giovedì 21 novembre 2019

Il nemico che non c'è


A parte quelli per lavoro, perché uno legge un libro? O meglio, qual è il criterio di scelta?
Per me il più delle volte la scelta è casuale: trovi un titolo che conoscevi e che non hai mai letto, o più spesso te ne regalano uno e chi lo fa lo fa perché pensa di farti cosa grata, magari conoscendo un po’ i tuoi gusti o semplicemente la tua curiosità.
Insomma finalmente ho letto Il sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, di cui conoscevo solo i libri sulla natura e la montagna, senza che mi fosse mai capitato per mano il suo primo e più famoso scritto.
Così sono entrato nel mondo disumano della guerra dove, per contrasto, emerge l’umano nella sua semplicità e verità. Come quando vedo il sergente, circondato da compagni morti, stremato dalla fame e dal freddo, entrare in una casa rurale:

Corro e busso alla porta di un’isba. Entro. Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. - Mnié khocetsia iestj, [vorrei mangiare] - dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. - Spaziba, [grazie] - dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. - Pasausta, [un semplice saluto] - mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi.

A questo punto Rigoni Stern non può non fermarsi per annotare:

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale di quella naturalezza che una volta dev’esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isbà si era creata tra me e i soldati russi, e le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato degli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.

Parlando del suo libro scriverà:

Il nemico è una parola che non uso. Ne “Il sergente nella neve” la parola nemico non c'è: di russi, dico loro ma nemico mai. Per me quelli non erano nemici: quando ero in Grecia o sul fronte francese o in Russia non li consideravo nemici. Il nemico bisogna conoscerlo, bisogna sapere cosa ti ha fatto. Il nemico è uno che ti ha offeso o uno che ti ha fatto del male. Ma loro non mi avevano fatto niente, non mi avevano offeso e allora la parola nemico nei miei libri non c'è.

E pensare che c’è chi fa di tutto per crearci dei nemici…

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