domenica 31 marzo 2024

In cerca dello Sposo come la sposa del Cantico

Partito da Colonia, l’aereo fa scalo ad Hannover e da Hannover a Berlino. Una “cortina di ferro” separa l’Europa orientale da quella occidentale. Una barriera ideologica, che pochi mesi più tardi diventerà un autentico muro di cemento che dividerà Berlino in due. Ma anche senza muro mettere piede nella zona est, sotto regime comunista, è già difficile. Sono gli ultimi giorni del 1959 quando Chiara Lubich vi arriva. I controlli sono severi. Veste un cappotto pesante e porta occhiali scuri. Si volta da un’altra parte quando si accorge che qualcuno sta fotografando, ma hanno di mira il deputato Rosselli che ha viaggiato con lei. È talmente “mimetizzata” che neppure Natalia, la sua prima compagna che la sta aspettando nell’atrio dell’aeroporto, la riconosce. Si accorge che è lei dal passo. Fuori un freddo terribile, neve alta, gelata. Di filato in via Bundesring, in una casetta accogliente, a cui hanno dato nome “anello dell’unità”, tutto un programma! Cantina, cucinetta moderna, la scaletta che sale nel secondo piano, più su la soffitta...

Le piace la casa nella quale ha preso ad abitare la sua prima compagna mandata a portare Dio dove viene negato in maniera sistematica. Non le dà l’impressione di un focolare, è qualcos’altro, «è come tutto il Cielo radunato in un unico posto! – racconterà più tardi – come ci fosse dentro, come in un chicco di grano, tutta l’Opera di Maria: una Mariapoli!». Fuori la neve bianca e il cielo azzurro, quasi a simboleggiare Maria. «Si sentiva l’amore, la carità, Gesù in mezzo così denso che c’è neanche nella Mariapoli lassù [sulle Dolomiti]... perché c’era tale amore fra noi che bastava quello. Qui occorre la testimonianza, e questa c’è». Stilano un elenco di quello che occorre per allestire i letti, la tavola... Manca il magnetofono, una macchina da scrivere, l’impianto di cuffie, ci vogliono almeno una decina o una quindicina di cuffie… Iniziano subito a sognare: i raduni più importanti li faremo in cantina, il luogo meno sospetto, dove nessuno sente, ed è caldo e asciutto... «Natalia è sola, come un filo d’erba che va su su verso il cielo, ma un filo d’erba! Con intorno una “ghiacciaia”, ma con Gesù in mezzo, tutto si scioglierà». Intanto tre o quattro persone vengono in casa e vogliono conoscere. Confidano che si sentono abbandonati dalla Chiesa, da Roma: sono la “Chiesa del silenzio”. Una volta tornata a Roma, Chiara, il 18 gennaio 1960 racconta di quell’incontro.

Spiego dell’attimo presente. Avendo davanti l’eternità, all’inizio vedevamo il tempo con il rallentatore, perché volevamo consumare bene ogni minuto, così abbiamo capito il valore del momento presente, l’unico in mano nostra per dar gloria a Dio… A un dato momento uno mi domanda: “Spiegami Gesù abbandonato”. Allora ho detto come si è rivelato questo mistero. Ci siamo sentite attratte da questo grido di Gesù. Gesù abbandonato: chiave per aprire l’unità ogni volta che fra noi si rompe. E mi pareva di aver già detto tanto, ma uno di loro prosegue: “Qual è il motivo recondito che vi spinse a venire da noi, ad aiutare noi?”.

Se c’è un motivo, se c’è un unico scopo, è stato proprio Gesù abbandonato. Non lo vediamo solo come colui che risolve i problemi personali e della nostra collettività. Andiamo in Brasile perché là c’è una sterminata popolazione che vorrebbe essere cattolica, ma mancano gli operai ed è un pezzo del Corpo mistico che, in un certo modo, grida alla Chiesa: “Perché m’hai abbandonato?”. Noi amiamo Gesù abbandonato fra i protestanti, perché c’è qualcosa che separa, allora vediamo in loro la figura di Gesù abbandonato. Come Gesù nell’abbandono non è stato abbandonato dal Padre, però ha provato come uomo tutto il senso dell’abbandono del Padre, così la “Chiesa del silenzio” è del silenzio non perché è abbandonata dalla Chiesa, da Roma, però sente tutto l’abbandono di Roma. La nostra anima, l’anima dell’Opera di Maria, è come la sposa del Cantico che, per cercare lo Sposo, lascia la città abitata, va nel deserto, fuori oltre le mura, perché sa che lì lo trova.

