare e cercare di risolvere problemi epocali, inevitabili e giganteschi, secondo uno spirito di carità”.
Mi ha colpito quell’appello alla solidarietà tra credenti e no nel costruire insieme la civiltà dell’amore. Non so chi è faro e chi lampione. I credenti potranno dire che hanno la luce della Verità, il Cristo; i laicisti che sono eredi dei grandi Illuministi e che quindi il faro sono loro. Non è importante sapere chi illumina di più. L’importante è che le nostre luce non siano dialettiche, antagoniste. L’importante è che ognuno dia il suo apporto positivo, concorde, costruttivo, così come ne è capace. Abbiamo bisogno di una luce che ci guidi per non perderci nella tenebra dell’ignoranza e costruire la casa comune.
Mi vengono alla mente le parole della non credente Natalia Ginzburg, su una sua pagina de «L’Unità» (25 marzo 1988):
«Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere atei, laici, quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Erano parole scritte già nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivelazione cristiana. Sono la chiave di tutto.
Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade».
Mi ci ha fatto pensare una frasi dell’intellettuale cattolico Carlo Bo, di cui ieri ricorreva il centenario della nascita. Così rispondeva alle sfide del nuovo millennio:
“Ritrovare le ragioni ultime di quei valori che consentono una vita umanamente e umanisticamente motivata, che tenga conto non solo delle cose visibili ma anche e soprattutto di quelle invisibili…
Bisognerà insomma costruire insieme, credenti e no, un’altra civiltà che sappia finalmente ritrovare lo spirito della carità cristiana: cioè saper perdonare e cercare di risolvere problemi epocali, inevitabili e giganteschi, secondo uno spirito di carità”.
Mi ha colpito quell’appello alla solidarietà tra credenti e no nel costruire insieme la civiltà dell’amore. Non so chi è faro e chi lampione. I credenti potranno dire che hanno la luce della Verità, il Cristo; i laicisti che sono eredi dei grandi Illuministi e che quindi il faro sono loro. Non è importante sapere chi illumina di più. L’importante è che le nostre luce non siano dialettiche, antagoniste. L’importante è che ognuno dia il suo apporto positivo, concorde, costruttivo, così come ne è capace. Abbiamo bisogno di una luce che ci guidi per non perderci nella tenebra dell’ignoranza e costruire la casa comune.
Mi vengono alla mente le parole della non credente Natalia Ginzburg, su una sua pagina de «L’Unità» (25 marzo 1988):
«Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere atei, laici, quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo tuo come te stesso”.
Erano parole scritte già nell’Antico Testamento, ma sono divenute il fondamento della rivelazione cristiana. Sono la chiave di tutto.
Sono il contrario di tutte le guerre. Il contrario degli aerei che gettano bombe sulla gente indifesa. Il contrario degli stupri e dell’indifferenza che tanto spesso circonda le donne violentate nelle strade».
martedì 25 gennaio 2011
25 gennaio 1816: nascono gli Oblati
Sant’Eugenio de Mazenod ha sempre considerato il 2 ottobre 1815 come data di fondazione dei Missionari Oblati. Quel giorno, festa degli Angeli Custodi, aveva acquistato parte del monastero delle Carmelitane di Aix nel quale avrebbe dovuto vivere la futura comunità. Forse quel giorno si riunirono con Sant’Eugenio i primi tre giovani sacerdoti che avevano aderito al suo progetto: Icard, Deblieu (nel registro del noviziato afferma che de Mazenod lo considerava il primo compagno) e Mye.
Il 27 ottobre giunse l’adesione di Francesco Saverio Tempier, che sarà il suo vero primo compagno. Tempier arrivò ad Aix soltanto il 27 dicembre.
Da quel giorno – scrive nelle sue memorie – andavo dai miei genitori [che abitavano ad Aix] soltanto per la notte. Durante il giorno stavo con mons. de Mazenod. Ci occupavamo con gioia di tutto quanto progettavamo di compiere per la gloria di Dio e la salvezza delle anima. Dicevamo insieme l’ufficio e facevamo insieme gli esercizi di pietà, per quanto possibile, perché mons. de Mazenod era spesso preso dai giovani della sua associazione…
Infine – continua Tempier – il 25 gennaio 1816, giorno nel quale, pensando alla festa della Conversione di san Paolo, avevamo fissato per riunirci insieme, ambedue lasciammo definitivamente la casa paterna e le nostre famiglie per prendere possesso della nostra umile dimora e per non lasciarla mai più. Giorno memorabile. Finché avrò vita, non lo non dimenticherò mai.
