lunedì 7 novembre 2011

Koinonia compie 20 anni

La comunità religiosa nella storia della Chiesa e della società è stata fermento di rinnovamento, di dinamismo interiore, di creatività e di risposta alle istanze che di tempo in tempo sono emerse nel cuore della storia. Il movimento monastico nel suo nascere si è rivelato un pressante ed esistenziale invito a tutta la Chiesa per una ripresa del radicalismo evangelico ed ha avuto innegabili influssi sociali, di contestazione verso l’Impero. Le abbazie benedettine con le numerose riforme sono state indubbiamente, lungo tutto il Medioevo, punto di riferimento obbligato per la rinascita civile e religiosa. Lo stesso è avvenuto con il movimento mendicante, che ha galvanizzato le masse attorno agli ideali evangelici. In forma forse meno appariscente, ma ugualmente incisiva, si può dire altrettanto anche di altri movimenti successivi, quali la Devotio moderna, gli ordini nati nel periodo della Riforma e della Controriforma, le Congregazioni del Settecento e dell’Ottocento. L’intera storia della vita consacrata può essere letta come il susseguirsi degli interventi dello Spirito che guida incessantemente la sua Chiesa nella maggiore comprensione della Parola di Dio e nella sua attuazione. Attraverso i Fondatori – strumenti dello Spirito – la Parola di Dio torna a parlare in ogni tempo e a rispondere alle esigenze dell’uomo
È l’incipit del mio Koinonia. Sono passati 20 anni da quanto l’ho pubblicato. Il libro ha avuto tre edizioni e ulteriore ristampe digitali, compresa l’ultima, che arriverà in libreria il 9 novembre. Penso porterà ancora frutti….
Per gli studenti del Claretianum, vedi lezione di martedì 8 novembre: clicca qui

domenica 6 novembre 2011

Una parola più grande del mare


Avevo 25 anni. Quell’estate – era il luglio del 1974 – avevo saputo che ci sarebbe stato un grande congresso internazionale di giovani a Rocca di Papa. Non facevo parte di quel gruppo, ma vi andai ugualmente e, fra tanti, nessuno si accorse della mia presenza.
Ricordo la sospensione che suscitarono le prime parole che Chiara Lubich rivolse a questi giovani e ragazze di tante parti del mondo lì radunati. “Debbo dirvi una parola – così cominciò – che trent’anni fa ha dato vita ad una rivoluzione”. In quei primi anni Settanta il desiderio di cambiare il mondo, più ancora di rivoluzionarlo, era vivissimo tra i giovani. Quale sarà questa parola? mi domandai io e forse se lo domandarono anche gli altri che con me ascoltavano.
Ma prima di pronunciare questa parola Chiara andò avanti facendo crescere la sospensione e l’attesa. “È una parola più grande del mare – ci disse testualmente – che deve allontanarsi all’infinito, come quando si butta un sasso nell’acqua e si formano cerchi sempre più ampi. È una parola che Gesù vuol dire oggi, in questo secolo, agli uomini; ed egli desidera che tutti, dal primo all’ultimo, noi siamo canali, eco di essa”.
Eravamo lì, in un silenzio attento, aspettando la rivelazione di questa parola. Quando finalmente la pronunciò sentii come un tonfo al cuore; era come mi si spalancasse davanti l’infinito.
“Questa parola – ci disse Chiara – è Lui stesso: Dio”.
Dio. Era una parola che avevo sentito tantissime volte. Avevo da poco tempo fatto i miei voti perpetui, donandomi a Dio totalmente e per sempre. Eppure in quel momento mi sembro di sentirla per la prima volta e ne rimasi incantato.
“Se ci venisse chiesto – proseguì Chiara: qual è il vostro ideale? Noi dovremmo rispondere: Dio”.
In quel momento Dio era veramente il mio ideale, l’ideale di tutti quei giovani in mezzo ai quali mi trovavo.
Questo episodio  di tanti anni fa mi è tornato in mente leggendo Benedetto XVI, che esprime le attese della Chiesa di oggi: “Credo che oggi (…) il nostro grande compito sia in primo luogo quello di rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio. La cosa importante, oggi, è che si veda di nuovo che Dio c’è…”.

