giovedì 7 gennaio 2021

Le parole e i fatti: il film su Chiara Lubich / 2

 


Una delle scene del film su Chiara Lubich che più mi ha colpito è quando si toglie le scarpe per darle a una donna povera, con i piedi avvolti in pezze.

Innanzitutto lo sguardo: è in mezzo ai suoi bambini di scuola eppure è capace di vedere oltre e di scorgere un bisogno. Ha l’occhio puro.

Non basta. Ecco la risposta: si toglie le scarpe per darle alla donna.

Non basta ancora. Avrebbe potuto chiedere ad una bambina o a un bambino di portarle alla donna. Va lei, senza interposta persona, con gesto silenzioso e sincero.

Chiara ha scritto tanto, ha lasciato tante conversazioni, video, messaggi. Per noi è facile elaborare la sua spiritualità a partire dai suoi scritti.

Ma più parla la vita, parlano i fatti: “Non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità” (1Gv 3,18).

La biografia è un autentico “locus theologicus”. L’ortodossia trova nell’ortoprassi la prima e più sicura verifica, come ricorda nel film il vescovo di Trento, citando il vangelo: “Dai frutti si riconosce l’albero”. 

Mi giungono intanto reazioni al blog di ieri. Tra le altre:

- Carissimo, sono contento di quanto hai scritto a proposito del film su Chiara. Ti posso assicurare che ho vissuto, in qualche modo, la tua stessa esperienza. Parlavi anche di commozione... È difficile che io mi commuova davanti a delle scene toccanti. Eppure il film ha prodotto in me una commozione profonda, continua, non semplicemente di ordine emotivo, quanto spirituale. Sentivo che toccava le fibre più profonde del mio essere e io mi ritrovavo fino in fondo nell'esperienza di Chiara (e delle prime compagne), forse perché "parlava di me", di noi che "viviamo Chiara", il suo carisma. Ciao e grazie.

- Tutti compresi nel sogno di Chiara, in questo film intelligente: è il nuovo linguaggio con il quale Chiara parla veramente a tutti!

- Certo che anche i Magi hanno fatto una forte esperienza di fede … Come loro Chiara aveva la potenza del cuore, della stella, che la spingeva a fare quello che ha fatto. Al cuore non si può comandare, bisogna seguirlo, come i Magi hanno seguito la stella. Si è come ipnotizzati. Se non si segue il cuore, per tutta la vita rimarremo insoddisfatti. Se io non avessi seguito il cuore semplicemente senza complicarmi la vita, non sarei felice dal di dentro come mi sento tantissime volte soprattutto nelle bufere della vita. La forza che dava la stella ai Magi è così convincente che non consente di mettersi a fare calcoli: fa fare le pazzie più pazze per seguire l'Amato... 

mercoledì 6 gennaio 2021

Il protagonista del film su Chiara Lubich / 1




Mi sembrava ci fosse troppa attesa per il film della Rai su Chiara Lubich. Forse, mi dicevo, ci sarà altrettanta delusione, per quanto ben fatto non potrà rispondere all’attesa. Non è stato così. L’ho seguito con gioia, forse anche con una punta di commozione. Mi parlavano di una persona che ho avuto la gioia di conoscere personalmente, di amare, e soprattutto da una persona che mi ha amato e ha avuto fiducia in me.

Non voglio commentare il film, la stupenda interpretazione di Cristiana Capotondi e di tutti gli altri attori e la scelta di presentare un cristianesimo bello, positivo, gioioso, senza quelle incrostature dolciastre, pietistiche o ecclesiastiche che spesso avviliscono la “buona novella”.

Comincio con una percezione che si è consolidata a mano a mano che la storia procedeva: la protagonista vera non era Chiara; ella lentamente lasciata il posto ad un altro, il Vangelo. Quel libriccino in edizione bilingue, un po’ sgualcito, con le sue parole di vita è divenuto il leitmotiv della narrazione, l’ispirazione delle scelte e dei gesti, del percorso di ognuna e di tutto il gruppo. Il Movimento è nato da quel libretto.

 

Il Concilio Vaticano II, con la costituzione dogmatica sulla Parola di Dio, Dei Verbum, ha chiesto che la vita quotidiana dei fedeli sia segnata dalla «frequente lettura delle divine scritture» (n. 25). Ma non era così ai tempi di Chiara, Ancora nel 1961 S. Marsili, poteva scrivere: «In Italia il senso e l’importanza della sacra Scrittura in genere e come parte della liturgia in specie, è un campo quasi inesplorato… Si predica molto, ma purtroppo raramente il cristiano che ascolta viene messo a contatto diretto con la sacra Scrittura».