Perché, se la fondazione è avvenuta il 2 ottobre 1815, noi la festeggiamo il 25 gennaio? Si è cominciato a celebrare il 25 gennaio, come inizio della Congregazione, nel 1866, quando ne ricorreva il cinquantesimo. Per quel giorno Padre Fabre, il successore del Fondatore, invitava tutti gli Oblati a celebrare solennemente l’anniversario della fondazione: “È un giorno che non può passare inosservato. Sento il dovere di richiamare tutta la vostra attenzione su un anniversario così solenne, per accendere nei vostri cuoi i più vivi sentimenti di riconoscenza verso Dio e di affetto verso la nostra cara Congregazione”.
Da allora il 25 gennaio è diventato il giorno in cui gli Oblati celebrano la nascita della loro Congregazione. Più propriamente dovremmo chiamare questo giorno: l’inizio della vita comunitaria.
In quel giorno, il 25 gennaio 1816, Sant’Eugenio, Tempier e forse Icard presero definitiva dimora nelle stanze acquistate. Tempier forse era andato a abitarvi qualche giorno prima, per seguire da vicino i lavori di ristrutturazione. Lo stesso giorno de Mazenod indirizzò ai Vicari Capitolari la domanda di autorizzazione per la nuova comunità, nella quale tracciava gli obiettivi e lo stile di vita. Probabilmente quel giorno si sono riniti tutti e cinque i primi compagni per firmare la domanda.
A metà febbraio arrivano in casa anche Mie, Deblieu. Appena riuniti elessero de Mazenod superiore della casa e dopo un ritiro di dieci giorni per prepararsi alla vita apostolica, l’11 febbraio partirono per la prima missione a Grans. I Missionari di Provenza, appena nati, entravano in azione!
Mi pare significativo celebrare l’inizio della Congregazione ricordando non il momento burocratico di fondazione – l’acquisto della casa – e neppure quello nel quale i primi membri della famiglia concordarono un progetto di vita e d’azione, ma proprio il suo reale inizio, che coincise con la vita comune.
Su quel giorno abbiamo uno scritto particolarmente caro a tutti gli Oblati, la lettera che sant’Eugenio scrisse il 24 gennaio 1831 al maestro dei novizi, il p. Mille. Anche se la conosciamo a memoria lo rileggiamo volentieri:
Domani festeggio l'anniversario del giorno in cui sedici anni fa, lasciavo la casa materna per andare a risiedere alla Missione. Padre Tempier ne aveva preso possesso alcuni giorni prima. (…) Il mio letto a cinghie fu collocato nel breve tratto che porta alla biblioteca, allora una grande stanza in cui dormivano p. Tempier e un altro (…); quella stanza serviva anche per le riunioni comunitarie. Tutta l'illuminazione era fornita da un lume, e quando bisognava andare a letto lo ponevamo sulla soglia della porta per servire a tutti e tre.
La mensa dove mangiavamo era costituita da una tavola posta accanto a un'altra, entrambe poggiate su due vecchi barili. Dopo che abbiamo fatto voto di povertà, non abbiamo mai avuto la gioia di essere così poveri. (…) Vi assicuro che non avevamo perduto nulla della nostra allegria; al contrario, poiché questo nuovo modo di vivere era in contrasto così stridente con quello lasciato da poco, ci capitava spesso di riderne di cuore. Dovevo ricordare questo sacro anniversario del nostro primo giorno di vita comunitaria. Come sarei felice di continuarla con voi!
Sant’Eugenio è contento di continuare con noi la vita comunitaria iniziata quel 25 gennaio, domanda di essere ancora membro della nostra comunità. Come la vorrebbe? Credo come quella che visitò pochi anni dopo, 28 maggio 1834, a N-D du Laus, e alla quale scrisse:
Sono stato tanto consolato dallo spirito di carità veramente fraterna, dal rispetto reciproco e dalla sottomissione al superiore, che regnano in questa casa, parte della nostra famiglia. Qui, come nelle altre case della Congregazione, si può dire che vi è un cuor solo e un’anima sola. Dio conservi sempre nella Congregazione questa preziosa conformità ai primi discepoli del Vangelo dei quali sta scritto: “la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola”.
Il 27 ottobre giunse l’adesione di Francesco Saverio Tempier, che sarà il suo vero primo compagno. Tempier arrivò ad Aix soltanto il 27 dicembre.
Da quel giorno – scrive nelle sue memorie – andavo dai miei genitori [che abitavano ad Aix] soltanto per la notte. Durante il giorno stavo con mons. de Mazenod. Ci occupavamo con gioia di tutto quanto progettavamo di compiere per la gloria di Dio e la salvezza delle anima. Dicevamo insieme l’ufficio e facevamo insieme gli esercizi di pietà, per quanto possibile, perché mons. de Mazenod era spesso preso dai giovani della sua associazione…
Infine – continua Tempier – il 25 gennaio 1816, giorno nel quale, pensando alla festa della Conversione di san Paolo, avevamo fissato per riunirci insieme, ambedue lasciammo definitivamente la casa paterna e le nostre famiglie per prendere possesso della nostra umile dimora e per non lasciarla mai più. Giorno memorabile. Finché avrò vita, non lo non dimenticherò mai.
