sabato 15 aprile 2023

Beato chi crede senza vedere

 

La più alta professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: “Mio Signore e mio Dio”. Una fede partecipata, personale, appassionata. Non la fede in qualcosa oggettivamente presente ma discosto, frontale, lontano: sei il “mio” Signore, il “mio” Dio.

Credere in te è lasciarti entrare nella “mia” vita, riconoscere un rapporto che ci unisce intimamente, in una reciproca appartenenza: tu sei mio perché io sono tuo, mi hai acquistato a caro prezzo, con il tuo stesso sangue, testimoniato dal segno dei chiodi e della lancia che non hai voluto cancellare perché sempre, per tutta l’eternità, vi leggessimo il tuo amore infinito. Sei proclamato da Tommaso “il” mio Signore, “il” mio Dio, proprio con l’articolo (così in greco), a sottolineare che sei l’unico, il tutto, senza possibilità di parcellizzare l’appartenenza e l’amore.

Al vederlo i discepoli furono pieni di gioia. “Beati i vostri occhi perché vedono”, proclamò loro una volta.

Sì, veramente beati. Che gioia sarebbe vederti! Potessimo essere stati lì anche noi, a porte chiuse, e nell’intimità di quella sera vederti. Ma questo nostro tempo è il tempo della Chiesa e tu, asceso al Cielo, sei stato sottratto ai nostri occhi. Eppure tu, che sei l’Onnipotente, non potresti compiere ancora il miracolo e mostrarti ai nostri occhi? Allora, dopo la risurrezione, ti sei fatto vedere alle donne per strada, a Maria di Magdala nell’orto, a Cleofa e al suo compagno nella casa di Emmaus, ai discepoli nella stanza superiore, sul lago… Tu che ti sei mostrato in luoghi tanto diversi e tanto comuni, non puoi mostrarti anche a noi?

Forse è proprio questo l’insegnamento: puoi apparire ovunque perché ovunque sei presente: in casa, al lavoro, per strada, nei posti più impensati. Ci sei perché sei il Risorto, il Vivente, non più legato a un luogo, a un tempo. Il miracolo non è quando tu appari. Il miracolo è che tu ci sei, qui, realmente presente, e non ti fai vedere!

Siamo beati anche noi che non ti vediamo, come lo erano i tuoi discepoli che ti vedevano. Anche noi, come loro, siamo pieni di gioia perché tu ci sei, qui, accanto, in mezzo a noi, il mio Signore e il mio Dio.

 

venerdì 14 aprile 2023

La felice vecchiaia di p. Olegario Domínguez

La mia conferenza sulla vecchiaia inizierà con una testimonianza, quella di p. Olegario Domínguez, Oblato partito per il cielo pochi giorni fa, il 3 aprile. Perché ricordarlo? Perché era l’Oblato più anziano, morto a 103 anni? Non solo per questo. Soprattutto per come ha vissuto la sua vecchiaia. A 60 anni ha ricominciato con una vita nuova, andando in missione in Paruguay, e ha sempre ricominciato, con “rinnovata giovinezza”, come scrive lui stesso, cercando, fino alla fine, di “crescere nell’amore e nella fedeltà”.

P. Olegario nasce a Portilla de la Reina, in Spagna, il 6 marzo 1920. Dal 1940 al 1948 studia a Roma, dove consegue il dottorato in teologia all’Università Gregoriana. Nel 1943 ottiene il secondo premio dall’Accademia S. Tommaso per un suo lavoro sul pensiero missionario nelle opere di san Tommaso, e nel 1945 il primo premio al concorso missionario dell’unione del clero.

Nelle note per la prima obbedienza, al termine degli studi, viene descritto come una persona con un carattere buono, socievole, capace di profonda amicizia, senso del dovere, umile, senza pretese, riservato. Evidenti le doti e la preparazione per l’insegnamento: “in questo campo darà il meglio di sé, sarà un professore di carriera. È un intellettuale, serio e con notevole equilibri, capace di risultati solidi, anzi notevoli”. Sarà allora missionario o professore? ”Ha certamente pensato alle missioni – concludono i superiori – ma non è proprio ciò che chiameremmo uno slancio missionario. Ma non ha espresso neppure un desiderio particolare per l’insegnamento. Non manca di intraprendenza: la timidezza naturale gli impedisce, pensiamo, di formulare un desiderio che sia davvero preminente”. Conclusione? “È pronto a fare quello che gli si domanderà di fare”. I superiori lo indirizzano decisamente all’insegnamento.

