mercoledì 4 marzo 2026

La guerra vera

I bambini in casa piangono sentendo i missili passare sopra la testa. Il più piccolo, di 4 anni, dice agli altri, “Non abbiate paura, c’è Dio con noi”. Ce lo raccontano quanto tra noi all’Assemblea dell’Opera vengono da quelle regioni, assieme alle notizie che arrivano da casa di giorno in giorno… Anche noi, qui all’Assemblea, viviamo col fiato sospeso per questa guerra folle, per le troppe guerre. Ogni giorno preghiamo nominando i principali Paesi in guerra: Medio Oriente, Ucraina, Russia, Sudan, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Myanmar e tutti i posti dove ancora si combatte.

Non ci fanno vedere i morti, i mutilati, i bambini e i vecchi soli… Vediamo solo missili, aerei, navi, fumo… Senza che ci sia differenza tra la realtà e i video giochi. Tutto sembra così lontano, virtuale… Quanti sono qui, proveniente dai Paesi in guerra, ci ricordano quanto sia reale e tragica questa guerra. La nostra impotenza si fa preghiera…

https://www.vaticannews.va/it/chiesa/news/2026-03/israele-palestina-terra-santa-guerra-iran-usa-israele-faltas.html?utm_source=newsletter&utm_medium=email&utm_campaign=NewsletterVN-IT

martedì 3 marzo 2026

Hans Schalk: Come essere fedeli?

Una vita, quella di p. Hans Schalk, redentorista della Baviera, segnata dalla morte della mamma quando aveva quattro anni e alla seconda guerra mondiale. Forse queste prove della vita l'hanno affinato dandogli una profonda sensibilità e comprensione degli altri.

Conobbe presto il Movimento dei Focolari la cui spiritualità lo ha sempre accompagnato. È stato maestro dei novizi, docente di catechesi, direttore spirituale delle Suore Missionarie del Santissimo Redentore, provinciale della provincia dei Redentoristi di Monaco, per poi dedicarsi all'accompagnamento spirituale. Come hanno scritto i suoi confratelli tedeschi, «Con la sua mitezza, la sua riflessività e la sua forza spirituale ha toccato molti cuori. Ciò che lo ha plasmato interiormente e ciò da cui ha tratto la sua forza lo ha comunicato anche in molti articoli di riviste e in alcuni libri che hanno trovato un vasto pubblico di lettori e che ora costituiscono la sua eredità».

Come non ricordati, p. Hans? Eri sempre presente a tutti i nostri incontri di religiosi legati al Movimento. Hai sempre portato un’aria di festa, di gioia. Ora che sei partito per il cielo salutaci tutti i nostri, da Bruder Gabriel a p. Novo… Preparaci un posticino accanto a voi: arriviamo presto.

Intanto leggiamo uno dei tuoi pensieri: sulla fedeltà.

Quando, più di 50 anni fa, conobbi più da vicino la vita religiosa, incontrai anche la preghiera "per la grazia della perseveranza". A chi devo essere fedele? Le difficoltà riguardo alla fedeltà sono connesse al rapporto con la persona o la realtà cui voglio essere fedele. Il problema della fedeltà in ultima analisi è un problema di rapporto.

Se nella scelta della vita religiosa o di qualunque altra vocazione spirituale vediamo una risposta a Dio che chiama, è sempre importante tornare a Dio che chiama. Se il rapporto con Dio che chiama per amore non è più vivo, se davanti agli occhi si hanno ancora solo i doni di Dio, per es. la vita religiosa, il sacerdozio, il matrimonio, e non il Datore dei doni, Dio stesso, si può arrivare alla separazione della fede teorica dal comportamento pratico e quindi all’incoerenza e praticamente all’infedeltà.

Cosa serve e aiuta a mantenere lo sguardo fedelmente rivolto al Datore di ogni dono, a Colui che chiama, a Dio che ci ama infinitamente? Come restare fedele?

Un “esercizio” profondamente ancorato nella tradizione della vita religiosa che si dimostra di grande aiuto, è certamente la meditazione. In essa ricordiamo ciò che del nostro Dio ci viene trasmesso dalle sacre scritture. Ricordiamo che Dio vive in noi e cammina con noi. Ricordiamo tutto ciò che Dio ha fatto nella nostra vita. Ricordiamo che Dio ci ama infinitamente, ciascuno in modo del tutto personale, con la sua origine, la sua storia, i suoi limiti e i suoi peccati.

Ricordando Colui che ha chiamato, si rende sempre più viva la consapevolezza che si sta camminando sotto lo sguardo di Colui che chiama. La preghiera per la grazia della perseveranza acquista quindi il suo significato profondo quando, tenendo conto della mia fragilità, mi affido continuamente a Colui che mi accompagna nel cammino. Nel suo senso più profondo la preghiera è appunto rapporto personale vivo e consapevole con Dio: col Padre, con Gesù, con lo Spirito Santo.

Le crisi nella vita di fede e di preghiera spesso sono un appello a rivolgersi in modo sempre più profondo e radicale a Colui che chiama.

Un grande aiuto alla fedeltà viene poi dalla comunità. La comunità è il luogo dove la fedeltà si realizza nel concreto! Posso essere cristiano solo in una comunità. Da quando Gesù ha promesso ai suoi discepoli la sua presenza tra loro, Dio lo trovo nella comunità di Gesù Cristo, nella Chiesa.

Essere fedeli non è un valore realizzato e compiuto, bensì un percorso da compiere: un cammino all’interno di un rapporto, una strada da riprendere ogni giorno e da percorrere con Gesù Crocifisso e Risorto, un cammino da percorrere assieme in comunità.

Allora, p. Hans, se capisco bene, per essere fedeli non dobbiamo tanto guardare indietro alla chiamata di una volta. Dobbiamo prendere coscienza che oggi sono chiamato, e dire di sì a questa chiamata nell'attimo presente.

lunedì 2 marzo 2026

All'Assemblea dell'Opera di Maria

Sono all’Assemblea generale dell’Opera di Maria. E non sono il solo religioso. Ci sono anche sacerdoti, religiose, vescovi, un cardinale. Ci sono anche membri di sette diverse Chiese e di altre religioni. Ritrovo con gioia il giovane buddista che al Genfest rese omaggio a Giovanni Paolo II inginocchiandosi davanti a lui. Ci siamo poi incontrati in Thailandia… ed oggi eccolo qui! Ma c’è anche la professoressa indù incontrata più volte in India… e chi rappresenta i musulmani...

