giovedì 21 gennaio 2021

I santi della carità della porta accanto

Al termine dell’enciclica sull’amor di Dio scritta 15 anni fa, Benedetto XVI portava l’esempio dei tani santi che “hanno esercitato in modo esemplare la carità”. Nominava per primo Martino di Tours († 397) e ricordava che fece a metà del suo mantello con un povero: “Gesù stesso, nella notte, gli appare in sogno rivestito di quel mantello, a confermare la validità perenne della parola evangelica: « Ero nudo e mi avete vestito ... Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me »”.

Il Papa ricorda poi i grandi monaci dell’antichità e “le grandi strutture di accoglienza, di ricovero e di cura sorte accanto ai monasteri”. Ricorda le figure di santi come Francesco d'Assisi, Ignazio di Loyola, Giovanni di Dio, Camillo de Lellis, Vincenzo de’ Paoli, Luisa de Marillac, Giuseppe B. Cottolengo, Giovanni Bosco, Luigi Orione, Teresa di Calcutta…

Mi hanno chiesto di guidare un breve incontro – via zoom – sui santi della carità. Potrei seguire la traccia indicatami dal Papa. Ho invece pensato di parlare di “santi” contemporanei, a partire dal sindaco di Rocca di Papa uno che ci ha lasciato l’anno scorso, e altri come Giorgio La Pira, Chiara Luce Badano… Persone vicino a noi, che possiamo aver conosciuto… a testimonianza che la carità non è un ideale lontano, irraggiungibile… È vissuto anche dai santi “della porta accanto”.

A venerdì sera, 22 gennaio, ore 21:

https://us02web.zoom.us/j/81480442303?pwd=b1F6TW5QVjRQVDY0MVYvdDhDbEpDUT09



mercoledì 20 gennaio 2021

Post numero 4.000

Siamo al post numero 4.000... Tanti ne ho scritti in questi anni! 
Oggi non scrivo niente... Condivido soltanto giochi di neve disegnati dal vento, che mi giungono dal Canada, terra dei miei sogni!









martedì 19 gennaio 2021

Maria umanità nuova e la sua opera: Gesù

 


Continuo a leggere il diario di padre Santino:

10 ottobre 1973 - “Ave Maria, piena di grazia”: questa la “prima” parola da Dio detta alla “umanità nuova”. Ci ha mostrato il disegno suo su di noi: il nostro dovere essere, come lui ci vede. Ecco più chiaro perché San Paolo disse: “ci ha scelti da tutta l'eternità per essere santi e immacolati al suo cospetto…”. L'umanità nuova è Maria.

È consolante pensare che Dio ci vede così. Quanto devi amarci! Mistero insondabile! Tutto il resto, tutti gli avvenimenti, tutti i passi, tutti gli appelli sono in funzione di quella realtà: per essere “umanità realizzata”, come Maria.

Non so cosa voglia dire, ma sento che è un mistero attraente da cui sei risucchiato, ma che è “comunione” con Dio.

10 dicembre 1973 - Cosa vorrà la Madonna? Noi vogliamo essere suoi e basta; “suoi” che vuol dire appartenere a quella “schiera” di figli simile a Lei che lei si sta forgiando nella Chiesa perché, rivivendola, esprimano Gesù “vivo”: Gesù vivente e visibile oggi nei laici consacrati, nelle famiglie “nuove”, nei sacerdoti, nei figli dei Fondatori, nei giovani… Vedi un laico, vedi Gesù. Vedi una mamma, vedi Gesù. Vedi un giovane sprizzante vita, vedi Gesù. Vedi un benedettino, vedi Gesù che prega. Vedi un gesuita, vedi Gesù tutt'uno con la volontà del Padre: fino alla morte in croce. Vedi un Oblato, vedi Gesù.