Nel 1962, a 42 anni, viene nominato superiore dello scolasticato. A suo favore, come si legge nella richiesta di nomina indirizzata al Superiore generale, gioca una “indiscutibile competenza dottrinale, esempio e virtù da tutti riconosciute, spirito di sacrificio e dono di sé nella cura degli scolastici”. Non tutti siamo perfetti, naturalmente, neppure p. Olegario, che non se la cava troppo con le questioni amministrative e a tratti sembra piuttosto severo e rigido in quei principi in cui crede profondamente, anche per un grande senso di responsabilità. Forse per questo rimane superiore soltanto per un solo triennio. Il 1968 segna anche la fine dell’insegnamento allo scolasticato. Sono i tempi duri della contestazione studentesca… P. Olegario è nominato superiore della casa di Madrid.

Il periodo postconciliare porta un vento nuovo anche nella Congregazione. P. Olegario, che continua a lavorare nel capo della missiologia, è attento a mantenere l’ago della bussola puntato su ciò che più vale. Lo testimonia una lettera al Superiore generale, a seguito del Capitolo del 1972. In essa esprime delle riserva sul documento capitolare “Visée missionnaire” (anche perché – come gli farà rilevare il Superiore generale rispondendogli – non erano stati ancora pubblicati gli altri documenti sulla vita comunitaria e la spiritualità che, nel loro insieme, avrebbero dato un’idea più completa del missaggio del Capitolo): «Si parla bene dell’unione cogli uomini dei nostri tempi – scrive p. Olegario –, ma non dell’unione con Cristo che sola può dar senso cristiano e missionario a nostri contatti “apostolici”. Gli Apostoli sono stati scelti “ut essent com Christo et ut mitteret eos preadicare”. Se manca il primo fattore, il messaggio evangelico resterà senza frutto: sine me nil potestis facere”. (…) questi miei pensieri non mi portano allo scoraggiamento né alla amarezza. Vorrei che soltanto mi portassero a pregare di più per la Congregazione e specialmente per coloro che ne portano la più pesante responsabilità ed a rispondere con maggiore fedeltà alla mia vocazione di Oblato di Maria Immacolata» (5 giugno 1972).

Per p. Olegario inizia un momento di prova. Ha l’impressione che il cammino degli Oblati stia andando in una direzione sbagliata. Si sente solo, inascoltato e si vede impotente davanti a situazioni che ritiene fuorviati. Si confida con il Superiore generale esprimendo tutta l’amarezza per quello che ritiene come un tradimento della vita e spiritualità oblata. È la sua notte. Continua tuttavia ad avere un ruolo positivo all’interno della Conferenza nazionali dei religiosi della Spagna (CONFER), continua le sue pubblicazioni sulla missiologia. Nel 1974 gli vengono offerti dei corsi al seminario maggiore di Haiti.

Finalmente nel 1975 viene nominato Bibliotecario Assistente della Biblioteca dell’Università Urbaniana. Un modo per dargli fiducia. Viene così a far parte della casa generalizia a Roma. Vi rimane soltanto quattro anni. Il 12 giugno 1979 scrive infatti al Cardinale Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli chiedendogli, in accordo con i superiori, di liberarlo dall’incarico di bibliotecario perché “mi sembra di dovermi dedicare a lavorare all’insegnamento e alla predicazione, più adatti alla mia formazione e al mio talento; credo che in questo renderei un maggior servizio alla Chiesa”.

P. Olegario ha ormai sessant’anni. È considerato una persona anziana. E proprio adesso comincia una vita nuova: finalmente può partire per la missione. Vuole dare una svolta alla propria vita. È come una liberazione. Ed eccolo, nel 1980, in Paraguay, al noviziato dell’America Latina. Presentandolo al Provinciale, il Superiore generale, p. Fernand Jetté, scrive: «Padre Domínquez è un religioso eccellente e un buon lavoratore sul quale si può contare pienamente». Pochi mesi più tardi p. Olegario scrive a p. Jetté: «Qui sono molto contento, e vi ringrazio di avermi mandato in questa missione» (10 ottobre 1980). «Qui mi trovo benissimo e sono sempre più contento di poter offrire la mia povera collaborazione a questa Chiesa latinoamericana che si edifica nella povertà, nelle difficoltà, nella speranza» (11 maggio 1982). È il momento della sua resurrezione dopo gli anni bui vissuti in Spagna e a Roma.