Sono all’Assemblea generale dell’Opera di Maria. Addirittura ho diritto di voto. Contribuirò dunque all’elezione della presidente, del copresidente, dei membri del consiglio… Tutto il mondo è rappresentato. Mancano solo quanti dovrebbero provenire dal Medio Oriente dove la guerra ha bloccato i voli aerei. Ma come è possibile una rappresentanza così eterogenea e io che ho diritto di voto?

È davvero un segno dell’ecclesialità e della grande apertura del Movimento, che si presenta come un popolo dalle molte vocazioni, poliedrico, ricco di tante espressioni. Specchio e profezia di Chiesa. Tanta diversità e tanta unità.

La sfida è rimanere a quell’altezza anche quando i temi saranno caldi e le opinioni diverse, le procedure pesanti… Ce la faremo? È un’assemblea vera, con persone vere. Ognuno si mette in gioco, con sincerità. È un rischio. Ce la faremo.

domenica 1 marzo 2026

A Signa da Maria Maddalena Frescobaldi Capponi

Maria Maddalena Frescobaldi Capponi ci ha nuovamente riuniti, in tanti, a Castel di Sig.na, sulle nostro belle colline toscane. Frescobaldi Capponi, nomi che richiamano la nobiltà fiorentina. Si è nobile la nostra Maria Maddalena, ma va a lavare i piedi e ad assistere gli incurabili dell’ospedale. È mamma e nonna e il suo profondo senso di maternità fa breccia nelle povere ragazze di strada, e saranno proprio quattro di queste che inizieranno la famiglia religiosa di cui Maria Maddalena sarà fondatrice. È una donna che sa amare col cuore.

Venerdì, nella casa madre di Sieve, abbiamo presentato il libro della sua biografia. Molti i presenti, con in testa sindaco e vice sindaco. Ma non è il numero che colpisce è il clima di grandissima gioia, di festa da cui siamo tutti avvolti e coinvolti. L’accoglienza delle suore, la passione del coro che esegue canti ispirati, le relazioni, l’inaugurazione del dipinto con la fondatrice assieme alle prime quattro, l’ammirazione della statua di marmo, poter pregare sulla sua tomba... e ci mettiamo anche il buffet… Ma che pomeriggio, ma che serata. C’è ancora il bello, c’è ancora il buono.


Non è soltanto il ricordo di un glorioso passato, ma anche la riconoscenza per un presente che continua a fare il bene alle donne più provate, a formare le nuove generazioni, con coraggio, tenacia.

Il bene è sempre silenzioso e opera. C’è speranza.




sabato 28 febbraio 2026

In famiglia con Gesù in mezzo

«Come descriverò la felicità di questo matrimonio che la Chiesa benedice  si domandava Tertulliano, uno scrittore dei primi secoli, in una lettera alla moglie . […] I due sposi sono come fratelli l’uno per l’altro e si servono reciprocamente; nessuna distinzione fra carne e spirito. Anzi sono veramente due in una carne sola e dove la carne è una è uno anche lo spirito. Nessuno ha segreti per l’altro, nessuno evita l’altro, nessuno è per l’altro di peso. […] Contemplando questi focolari, Cristo si rallegra e invia la sua pace; dove sono due, lì c'è anche Lui, e dove c'è Lui non può esserci alcun male».

«Chi sono i due o i tre riuniti in nome di Cristo, in mezzo ai quali sta il Signore? - si chiedeva ancora - Non sono forse l’uomo, la donna e il figlio dal momento che l’uomo e la donna sono uniti da Dio?».

Ho iniziato così oggi le mie conversazioni con le famiglie a via Spinola, ed è sempre bello stare con gli sposati…

Il momento più bello di questa giornata è stato l’incontro con il card. Reina, il vicario del Papa per la diocesi di Roma. Ci ha raccontato la sua esperienza di vita, da ragazzo fino a oggi, con cuore grande, tanta semplicità e profondità. Che grazia avere un pastore così!

venerdì 27 febbraio 2026

Ricordando Marcello Zago

1 marzo 2001. Sono passati 25 anni dalla morte di p. Marcello Zago. Per ricordarlo ecco alcune brevissime note autobiografiche sull'inizio del suo interesse per il dialogo interreligioso che lo porterà fino a diventare Segretario della Congregazione per l’Evangelizzazione dei popoli e ad organizzare la giornata di preghiera interreligiosa ad Assisi.

Nel dicembre 1959, arrivando a Singapore dopo tre settimane di nave, la mia mente di giovane missionario destinato all’Asia riandò al passato quando, più di quattro secoli prima, sbarcò in queste zone san Francesco Saverio, il patrono delle missioni, che iniziò vie e metodi nuovi nel cuore dell’Asia… Quella sera stessa mi recai al Santuario di Maria posto sulla collina sovrastante la città. E la sorpresa fu enorme quando mi resi conto che tra i numerosi pellegrini c’erano non solo dei cattolici, ma anche i protestanti, degli indù, dei buddhisti e dei musulmani. Tutti andavano da Maria per confidarle una pena, per chiedere una grazia, per dire una preghiera, per trovare un po’ di pace. Questo primo incontro con l’Asia fu per me anche la scoperta che Maria è la Madre dell’umanità intera e non solo la Madre dei cristiani.

Ricordo la mia esperienza di giovane missionario. Si visitavano i villaggi animisti per annunciare la Buona Novella. Arrivando in un villaggio, si incominciava col visitare gli ammalati, dando loro qualche medicina. Solo alla sera, quando tutti erano tornati dai lavori campestri, si parlava loro di religione. Spesso ciò che colpiva non era l’insegnamento, ma l’attenzione e la cura per i sofferenti. La carità semplice e autentica è spesso il segno che rende disponibili alla Parola, anche quando è espressa in forme inadeguate e poco adattate.

Fin dagli inizi, mi ponevo una domanda, che condividevo spesso con i confratelli. Perché la Chiesa è assente dal mondo buddhista? Che cosa si poteva fare per i buddhisti, che costituiscono la maggioranza del paese e che sono portatori della cultura dominante? Come annunciare loro il Vangelo? Ammiravo l’opera dei confratelli tra le minoranze etniche, che rispondevano bene. Ma occorreva fare qualcosa per i lao buddhisti.

Con l’appoggio dei Superiori, cercai di conoscere e accostare il Buddhismo nelle sue varie espressioni. E così fin dal secondo anno dedicai ogni giorno due o tre ore ai contatti con fedeli buddhisti: monaci, devoti regolari e saltuari, gente ordinaria. Prendevo nota di tutto. In cinque anni scrissi circa diecimila schede sul buddhismo vissuto del paese.