Si sono messi a piangere, ma non era un pianto di dolore, era un pianto di gioia, di persone che hanno aspettato, aspettato, aspettato, creduto, creduto, creduto contro tutte le evidenze, e Dio arrivava loro.

sabato 30 marzo 2024

Ogni giorno è Pasqua

 

Ogni giorno, da buon anziano, compio un piccolo rito. Terminato il pranzo mi siedo in poltrona, sorseggio il cappuccino (contravvenendo la buona tradizione italiana) e leggo il giornale. Così mi ammorbo il pomeriggio con le tristi notizie quotidiane, fatte di guerre, violenze, corruzioni, smarrimento, mancanza di umanità… Mi sono un invito alla preghiera, a rinnovare la fede nel futuro, nella resurrezione. Così ogni giorno mi diventa un annuncio di speranza. Ogni giorno morte e resurrezione. La Pasqua mi piace meditarla a partire da questi quotidiani eventi di morte.

Il primo racconto della resurrezione ci è tramesso dall’apostolo Paolo in un’antica formula che forse gli è stata insegnata dai primi cristiani di Antiochia, quelli che andava a incatenare: la cronaca di quell’evento di morte si tramutò in cronaca di vita. «A voi ho trasmesso quello che anch’io ho ricevuto, cioè “che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa e quindi ai dodici”» (1 Cor 15, 3-5). Qui è racchiuso tutto il mistero della nostra fede. Gesù risorge perché anche noi possiamo risorgere con lui e avere la pienezza della vita.

La Pasqua mi piace meditarla a partire dagli incontri del Risorto con le persone concrete in quel primo giorno dopo il sabato.

Prima le donne, per strada. Loro non dicono una parola, ma l’abbracciano! Cosa vale più di un abbraccio?

Poi Maria Maddalena. «Gesù la chiama per nome: “Maria!”. Ella si volta e gli dice in ebraico: “Rabbunì” che significa “Maestro mio!. Cosa c’è di più bello che chiamarsi per nome?  Dice amicizia, rapporto personale, intimità.

Il terzo incontro è con i discepoli diretti a Emmaus. È il buon pastore che va in cerca della pecora smarrita e la trova delusa, triste e smarrita. La sua presenza ridona speranza e fa ardere i cuori.

A sera il Risorto “venne e stette in mezzo” ai suoi discepoli nel cenacolo, infondendo in loro la sua pace. Non è una semplice “apparizione”, ma una presenza reale: “Sono proprio io”! E mostra i segni della passione, del suo infinito amore. La sua è ormai una presenza stabile.

Da allora continua a rimanere in mezzo a noi: trasforma ogni morte in vita.

venerdì 29 marzo 2024

La croce e l'altare

“La croce è l’altare sul quale l’amore si è immolato” (Sant’Eugenio de Mazenod, Ritiro 1826)

“La croce di Gesù è al centro della nostra mis­sione. Come l’apostolo Paolo noi predichiamo «Gesù e Gesù Crocifisso» (1 Cor. 2. 2). Se portiamo «nel nostro corpo la morte di Gesù», è nella speranza che «la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor. 4, 10). Attraverso lo sguardo del Salvatore Crocifisso vediamo il mondo riscatta­to dal suo sangue...” (La Regola degli Oblat1, C 4).

giovedì 28 marzo 2024

Il Venerdì santo di p. Mario Borzaga

Venerdì santo. Oggi mi è arrivato un link che mi ha portato a Trento, nella casa del beato p. Mario Borzaga, martire nel Laos. A raccontarne la vita, in 15 minuti, la sorella Lucia.

