Dalla rivista “Città Nuova” mi è stata girata la domanda di
un lettore riguardo al libro Lacrime e stelle: «Sono rimasto perplesso leggendo “la confessione” di Ciardi in CN 10.
Di solito le agiografie si fanno per i santi definiti tali dalla Chiesa… o no?.
Gino». Ed ecco la mia risposta:
“Confesso il peccato: ho scritto un’agiografia”. Così
iniziava la mia pagina su “Città Nuova” di ottobre 2025. Spero si sia colto il
taglio ironico. È stata una battura in reazione a un profilo di Chiara Lubich
ad opera di una grande scrittrice, bellissimo, ma che inizia poco felicemente
con: “di Chiara si scrivono soltanto agiografie”. Non ho scritto una “agiografia”.
Volevo solo dire che forse il mio libro lo chiameranno così quanti dicono che
di lei si scrivono solo agiografie. Da parte mia ho voluto fosse una
“autobiografia” e tale definisco il libro. In esso non le do mai il titolo di
santa, anche se credo che lo sia. Non sono andato contro il decreto del 1642 di
Urbano VIII. Anche alla fine del breve articolo, quando ho affermato che
“scrivere col cuore” può essere una risorsa in più per giungere al cuore del
santo (non della “santa”!) mi riferivo semplicemente al noto “canone della
consonanza ermeneutica”, secondo il quale per capire qualcosa fino in fondo,
occorre entrare in sintonia con essa.
È un modello di vita? Non occorre essere proclamati
ufficialmente santi per esserlo. Lo sono già tanti, fino all’ambasciatore Luca
Attanasio… Non può esserlo Chiara Lubich? Benedetto XVI l’ha definita:
«generosa testimone di Cristo, che si è spesa senza riserve per la diffusione
del messaggio evangelico in ogni ambito della società contemporanea, sempre
attenta ai “segni dei tempi”… donna di intrepida fede, mite messaggera di
speranza e di pace». Una persona così può essere di modello, almeno per alcuni.

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