Sotto la spinta del Vaticano II, nell’approfondimento della missionologia e, soprattutto, nello studio sistematico del buddhismo in generale e del buddhismo laotiano in particolare, nell’esame della nostra presenza e dei nostri metodi missionari, scoprivo che un altro tipo di missione era necessario in ambiente buddhista. La nostra presenza doveva essere diversa nelle sue modalità e nei suoi obiettivi: bisognava stare con loro per imparare da loro, per incarnarci nella loro cultura e nei loro valori, per essere un lievito nella pasta e far progredire dall’interno. In questa prospettiva, iniziavo il Centro di ricerca e di dialogo con i buddhisti per conto della Conferenza Episcopale di Laos e Cambogia.

giovedì 26 febbraio 2026

Il tempo passa. Ma dove va?


Il tempo passa.

Ma dove va?

Nell’eterno presente.

Tutto resta, ben custodito, 

nel cuore di Dio.

Anch’io che vivo nel tempo

resto con lui.

mercoledì 25 febbraio 2026

Lo Spirito Santo zitto zitto...


 Lezione all’Università Europa di Roma, con davanti un gruppo di Legionari di Cristo e una cinquantina che seguivano on line. Ma la cosa più interessante di questi giorni sono gli esami per il corso dello Studium del dicastero: un’infinità di elaborati da leggere che mi fanno scoprire una moltitudine di piccoli istituti anche locali diffusi capillarmente in tutto il mondo. 

Che bello vedere questo sottobosco che tiene vivo il mondo! Lo Spirito Santo non si fa problemi e zitto zitto lavora...

martedì 24 febbraio 2026

Chi fa nuove tutte le cose?

Riunione dei professori dello Studium del Dicastero per la vita consacrata. Prima del Covid le lezioni si tenevano nell’auditorium Giovanni Paolo II dell’Università Urbaniana. Grazie al Covid le lezioni si tengono on line e gli studenti seguono da tutto il mondo. Sono circa 400, con traduzioni simultanee in inglese e spagnola. Che grande servizio alla vita consacrata. Ogni tanto, in giro per il mondo, trovo studenti che hanno seguito il mio corso…

Sì, continuo a parlare dei carismi, della presenza dello Spirito Santo nella Chiesa di ieri, di oggi e di domani. Dello Spirito che continua a soffiare e a portare avanti la sua Chiesa nonostante le nostre debolezze e incorrispondenze, nonostante le nostre pretese di far nuove tutte le cose: è un Altro che fa nuove tutte le cose, per fortuna.

lunedì 23 febbraio 2026

Gli Oblati, uomini del Papa

In questi giorni, anche sul blog, ho ricordato le parole che sant’Eugenio scrisse al termine della prima udienza avuta con il Papa: «O Leone XII!  (…) sarete considerato sempre da noi un benefattore e il padre della nostra Società». Ma ogni volta che l'ho citato, con (…) ho sempre messo parole importanti: “anche se la mia Regola non venisse approvata”! Per sant'Eugenio il papa è padre a prescindere…

Nella sua vita ha avuto sei papi. Con ognuno c’era qualcosa su cui non era d’accordo: sulla politica, la liturgia, gli studi… Ogni volta che veniva a sapere che il Papa era di un’altra idea, abbandonava subito il suo punto di vista, a volte anche in maniera eroica, perché obbedire al papa a volte gli è costato lacrime… Eppure si è sempre allineato con il suo pensiero.

Ne spiega il perché: «La mia obbedienza a tutto ciò che la Santa Sede prescrive è sempre scaturita da un sincero attaccamento, non meno che da un principio di fede». Ci credeva!

Una volta sul blog avevo scritto: «Oggi si scagliano contro Papa Francesco, inneggiando a Benedetto XVI, ma a suo tempo denigravano Benedetto XVI a favore di Giovanni Paolo II, che hanno denigrato rimpiangendo Pio XII, ma era meglio Pio X, anzi Pio IX, anzi Innocenzo III, o forse Gregorio Magno, anzi Leone Magno, ma alla fine neanche Pietro si salva, anzi, figuriamoci, Pietro, che ha tradito Gesù...».

Sì, il papa è sempre il Papa.

domenica 22 febbraio 2026

Come vincere le tre P


La Quaresima si apre con le tentazioni di Gesù nel deserto. Egli prende su di sé tutte le nostre tentazioni, riassunte in tre parole:

Piacere: ci sono piacere leciti, come mangiare un frutto, ma non quello dell’albero proibito. È la ricerca di una vita facile e comoda, del tornaconto personale, della ricerca di sé, del proprio compiacimento.

Plauso: l’attrazione per la notorietà, la brama di tanti like sui social, di followers, di sentirsi importanti… vorremmo salite sempre più in alto, fin sulla cima del pinnacolo del tempio, per farci vedere da tutti.

Potere: l’ebbrezza del successo, l’arrivismo, schiacciando gli altri…

Il diavolo pensa di trascinare giù Gesù, come fece all’inizio dei tempi. Ma egli è il Verbo del Padre. Si nutre costantemente della sua parola e la vive al punto da essere soltanto Parola di Dio. Colpito, da lui sprizza la Parola di Verità che annienta la Menzogna.

E quando sopraggiunge anche per noi la tentazione e la prova? C’è un modo solo per superarla e vincere: fare come Gesù, vivere il Vangelo al punto da essere come lui soltanto Parola di Dio. Nutrirci anche noi “di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, di ogni parola detta da Gesù. La Parola (Gesù) vincerà in noi.

sabato 21 febbraio 2026

Da Leone XII a Leone XIV

La settimana di celebrazione dei 200 anni dell’approvazione pontificia si è conclusa questa mattina con l’incontro di Leone XIV con gli Oblati.

Tutto era iniziato con l’incontro con Leone XII, quando affermò solennemente: «Erigiamo questa famiglia nella speranza che i suoi figli… cerchino con tutte le forze e con l’esempio di portare nel seno della Madre di misericordia gli uomini che Gesù Cristo sospeso sulla croce volle affidare a lei come figli». Che missione solenne ci veniva offerta dalla Chiesa!

