martedì 10 maggio 2016

Giovedì tutti a sant'Eustachio









Ho raccontato di un ventenne pieno di vita e di sogni, alla ricerca sofferta e tenace di un’identità, di un prestigio sociale, di una carriera, di una moglie e che si trova ferocemente contraddetto da avversità familiari, politiche finanziarie, che lo portano alla delusione, alla noia, all’insoddisfazione, fino a precipitarlo nella depressione. Il racconto di un ventenne costretto a vivere con la mamma perché non ha né arte né parte, mentre il padre è lontano, divorziato. Sono voluto entrare nel dramma di tanti giovani di oggi, anche se quello di cui ho scritto è ambientato agli inizi dell’Ottocento, nel sud di una Francia sconvolta dall’ascesa di Napoleone, la prigionia di Pio VII, la crisi della Chiesa cattolica.

Non ho scritto la biografia di un uomo che pure ha vissuto a lungo, ma i suoi anni critici e per questo creativi, che l’hanno condotto per un cammino che mai avrebbe immaginato, fino alla scoperta della sua vocazione, nell’inaspettato incontro con Cristo che, a 27 anni, lo sconvolge e gli spalanca orizzonti nuovi, finalmente appaganti, anche se mai l’inquietudine mai lo lascerà, portandolo prima al sacerdozio, poi alla fondazione di una grande società di missionari, gli Oblati di Maria Immacolata. Un racconto che lo segue per quindici anni. Dopo di che lo lascio, perché la sua via è ormai segnata.

La lettura proposta da Adonella sceglierà alcuni passaggi dei primi sei anni.
12 maggio, 19,30

lunedì 9 maggio 2016

L’audacia di Pio V e di Paolo VI



Vivo nella parrocchia di san Pio V, una chiesa grande e brutta come tutte le chiese degli anni Cinquanta, con sulla facciata un mosaico altrettanto grande e brutto di san Pio V. In compenso è una parrocchia molto viva, frequentatissima e piena di iniziative.
Pur essendo in questa parrocchia non ho mai avuto modo di riflettere troppo su san Pio V, fra l’altro notissimo per la battaglia di Lepanto e per la conseguente pratica dell’Angelus. Meno noto, ma più folcloristico, il fatto che l’abito bianco del papa risalga proprio a lui: in quanto Domenicano vestiva di bianco e una volta papa non cambiò l’abito. E da sempre (ossia dal 1565) il papa veste di bianco. Nessuno ebbe da ridire (o forse sì?). Cosa sarebbe successo se papa Francesco, avesse mantenuto l’abito nero dei Gesuiti?
Lunedì scorso ero andato in “devoto pellegrinaggio” – così si dice – a santa Maria Maggiore, senza immaginare che proprio quel giorno e a quell’ora si sarebbe celebrato solennemente la festa del santo (posticipata di un paio di giorni sul calendario liturgico), con tanto di omaggio alla tomba del santo nella cappella Cesi. Tutti i Domenicani di Santa Sabina si erano riversati nella basilica e uno di loro ha tenuto una bella omelia illustrando la figura del santo. Naturalmente ha messo in luce, come grande merito, la riforma della liturgia, all’indomani del Concilio di Trento, che portò, tra l’altro, al famoso “Messale di san Pio V”, rimasto in auge fino alla riforma di Paolo VI.
Ed è proprio questo messale che mi ha fatto pensare. Pio V, oltre che un santo, è stato una persona di grande audacia. Dar vita a un nuovo messale, e quindi praticamente a un nuovo rito, voleva dire inimicarsi mezzo mondo. Erano tante le tradizioni locali alle quali ognuno era ferreamente attaccato, e lui in un soffio le spazzò via per unificare la liturgia sotto un unico messale. Fine degli antichi, storici, tradizionali, sacri messali e sacramentari precedenti. Si salvarono il rito ambrosiamo e pochi altri.
La stessa audacia in Paolo VI, che seguendo le indicazioni di un Concilio, come aveva fatto Pio V, ha riformato liturgia e messale. E si è attirato le stesse critiche, di aver tradito la tradizione… proprio come con Pio V.
Come ci si è attenuti alla riforma di Pio V, sarà bene attenersi a quella di Paolo VI.
Santo l’uno, santo l’altro.
Audace l’uno, audace l’altro.