L’ideale del martirio! Così presente fin dai primi anni di questo giovane. Niente di più adatto per guardare al martirio di Gesù.

Nel 1953 – Mario ha 21 anni – scrive alla sorella: «La nostra vita sarà breve, e dovremo in poco tempo fare moltissimo bene per noi e per gli altri, sacrificandoci per Gesù come egli si è sacrificato per noi, il premio poi verrà abbondante in Paradiso».

Il Venerdì Santo 1957 annota nel diario: «I martiri vanno imitati, non lodati! I martiri? Gesù primo e più grande martire! Oggi è la sua Festa. Spero, credo che per me non sia morto invano. “Vado ad immolarmi per voi”».

Il 21 gennaio dello stesso anno, nella festa di sant’Agnese, scrive: «Agnese: una fanciulla che non ho mai visto, con la quale non ho mai parlato, ma che sento d’amare; le sue guance era­no color del latte, solo ingentilite un po’ dal sangue dello Spo­so: lo amava con tenerezza di fanciulla tredicenne, con la forza d’un eroe che non teme la morte. Agnese potrebbe essere il modello del mio martirio, poiché sono debole di temperamento e timido, eppur devo essere forte».

Quatto giorni prima aveva scritto: «Un’idea mi ha colpito: che bisogna far presto a santi­ficarsi nelle attuali circostanze. (…) Non c’è tempo da per­dere: bisogna bruciare le tappe (…). I martiri sono quelli che nella via della santità hanno bru­ciato le tappe e sbaragliato le difficoltà. Per giungere ad un eroico amore a Gesù non hanno avuto tempo di informarsi sui gradi della vita contemplativa, di farsi una bibliotechina di bei libri spirituali, di consultare periodicamente il Direttore; quan­do hanno udito il richiamo di Gesù, l’urlo disperato dei fratel­li, sono accorsi sulla prima linea e sono morti con un immenso amore nel cuore. Del resto, per farsi santi, ci vuole più coraggio che tempo; dunque, in queste circostanze, bisogna far presto. Nessuna oc­casione mi deve sfuggire per esser santo al più presto possibile: dall’Eucaristia ad un qualsiasi Kyrie eleison, da un atto di cari­tà al silenzio, tutto deve essere raccolto per far presto. E so­prattutto amare, amare con la lettera maiuscola. Perciò oggi ho studiato la morale con un ardore che mi era finora ignoto. Anche alla scuola di dogma sono stato atten­tissimo prendendo appunti».

Allora rivediamo questo breve intenso racconto della sua vita:

https://www.telepacetrento.it/puntate/luoghi-e-volti-della-fede-3a-puntata-beato-mario-borzaga-08-02-2024/

 

mercoledì 27 marzo 2024

Giovedì Santo: le quattro realtà inscindibili

Il Giovedì santo è caratterizzato dall’istituzione dell’Eucaristia: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…”, e del sacerdozio: “Fate questo in memoria di me”. Come mai allora la liturgia in questo giorno non ci fa leggere questo racconto, comune ai tre Vangeli sinottici, e invece, seguendo il Vangelo di Giovanni, ci fa leggere il racconto della lavanda dei piedi?

Perché c’è un legame profondo tra l’Eucaristia e la lavanda dei piedi. La lavanda dei piedi è la spiegazione del significato ultimo dell’Eucaristia.

Gesù inizia col togliersi la veste. Per indicare tale azione Giovanni usa un verbo inusuale, tìthēmi, “depose”, lo stesso che Gesù aveva impiegato per parlare del buon pastore che “dà” (tìthēmi) la vita e per parlare di sé quando aveva detto che la vita non gliela avrebbe tolta nessuno, perché egli stesso l’avrebbe “data” (tìthēmi) da sé (cf. Gv 10, 11-18). Ora dà la vita dandosi nell’Eucaristia, segno del dono totale di sé sulla croce.