Questa è l'“Opera di Maria”: Gesù. E noi, per la misericordia di Dio, siamo chiamati ad essere in “Maria”, corpo suo Mistico per quell'Opera...

lunedì 18 gennaio 2021

Tra gli zulu del Sudafrica


Anche col Covid, chi ci impedisce di viaggiare?... almeno con i ricordi! Ed ecco quanto ho pubblicato su Città Nuova

Lungo la strada mi lascio attrarre dai tetti di paglia compatta che spuntano tra l’erba alta, un piccolo villaggio zulu perduto nella savana. Lasciamo la macchina e ci inoltriamo a piedi. Davanti alla prima casa una bella signora intenta a stendere i panni. Sylvester, che mi accompagna, le spiega che vengo da Roma. Mi accoglie sorridente e mi introduce nel villaggio. Case di fango costruite e rifinite alla perfezione, con graffiti di linee geometriche sulle pareti. Donne e bambini si fanno attorno. Non scorgo nessun uomo, forse sono a lavorare nei campi. Vedono la piccola croce che porto al collo mi chiedono una benedizione. Il villaggio segue la Chiesa africana indipendente, una delle più potenti in Sud Africa, un cristianesimo che convive con le credenze tradizionali. Hanno profondo rispetto per i cattolici e mi sorprende il senso dell’accoglienza.

«Si catturano più mosche con una goccia di miele che con un barile di aceto – mi ricorda il vecchio missionario col quale ho intrapreso il viaggio –. Bisogna anzitutto conquistarsi il cuore di questa gente. Non si può ottenere nulla se non si conquista il loro cuore. Se riesci a farti amare, hai conquistato la persona che avvicini». Mentre ripartiamo, rivolgendosi a lui, che le donne del villaggio gli gridano: «Portaci sempre nel tuo tarì», la sciarpa di lana o la pelliccia di antilope con cui le mamme assicurano il bambino dietro le spalle. Vedono il mio vecchio missionario più come una madre che come un padre! Additandolo, dicono ancora, sottovoce: «Parla con Dio, vede Dio; ma certo non vuol dirlo. Quando prega è come se mangiasse miele. Se la preghiera fosse pane, ce la farebbe mangiare tutti i giorni».

Partiti da Durban, presto avevamo lasciato l’autostrada per costeggiare il Royal Natal Park. Proseguiamo inoltrandoci in mezzo al grande anfiteatro di montane che si fanno sempre più vicine. Saliamo al passo, 1700 metri, e ci fermiamo per guardare in dietro, da lassù, il Kwazulu, la terra degli zulu.

Il vecchio missionario che mi accompagna si confida con semplicità: «Gli Zulu sono duri e fieri, ma non mi sono mai scoraggiato. Sono contento di stare con loro. Ho sempre continuato a visitare i malati nelle capanne, a salutare tutti, a parlare con tutti, a interessarmi di tutto: il linguaggio della carità è molto più convincente del linguaggio delle labbra: va dritto al cuore».

Lasciamo la provincia del Kwazulu-Natal per entrare nel Free State. Il paesaggio cambia rapidamente. Viaggiamo su un altipiano di 2000 metri, con laghi vicini e picchi lontani. Il luogo ideale – una volta – per gazzelle, antilopi, zebre, leoni. Adesso scorgo soltanto un branco i babbuini che, immobili lungo il ciglio della strada, guardano indifferenti le rare auto che passano. In alto volteggiano le aquile.

Incontriamo piccoli rari villaggi di qualche centinaio di minuscole case costruite recentemente dal governo in sostituzione delle baracche che si ammassavano in maniera caotica senza infrastrutture. Seguiamo lungo la strada che si inoltra verso Sterkfontein Dam Nature Riserve. Lo scenario inizia a cambiare nuovamente: sempre meno boschi sempre più savana, pascoli, alberi spinosi. All’orizzonte si delinea un altro vasto anfiteatro di montagne. Sulla sinistra i picchi oltre i 3000 metri che proteggono il piccolo stato del Lesotho.

Siamo ormai nel Golden Gate Highlands National Park. Sempre nuove montagne, nuovi picchi, nuovi scenari che lasciano senza fiato. È ormai notte quando giungiamo a Bloemfontein.

Ripartiamo per Kimberly. La savana si fa sempre più selvaggia, sempre più bella, più solitaria, animata da animali di cui non conosco i nomi, difficili da avvicinare o anche solo da fotografare perché fuggono velocissimi. Soltanto un branco di antilopi si ferma un attimo, per poi sparire tra gli alberi. Una famiglia di roditori attraversa la strada. Branchi di struzzi pascolano tra l’erba alta.

Kimberley. Sono giunto nel centro geografico del Sud Africa attraversando scenari paesaggistici diversissime. A Durban ho ascoltato la lingua zulu, a Bloemfontein l’afrikaans, il sesutho e naturalmente l’inglese, qui a Kimberley il setswana… Una ricchezza di natura e di lingue che rispecchia la ricchezza umana e culturale di un grande Paese come il Sud Africa.