Con l’invenzione della stampa nel 1500 la Bibbia di fatto si separò dalla liturgia e dalla predicazione. Una volta stampata ognuno avrebbe potuto leggerla personalmente, anche se le copie erano rare e costose; le persone comune ne rimanevano comunque fuori e ricevevano la Scrittura attraverso la mediazione clericale. Ne fu però favorita la Riforma protestante e questo destò la preoccupazione della Chiesa cattolica. Il Concilio di Trento nella sessione quinta, del giugno del 1546, auspica: “non venga trascurato il tesoro celeste dei libri sacri, che lo Spirito Santo ha dato agli uomini con somma liberalità”. Nello stesso tempo, proprio in seno al concilio, si agitava il problema se tradurre o meno la Bibbia in lingua volgare. C’era chi, come il cardinale spagnolo Pacheco, vedeva nelle traduzioni bibliche l’origine di ogni eresia, e chi invece, come il cardinale Madruzzo di Trento, proponeva la traduzione in tutte le lingue.

Poco dopo Pio IV, nel 1564, promulga l’Indice dei libri proibiti, in cui si legge: «In linea generale è proibita ai laici la lettura della Sacra Scrittura in traduzioni moderne. Risulta chiaramente dall’esperienza, infatti, che, se si consente a chiunque di leggere la Scrittura nelle lingue volgari, ne conseguono più danni che vantaggi, a causa della temerarietà degli esseri umani. Soltanto in casi eccezionali, precisamente regolamentati, i vescovi e gli inquisitori possono accordare delle dispense da questa norma. È prevista una sanzione anche per i tipografi». Regola inasprita da Clemente VIII nel 1596, che ritira «a vescovi, inquisitori e superiori regolari il potere di permettere di acquistare, leggere o possedere delle Bibbie in lingua volgare», riservandolo alla Santa Sede.

Nella prassi ogni parroco e confessore vigilava sulle letture dei suoi parrocchiani o dei suoi penitenti. Il messaggio biblico era sempre veicolato attraverso le vie della predicazione e del catechismo.

Come eravamo lontani dai tempi del Padri della Chiesa, quando san Giovanni Crisostomo rivendicava per tutti i laici il contatto costante con la Scrittura ed esortava i padri di famiglia: “Quando ritornate a casa dovreste prendere la Scrittura e con vostra moglie, coi vostri figli rileggere e ripetere insieme la parola ascoltata [in chiesa]”.

Agli inizi del XX secolo (1902) il vescovo di Laval, monsignor Geay, lamentava: «Ciò che oggi ci manca è il Vangelo! La nostra decadenza cristiana non ha altra causa. Non leggiamo più il Vangelo, il Vangelo non è più conosciuto [...]. Questo libro è scomparso dalle nostre mani». Chissà come sarebbe stato contento a vedere il film di Chiara…

 

martedì 5 gennaio 2021

Lo scambio dei doni. La leggenda dei Re Magi / 4

 


Il padre piallava. Bussarono e lasciò il suo legno. Aprì la porta ed ecco davanti uomini solenni e austeri.
"È qui il re dei giudei?", chiese Gaspare.
Giuseppe li guardò stupito e fece cenno d’entrare.
Il bambino giaceva nella culla, silenzioso.
La madre impastava la farina. Pulì le mani al grembiule, lo tolse, prese in braccio il bambino, si pose a sedere, poggiò il figlio sulle ginocchia.
Giuseppe le si pose accanto, in piedi, e le posò la mano sulla spalla.

Gaspare: Ecco una regina seduta sul trono.
Melchiorre: Ecco un uomo forte come una schiera d’armati.
Baldassarre: Ecco un bambino come tutti i bambini.
Gaspare: Sarà proprio lui?
Melchiorre: Un re in tanta povertà?
Baldassarre: Non è forse dall’umiltà che viene la pace?

È lui la stella. È lui la luce che ci ha guidati. È lui il senso del nostro viaggio.

Gaspare s’inginocchiò: Portiamo l’oro prezioso, il dono per i re.
Melchiorre s’inginocchiò: Portiamo l’incenso profumato, il dono per i divini.
Baldassarre s’inginocchiò: Portiamo la mirra amara, il dono per chi sa morire per il suo popolo.

Rimasero prostrati e il silenzio avvolse la casa.
Taceva il bambino, e loro ne udirono la voce: Siete voi il dono per me.
Unanimi risposero: Sei tu il dono per noi.

lunedì 4 gennaio 2021

Cammina, cammina e càmmina… La leggenda dei Re Magi / 3


 

– Ormai siamo all’Epifania, è tempo che vi avviciniate a Betlemme, la meta del vostro lungo viaggio. Sarete in cammino da tempo.