domenica 8 maggio 2016

Passeggiando sulla via Appia


Da Pozzuoli Paolo partì alla volta di Roma. I fratelli di là gli vennero incontro fino al Foro di Appio e alle Tre Taverne e lo accompagnarono fino in città. Così al termine degli Atti degli Apostoli.
L’Appiaday è stata l’occasione per ripercorrere l’ultima tappa del viaggio di Paolo, fino alla tomba di Cecilia Metella. Chissà se l’Apostolo si sarà guardato attorno per ammirare la bellezza del paesaggio.
Certo che camminare sui lastricati della regina viarum fiancheggiate dai pini, incontrare i resti della antiche tombe romane o le monumentali rovine del castrum medievale costruito dei Caietani, è un salutare tuffo nella storia e un’immersione ristoratrice nella natura.
Vi si può camminare indovinando le conversazioni tra Paolo e i fratelli di Roma, che forse prendevano avvio dalla monumentale lettera a loro indirizzata dall’Apostoli: “A quanti sono in Roma diletti da Dio e santi per vocazione… la vostra fama si espande in tutto il mondo”.


sabato 7 maggio 2016

Ascensione: cammino in verticale e in orizzontale


Partiamo insieme, Gesù in verticale, per le vie del cielo,
gli apostoli in orizzontale, per quelle della terra.
Percorsi diversi, eppure è lo stesso cammino.

Gesù non poteva scendere più in basso: fatto uomo, ucciso, sepolto;
e non poteva salire più in alto: nel seno del Padre.
Ci ha raggiunti nell’abisso della nostra caduta, fino all’inferno;
ci ha presi per mano e ci ha trascinati con sé in cielo,
per sedere con lui nella gloria alla destra del Padre.
Ha portato la nostra carne, che è la sua carne,
nell’intimo della Trinità e ha fatto divina la nostra umanità.

Il suo cammino di salita al cielo è dunque anche il nostro cammino.
Con la nostra fragilità umana, la nostra storia di fango e di piccole gioie,
anche noi siamo assunti nella gloria, fatti cielo.
Dov’è il capo lì è il suo corpo, dove il pastore lì è il suo gregge.

Eppure al nostro cammino Gesù assegna una direzione diversa: 
essere suoi testimoni qua sulla terra.
Gesù elevato in cielo, gli Undici in partenza a predicare sulla terra.
È la vocazione della Chiesa, di ognuno di noi.
Raggiungere ogni popolo, parlare tutte le lingue,
penetrare nei cuori, testimoniare Gesù.
Ne saremo capaci? Riusciremo?
Sì, forti della sua benedizione.
L’ultimo gesto di Gesù, con quale lo vediamo salire al cielo, è alzare le mani e benedire,
comunicando a noi la potenza il suo Spirito. Cosa vogliamo di più?



venerdì 6 maggio 2016

Il Ben di maggio



Perché le pratiche devozionali per Maria, che si tenevano ogni giorno durante il mese di maggio, si chiamavano “Il Ben di maggio”? Non l’ho mai saputo, ma da bambini era di rigore andare al Ben maggio o fare il Ben di maggio.
Consisteva in una funzioncina semplice e breve, quanto basta per accendere in cuore e mantenere vivo l’amore per Maria.
Gli eruditi si insegnano che il mese di maggio è da tempo immemorabile legato ai riti della primavera, alle feste di Flora Mater, la dea della vegetazione, impersonata dalla “reginetta della primavera” o dalla “sposa di maggio”, con quello che comporta: feste floreali, canti, danze… “cantar maggio”. Ne è rimasto qualcosa nel “Maggio fiorentino”.
È del medioevo il collegamento tra le feste di Maggio e Maria, con l’incoronazione della statua con rose, canto di litanie. Ci sono di mezzo Domenicani, Francescani, Gesuiti… Ma non togliete di mano alla gente il mese di maggio: basta un’edicola all’angolo della strada. San Filippo Neri e sant’Alfonso de Liguori hanno dato una mano a rendere sempre più popolare questa usanza.
Stiano come stiano le cose, chi può togliermi la gioia del ricordo di tanti mesi di maggio in festa? E il desiderio di continuare quella tradizione?


Il 29 aprile 1965 Paolo VI scrisse addirittura un’Enciclica per ricordare il valore della preghiera a Maria nel mese di maggio. Vale la pena rileggerne alcune righe, attualissime.