Il mio vecchio missionario non guarda i paesaggi, ma le rare persone che incontriamo per strada, e continua il suo mantra: «Al di là di tutti i metodi il segreto per toccare e trasformare i cuori è l’amore. Il cuore aiuta la parola. Occorre amare, amare nonostante tutto e sempre. Mi chiamano in un villaggio, in un altro… Non devo domandare chi mi chiama, perché tutti hanno diritto di chiamarmi. Dobbiamo accogliere tutti, sempre, bene».

Il mio vecchio missionario… È stato una guida speciale e un compagno dell’anima in questo viaggio. Aveva 23 anni quando nel 1853 arrivò in Sud Africa. Vi rimase 63 anni, senza mai tornare in Francia. Giovanni Paolo II lo ha proclamato beato il 15 settembre 1988: p. Giuseppe Gérard, Oblato di Maria Immacolata, padre di questa nazione.

 


domenica 17 gennaio 2021

La pandemia, una via per rigenerare un’umanità nuova?

 


Incontro con una ventina di giovani suore Salesiane. Via zoom, naturalmente, ma non meno efficace. Avevano visto il film di Chiara Lubich e si erano interrogate su come ella aveva reagito davanti alla decisione della Santa Sede di allontanarla della sua Opera.

Proporzioni fatte ognuno vive crisi simili. In questo tempo di pandemia le giovani suore si sentono “staccate” dalle loro opere, dall’oratorio, dalla scuola… Come vivere questi momenti? Abbiamo ricordato come anche a don Bosco fosse stato chiesto di “allontanarsi” dai suoi giovani, la sua opera più bella, quando gli venne proibito di confessarli. Inutilmente attese che il papa lo ricevesse per difendersi dalle accuse e poter chiarire le cose… Anche Maria Mazzarello fu allontanata dal suo paese dove aveva iniziato la sua opera…

A mia volta ho ricordato che gli Oblati, subito dopo la morte di sant’Eugenio, vennero allontanati da Marsiglia, dove il nuovo vescovo pensò bene di requisire case e beni; e fu l’inizio della grande espansione missionaria!

Sempre così, come ricorda san Paolo nella lettura di oggi: le opere di Dio vanno pagate “a caro prezzo”, e il primo a sperimentarlo è stato proprio Gesù che ha generato la sua Chiesa sulla croce, e con lui Maria, che diventa Madre della Chiesa proprio quando le è chiesto di perdere il figlio…

Che questa pandemia sia la via per rigenerare un’umanità nuova?

sabato 16 gennaio 2021

"Dove sei?". "E tu, dove sei?"


“Dove sei?”, chiese Dio ad Adamo. Adamo si nascose, non voleva farsi trovare. “Dove sei?”, chiedono i discepoli a Gesù. Gesù li invita a seguirli e li accoglie. Dio cerca l’uomo e l’uomo sfugge. L’uomo cerca Dio e Dio si fa trovare. È un rincorrersi, un cercarsi. Bella questa reciprocità tra Dio e noi, noi e Dio.

Gesù sa comunque quanto è ambigua la nostra ricerca, per questo la domanda: “Che cosa cercate?”. Già, varrebbe davvero la pena chiederci con sincerità: Che cosa sto cercando davvero? Cosa desidera il mio cuore? Qual è la sete che mi porto dentro? Cosa mi appassiona? Cosa mi muove?

Ricordo ancora quello che scrissi qualche anno fa, “parlando” con Gesù:

I discepoli chiedono allora “dove abiti?”. Non cercano evidentemente un luogo fisico — Gesù era in realtà un “senza fissa dimora” — ma, piuttosto, gli chiedono: dove sei? Dove possiamo trovarti per saziare e dissetare questa nostra ricerca? E Gesù propone loro un’esperienza, un incontro, uno “stare ” con Lui che è un “rimanere ” nel suo amore: venite e vedrete. Vanno e si fermano presso di Lui. Poi, lo annunciano ad altri discepoli. Così, il Vangelo c

Avrei voluto essere il terzo discepolo a seguirti in quel pomeriggio assolato. Dove ti eri accampato, là vicino alle rive del Giordano, quando eri andato per farti battezzare? Una capanna, una grotta? Non importa dove abiti, tu che non hai una pietra dove posare il capo. Fosse una reggia o un rifugio di frasche, quel che rimase indelebile negli occhi e nel cuore di quei primi discepoli fosti tu. Cercavano te. Oppure eri tu che cercavi loro?