Nella sua “vecchiaia” p. Olegario inizia una vita nuova, pienamente in donazione: compie un’opera immane di traduzione in spagnolo degli scritti oblati, continua a dare corsi di teologia in seminario, agli istituti religiosi; fa opera di accompagnamento nella formazione degli Oblati e nella Conferenza dei superiori maggiori dell’America Latina; scrive articoli… La grande prova della fine anni Sessanta, inizi anni Settanta, è definitivamente passata. Il generalato di p. Jetté, la nuova Regola, la missione in America Latina, gli ridonano gioia, fiducia, speranza.

Nel 1987 passa dal noviziato allo scolasticato come assistente nella formazione. Al nuovo Superiore generale, p. Zago, scrive in merito: «Vorrei, voglio mettere come fondamento della formazione la mia testimonianza di amore a Cristo, alla Chiesa, alla Congregazione… Ma sono molto lontano da questo ideale. Voglio anche guardare Maria come Madre e Modello, come “stella di evangelizzazione”, sorgente d’ispirazione e di coraggio» (21 dicembre 1987).

Nelle sue lettere parla della missione, dei confratelli Oblati, dei giovani in formazione, della teologia della liberazione, della Chiesa sudamericana… Mai una critica, una riserva. Sa cogliere il positivo in tutto, dà fiducia a tutti, incoraggia tutti… Da parte sua non si sente mai un arrivato, ma sempre in crescita, “molto lontano” dall’ideale della sua vocazione. Legge, si informa, si documenta, perché ha sempre da imparare.

In occasione della celebrazione del 50° anniversario di vita religiosa scrive nuovamente al Superiore generale raccontandogli della “bellissima giornata” di festa che gli è stata riservata: «La riconoscenza per i tanti favori del Signore, che volle servirsi del mio povero ministero per l’annuncio del suo Regno, riempiva il mio cuore. Ho sentito pure il peso della mia fragilità e tiepidezza nel corrispondere al Suo amore, ma, affidandomi alla Sua Misericordia, confido di progredire nella strada dell’amore e di poter riempire le lacune lasciate indietro… Sentii specialmente il bisogno di amare di più i giovani a me affidati, di spendere meglio la mia vita per loro… Mi accompagnavano parecchi Padri della Viceprovincia e tutti i giovani: prenovizi, novizi e scolastici. Con questa splendida corona attorno, mi sentii incoraggiato ad andare avanti con una rinnovata giovinezza». È una lettera che si presterebbe a molte considerazione, a cominciare dalla “rinnovata giovinezza” che nasce dal rapporto con gli altri, soprattutto le nuove generazioni, e dalla consapevolezza della propria “fragilità e tiepidezza” e della fiducia in Dio per poter “progredire nella strada dell’amore”.

Il 21 novembre 1991 (p. Olegario ha 81 anni) scrive al Padre generale: «Io continuo al mio posto. Cerco di portare avanti con dedizione, coraggio e pazienza il compito che la Congregazione mi ha affidato, anche se tante volte sperimento la mia povertà e insufficienza morale… Continuerò a spendere le energie che il Signore mi vuol dare e le mie modeste risorse nella formazione di questa piccola famiglia. Come lavoro aggiunto, presto attenzione pastorale a due borgate vicine, e penso alla traduzione delle opere oblate». Ancora una volta la testimonianza che non si risparmia, ma spende per la missione tutte le energie che il Signore gli ha dato.

2 febbraio 1995. Ancora una lettera piena di fiducia e di speranza, nella quale mostra tutta la stima e la fiducia negli Oblati con i quali lavora. Di sé dice: «Continuiamo a lavorare con gioia e pregando, con la mediazione dell’Immacolata e del nostro “santo” Fondatore, perché le vocazioni oblate continuino a crescere nelle nostre chiese latino-americane, così povere di risorse materiali e così ricche di religiosità…».

