mercoledì 31 luglio 2019

In viaggio con Erodoto



Erodoto? Ma sono passati 2500 anni, ci interessa ancora?
È il primo storico.
Ha fatto capire ai greci che il mondo va ben al di là della Grecia, e che forse la Grecia non è neppure il centro del mondo, che gli altri popoli non sono “barbari” ma portatori di altre culture, che vale la pena raccontare le storie perché l’umanità non conosca l’oblio e la morte…
In questi giorni ho sentito raccontare la sua storia da uno dei più grandi giornalisti, Ryszard Kapuscinski, dopo aver letto quel capolavoro che è Ebano.
Nel libro In viaggio con Erodoto, Kapuscinski narra gli esordi del suo lavoro, spinto dal desiderio di “varcare le frontiere”, stretto com’era dall’asfissiante regime comunista dell’Est Europeo. Inizia il viaggio con in mano Le storie di Erodoto, che legge lungo i suoi percorsi in Asia e Africa. In quell’autore e in quelle storie ritrova tanto di sé: la passione per la ricerca, la curiosità, la voglia di apprendimento, di ascoltare, di vedere, di raccontare, di dilatare interessi e conoscenze, di imparare i mondi degli altri… E scopre un’umanità ricca di una grande diversità, ma sempre la stessa umanità, con gli identici affetti, desideri, paure, speranze…
I viaggi di Kapuscinski si intrecciano con quelli di Erodoto e vi si rispecchiano. Un libro fascinante, che interroga sul senso della storia il suo valore, le sue possibilità...

Fra le tante pagine mi ha colpito il modo originale con cui guarda la Grande Muraglia cinese, denunciandone la follia, sempre la stessa, nei secoli andati come oggi, frutto del vano tentativo di isolarsi, proteggersi, escludere:

“Grande Muraglia. La Grande Muraglia! La gente veniva dall’altro capo del mondo per vederla. Una delle meraviglie del mondo, un’opera unica, quasi mitica e, in un certo senso, inconcepibile. Un muro al quale i cinesi, a parte qualche interruzione, avevano lavorato per duemila anni. (…)
I cinesi hanno innalzato la Grande Muraglia per difendersi dalle mire espansionistiche delle irrequiete tribù nomadi mongole (…).
La Grande Muraglia delimitava i confini settentrionali dell’impero, ma esistevano muraglie interne anche tra regni in guerra, tra regioni e province. (…) Calcolando quindi che i cinesi abbiano costruito mura per centinaia e migliaia di anni e considerata la numerosità della popolazione, il senso del sacrificio, l’esemplare disciplina e la laboriosità da formiche che li contraddistingue, otterremo centinaia di milioni di ore dedicate alla costruzione di mura, ore che in un paese povero come questo avrebbero potuto essere dedicate all’apprendimento della lettura o di un mestiere, alia coltivazione di sempre nuovi campi e all’allevamento di un sano bestiame.
E, invece, l’energia del mondo va a finire nelle muraglie.
Che irrazionalità. Che spreco. (…) un sintomo dell’aberrazione e della debolezza umana, di un terribile errore della storia, dell’incapacità di questa parte del pianeta di mettersi d’accordo, convocare una tavola rotonda e decidere come sfruttare le risorse di energia e di intelligenza dell’uomo. (…) i cinesi hanno sempre avuto la reazione opposta: quella di alzare un muro, di chiudersi, di isolarsi. Qualsiasi cosa venisse da fuori non poteva che essere una minaccia, un presagio di disgrazie, la promessa di un male, anzi: il male in persona. (…)
Il muro diventa così scudo e trappola, riparo e gabbia”.

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