Fino a quel momento silenziosi, i due giovani sono provocati dalla tua domanda – «Che cosa cercate?» – che li guida verso una consapevolezza più esplicita della motivazione che li ha messi sulle tue tracce: «Rabbì, dove dimori?». Non ti chiedono semplicemente dove abiti, ma dove “dimori”, con quel ricco vocabolo che troveremo lungo tutto il Vangelo di Giovanni. Vogliono conoscere la tua vita, il tuo modo di esistere, il mistero della tua persona. Chi sei in realtà tu, che Giovanni ha indicato come l’agnello di Dio?

La tua risposta è sorprendente: non dici la tua identità, li inviti piuttosto a fare un’esperienza, a stare con te, semplicemente.

Ed ecco un crescendo progressivo affidato a tre verbi: “andarono”, “videro”, “rimasero”.

“Andarono”. È la risposta al tuo invito: “Venite”. Per conoscerti occorre seguirti, accogliere la tua parola e aderivi, fidarsi di te, qualunque cosa tu ci chieda, ovunque tu ci conduca.

“Videro”: è l’illuminazione, frutto della sequela, fino alla scoperta di chi sei veramente.

“Rimasero”, a indicare una relazione stabile, una profonda comunione di vita e di destino. Ti cercano e ti trovano, ti seguono e si fermano, itinerario di ogni vocazione e suo approdo sicuro. Chi ci separerà da te?

Il paradosso è che l’esperienza del “rimanere” si trasforma in quella dell’“andare”. Quel pomeriggio si è impresso indelebilmente nella memoria dei due, eppure non si sono fermati con te. Troppo impellente l’urgenza di condividere l’esperienza vissuta, la scoperta della pienezza di vita: «Abbiamo trovato», e conducono altri a te, in una catena ininterrotta. Iniziata con l’a­nello che congiunge Andrea a Simone, la sequenza dell’annuncio passa di bocca in bocca lungo i secoli, fino a noi.

Sono il terzo discepolo, accanto a quei primi due: anche a me hai chiesto di seguirti, di vedere dove dimori; ti ho conosciuto e sono rimasto con te… chissà se saprò andare e annunciarti e portare a te quanti incontro.

venerdì 15 gennaio 2021

Giorgio La Pira, ovvero la santità quotidiana


Lavora da noi da pochi giorni e ci conosciamo appena. Nella pausa caffè (caffè… si fa per dire: una specie di caffè) scambiamo due parole. Le chiedo quanti sono in casa e lei mi domanda da dove vengo. Dopo 50 anni a Roma la parlata mi tradisce ancora! Così lei mi racconta di quando, ragazzina, andò per la prima volta a Firenze, assieme ai genitori, con la Fiat 850.

Parcheggiano in una piazza del centro (cose di allora) e cominciano la visita da Piazza del Duomo. La mamma compra una piccola guida e davanti al Battistero comincia a leggere. A un certo punto esclama: “Ma io non ci capisco niente”. La sente un signore che sta passando di lì. “Se vuole le spiego io qualcosa, è semplice”. Parla loro delle porte del Battistero e avanti, avanti... Li accompagna lungo la via che conduce a Piazza della Signoria continuando a illustrare monumenti e storia di Firenze. Giunti in piazza si congeda: “Scusate, sono arrivato, devo andare in ufficio”. Pensando che fosse una guida di professione gli chiedono quando devono dargli. Al suo diniego lo invitano a prendere almeno un caffè. “Grazie, ma purtroppo sono un po’ in ritardo, il lavoro mi aspetta”, si congeda ed entra nel Palazzo della Signoria.

Due anni più tardi alla televisione vedono il sindaco di Firenze, Giorgio La Pira: era l’ometto che aveva fatto loro da guida. Forse qualcun altro al suo posto avrebbe tirato dritto mormorando: Ma guarda questi romani ignoranti... Si fermò invece a parlare con loro, come fece con me quella volta per strada... ma questa è un'altra storia.