Oggi il suo successore, che porta lo stesso nome, ci conferma quella missione, ricordando le parole evangeliche che hanno ispirato sant’Eugenio:

«“Mi ha mandato ad evangelizzare i poveri” (cfr Is 61,1; Lc 4,18) è il motto che Sant’Eugenio de Mazenod ha scelto per gli Oblati, da lui fondati con grande coraggio in un momento in cui l’Europa era scossa da vicende complesse e drammatiche, che acuivano l’impellenza dell’annuncio del Vangelo agli ultimi. Sono forti le parole da lui spese e le azioni intraprese in difesa della dignità di poveri, operai e contadini, sfruttati come risorse produttive e ignorati nelle esigenze più profonde della loro umanità. Ed è forte e provocatoria l’audacia con cui non ha esitato, già Vescovo di Marsiglia, a rispondere alla richiesta di aiuto del Confratello nell’Episcopato Monsignor Bourget, Arcivescovo di Montréal, inviando religiosi prima in Canada e poi in altre parti del mondo: in Europa, Africa e Asia. Generosità che fu premiata, di fatto, da un’impressionante fioritura missionaria e vocazionale; il che testimonia come la docilità alle ispirazioni dello Spirito Santo e l’attenzione alle urgenze della carità sono, per ogni fondazione, fonte di fecondità e fermento di crescita».

Il Papa, dal passato, ha rivolto lo sguardo sul presente della nostra Famiglia:

«Ancora oggi, con più di tremila religiosi sparsi in settanta paesi del mondo, voi continuate a svolgere il vostro ministero con la stessa apertura preferenziale agli ultimi, arricchiti dal dono prezioso di una estesa famiglia carismatica e di una crescente interculturalità. Accogliete questa vitalità come un dono e come un segno, che vi sproni a mantenere vivo e a rendere attuale lo spirito delle vostre origini».



Ci ha poi rilanciato, facendole proprie, le forti parole che Francesco rivolse ai partecipanti al Capitolo Generale, il 3 ottobre 2022: «A questa Chiesa, che il Fondatore vi ha insegnato ad amare come una madre, offrite il vostro slancio missionario e la vostra vita, partecipando al suo esodo verso le periferie del mondo amato da Dio, e vivendo un carisma che vi porta verso i più lontani, i più poveri, coloro che nessuno raggiunge».

Ha infine richiamato il senso della famiglia voluto fortemente da sant’Eugenio, indicandoci le fonti che possono alimentarlo: «Per dei consacrati, per delle consacrate, e per dei laici cristiani veramente impegnati, esso nasce prima di tutto dall’incontro con Dio, dall’Eucaristia, dalla preghiera e dall’Adorazione, dall’ascolto della Parola e dalla celebrazione dei Sacramenti. Da lì, dall’Altare e dal Tabernacolo, cresce nei cuori riempiendoli di quei sentimenti di condivisione e di affetto, di cura e di paziente vicinanza, che devono sempre caratterizzarci, e che ci rendono specchio dell’amore di Dio nel mondo».

Si conclude qui questo grande incontro fraterno, che ha visto arrivare a Roma Oblati dal Camerun, Polonia, Italia, Uruguay, Basile, Congo, Stati Uniti, Australia, Paraguay, Ciad. Spagna, Francia, Danimarca, Bangladesh, Sud Africa, Pakistan, Messico, Namibia, Giappone, Perù, Cile.

Con noi questa mattina all’udienza con Papa c’erano anche le altre persone della Famiglia carismatica che ci hanno accompagnato in questi giorni: i nostri laici, le COMI, le OMMI…

Pronti a ricominciare… per altri 200 anni!



venerdì 20 febbraio 2026

Come Maria a Cana

Parlare a 2.000 donne, volontarie; 500 in presenza, le altre in collegamento da altre sale in varie parti d'Italia: una belle responsabilità. Per questo ho cercato di parlare in maniera semplice, il modo più efficace per comunicare.

Ho parlato, tra l’altro, di Maria a Cana, dove mostra la sua vicinanza alla gente, la partecipazione attiva agli eventi. Si accorge che manca il vino perché è attenta. Non soltanto se ne accorge, ma si preoccupa, perché si immedesima nell’angoscia degli sposi che vedono andare in fumo la festa. Non soltanto è attenta e si accorge, ma prende anche l’iniziativa per risolvere l’inconveniente. Non si arrende neppure davanti al quello che sembra un rifiuto da parte di Gesù e va avanti imperterrita e si dà da fare, dà ordini come una autentica “madre di casa”. La sua contemplazione non si perde tra le nuvole, si fa solidarietà, vicinanza, intraprendenza…

Come lei: accanto a tutti, entrare nel mondo dell’altro, cogliere le esigenze, mettersi a servizio di tutti, essendo l’amore, con Gesù dentro. Immersi nella società, conoscere le situazioni, i bisogni della gente, dentro fino al collo. La donna che sa i problemi dei figli, del mariti, dei genitori, dei suoceri, dei vicini di casa… Il lavoro, i bambini a scuola, poi in piscina, a danza, affidarli ai nonni, stirare, programmare le vacanze, una pizza con le amiche…

“Donna di casa” come Maria, e come lei “Sede della Sapienza”, capace di cogliere “i disegni di Dio sull’umanità” e offrire il proprio contributo per orientare la famiglia, la società, il mondo della scuola, del lavoro, infondere in tutti e ovunque pace, sicurezza…

giovedì 19 febbraio 2026

Omaggio a Leone XII

 

Le celebrazioni dei 200 anni continuano. Questa mattina messa sulla tomba di san Pietro per rinnovare la nostra fedeltà alla Chiesa. A seguito, in basilica, abbiamo reso omaggio a Papa Leone XII che ci ha approvati, pregando sulla sua tomba.

Papa Leone, in segno di umiltà, ha voluto farse seppellire in terra, ai piedi di Leone Magno, con accanto l’altare della Madonna dedicato ai papi Leone II, III e IV. Sulla lapide della tomba leggiamo: «A Leone Magno, celeste Patrono, raccomandandomi umilmente, ho scelto questo luogo per la mia sepoltura, accanto alle sue sacre ceneri. Leone XII, umile successore degli eredi di un nome così grande, il minimo».

Ci siamo disposti a cerchio attorno alla sua tomba per ringraziarlo di avere approvato, 200 anni fa, le Costituzioni e Regole che hanno dato vita alla nostra Congregazione; per ravvivare la sua memoria; per deporre nuovamente, ai suoi piedi, la Famiglia oblata, con quell’atteggiamento filiale di fiducia e d’amore che sant’Eugenio mostrò fin da suoi primo incontro con lui, il 20 dicembre 1825.