– Veniamo da molto lontano… Cammina, cammina e càmmina…

– Si dice che ognuno di voi provenga da una parte diversa del mondo… uno di voi è giallo, uno bianco, uno nero…

– Quante leggende sul nostro conto. Siamo davvero colorati come ci dipingono? Guardaci in faccia. I nostri volti, sferzati dai venti, si sono abbruniti alle vampe del sole. Forse le leggende hanno visto in noi il compimento delle antiche profezie che volevano giungessero a Gerusalemme tutti i popoli della terra…

– Da dove venire, allora?

– Da Babilonia. Seguendo le tradizioni dei nostri padri ci siamo dedicati agli studi astronomici e astrologici. Abbiamo passato le giornate curvi sugli antichi codici, e le notti a scrutare i cieli… Nella nostra città da secoli la colonia ebraica ha tenuto viva la speranza del Messia e noi ne abbiamo trovato conferma nella stella.

– Cammina, cammina e càmmina… Chissà quanta strada avrete percorso, da soli e in compagnia di carovane, attraverso deserti e terre aride, con il bello e il cattivo tempo…

– La stella appariva e scompariva, ma non è mai scomparsa la speranza che ci guidava. Il dubbio a volte ci assaliva. Saremo sulla strada giusta? Avremo interpretato bene i segni del cielo e le Scritture? Forse ci siamo sbagliati.

– Come il nostro padre Abramo, che partì senza sapere dove sarebbe andato…

– Come ogni uomo che sempre si protende in avanti, sempre in ricerca, sempre in cammino.

 

Rimangono dei sognatori, questi magi. Il re Erode non si è messo in cammino, è ancora adagiato sui morbidi cuscini del suo trono, sazio di potere, appagato di ricchezza, senza più alcun desiderio. Loro invece...

Li vedo provati dal viaggio, i magi, delusi dai loro colleghi, gli scribi della corte di Erode. Lo studio appassionato e la ricerca, il duro cammino e la fatica hanno disegnato rughe profonde sui loro volti. Eppure non hanno perduto l’incanto e in ognuno indovino il bambino che ancora è in loro. Conservano intatto il sogno che li ha mossi a lasciare la loro terra e a cercare colui che avrebbe dato senso alla vita.

 

– Finalmente siete giunti, Gaspare, Melchiorre e Baldassarre.

– E Artaban.

– Come Artaban, non siete tre?

– C’era anche Artaban, quando decidemmo di partire.

– E dov’è Artaban?

Si guardano in silenzio i tre magi, a sigillo del loro segreto. Si volgono di nuovo verso di me e riprendono il ritornello:

– Cammina, cammina e càmmina…

– Cammina, cammina e càmmina… Ma finalmente siete giunti. Guardate: la stella! Brilla ancora, più lucente che mai, e si posa sulla povera casa. Il bambino è qui e vi aspetta…

domenica 3 gennaio 2021

Le parole di papa Francesco: Periferie



“Chiesa in uscita”. Sì, ma verso dove? La direzione indicata da papa Francesco è chiara: verso le periferie. Quali?

La sera del 13 marzo 2013, affacciandosi su piazza San Pietro gremita di folle, si presentò come una persona di “periferia”: «mi hanno preso alla fine del mondo». Ci sono Paesi “periferici”, dal punto di vista sociologico, geopolitico, economico, che dipendono da Paesi ricchi ed egemonici. Non è un caso se il Papa va in Albania, Sri Lanka, Bosnia ed Erzegovina, Equador, Kenya…, o se il primo viaggio in Italia lo porta a Lampedusa.

Ci sono poi le periferie urbane, quelle che Bergoglio ha scoperto nella sua Buenos Aires, megalopoli con quartieri marginali, privi di servizi, abbandonati all’incuria e al caos, dove regna la violenza e la paura, dove la criminalità impone legge e “ordine”. È lì che andava da vescovo per una Chiesa che “avviasse processi” di umanizzazione.

Ci sono infine quelle che egli chiama “periferie esistenziali”, non più geografiche, ma presenti ovunque, anche in centro città o al cuore dei Paesi industrializzati, e sono fatte di solitudini, smarrimento, mancanza di valori, dove vivono persone anziane abbandonate a se stesse, giovani senza riferimenti, famiglie drogate dal consumismo…

Andare nelle periferie è un invito reale e insieme metafora dell’uscire da sé stessi, verso l’altro, il più debole, il più bisognoso, il più solo, nel suo ambiente di vita, per far sentire vicinanza, prossimità e creare un’autentica comunità umana, solidale, cristiana.

sabato 2 gennaio 2021

Il Verbo e la carne, l'Essere e il divenire


 

È la terza volta che in questo periodo di Natale durante la liturgia leggiamo il prologo del Vangelo di Giovanni. Prima della riforma del concilio Vaticano II lo si leggeva ogni giorno, al termine della Messa: si era capito che lì è espressa la sintesi di tutta la storia della salvezza e che ogni giorno si doveva ripartire da quella pagina.