Giunge intanto il cinquantesimo di ordinazione sacerdotale che celebra il 10 marzo 1996. In quella occasione ricorda: «Il giorno dell’ordinazione, nell’antica Casa Generalizia di Via Vittorino da Feltre, erano presenti, in più del Cardinale Villeneuve, che mi impose le mani, il P. Balmès, Vicario Generale, e il p. Rousseau, Superiore della Comunità, tre grandi Oblati, di cui conservo vivo il ricordo, e pochi altri confratelli. Questa volta ho celebrato il Santo Sacrificio circondato dai fedeli di una piccola comunità suburbicaria nella quale svolgo di solito il ministero; concelebrano con me parecchi Oblati (fra loro Mons. Lucio e il P. Provinciale) e alcuni sacerdoti amici».

Per la circostanza scrisse un sonetto:

Dulce Amor, de mi vida en los albores,
Me llamaste a seguirte en tu sendero,
Para ser de tu Amor el mensajero
Y compartir tus planes redentores.

No te espanté mi barro; mis errores
y miseria abrasaste en tu brasero;
me fiaste de rus Gracias al venero:
tus Perdones, tu Pan y tus Valores…

¡Cómo cantarte, cómo agradecerte!...
Dame ser siempre tu veraz testigo
entre tus pobres, fiel hasta la muerte.

Dame que en Ti y por Ti y contigo
extienda tu Reinado manso y fuerte:
sólo para eso viva, dulce Amigo.

All’inizio del nuovo secolo (p. Olegario ha ormai 83 anni), ripete: «Sono ancora di buon umore, offrendo la mia modesta collaborazione alla vita della Provincia…» (22 ottobre 2003).

Il 27 aprile 2004 scrive con lo stesso ardore: «Riguardo alla mia vita, ho poco da dire. Scorre in un ambiente abbastanza monotono. Continuo a dare lezione nell’istituto di teologia, dove sono bene accolto dai professori e dagli studenti; continuo anche qualche lavoro pastorale nelle comunità vicine e a prendermi cura di varie comunità religiose. Grazie a Dio, ho buona salute e vivacità d’animo, però non mi posso nascondere che gli anni non passano invano. Quello che chiedo al Signore è che quanto mi resta da vivere (non penso sia molto) sia impiegato a suo servizio e che non smetta di crescere in amore e fedeltà. Spero che l’Immacolata dia un impulso alla mia vita spirituale che trovo molto mediocre. Accetto con gioia di parlare alla prossima settimana teologica sul tema della Verginità di Dio». Anche su questa ultima lettera varrebbe la pena soffermarsi, almeno per cogliere il costante desiderio di crescita “in amore e fedeltà”: non si ferma, sempre avanti, sempre meglio…

Fino a 90 anni non si è mai perso una delle missioni giovanili che si svolgevano ogni anno in Paraguay. A 98 anni accompagnava ancora i seminaristi che facevano la tesi di laurea in teologia.