«O Leone XII! - scrisse al termine della prima udienza avuta con il Papa - (…) sarete considerato sempre da noi un benefattore e il padre della nostra Società». Egli lo chiamava: «protettore immortale» (30 luglio 1847); «il grande Papa Leone XII» (28 novembre 1854); «Il Nostro Santo Padre Papa Leone XII, nostro insigne benefattore» (15 agosto 1859). Fino a dire che la Congregazione «è stata fondata da Papa Leone XII» (14 settembre 1833).

Ed ecco la preghiera che abbiamo formulato:

Signore Gesù, tu hai ispirato sant’Eugenio de Mazenod di fondare una comunità di missionari per continuare l’annuncio della buona novella ai poveri.

Erano 22 i primi missionari quando egli venne qui a Roma perché la Chiesa ne riconosce la vocazione. Adesso siamo oltre 3.300 e con noi ci sono membri di tanti istituti e tanti laici che si ispirano al medesimo carisma.

Tu sei il nostro vero Fondatore e gli apostoli i nostri primi padri. Ma per chiamarci alla tua sequela e a condividere la tua missione ti sei servito di sant’Eugenio. Poi ti sei servito di Papa Leone XII per innestarci sull’albero della Chiesa e anche lui sant’Eugenio considerava nostro Fondatore.

Siamo qui per ringraziarti della nostra chiamata e ringraziare Papa Leone XII che ci accolse nella tua Chiesa in nome tuo.

«O Leone XII! (…) sarete considerato sempre da noi un benefattore e il padre della nostra Società».

Accogli la nostra gratitudine per la tua visione profetica sulla nostra Congregazione, la nostra riconoscenza per quanto hai fatto per la sua pronta approvazione.

Continua, insieme a sant’Eugenio, a intercedere per noi presso il Padre, per la nostra fedeltà, per la nostra pronta corrispondenza ai bisogni della Chiesa e dell’intera umanità di oggi.

Vogliamo da qui riprendere il nostro cammino, in comunione con il tuo successore, Leone XIV e con tutta la Chiesa, «splendida eredità del Salvatore», che continua a chiamarci «a gran voce».

Maria Immacolata, il cui nome portiamo con gioia anche grazie al tuo intervento, e che tu xi hai invitato a contemplare come “Madre di Misericordia”, ci protegga sempre e ci accompagni nella nostra missione.






mercoledì 18 febbraio 2026

Le solite cose, ma sempre belle

Breve corso a un gruppetto di suore della Famiglia Paolina. Come "manuale" il mio libro Ci aspetta in Galilea. Ho iniziato le lezioni così:

«Circondati da tale moltitudine di testimoni, avendo deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, colui che dà origine alla fede e la porta a compimento». La Lettera agli Ebrei ci ricorda che nella nostra corsa, come in quella nello stadio, tre cose sono indispensabili se vogliamo raggiungere la meta.

Anzitutto liberarsi da ogni bagaglio inutile, non soltanto dai legami del peccato, ma anche da tanta zavorra, che ingombra e ingolfa il cuore, così da correre spediti.

In secondo luogo occorre la perseveranza, la resistenza, la capacita di tenuta, che nasce dalla convinzione che Dio e con noi con la sua grazia, e dalla decisione di voler giungere alla meta ad ogni costo.

Ma la cosa più importante e aver ben chiaro il punto di arrivo! L’atleta, prima ancora di spiccare la corsa, fissa bene la meta e unicamente ad essa mira quando e in pista. Anche noi siamo invitati a tenere lo sguardo ben fisso su Gesù che ci ha preceduti. Siamo protesi verso rincontro con lui, per conquistarlo, noi che siamo già stati conquistati da lui. Così ci guida verso la meta ultima, il Paradiso, il Padre.

 Spesso ci si chiede come sarà la vita consacrata in questo nuovo millennio appena iniziato. Se avessero rivolto una domanda analoga ai monaci dell’anno Mille, non avrebbero certo previsto la novità epocale che di lì a poco avrebbero operato gli ordini mendicanti lasciando i luoghi solitari, deserti e montagne, per andare a vivere in citta, rinunciando alla stabilita per l’itineranza, alle grandi strutture per delle agili fraternita... I monaci che venivano dal primo millennio non potevano prevedere le nuove forme di vita religiosa che sarebbero sorte nel secondo millennio, ma lo Spirito Santo sì!

Chissà che anche per il terzo millennio lo Spirito Santo non stia disegnando qualcosa di nuovo per la vita consacrata. Lungo la storia della Chiesa ha mostrato di saperlo fare con molta creatività. E in gioco uno dei più grandi doni che egli ha comunicato alla Chiesa. Se è stato lui a suscitare la vita consacrata quale vita carismatica per eccellenza, chi altri se non lui potrà vivificarla e spalancarle nuovi orizzonti? Più che i nostri progetti e i nostri sforzi occorrerà la piena disponibilità e docilità alla sua azione. Non è certo un invito alla passività e alla rassegnazione. È piuttosto la richiesta di una vigile attenzione alle indicazioni che rivolge oggi alla sua Chiesa. Parlare di futuro della vita consacrata è un azzardo: chi se non lo Spirito Santo ha in mano il futuro della Chiesa e in essa quello della vita consacrata? Forse, più semplicemente, possiamo interrogarci su come oggi siamo chiamati a vivere i valori fondamentali che sono all’origine della nostra vita, in modo da affrontare le sfide del presente e del futuro, e cercare di cogliere alcuni indizi che ci lasciano intravedere le piste che potremo percorrere

Ed è quello che ho cercato di fare mostrando le grandi componenti della vita consacrata: cristologica ed evangelica, teologale, apostolica, pneumatica... Mi trovo a parlare sempre delle solite cose, ma sono sempre belle! 

Ed è 

martedì 17 febbraio 2026

Festa per i 200 anni

Di festa in festa. Questi giorni di celebrazioni sono beli e profondi. Oggi ritiro con uno dei primi compagni di sant’Eugenio, il venerabile Domenico Albini: come viveva la regola? Poi messa solenne con il cardinale Tagle…

Bello anche il pomeriggio di ieri con una diretta seguita in tutto il mondo. Eccone un momento:

https://youtu.be/cTuw-CXE910?si=6DAtf3iTvyfdsKYl



lunedì 16 febbraio 2026

In nome di Dio, siamo santi

Secondo giorno di celebrazioni dei 200 anni. Oggi tappa a san Silvestro al Quirinale, dimora romana di sant’Eugenio. Messa solenne presieduta da mons. Steckling, vescovo in Uruguay, già nostro superiore generale…

Qui sant’Eugenio pregò, attese, sperò, si mosse per incontrare continuamente persone che potessero favorire l’approvazione della sua Regola…

Finalmente, a febbraio, in un freddo giorno d’inverno, la notizia tanto attesa: Papa Leone XII aveva approvato le Costituzioni e le Regole degli Oblati Missionari di Maria Immacolata. Era il 17 febbraio 1826.

