15 febbraio 2026. P. Eugenio de Mazenod era solo a pregare
nella chiesa di Santa Maria in Campitelli. Gli altri 21 missionari erano
rimasti in Francia. Una famiglia piccola, fragile, sospesa a un filo: il Papa l’avrebbe
approvata. Per 15 febbraio in quella chiesa pregò tutta la mattina.
Oggi, 200 anni dopo, eravamo una schiera. Se lo sarebbe mai
immaginato? Non soltanto un centinaio di Oblati, ma anche tanti laici, COMI,
Oblatas, tutti legati dal suo carisma, tutti figli e figlie suoi.
E che gioia, che festa! Davvero una bella famiglia, la
famiglia di sant’Eugenio. Dal cielo ci avrà guardati contento.
Un paio di mesi prima, l’8 dicembre 1825, ancora titubante,
aveva scritto a papa Leone XII, in vista dell’incontro che avrebbe dovuto avere
con lui il 20 gennaio 1826. Scrisse nel suo bell’italiano. Eccone alcuni brani:
«l’abate de Mazenod, fin dall’anno 1815, il sovrano
pontefice Pio VII avendo manifestato che desiderava che si facessero in Francia
dalle missioni al popolo demoralizzato dalla rivoluzione, assieme ad alcuni
compagni scelti si fece un dovere di consacrarsi a questo ministero nella
diocesi di Aix in Provenza. (…)
Colpiti essi stessi dei prodigi che la grazia operava per
mezzo del loro ministero, capirono che, per rendersi degni della loro
vocazione, bisognava camminare sulle orme dei santi e procurare ai soggetti
della società la facilità di poter travagliare all’opera della propria
perfezione nel tempo stesso che procurerebbero ai popoli mezzi opportuni di
santificazione predicando loro la penitenza.
Fu comune risoluzione di abbracciare i consigli evangelici e
di darsi senza riserva a tutto ciò che potrebbe procacciare maggiormente la
gloria di Dio, la salute delle anime le più derelitte ed il servizio della
Chiesa.
Le regole e le costituzioni della società dei Missionari
Oblati di s[an] Carlo (questo fu il nome che presero), chiamati volgarmente
Missionari di Provenza, furono composte in questo senso.
I missionari consacraronsi principalmente alle missioni,
fine principale del loro istituto, preferendo sempre i paesi più abbandonati,
ove predicano in lingua volgare, cioè nel patois, idioma del volgo, che in quei
paesi fuor di mano non capisce bene il francese. Diedero soccorso al clero per
la riforma dei costumi cogli esercizi ed una buona educazione chiericale nei
seminari. Aiutarono la gioventù, formando congregazioni cristiane per sottrarla
alla corruzione del secolo. Finalmente si diedero tutti al servizio dei poveri
prigionieri, che istruiscono, ai quali amministrano i sacramenti, e che
accompagnano persino sul palco quando vengono condannati a morte…
Ma questa famiglia, della quale la Santità Vostra è l’amato
padre, questa famiglia, tutta dedita alla Chiesa, alla santa Sede ed alla sacra
persona della Santità Vostra, la supplica di aggiungere ai benefizi già
accordati quello di darle la consistenza, che solo può tenere dalla Santità
Vostra e che aspetta con intiera fiducia dall’approvazione formale che Vostra
Santità si degnerà dare alle sue regole…
Si degni dunque, beatissimo Padre, dare l’ultima mano e
consolidare per sempre un opera tanto importante, munendola della sua
pontificia sanzione e della sua apostolica benedizione.




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