Per introdurre questo gesto della lavanda dei piedi, così povero e feriale, Giovanni riserva un’intonazione solennissima: «sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava...». Quel gesto è rivelatore del grande evento a cui Gesù, in obbedienza al Padre, sta dando compimento: con la sua morte e risurrezione lava i peccati del mondo. La lavanda dei piedi non è un atto isolato nella sua vita, è il simbolo dell’intera vita di Gesù: è venuto non per essere servito ma per servire (cf. Mc 10, 45). Anche i Sinottici, pur non raccontando la lavanda dei piedi, nella narrazione dell’ultima cena riportano le parole che la interpretano: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve» (Lc 22, 25-27).

Il gesto di Gesù non è soltanto un esempio, è anche un comando: «Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io» (Gv 13, 14-15).

C’è dunque anche un legame profondo tra il sacerdozio ministeriale e la lavanda dei piedi: la lavanda dei piedi è la spiegazione del significato profondo del sacerdozio ministeriale e l'indicazione di come esso deve essere esercitato.

Il comandamento di Gesù, “fate questo in memoria di me”, va sempre affiancato dal comandamento “lavatevi i piedi gli uni gli altri”. Il sacerdote per fare l’Eucaristia in memoria di Gesù deve indossare la stola, e per fare la lavanda in memoria di Gesù deve cingersi dell’asciugamano. Sono le due vesti liturgiche che è chiamato a rivestire, mai l’una senza l’altra, come sono inscindibili liturgia e carità. Allora mostrerà la grandezza della sua vocazione ed agirà “in persona Christi”, dando come lui la vita per il gregge, continuando la sua missione di Maestro e di Pastore. Così i presbiteri diventano «strumenti vivi di Cristo eterno sacerdote, per proseguire nel tempo la sua mirabile opera» (Presbyterorum ordinis 12).

Il comandamento di Gesù, “fate questo in memoria di me”, va inoltre sempre affiancato all’altro comandamento dell’ultima cena: “amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi”. Non si può fare l'Eucaristia se contemporaneamente non "si fa" l'amore reciproco, di cui la lavanda dei piedi è una parabola.

Lavare i piedi agli ospiti, si sa, era un gesto umile, riservato ai servi. Gesù lo fa assurgere a espressione di ogni tipo di servizio e di attenzione verso l’altro. Se egli ha dato la vita per noi – e l’amore consiste proprio in questo – «anche noi – conclude Giovanni – dobbiamo dare la vita per i fratelli… non amiamo a parole né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1 Gv 3, 16.18).

Eucaristia, sacerdozio, lavanda dei piedi, amore reciproco: realtà inscindibili l’una dall’altra. Sono queste che fanno il Giovedì santo.

Riguardano soltanto i presbiteri? Mio papà Leonello era convinto che riguardassero tutti! Era estasiato all’idea che anche lui, semplice laico, fosse coinvolto da Gesù nella sua missione. Scriveva: «Gesù non poté fare da solo l’opera della redenzione, ma tutta la Sua vita fu coinvolta col popolo e tutti furono protagonisti, chi in bene chi in male. Dicendo “fate questo in memoria di me”, vuole coinvolgere anche noi nella Sua opera redentrice. Ha bisogno di Apostoli per la diffusione del Suo Regno in ogni parte del mondo; di anime che lo ascoltano, lo comprendono, lo amano, lo consolano nell’angoscia: “Restate qui e vegliate con Me”. Allora aveva bisogno di Pietro, Giacomo e Giovanni, oggi ha bisogno di noi. Noi siamo Pietro, Giacomo e Giovanni…»

Nella cena eucaristica il presbitero prende il pane e il vino e, in sua memoria, ne ripete i gesti e le parole, ma ognuno dei commensali, a sua volta, deve ripetere ciò che il Signore ha fatto, deve donarsi a tutti, in sua “memoria”. Se davvero l’eucaristia ci fa Cristo, altri lui, allora siamo chiamati anche noi a diventare per gli altri pane spezzato, pane donato. Chi si asside alla mensa eucaristica deve poter dire, a quanti incontra: io sono “per te”. La chiamata è ad amare con l’amore stesso di Cristo che «ci amò e consegnò se stesso per noi, offerta e vittima a Dio in odore di soavità» (Ef 5, 2).

 

martedì 26 marzo 2024

E noi quanto valiamo?