Nel 2018, in occasione della prima Assemblea della nuova Provincia Croce del Sud, che riuniva vari Paesi dell’America Latina, e alla quale p. Olegario non poteva partecipare a causa della salute, egli indirizzò «alcune parole di affettuoso saluto, come membro di questa nuova Provincia e come "fratello maggiore" per età all'interno di essa». Nella lettera scrive: «La prima cosa che vi dico è che sono molto dispiaciuto di non poter partecipare personalmente a questa Assemblea (…). Offrirò al Signore il mio dolore e le mie privazioni, insieme alla mia povera preghiera, per il buon esito dei lavori dell'Assemblea. In secondo luogo, voglio esprimervi quanto mi sono sentito e mi sento felice di partecipare a questa zona di missione dove Dio mi ha chiamato. Qui ho visto crescere la Chiesa di Cristo tra fatiche e difficoltà, ma sempre con l'incoraggiamento e la speranza riposte nell'aiuto del Signore, come i "poveri di Jahvè" di cui parla la Bibbia. Qui ho visto e assistito a un'effusione di spirito missionario, che non può non commuovere il Padrone della messe e assicurargli frutti copiosi». La lettera continua dando testimonianza ai tanti Oblati che hanno lavorato in quella regione. Poi prosegue: «Se mi permetteste qualche consiglio ("consigli del vecchio", dice il proverbio) vi direi di accogliere la nuova situazione come un dono prezioso del Signore che, attraverso lo scambio reciproco di doni e carismi, fa sorgere nuove iniziative e aspirazioni, alle quali prima la povertà e la debolezza dei nostri quadri bloccavano la strada. Accettato quel dono, entriamo in lizza con audacia e gioia, due caratteristiche molto importanti nelle consegne del nostro Papa Francesco. L'audacia, che il nostro Fondatore ha espresso con la frase incisiva Nihil linquendum inausum (niente deve rimanere intentato) ci invita a superare le nostre paure di andare nelle periferie e a non perdere nessuna occasione per l'annuncio evangelico ai poveri. E la gioia è il frutto inseparabile dell'amore, anzi, è il frutto dello Spirito in chi cerca di vivere e irradiare la carità cristiana. Entrambe le virtù hanno le loro radici in un rapporto amichevole e fiducioso con Cristo, che ci chiama a condividere la sua meravigliosa missione tra i poveri della nostra regione. Ora saluto tutti voi con la nostalgia di non avervi abbracciati personalmente. Vi offro la mia simpatia e la voglia di collaborare con quello che posso e ho. Vedo che le mie risorse, sempre modeste, sono state ulteriormente ridotte dalla mia malattia e dai miei disturbi. Il Signore, che mi ha concesso di dedicare tanti anni all'"azione", sembra chiedermi, in questa fase finale della mia vita, di offrire la mia "passione", l'accettazione gioiosa dei miei limiti e malesseri, insieme alla mia mediocre preghiera, per l'efficacia della “nostra missione”».

Il 7 agosto 2018 il Provinciale lo destina alla sua ultima dimora, la comunità della casa centrale a Assunción. Aveva una ferita a una gamba che non guariva. La prima reazione è negativa, dicendo che avrebbe servito meglio nel Post-noviziato. Era molto obbediente, ma si sentiva libero di comunicare ai superiori il suo pensiero. Il deterioramento della salute lo obbliga comunque ad accettare il trasferimento per essere meglio curato da infermieri e medici.

Anche nella casa centrale di Asunción è rimasto una presenza positiva, confessore instancabile, e più volte tanti vescovi continuavano ad andare a confessarsi da lui. Parlava a quegli Oblati che gli sembrava avessero dei problemi e li invitava a riconciliarsi con i confratelli. E fino all'ultimo momento ha risposto con messaggi vocali WhatsApp a quanto il superiore gli inviava.

È qui che pochi mesi fa lo ha raggiunto la telefonata del nuovo Superiore generale, questa volta spagnolo come lui: “P. Olegario ho una missione per te”. “Ma ormai sono vecchio, non ho più le forze”. “No, no. Ho proprio una missione per te: pregare per la Congregazione”. “Ah! Questo sì, volentieri, sempre”.

Così p. Olegario si è preparato per l’ultima tappa della sua vita, conclusasi nella notte del lunedì Santo, 3 aprile 2023, per entrare nella Pasqua eterna.

giovedì 13 aprile 2023

L'anziano: un mendicante di aiuto

Sto preparando una conferenza sull'anzianità. Occasione d'oro per meditare su di me!

Tante volte si dice che con l’invecchiare una persona rimbambisce. La definizione di rimbambire che leggo sulla Treccani è “Smarrire la vigoria intellettuale, il buon senso e l’equilibrio, proprî dell’età matura”. Potremmo intenderlo in senso evangelico. “Se non diventate come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. L’anziano si avvia alla soglia del regno dei cieli e per lui è urgente ritornare come i bambini, “rimbambire”. Sappiamo il significato di questa parola di Gesù: il regno dei cieli è un dono e lo si accoglie al modo con cui i bambini sono soliti accogliere ogni aiuto da parte degli adulti. I bambini hanno bisogno di chi procuri loro il cibo, se sono piccoli di essere imboccati; hanno bisogno di chi allacci loro le scarpe; hanno bisogno di essere aiutati in tutto. Per un anziano questo bisogno di aiuto può essere umiliante. Può diventare occasione per farsi “mendicante”. 