Colpisce il contrasto tra l’inizio e la fine dell’inno.

All’inizio si ripete per quattro volte il verbo “essere”: dice la vera natura del Verbo: “è” Dio. Mentre attorno tutto “diventa”, tutto “viene fatto”, effimero ed evanescente nel divenire storico, il Verbo “è”, da sempre e per sempre, saldo come roccia! “È”, non in maniera statica; sta rivolto, proteso verso il Padre che gli parla ed eternamente lo genera con la sua parola: lo ascolta, accoglie la sua parola, risponde, in dialogo d’amore.

Adesso però l’imprevedibile accade. Egli, da sempre presso il Padre e rivolto verso di lui, si volge verso di noi e viene tra di voi. Egli che “è” – perché Dio “è” –, “diventa”. Egli per mezzo del quale e nel quale tutto è stato creato, si fa creatura. Egli, Signore della storia, entra nella storia. Si fa “carne”, creatura debole in tutta la sua fragilità e pochezza.

Il mondo greco inorridiva davanti a questo accostamento: Verbo e carne, due realtà agli antipodi tra di loro. Che ha a che fare il Verbo, la Sapienza, la Luce, l’Inaccessibile, la Purezza, con la fragilità e la pochezza della nostra umanità? Quanto sono lontani cielo e terra!

Questo è il mistero del Natale, dell’incarnazione. Dio che si fa uno di noi, per stare con noi: pianta tra di noi la sua tenda. Proprio in questa caducità umana, che lo condurrà alla morte, si manifesta la gloria del Verbo, il suo essere Dio. Nella “carne”, la “gloria”, nel dare la vita per amore, la manifestazione di ciò che, come Dio, veramente è: Amore; questa la sua gloria.

Come egli “è” e sta rivolto presso il Padre e accoglie ogni sua Parola, così anche noi, grazie alla sua venuta in mezzo a noi, possiamo “essere” costantemente rivolti verso Gesù. Come il Padre lo genera così Gesù, il Verbo fatto carne, ci genera con la sua presenza, con la sua parola, ci fa figli di Dio come egli è Figlio di Dio. Poi guardiamo attorno e - stupore nello stupore - ci accorgiamo che abbiamo accanto altri fratelli e sorelle, fatti anch’essi come noi, figli nel Figlio.

venerdì 1 gennaio 2021

La mangiatoia


 

Doveva essere proprio importante questa “mangiatoia” se nel Vangelo di Luca è nominata per tre volte: Maria depone Gesù nella mangiatoia, gli angeli dicono ai pastori che troveranno un bambino in una mangiatoia, poi si racconta che effettivamente lo trovano in una mangiatoia. Quando arrivarono i Magi la famiglia si era sistemata un po’ meglio, non lo trovarono comunque su un trono regale.

Quando nel pellegrinaggio a Betlemme si scenda nella grotta della natività tutti ci precipitiamo nel luogo dove Gesù è nato, segnato da una stella d’argento. Difficilmente si fa caso alla mangiatoia, poco distante, a sinistra. Una volta ho avuto la gioia di celebrare proprio su quella mangiatoia.

Chissà com’era allora. Adesso è tutta ricoperta di marmi… Non occorre una grande fantasia per immaginarsi il recipiente con il foraggio per gli animali: ogni volta che andavo dagli zii in campagna la visita alla stalla era d’obbligo.


Maria adagia Gesù proprio lì, il luogo più soffice e protetto, unica alternativa alla culla che non c’è. Ha bisogno di distanziare un po’ da sé il bambino, per contemplarlo meglio, come mi ha detto oggi Beto: “Quel presepio è al centro della sua attenzione. Gesù è uscito dal suo grembo, ma mai dal suo cuore, mai dalla sua adorazione, Lui era sempre lì”. E mi ha ricordato papa Benedetto XVI: «Alla contemplazione di Gesù nessuno si è dedicato con altrettanta assiduità di Maria». Insegna a fare altrettanto ai pastori, ai magi… Sembra voglia donarlo a tutti. Ogni mamma di solito sussurra: “È il mio bambino…”. Maria invece lo mette nella mangiatoia, a disposizione di tutti ed è il bambino di tutti: dei pastori, di Simeone, di Anna, dei Magi. Da subito lo dona al mondo, un atto che rarificherà ai piedi della croce.

Da parte sua Gesù si lascia fare come ogni neonato, ma forse quella mangiatoia è già una profezia, quasi volesse dire: “Sono qui per farmi mangiare… L’ultima cosa che farò sarà quella di dire: Prendete e mangiate, questo è il mio corpo…”.

La mangiatoia: segno del dono di Maria, del dono di Gesù… invito a fare altrettanto.