Due giorni prima – ci siamo stati ieri –, nella chiesa di Santa Maria Campitelli, aveva atteso tutta la mattina che i cardinali, riuniti nell'edificio di fronte a dove risiedeva il cardinale Pacca, prendessero la decisione che avrebbe determinato il futuro della sua Congregazione. Partecipò a nove Messe consecutive, in preghiera continua. Quando se ne andò, i cardinali avevano già detto al papa che erano favorevoli all'approvazione. Il giorno dopo scrisse: "Zitto! caro Tempier, te lo dico a bassa voce, ma abbastanza forte da farti sentire. Ieri, la Congregazione dei Cardinali ha approvato all'unanimità le Regole di Eccellenza... la condotta della Divina Provvidenza in questa questione è stata ammirevole." "Possiamo capire cosa siamo! (…) Non vi sembra forse che sia segno di predestinazione portare il nome degli Oblati di Maria, cioè consacrati a Dio sotto l'egida di Maria, il cui nome porta la Congregazione, come cognome a lei comune con la Santissima e Immacolata Madre di Dio?"

Fu un momento di profonda gioia, non solo per Eugenio, ma per ogni missionario che un giorno avrebbe camminato sulle sue orme. La Chiesa aveva abbracciato la loro missione. Il loro carisma era ora sigillato, riconosciuto e affidato al mondo.

Due secoli dopo, questa approvazione continua a dare frutti in ogni angolo del mondo.

Il 18 febbraio 1826, Eugenio scriveva a p. Tempier e a tutti gli Oblati: «Mio caro amico, miei cari fratelli, il 17 febbraio 1826, ieri sera, il Sovrano Pontefice Leone XII ... ha approto l'Istituto, le Regole e le Costituzioni degli Oblati Missionari della Santissima e Immacolata Vergine Maria (...). Le regole sono state approvate dalla Chiesa, dopo il più attento esame. Sono state giudicate sante e perfettamente adatte a guidare coloro che le hanno accolti verso la loro fine... Nel nome di Dio, siamo santi».

L’approvazione ci ricorda che la nostra missione non è nostra. È la missione affidataci dalla Chiesa, plasmata dal Vangelo, guidata dallo Spirito.

Questo anniversario ci invita alla gratitudine... ma anche al rinnovamento, a riscoprire il fuoco che ardeva nel cuore del nostro Fondatore.

Ciò che Eugenio ricevette a Roma non fu una ricompensa, ma una responsabilità, una missione verso i poveri, gli abbandonati, i dimenticati. Oggi ereditiamo la stessa responsabilità. Vivere le Costituzioni e le Regole non come un libro, ma come uno stile di vita, nella fiducia che Dio continui a guidare la nostra Congregazione.

San Eugenio diceva: sono "il mio vade mecum, il mio tesoro", mostrano "il prototipo del vero Oblato di Maria". Sono lo strumento con cui il Fondatore trasmette il carisma. Ancora oggi, come molti anni fa, ci ripete: "Leggete, meditate e osservate le vostre Regole e diventerete veri santi, edificherete la Chiesa".

Duecento anni fa, una firma a Roma cambiò il corso della nostra storia. Oggi celebriamo non solo un evento... ma una grazia. Che questo anniversario rinnovi i nostri cuori, rafforzi la nostra missione e ci ispiri a camminare con coraggio nel prossimo secolo di vita oblata.


domenica 15 febbraio 2026

Lettera a Leone XII

15 febbraio 2026. P. Eugenio de Mazenod era solo a pregare nella chiesa di Santa Maria in Campitelli. Gli altri 21 missionari erano rimasti in Francia. Una famiglia piccola, fragile, sospesa a un filo: il Papa l’avrebbe approvata. Per 15 febbraio in quella chiesa pregò tutta la mattina.

Oggi, 200 anni dopo, eravamo una schiera. Se lo sarebbe mai immaginato? Non soltanto un centinaio di Oblati, ma anche tanti laici, COMI, Oblatas, tutti legati dal suo carisma, tutti figli e figlie suoi.

E che gioia, che festa! Davvero una bella famiglia, la famiglia di sant’Eugenio. Dal cielo ci avrà guardati contento.

Un paio di mesi prima, l’8 dicembre 1825, ancora titubante, aveva scritto a papa Leone XII, in vista dell’incontro che avrebbe dovuto avere con lui il 20 gennaio 1826. Scrisse nel suo bell’italiano. Eccone alcuni brani:

«l’abate de Mazenod, fin dall’anno 1815, il sovrano pontefice Pio VII avendo manifestato che desiderava che si facessero in Francia dalle missioni al popolo demoralizzato dalla rivoluzione, assieme ad alcuni compagni scelti si fece un dovere di consacrarsi a questo ministero nella diocesi di Aix in Provenza. (…)

Colpiti essi stessi dei prodigi che la grazia operava per mezzo del loro ministero, capirono che, per rendersi degni della loro vocazione, bisognava camminare sulle orme dei santi e procurare ai soggetti della società la facilità di poter travagliare all’opera della propria perfezione nel tempo stesso che procurerebbero ai popoli mezzi opportuni di santificazione predicando loro la penitenza.

Fu comune risoluzione di abbracciare i consigli evangelici e di darsi senza riserva a tutto ciò che potrebbe procacciare maggiormente la gloria di Dio, la salute delle anime le più derelitte ed il servizio della Chiesa.

Le regole e le costituzioni della società dei Missionari Oblati di s[an] Carlo (questo fu il nome che presero), chiamati volgarmente Missionari di Provenza, furono composte in questo senso.