Quanto vale Gesù? 30 o 300 denari? 

A questa mia domanda di ieri una fedele lettrice ha risposto, bypassando la domanda: “Per Gesù noi valiamo milioni”. 

E ha continuato: “Entriamo nella settimana Santa con questo sentimento, mettendo da parte tutto il resto. È la settimana dell'Amore di Dio per noi e noi siamo lì. È l'evento della nostra vita, perché la passione non è senza di noi. Entriamo in questo tempo, fissiamo qui i nostri cuori. Null'altro ci attiri in questa settimana".

lunedì 25 marzo 2024

Quanto vale Gesù? 30 o 300 denari?

 

Nella lettura della Passione di Marco, in questa domenica delle Palme, mi ha colpito la differenza di prezzo. Per tradire Gesù vengono pattuiti 30 denari d’argento; dicono che equivarrebbero a circa 3.000 euro di oggi.

Per ungere il capo a Gesù nella casa di Simone a Betania la donna anonima (la cui azione sarà tuttavia raccontata per sempre) ha speso 300 denari. Una bella differenza: Gesù per Giuda vale 30 denari, per la donna 300.

L’amore è sempre generoso, e non calcola… L'amore non ha prezzo, è gratis, dona tutto.

E noi, quanto valiamo per Gesù? La sua stessa vita!



domenica 24 marzo 2024

Roma bella e santa

Che grazia vivere a Roma! Nei mesi che vi trascorse, a più riprese, sant’Eugenio de Mazenod non faceva altro che passare da un luogo all’altro per conoscerne le bellezze e soprattutto i suoi santi e i suoi martiri.

Lo stesso faccio anch’io!

Come ad esempio sabato scorso.

La mattina con la mia comunità eccomi a santa Agnese sulla Nomentana: i resti dell’antica basilica costantiniana, il mausoleo di Costanza, la “nuova” basilica della martire, le catacombe… Un’immersione nella storia e nell’arte dell’antica Roma e di quella medievale. Un’immersione nella santità, testimoniata dalla piccola Cecilia e della sua sorella di latte e amica Emerenziana, ambedue martiri.

La mattina del nostro ritiro mensile consiste nella contemplazione della testimonianza di santità offerta da queste due fanciulle: ci ricordano la bellezza dell’impegno verginale come espressione del rapporto di amicizia con Gesù, il coraggio e la fermezza nell’annuncio della fede, il valore dell’essere insieme per mantenersi fedeli nel cammino dietro al Signore...

Anche la catacombe parlano e raccontano la speranza nella vita eterna dei primi cristiani espressa da mille simboli lasciati sulle loro tombe, la quotidiana della loro semplice fede, l’unità che le legava al di là della diversità delle condizioni sociali.

Per chi sa ascoltarla Roma parla e si rivela ancora cristiana.

Mentre i miei fratelli nel pomeriggio continuano il loro ritiro, io mi sposto, questa volta con una trentina di bambini che, assieme ai loro genitori, accompagno alla scoperta di altri luoghi di santità.

Ed eccoci alla trappa delle Tre Fontane, con la testimonianza di san Bernardo e del suo rapporto con Maria. Più avanti il luogo del martirio di san Paolo che parla di questo testimone d’eccezione. Infine, poco più avanti, la piccola sorella Maddalena, con sue sorelle di Gesù. 

Ed è qui che avviene l’incredibile. Entriamo nella cappella delle suore. Tante di loro sono sedute per terra, come loro consuetudine, in adorazione davanti all’Eucaristia. I bambini entrano e si mettono anche loro in ginocchio o seduti sul pavimento. Poche parole da parte mia per spiegare cosa stanno facendo in quel momento le suore… Poi cala un silenzio assoluto e i bambini rimangono immobili. Soltanto una piccolina avanza da sola fino a raggiungere la statua della Madonna, vuole semplicemente toccarla o forse vuole toccare Gesù Bambino che la Madre tiene in braccio.