Perché, se la fondazione è avvenuta il 2 ottobre 1815, noi la festeggiamo il 25 gennaio? Si è cominciato a celebrare il 25 gennaio, come inizio della Congregazione, nel 1866, quando ne ricorreva il cinquantesimo. Per quel giorno Padre Fabre, il successore del Fondatore, invitava tutti gli Oblati a celebrare solennemente l’anniversario della fondazione: “È un giorno che non può passare inosservato. Sento il dovere di richiamare tutta la vostra attenzione su un anniversario così solenne, per accendere nei vostri cuoi i più vivi sentimenti di riconoscenza verso Dio e di affetto verso la nostra cara Congregazione”.
Da allora il 25 gennaio è diventato il giorno in cui gli Oblati celebrano la nascita della loro Congregazione. Più propriamente dovremmo chiamare questo giorno: l’inizio della vita comunitaria.
In quel giorno, il 25 gennaio 1816, Sant’Eugenio, Tempier e forse Icard presero definitiva dimora nelle stanze acquistate. Tempier forse era andato a abitarvi qualche giorno prima, per seguire da vicino i lavori di ristrutturazione. Lo stesso giorno de Mazenod indirizzò ai Vicari Capitolari la domanda di autorizzazione per la nuova comunità, nella quale tracciava gli obiettivi e lo stile di vita. Probabilmente quel giorno si sono riniti tutti e cinque i primi compagni per firmare la domanda.
A metà febbraio arrivano in casa anche Mie, Deblieu. Appena riuniti elessero de Mazenod superiore della casa e dopo un ritiro di dieci giorni per prepararsi alla vita apostolica, l’11 febbraio partirono per la prima missione a Grans. I Missionari di Provenza, appena nati, entravano in azione!
Mi pare significativo celebrare l’inizio della Congregazione ricordando non il momento burocratico di fondazione – l’acquisto della casa – e neppure quello nel quale i primi membri della famiglia concordarono un progetto di vita e d’azione, ma proprio il suo reale inizio, che coincise con la vita comune.
Su quel giorno abbiamo uno scritto particolarmente caro a tutti gli Oblati, la lettera che sant’Eugenio scrisse il 24 gennaio 1831 al maestro dei novizi, il p. Mille. Anche se la conosciamo a memoria lo rileggiamo volentieri:
Domani festeggio l'anniversario del giorno in cui sedici anni fa, lasciavo la casa materna per andare a risiedere alla Missione. Padre Tempier ne aveva preso possesso alcuni giorni prima. (…) Il mio letto a cinghie fu collocato nel breve tratto che porta alla biblioteca, allora una grande stanza in cui dormivano p. Tempier e un altro (…); quella stanza serviva anche per le riunioni comunitarie. Tutta l'illuminazione era fornita da un lume, e quando bisognava andare a letto lo ponevamo sulla soglia della porta per servire a tutti e tre.
La mensa dove mangiavamo era costituita da una tavola posta accanto a un'altra, entrambe poggiate su due vecchi barili. Dopo che abbiamo fatto voto di povertà, non abbiamo mai avuto la gioia di essere così poveri. (…) Vi assicuro che non avevamo perduto nulla della nostra allegria; al contrario, poiché questo nuovo modo di vivere era in contrasto così stridente con quello lasciato da poco, ci capitava spesso di riderne di cuore. Dovevo ricordare questo sacro anniversario del nostro primo giorno di vita comunitaria. Come sarei felice di continuarla con voi!
Sant’Eugenio è contento di continuare con noi la vita comunitaria iniziata quel 25 gennaio, domanda di essere ancora membro della nostra comunità. Come la vorrebbe? Credo come quella che visitò pochi anni dopo, 28 maggio 1834, a N-D du Laus, e alla quale scrisse:
Sono stato tanto consolato dallo spirito di carità veramente fraterna, dal rispetto reciproco e dalla sottomissione al superiore, che regnano in questa casa, parte della nostra famiglia. Qui, come nelle altre case della Congregazione, si può dire che vi è un cuor solo e un’anima sola. Dio conservi sempre nella Congregazione questa preziosa conformità ai primi discepoli del Vangelo dei quali sta scritto: “la moltitudine dei credenti era un cuor solo e un’anima sola”.
Iscriviti a:
Post (Atom)