I missionari consacraronsi principalmente alle missioni, fine principale del loro istituto, preferendo sempre i paesi più abbandonati, ove predicano in lingua volgare, cioè nel patois, idioma del volgo, che in quei paesi fuor di mano non capisce bene il francese. Diedero soccorso al clero per la riforma dei costumi cogli esercizi ed una buona educazione chiericale nei seminari. Aiutarono la gioventù, formando congregazioni cristiane per sottrarla alla corruzione del secolo. Finalmente si diedero tutti al servizio dei poveri prigionieri, che istruiscono, ai quali amministrano i sacramenti, e che accompagnano persino sul palco quando vengono condannati a morte…

Ma questa famiglia, della quale la Santità Vostra è l’amato padre, questa famiglia, tutta dedita alla Chiesa, alla santa Sede ed alla sacra persona della Santità Vostra, la supplica di aggiungere ai benefizi già accordati quello di darle la consistenza, che solo può tenere dalla Santità Vostra e che aspetta con intiera fiducia dall’approvazione formale che Vostra Santità si degnerà dare alle sue regole…

Si degni dunque, beatissimo Padre, dare l’ultima mano e consolidare per sempre un opera tanto importante, munendola della sua pontificia sanzione e della sua apostolica benedizione.

sabato 14 febbraio 2026

Mario Borzaga e la Regola

 

In un vecchio quaderno degli anni Cinquanta sono annotate, da mano ignora, una serie di conferenze di p. Drouart: “Lo spirito delle Nostre Sante Regole”. In esergo si legge: “Chi ama e vive le C.C.R.R. ama il B. Eugenio, ma non tutti quelli che amano il B. Eugenio amano e vivono le C.C.R.R.”.

La prima parte della frase è significativa. Tanti Oblati in quegli anni conoscevano poco o niente del Fondatore, eppure tanti sono divenuti grandi missionari… Su cosa si formavano? Non avevano gli scritti del Fondatore e conoscevano poco o niente della sua biografia. Ma avevano la Regola, nella quale sant’Eugenio ha messo tutta la sua anima. Quelle note di p. Drouart – che come vedremo anche p. Mario Borzaga ha ascoltato, sempre con il suo solito senso critico – dicevano: «Cos’è dunque per noi oblati la S. Regola? Non è un libro di prescrizioni, di restrizioni volitive, ma è il nostro codice di perfezione, di santità, di apostolato. Fra il susseguirsi matematico degli articoli circola uno spirito, del resto frequentemente espresso, che è l’anima della nostra vita apostolica e religiosa».

Mentre anni fa scrivevo la biografia di p. Mario Borzago, mi meravigliavo di non trovare mai nei suoi scritti il nome di Eugenio de Mazenod o un suo riferimento. Nessuno gliene aveva parlato. Allora compresi che nella Regola p. Mario aveva trovato quanto bastava per la sua formazione. Lo stesso per tanti altri missionari. Ma davvero la Regola di sant’Eugenio è stata importante nella vita di p. Mario?

Il 21 novembre 1956 faceva la sua oblazione perpetua. Il giorno prima, con il suo tipico stile scanzonato e insieme estremamente serio, pensa a cosa farà con la professione: «Gli darò una stretta di mano [a Gesù], così di passag­gio, dato che anche il 21 novembre è uno dei tanti 365 giorni del cinquantasei. Quasi indifferentemente, ma so che Gesù non lascerà la mia mano per tutta la mia vita, a meno che con l’al­tra non gli dia una pugnalata». Difatti Gesù l’ha tenuto stretto per mano fino al martirio.

Il giorno seguente racconta come ha vissuto la sua professione: «Alla Comunione ho recitato ad alta voce con fermezza la mia oblazione perpe­tua, e mi sono meravigliato di non tremare per nulla, nemme­no per il freddo. (…) Poi mi hanno imposto la croce, lo scapolare, mi hanno dato la Regola: Hoc fac et vives. Se farò questo vivrò, e ho perciò deciso che finché vivrà farò senz’altro questo e null’altro. Poi un abbraccio gene­rale a tutti i confratelli». Ed ecco spunta finalmente anche l’autore della Regola!: «Il Fondatore fra di noi non c’era, ma avrei voluto che ci fosse stato per abbracciare anche lui».

Il 17 febbraio 1957 torna il pensiero alla Regola, vista come espressione e sintesi del Vangelo: «Domenica. Vacanza grande: è l’anniversario del­l’approvazione delle Regole. Il P. Superiore, stamane, ha parla­to così bene della Regola, strada del cielo. Luce, amore, San­gue, simbolismi, e realtà care a Giovanni, Via, Verità, Vita, Croce, nomi sacri del Vangelo per me sono la Regola e perciò è Santa. Qui è la strada che conduce a Cristo. Tutta la bellezza del Vangelo: il cammino dei discepoli di Emmaus, la notte di Nicodemo, il colloquio al pozzo, la sera della Pasqua, il pomeriggio ai piedi della Croce, li potrò rivive­re praticando la Regola. Questo il Vangelo, se per Vangelo in­tendo ancora l’annuncio del Cristo alle genti, se per Vangelo in­tendo quella raccolta di precetti e consigli che conducono alla santità, alla Vita eterna, me e le anime che mi avvicineranno. Non devo e non voglio cercare Gesù altrove se non là dove me l’addita la Chiesa cattolica, sua Sposa vermiglia: quam ac­quisivit sanguine suo».

Vede la Regola anche come espressione della Chiesa: obbedire alla Regola sarà un modo per vivere la fedeltà alla Chiesa «”Parla il Papa”, ma non solo dalla loggia Vaticana, alla Radio, ma per me solo da questo libretto, dalle pagine di un libretto che lascio spesso in fondo al banco a sonnecchiare e nel cuor mio a dormire della grossa. “Credo nella Chiesa cat­tolica”: lo dico tutti i giorni, e perciò credo alla Regola. È dif­ficile a praticarsi, ma Gesù non ha mai dato per facili i suoi precetti, né la Chiesa ritiene uno scherzo il martirio… La Regola mi offre l’occasione di non essere un parassita dell’Eucaristia. Se devo vivere la mia Messa, ossia il Sacrificio, la Regola mi offre uno splendido allenamento… nella Regola, che il Cri­sto mi mette in mano, trovo la via più semplice ed adatta per ottenere la Fede e l’Amore capaci di superare la prova finale».

Forse p. Mario non ha mai letto la lettera del 18 febbraio 1826 che sant’Eugenio aveva indirizzato agli Oblati subito dopo l’approvazione; diceva le stesse identiche cose: «le nostre Regole… non sono più dei semplici regolamenti, delle semplici direttive devozionali, sono Regole approvate dalla Chiesa dopo l’esame più minuzioso... Sono divenute patrimonio della Chiesa che le ha adottate. Il Papa, approvandole, ne è divenuto il garante».