“Adesso possiamo uscire”, dico infine. Ma nessuno si muove… Gesù li ha attirato e inchiodati a sé…




sabato 23 marzo 2024

Quando Gesù guardò Pietro

Quest’anno durante la liturgia della domenica delle Palme si legge il Vangelo di Marco. Tutti e tre i Sinottici concludono il racconto del triplice rinnegamento di Pietro nell'atrio della casa di Caifa con il canto del gallo che ricorda la profezia di Gesù “mi rinnegherai tre volte”, seguito da un pianto a dirotto. Dei tre evangelisti soltanto Luca annota che subito dopo il canto del gallo “il Signore si volse e guardò Pietro”.

Il racconto della Passione non richiede commenti. Tante volte ad esso non si fa seguire neppure l’omelia, tanto è eloquente. Basterebbe anche solo soffermarsi su quello sguardo di Gesù. 

Non era un rimprovero, né tanto meno una minaccia. È significativo che a riportarlo sia proprio Luca, l’evangelista della misericordia. Sì, è uno sguardo di misericordia, una delle espressioni più belle dell’amore: dice. comprensione, fino a scusare…

Povero Pietro, sembra dire Gesù con quello sguardo, come ti capisco. Hai avuto paura, ma anch’io ho paura. Sembri forte e coraggioso, ma in fondo sei fragile come ogni essere umano.

In Pietro Gesù vede ogni uomo, ogni donna, d’ogni tempo, d’ogni luogo. Ci coglie nella nostra povertà, nella nostra miseria e non pronuncia una parola. Non soltanto non pronuncia nessuna parola di condanna, ma non pronuncia proprio parola. E Pietro non aveva bisogno di parole. Gli è bastato quello sguardo per farlo rientrare in se stesso, per fargli prendere coscienza della propria piccolezza, del proprio peccato, per fargli provare un immenso dispiacere per il suo comportamento codardo… per farlo piangere. Un uomo che piange, e un uomo della tempra di Pietro! Quel pianto è un’invocazione di aiuto: Sì, sono così, solo tu puoi tirarmi fuori da questo baratro, solo tu puoi farmi vivere nella verità.

Quando fui solennemente bocciato all’esame di liceo i miei genitori non mi dissero una parola: non ne avevo bisogno, non l’avrei sopportata, avevo bisogno soltanto di un silenzio che fosse espressione di comprensione e d’amore. Gliene fui immensamente grato.

“il Signore si volse e guardò Pietro”. Per guardare Pietro dovette voltarsi. Aveva cose ben più importanti cui guardare, eppure si dimentica, non guarda più se stesso, lascia da parte il processo, e si volta verso Pietro, per guardare lui, per pensare a lui, per interessarsi di lui…

Potrebbe essere una chiave di lettura di tutto il racconto della Passione: Gesù che non vive per se stesso, ma per l’altro, per il peccatore, al punto da offrire per lui la sua vita. Guarda Pietro, ma dietro di lui vede Caifa e il sinedrio, Erode e la sua corte, Pilato e i suoi soldati, Barabba e il popolo che invoca la crocifissione, i passanti che lo deridono, gli uomini e le donne di allora, di oggi, di domani…

Quando incontrò il giovane ricco, leggiamo nel racconto di Marco, che meglio di tutti descrive le sfumature delle emozioni e degli affetti di Gesù, “fissò lo guardò su di lui e lo amò”. È questo sguardo, questo amore, che guarisce, che redime, che rende nuovi. Tutta la passione e morte di Gesù ne è l’espressione.

venerdì 22 marzo 2024

Tramonto su Roma

«Sono contento del bello spettacolo che scopro dalla mia finestra da dove spazio su tutta la città vedendo davanti a me, sotto il giardino della casa dove abito, i giardini di Palazzo Colonna; di fronte, a poca distanza, le cupole del Gesù e di altre chiese; un po’ più lontano S. Andrea della Valle; a sinistra la Colonna Traiana, a poca distanza da lì il Campidoglio, a destra S. Ignazio, il Collegio Romano e l’osservatorio; più lontano la Colonna Antonina, Montecitorio, piazza del popolo e tanti altri notevoli edifici; al di sopra di tutto questo bel Vaticano e questa incomparabile cupola di S. Pietro: tutta la città insomma». Così sant'Eugenio quando giunse a Roma nel 1825.