Il cardinale Martini amava ricordare che la cultura indiana divide la vita in quattro momenti:  “Il primo è lo stadio in cui si impara; il secondo è quello in cui si insegna o si servono gli altri; nel terzo si va nel bosco, il bosco profondo del silenzio, della riflessione, del ripensamento… Nel quarto stadio, particolarmente significativo per la mistica e l’ascetica indù, si impara a mendicare; l’andare a mendicare è il sommo della vita ascetica… È l’età in cui la rinuncia ai propri beni significa la capacità di presentarsi con la mano destra aperta, per ricevere umilmente il pane quotidiano. Mendicare significa dipendere dagli altri – ciò che mai vorremmo avvenisse – e dobbiamo prepararci. Il tempo del bosco ci prepara, prepara il momento che può avvenire oggi, domani o dopodomani, secondo la volontà del Signore”.

I vecchi diventano predicatori silenziosi dell’attesa di sostegno e di aiuto: è il loro corpo indebolito e dipendente che parla, non le loro parole, spesso segnate dalla confusione. Il loro corpo parla del limite, del bisogno di essere amati e sostenuti. La debolezza dei vecchi è provocatoria: invita i più giovani ad accettare la dipendenza dagli altri come stile di vita, come modo di vivere. Quel che l’anziano insegna con la sua condizione di dipendenza è il bisogno di aiuto che tutti abbiamo.

In questo tempo di Pasqua come non ricordare le parole di Gesù a Pietro sulle rive del lago di Tiberiade: «“In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio» (21, 18-19). “Tendere le mani”: qui si racchiude il magistero della vecchiaia, ossia tendere le mani in cerca di aiuto. Ecco, i vecchi ricordano a tutti la radicale debolezza di ciascuno, anche quando è in salute. Più ancora, il profondo legame che tutti ci unisce, bisognosi gli uni degli altri, sempre, in mille modi.

Quando uno è giovane è chiamato a prendere in mano la propria vita, a fare progetti, ad andare dove pensa più opportuno, ad organizzare il proprio ministero, a programmare la vita della comunità, della missione… Ma alla fine la cosa più intelligente sarà consegnarsi interamente nelle mani del Signore e lasciarsi guidare . È lui la Via e ci condurrà dove egli sa. Seguire Gesù, condividendo tutto di lui, anche la morte.

mercoledì 12 aprile 2023

Parabola di risurrezione

Monaci "Ricostruttori nella preghiera". Ricostruiscono lo spirito, certamente, ma ricostruiscono anche luoghi abbandonati per trasformarli in centri di spiritualità.

Sono stato a vederli all’opera nella ricostruzione di un Borgo abbandonato, tutto ruderi, sulle colline pratesi, immerso nel silenzio e nel verde. Ammassi di pietre, rovi, boschi secolari di castagni e tutto riprende vita. 
Mi è sembrata la parabola di questi giorni di Risurrezione.




martedì 11 aprile 2023

Sulle colline toscane...

Sulle colline toscane, nella festa della toscana santa Gemma Galgani…

Fu lei che vide Dio come «una luce di splendore immenso che penetra ogni cosa e, nello stesso tempo, dà vita ed anima tutto, così che tutto quello che esiste ha la vita da questa luce e vive di essa». Fino ad affermare: «io vedo il mio Dio e tutte le creature in lui».

La natura continua ad apparire un’immensa pagina aperta nella quale l’umanità può leggere il messaggio del suo Creatore. «I cieli narrano la gloria di Dio – canta il Salmo 19 –, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento. (…) Senza linguaggio, senza parole, senza che si oda la loro voce, per tutta la terra si diffonde il loro annuncio e ai confini del mondo il loro messaggio» (2-5). La creazione, col suo stesso esserci, rivela la bellezza di Dio, la sua onnipotenza, la sua forza, la sua provvidenza.




lunedì 10 aprile 2023

Di generazione in generazione


 

Pasquetta alla casa paterna, costruita nel 1800 dai bisnonni Pietro e Assunta. 