Il 25 febbraio 1957 è il giorno della prima messa di p. Mario. Cosa chiede al Signore? Niente meno che l’osservanza della Regola! «Avevo pensato di chiedere al Cristo, nato da me, la grazia assicurata del mar­tirio, dell’apostolato alla San Francesco Saverio, della predica­zione e del ministero fecondo; e invece chiesi di osservare sem­pre alla perfezione la Regola dei Missionari Oblati di Maria Immacolata: la Grazia da oggi è stata concessa: finalmente ri­conciliato, ci voleva il Sacrificio dell’altare! Viva Maria!».

A sera benedizione solenne presieduta dal novello sacerdote. Di nuovo il pensiero alla Regola, o meglio alle parole che gli vennero dette quando, durante l’oblazione perpetua, gli veniva consegnata la Regola: «Quando gli apostoli andarono a due a due in direzione del mondo, non avevano un’impresa facile come programma; ma Gesù non aveva fatto la promessa dello Spirito, il Consola­tore? E Gesù stesso, che aveva accompagnato in persona i loro primi passi, non aveva assicurato che sarebbe stato con loro fino alla fine del mondo tutti i giorni? Ecco la Grazia! (…) Quando, alla Professione, una mano sacerdotale mi dava la Re­gola e mi diceva «Hoc fac et vives», c’era Gesù accanto che soggiungeva: Ego vobìscum! E basta».

Il 18 Lunedì 1957, durante la meditazione, avverte una speciale presenza di Maria e scrive: «Ella è l’unica che mi può aiutare ad osservare la mia Regola di suo Oblato; e devo dirlo: la Regola per me è l’unica scorciatoia alla santità. La Regola che mi ha dato in mano l’Immacolata come testimone del suo Amore, per me e che io devo amare».

Nel 5 giugno 1957 una preghiera rivolta a Gesù: «Non sono che un povero schiavo nelle tue mani, o Gesù, fanne quello che tu vuoi. Anche il bene che faccio è tutto tuo, il mio Amore non ti può che appartenere. Anche la minima espressione della tua Volontà, significatami dalla Regola, mi deve interessare a fondo come l’unica e più importante cosa che in quel momento esista per me al mondo».

Infine il pensiero alla Regola torna nella lettera che, al termine del suo cammino di formazione, indirizza al superiore generale in vista della “prima obbedienza”: «S. Giorgio Canavese, 2 marzo 1957. Rev.mo P. Generale (…) Come al Signore Gesù, così a Lei esprimo tutta la mia grati­tudine per essere stato accolto e formato in questa Congregazione della quale la Vergine Immacolata ha voluto farmi parte. Con­servo solo la tristezza di non avere abbastanza amato e osservato la Santa Regola in questi anni: mentre quindi gliene chiedo per­dono, Le vaglio rinnovare propositi di assoluta fedeltà e obbedienza. (…) Le assicuro la mia povera preghiera e il mio amore alla Santa Regola come testimonianza del mio amore per Lei e per la Con­gregazione».

È evidente che la formazione oblata e missionaria è passata attraverso la Regola.

Una volta giunto nel Laos inizia per p. Mario il duro cammino missionario. La Regola? L’anima della Regola gli è entrata dentro e continua a guidarlo, ma la lettera… È impossibile seguire la lettera.

Il 4 dicembre 1957 nel diario annota: «Bella giornata. Il tramonto è verso il fiume Mekong: sembra un paesaggio da presepio, uno sfondo di quelli che dipingeva papà durante le lunghe serate di dicembre. La giornata è così disposta: ore cinque sveglia, 5,15 preghiera del mattino, poi tre quarti d’ora di meditazione al buio pesto, quindi Messa. Dalle 8 alle 9,30 scuola. Alle 12 meno 20 sesta, nona e esame particolare, 12 pranzo; 2,30 scuola; 6,30 orazione. Tutto sommato è un buon orario. Do alla preghiera tutto il tempo previsto dalla Regola. Tuttavia non sono ancora convinto della Regola». E qui torna il ricordo delle conferenze di p. Drouart: «P. Drouart dice che è ancora d’attualità: ma anche la bicicletta è ancora d’attualità tuttavia è meglio andare in macchi­na. È il nostro tormento. Ma in qualche maniera ci arriverò anch’io. Mi cascano gli occhi per un po’ di stanchezza, perciò devo reagire. Continuo imperterrito i miei lavori. Spero che Gesù mi insegni ad amare e a soffrire. Non desidero altro e a fare sempre tutta la sua Volontà».

Pochi anni più tardi, grazie al Concilio, la Regola degli Oblati si adatterà al mondo che cambia. P. Borzago ne avvertiva già la necessità. Intanto rimane fedele, come testimonia uno degli Oblati che viveva con lui: «Non perdeva neanche un minuto. Era sempre legato ai lavori umili, semplici: portare legna, trasportare carbone. Era l’uomo del dovere come vita religiosa, come studio e anche come vita personale: l’uomo della Regola; quello che c’era da fare lo faceva con serietà, con una certa assenza di tutti gli altri doveri; cioè quando era il tempo della preghiera o dello studio o dei lavori, era tutto per quello che bisognava fare: age quod agis! Non si concedeva la licenza di fare cose che non fossero compatibili con la preghiera, con lo studio o con altre incombenze».

La stessa fedeltà chiede alla sorella Lucia, membro dell’Istituto secolare delle OMMI: «Kiucatian, 27 marzo 1960: Carissima Lucia… Fai sempre con gioia tutta la volontà di Dio secondo le regole e lo spirito del tuo Istituto e non prenderti mai delle preoccupazioni per le cose che non ti riguardano».

Ma anche per il suo Istituto vorrebbe che la Regola fosse sfoltita e portata all’essenziale. Il 4 ottobre 1959 scrive che una Oblata deve tornare da Paksane, «ma non sa come fare perché la regola le impedisce di tornare sola: così la regola le impedirebbe pure di andare sola con un padre, parimenti assieme ad un’altra signorina e due padri e così via di seguito in progres­sione aritmetica, fino all’infinito che, fuori di Dio, è sinonimo di ridicolo. E pensare che gli istituti secolari sono stati fondati appunto per dar modo alla matematica di essere applicata solo alle macchine e alle costruzioni e lasciare in pace il tempo, le vesti, le case, i muri, le finestre, le stoviglie, le strade, il giardino, il cervello di coloro che hanno fatto voto di applicarsi solo a Dio».

Sarebbe bello percorrere la storia degli Oblati durante questi 200 anni dall’approvazione della nostra Regola da parte di Papa Leone XII, per vedere come li ha ispirati, sostenuti, portati avanti nel loro lavoro missionario e nel cammino di santità.

P. Mario Borzaga ne è un esempio.