sabato 5 novembre 2011

Una comunità di 10.000 membri

Al Campo Verano mi è stato caro ricordare le parole di sant’Eugenio quando morì p. Arnoux, uno dei suoi giovani Oblati: “In paradiso sono già quattro: una gran bella comunità. Sono le prime pietre, le pietre basilari dell'edificio che si innalza nella Gerusalemme celeste; stanno dinanzi a Dio col segno distintivo della nostra Società: i voti comuni a tutti i membri, la pratica delle medesime virtù. Siamo legati ad essi coi vincoli di una particolare carità, sono ancora fratelli nostri e noi siamo i loro fratelli; ma essi abitano la casa madre, la capitale; le loro preghiere, l'amore che serbano per noi un giorno ci porteranno ad abitare con essi nel luogo del nostro riposo. Ardisco di credere che la nostra comunità di lassù deve trovarsi ben collocata vicino alla nostra Patrona; li vedo accanto a Maria Immacolata e perciò vicino a Nostro Signore Gesù Cristo che essi hanno seguito sulla terra e che contemplano gioiosamente; riceveremo la nostra parte di questa pienezza se ci rendiamo degni di loro con la fedeltà costante a quella Regola che li ha aiutati a giungere là dove sono. La loro morte santa è, a mio credere, una sanzione altissima delle nostre Regole che così ottengono un nuovo sigillo dell'approvazione divina: la porta del cielo è al termine della strada sulla quale camminiamo. C'è da andare in estasi riflettendo su questo…”.
Allora la comunità del cielo era composta da quattro oblati, oggi da più di diecimila.
Il 15 dicembre 1838 nel diario, annota: “... perché non benedire altamente il Signore per la grande misericordia che esercita verso di noi concedendo ai nostri il privilegio di morire da predestinati?”. Quindi chiama per nome gli ultimi partiti: “Pons, Suzanne, Marcou, Arnoux, Dumolard e tutti gli altri nostri fratelli, rispondete dall’alto del cielo! La vostra vocazione alla Congregazione degli Oblati di Maria non fu per voi il segno della vostra predestinazione? O mio Dio, che sia così di tutti coloro che militeranno sino alla fine sotto questo vessillo…”
Al termine della sua vita, dopo aver ricevuto la notizia della morte di p. Gerin, scrive ancora: “In questo modo la nostra piccola famiglia militante alimenta la nostra già numerosa comunità del cielo! Che questi cari fratelli, che Dio chiama a sé, non ci perdano di vista una volta arrivati al culmine della felicità; abbiamo un grande bisogno di assistenza e di moltiplicarci per il lavoro che si presenta da ogni parte. Dal canto nostro, non li dimentichiamo quando ci lasciano. Nel timore che qualche ostacolo si opponga alla loro entrata in cielo, li accompagniamo, senza dubbio, con il nostro dolore, ma soprattutto con i suffragi” (Diario, 22 dicembre 1860).

venerdì 4 novembre 2011

San Carlo Borromeo e san Carlo de Mazenod

Sant'Eugenio in un dipinto un po' originale,
nella chiesa di  Obra, Polonia
“Tutte le vostre cose si facciano nella carità, così potremo superare tutte le difficoltà che innumerevoli dobbiamo sperimentare giorno per giorno; e così avremo le forze per generare Cristo in noi e negli altri”. Sono parole che san Carlo Borromeo pronunciò nell’ultimo sinodo diocesano.
Ogni anno san Carlo Eugenio de Mazenod ricordava il suo santo patrono: tutti nella famiglia, da generazioni, portavano il suo nome, anche la sorella Carlotta! Nel 1825 l’aveva dato perfino ai suoi Oblati chiamando “Oblati di san Carlo”. Ma per fortuna lo sapeva soltanto lui e pochi altri. Appena un anno più tardi scriveva che aveva fatto un torto a Maria a non chiamarsi subito “Oblati di Maria Immacolata”, con buona pace di san Carlo Borromeo.
All’inizio lo attirava l’idea che san Carlo aveva messo insieme un gruppo di sacerdoti per le missioni e la direzione dei seminari, come gli piacevano l’Oratorio di san Filippo Neri e i Padri della Missione di san Vincenzo de Paoli. Lo affascinava quel vivere insieme di sacerdoti, legati soltanto dall’amore e tutti donati per l’annuncio del Vangelo… Sì, “Tutte le vostre cose si facciano nella carità… e così avremo le forze per generare Cristo in noi e negli altri”.

giovedì 3 novembre 2011

Gli Oblati nel Campo Verano

Come tradizione, il 3 novembre si celebra la Messa per tutti gli Oblati defunti. Quest'anno, essendo "romano", ho avuto la gioia di presiederla io, nella nostra cappella al Campo Verano.