Poi giunge la seconda generazione, i nonni Roberto e Leonella; poi la terza generazione, i miei genitori; poi noi quarta generazione; poi i nipoti quinta generazione; e ora siamo alla sesta generazione con i pronipoti… 

Che bella la vita nel suo continuum. Di generazione in generazione…

domenica 9 aprile 2023

Protesi verso il Padre

«Abbiamo un Padre! Ho un Padre! Padre! Padre nostro... Chi più ricchi di noi, di me?». Era il 29 ottobre 1965. Chiara Lubich stava meditando sull’invito di Gesù a entrare nella propria camera per parlare in segreto con il Padre (cf. Mt 6, 6). A volte anche le parole più note del Vangelo sprigionano una luce inaspettata. La coscienza di avere un Padre e di stare alla sua presenza le infonde gioia e confidenza: «Padre, eccomi qui nel segreto della mia stanza. Di fronte a Te non sento il bisogno di spiegarmi, di dirti, di analizzarmi per presentarmi. Sento solo il bisogno di donarmi a Te tutta intera, così come sono, con i miei peccati, con le cose buone, se ci sono. (…) Oggi tutto il giorno penserò a questa realtà: ho un Padre, ho il Padre che mi ascolta nel segreto dell’anima. Con Lui intavolare un perenne colloquio».

Questo suo rapporto con il Padre viene da lontano. C’è un giorno preciso nel quale la parola “Padre” non fu più soltanto una parola, neppure una preghiera, ma un reale “entrare” nel Padre. Era il 16 luglio 1949. Gesù Eucarestia aveva operato la trasformazione in sé dei due (Chiara e Igino Giordani) che insieme erano andati a riceverlo chiedendogli che facessi di loro una cosa sola, quell’unità per la quale Gesù aveva pregato nell’ultima cena. E l’Eucaristia lì fa Gesù, un unico Gesù. Così lei, figlia nel Figlio, nel momento di pregare si trova sulla bocca non la parola Gesù – perché Gesù non può chiamare sé stesso – ma, messa dallo Spirito, la parola: “Padre”. Eccola tutta proiettata nel Padre. È l’esperienza cristiana per eccellenza: essere Gesù in cammino verso il Padre, orientati al Padre. «Da allora – scriverà più tardi – mi è parso di concepire la religione in modo tutto diverso da come la concepivo prima. (…) la religione è guardare anzitutto al Padre. La scoperta del Padre è stata per noi una conversione (…): guardare prima di tutto al Padre; dopo, nel Padre troviamo tutto».

Nell’agosto di quello stesso anno, racconta quell’esperienza unica e insieme di sempre che era avvenuta il 16 luglio.

Agosto 1949

Capimmo che consumandoci in uno e mettendo a base del cammino della nostra vita l'unità eravamo Gesù che camminava. Lui che è Via si faceva in noi Viatore.

E noi non eravamo più noi, ma Lui in noi: Egli fuoco divino che consumava le nostre due anime diversissime in una terza anima: la sua: tutta Fuoco. Per cui eravamo Uno e Tre. Gesù e Gesù in lui; Gesù in me; Gesù fra noi. Il luogo che ci accoglieva un ciborio con Uno o Tre Gesù. (…)

Ed il Gesù in me si presentò dinanzi al tabernacolo per comunicare giacché al fratello non poteva comunicare ché il fratello ero io, era Gesù. (…) E dalla bocca mi uscì dallo Spirito espressa un'unica Parola: Padre! E tutto fu compiuto. Più nulla manca. Ho ritrovato il mio primo Amore: Dio-Amore: Padre.

Ed ho rivisto la vita di Gesù tutta protesa verso un unico "dappiù di me", il solo buono: Padre. E risentii rispondere agli Apostoli che il pregare è dir poche parole, così: Padre nostro. Così Gesù Si perde nel Padre e se dice di pregar Lui in nome suo è perché disse: "Chi vede me vede il Padre".

Noi: figli nel Figlio nel Padre. E Gesù fianco a noi guarda e ci fa guardare Uno Solo: il Padre. Fianco a noi ed in noi: ché attraverso gli occhi suoi guardiamo al Padre.

Quando la notte è scesa senza sole il mondo è illuminato dalla luna e dalle stelle. Così le anime, che non trovarono il Padre stando in Gesù, hanno e guardano nel Cielo della loro anima la Vergine ed i santi. Ma, quando il sole sorge, scompare la luna e scompaiono le stelle ed, anche se ci sono, sono perdute nella luce del sole: la Luce emanata dal Sole è Gesù ed il Sole è il Padre.

Le nostre anime guardino solo al Padre. In Lui ritroveranno Maria ed i santi fatti Dio. Così la Mamma ed i fratelli Lassù vogliono esser guardati ché il loro Paradiso è il Padre.