È, infatti, il mese in cui, nei templi e fra le pareti domestiche, più fervido e più affettuoso dal cuore dei cristiani sale a Maria l'omaggio della loro preghiera e della loro venerazione. Ed è anche il mese nel quale più larghi e abbondanti dal suo trono affluiscono a noi i doni della divina misericordia. (…)
Maria è pur sempre strada che conduce a Cristo. Ogni incontro con lei non può non risolversi in un incontro con Cristo stesso. (…)
Quest'anno sentiamo il bisogno di rivolgere un simile invito a tutto il mondo cattolico. Se consideriamo, infatti, le necessità presenti della Chiesa e le condizioni in cui versa la pace nel mondo, abbiamo seri motivi per credere che l'ora è particolarmente grave, e urge più che mai l'appello ad un coro di preghiere, da rivolgersi a tutto il popolo cristiano.
[Chiedeva di pregare per il Concilio in corso, poi continuava]
L'altro motivo del nostro appello è dato dalla situazione internazionale, la quale, come voi ben sapete, Venerabili Fratelli, è oscura e incerta più che mai, giacché nuove gravi minacce mettono in pericolo il supremo bene della pace nel mondo. (…)
Ciò comporta che popolazioni di intere Nazioni siano sottoposte a sofferenze indicibili causate da agitazioni, da guerriglie, da azioni belliche, che si vanno sempre più estendendo e intensificando, e che potrebbero costituire da un momento all'altro la scintilla di un nuovo terrificante conflitto. (…) A Maria adunque si innalzino in questo mese mariano le nostre suppliche, per implorare con accresciuto fervore e fiducia le sue grazie e i suoi favori. 

giovedì 5 maggio 2016

Parola di vita di Maggio letta da Redi



La Parola di vita maggio 2016, letta da Redi Maghenzani:
https://www.youtube.com/watch?v=3Ju4bqzEPWE&feature=em-uploademail


Mi giunge intanto un'esperienza di Matteo dall'Indonesia:

Lasciando la casa dove si è tenuto il capitolo della Regione Indonesiana dei Saveriani, mi sono ricordato di ringraziare un fratello che ha lavorato dietro le quinte per l'accoglienza di noi capitolari. Ha pensato alle stanze, alla pulizia, alla cucina… Non ha partecipato direttamente ai lavori, ma è stato colui che ci ha permesso di lavorare senza altre preoccupazioni. 
Dicendogli "grazie", mi sono sentito felice, come se questo grazie lo avessi detto a Gesù in persona.

mercoledì 4 maggio 2016

Gesù “il” luogo di Dio


Ho appena terminato di scrivere il mio nuovo libro: Dove sei? In cerca dei luoghi di Dio. Sarà pubblicato a ottobre dall’Editrice Rogate. Come dice il titolo, andrò alla ricerca dei luoghi che Dio ha preparato per incontrarsi con noi, i luoghi dunque nei quali noi possiamo trovarlo. L’ultima pagina dovrebbe essere pressappoco così:

I molteplici luoghi, fin qui elencati, trovano un terreno comune, sono manifestazione dell’unico vero luogo d’incontro tra Dio e l’umanità, la persona di Gesù Cristo.
È lui il tempo nel quale possiamo incontrare Dio: è l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine, colui che era, che è e che viene. Lui lo spazio: in lui e per lui tutto è stato fatto e tutto sussiste. È lui che passa nell’ora calda del giorno presso la tenda di Abramo, lui la scala notturna di Giacobbe sulla quale angeli salgono e scendono, lui che arde nel roveto inconsunto di Mosè, lui la roccia che segue gli Ebrei nel deserto e dalla quale scorga l’acqua che li disseta, lui che scende nella tenda dell’alleanza e nel tempio in Gerusalemme.
Lui, che è da sempre presso Dio, eccolo, nella pienezza dei tempi, tra noi. Non soltanto si fa uomo, ma si fa “carne”, legato alla terra, debole e caduco. Dio e insieme uno di noi: il mediatore, il rivelatore. Fa conoscere Dio – perché egli stesso è presso Dio ed è Dio – e fa dono della vita di Dio. Fa sperimentare a Dio l’essere uomo, nell’amore e nel dolore – perché egli stesso è presso di noi, uno di noi.
È lui che viene ancora, assieme al Padre, ad abitare nella stanza segreta, fino a diventare il nostro vero io. Lui che si identifica con ogni fratello, che è presente nella sua Parola, nell’Eucaristia, tra due o più uniti nel suo nome, nei suoi ministri, in ogni dolore. È lui, la Vita, che incontreremo al momento della nostra morte. Lui il sacramento fontale che si rifrange nella molteplice sacramentalità di ogni tempo e spazio.
Il lui, la Via che conduce al Padre, il lungo cammino di ricerca intrapreso da Dio per incontrare l’uomo e il lungo cammino di ricerca intrapreso dall’uomo per incontrare Dio, trovano finalmente la meta.
La domanda di Dio rivolta all’uomo, la stessa di quella dell’uomo rivolta a Dio, “Dove sei?”, ha la risposta.
Dov’è l’uomo? In Gesù.
Dov’è Dio? In Gesù.
Egli è il giardino nuovo, i cieli nuovi e la terra nuova ove avrà luogo l’incontro definitivo che non avrà mai fine, dove ogni desiderio sarà pienamente appagato.