Sono 63 gli Oblati sepolti nel Campo Verano a Roma. Un cimitero monumentale, quello del Verano, vicino alla tomba e alla basilica di san Lorenzo. Un cimitero che accoglie le spoglie di persone illustri nel campo della cultura come Gioacchino Belli, Ernesto Bonaiuti, Grazie Deledda, Eduardo e Peppino De Filippo, Emilio Cecchi, Natalia Ginzburg, Giuseppe Ungaretti; dello spettacolo come Marcello Mastroiani e Raimondi Vianello; politici come Alcide De Gasperi, Giuseppe Saragat, Palmiro Togliatti, Nilde Iotti, Ugo La Malfa, Pietro Nenni; della Chiesa come la famiglia Pacelli, Van Thuán…
Anche alcuni dei nostri Oblati sono famosi, nel nostro mondo: mons. Allard, iniziatore della missione in Sud Africa, padre Baffie, che ha scritto un bellissimo libro su sant’Eugenio, il vescovo Dontenwill, superiore generale negli anni Venti, padre Anselmo Trèves, un santo particolarmente amante della Madonna, sulla quale ha scritto tantissimo, i Padre Dindinger, Perbal e Seumois, grandi professori di missiologia all’Urbaniana, italiani come Gaetano Drago, Carlo Irbicella, Luigi Rossetti, Angelo Mitri…
Qui vi sono anche Oblati più umili e meno noti, a cominciare dal primo che vi fu sepolto nel 1868, di cui non si è più trovata neppure la tomba: Fratel Francesco Gandolfi, nato in Corsica nel 1855. Nella comunità di Roma era il factotum, raccontava il superiore di allora: “era solo e dovendo fare tutti i servizi di casa, sapeva farsi in quattro per sopperire ad ogni necessità, senza tralasciare nessuno dei esercizi religiosi”. Aveva poco più di quarant’anni quando cominciò ad avvertire scrupoli mai provati, fino ad una vera e propria infermità mentale. Morì di tisi.
L'altare della Cappella degli Oblati
L’ultimo è padre David Adam, nato a Londra nel 1922 e vissuto quasi tutta la vita in Sud Africa. Durante la guerra fu fatto prigioniero e inviato in un campo di concentramento vicino a Torino. Riuscì a fuggire e dopo giorni e giorni di cammino tra campagne e montagne, aiutato dalla gente, riuscì a raggiungere la sua unità militare. Tornato in Sud Africa divenne Oblato. Nel 1987 fu chiamato a Roma per l’informatizzazione degli uffici. Morì all’Ospedale Gemelli il 14 aprile 2002.

Alcuni noti, altri meno noti… a chi? A noi. Ma chissà come Dio vede le cose. Quando mi trovo in mezzo alle folle, quando viaggio in metro, quando sono in una chiesa gremita, guardo le persone sconosciute e anonime e penso che ognuna di loro non è tale davanti a Dio, ma a lui conosciutissima e da lui amata e pensata; egli ne ha premura. Ci ha voluti uno per uno e gli siamo preziosi e cari come unici.
Ognuno di noi – ognuno dei miliardi e miliardi di essere umani che sono passati, che sono e che passeranno – è una parola che il Padre ha pronunciato nel generare il Figlio suo e gli siamo figli nel suo Figlio: tutti un unico figlio nel suo unico Figlio.
A lui tutti torniamo e quando lo vedremo faccia a faccia dovremmo pronunciare, realizzata, la parola da egli pronunciata quando ci ha pensati e creati. “Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme a chi semina e il pane a chi mangia, così sarà della mia parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata” (Is 55, 10-11). Ognuno di noi è una di quelle parole, chiamata a portare frutto…

martedì 1 novembre 2011

La santità possibile

Il cancello del cimitero
Una volta mi dispiaceva che la celebrazione dei santi e dei morti fosse contigua. La seconda pareva intristire la prima e la prima; con la visita ai cimiteri, pareva fosse soltanto la vigilia della seconda.
Cimitero degli Oblati a Obra, Polonia
Ora che ho tanti amici e persone care nell’altra vita ho capito la saggezza della Chiesa. Anch’io, come il curato d’Ars, posso ripetere: “Nel nostro cimitero riposano molti santi”, persone che hanno vissuto le beatitudini con semplicità e spesso nel nascondimento, senza alcuna notorietà se non quella di essere stati notati da te. La canonizzazione raggiunge soltanto poche migliaia di persone, il paradiso lo raggiunge “una moltitudine immensa, che nessuno può contare, di ogni nazione, razza, popolo e lingua”.
A volte si insidia il dubbio: sarà fatta per me la santità? Troppo difficile, impossibile, un lusso per pochi eletti… Il nemico della santità è la mediocrità. Ci accontentiamo di essere buoni e tutto finisce lì. La corsa iniziale rallenta, si insinuano i compromessi, i propositi si insabbiano, ci adagiamo sullo stato quo. Il nemico della santità è la rassegnazione.
La moltitudine immensa che ci aspetta, testimonia che anche noi possiamo giungere là dove loro sono.