A 200 anni di distanza anch’io potrei scrivere come lui. Anch’io dalla mia finestra vedo lo spettacolo straordinario di Roma, con in primo piano la cupola di san Pietro e la torre san Giovanni del Vaticano…

Sto preparando il corso universitario fra quindici giorni, visitando in città i luoghi dove hanno vissuto alcuni fondatori: sei mattinate intere per sei luoghi e sei fondatori. Gli studenti iscritti sono una sessantina…

Inizieremo con san Francesco a Ripa, il luogo della sua permanenza a Roma, di cui lui stesso ci racconta nel suo Testamento: “E dopo che il Signore mi dette dei frati, nessuno mi mostrava che cosa dovessi fare, ma lo stesso Altissimo mi rivelò che dovevo vivere secondo la forma del santo Vangelo. Ed io la feci scrivere con poche parole e con semplicità, e il signor Papa me la confermò”.

Intanto continuo a contemplare albe e tramonti sulla città eterna…

mercoledì 20 marzo 2024

Amici di padre Giovanni Santolini

Moriva il 23 marzo di 27 anni fa. Era la domenica delle palme. A maggio dello scorso anno è nata l’Associazione Amici di padre Giovanni Santolini, promossa dagli Oblati di Maria Immacolata, dall’Arcidiocesi di Genova e dalla famiglia Santolini. I soci sono già più di 200.

L’Associazione ha essenzialmente queste finalità:

·                     Far conoscere la figura, la vita, le qualità, la vocazione missionaria e gli scritti di padre Giovanni Santolini

·                     Promuovere lo studio della vita spirituale e della vocazione missionaria di padre Giovanni Santolini e le pubblicazioni riguardanti i suoi scritti

·                     Sostenere economicamente le opere di carità: scuole, ospedali, maternità, adozione a distanza, centri di informatica… in particolare nella Repubblica Democratica del Congo dove lui ha vissuto ed è morto.


Si può visitare il sito Internet

https://www.giovannisantolini.it/

in cui si trovano tante informazioni, video e news sull’Associazione e su padre Giovanni.

martedì 19 marzo 2024

Continuamente in compagnia di Gesù e di Maria

 

San Giuseppe ha un posto importante nella vita degli Oblati. Oggi lo abbiamo celebrato con tutto il cuore, mettendo nella nostra cappella la sua statua da poco restaurata.

Il Manuale di preghiere del 1865 lo designava come “principale patrono e protettore speciale della Congregazione” e gli offriva litanie più fiorite di quelle dei nostri giorni (cf. Manuel de prières et cérémonial, Paris, 1865, p. 54-57).

Sant’Eugenio si riferisce a san Giuseppe chiamandolo: “il mio santo patrono, [il] grande san Giuseppe”. E ancora: “il nostro grande patrono san Giuseppe”. Quando l’economo di una casa gli esponeva lo stato critico delle finanze, rispondeva: “Fate prima d’ogni cosa una novena a san Giuseppe; egli è il padre che nutre la Congregazione”. Raccomandava inoltre d’invocare san Giuseppe per ottenere vocazioni, affidava le nuove reclute “in modo specialissimo alla protezione del nostro Grande Patrono san Giuseppe”, e pregava personalmente per gli scolastici durante la messa pontificale “nel giorno prezioso della nostra grande festa di san Giuseppe”. Anche quando la malattia colpiva uno dei suoi, ricorreva a san Giuseppe.

Alla sua diocesi di Marsiglia scriveva:

Il nostro desiderio più vivo è stato sempre di onorare con tutto il nostro cuore, e di esaltare con tutta la nostra capacità l’eccellenza, la santità, il potere e la predestinazione ammirevoli del beato e gloriosissimo san Giuseppe. Egli, fin dall’eternità e per un privilegio unico, è stato scelto fra tutti gli uomini per essere lo sposo della beata Vergine Maria senza macchia, e il padre putativo di nostro Signore Gesù Cristo.

A lui furono affidate la custodia e la protezione dell’Immacolata Madre di Dio, la persona sacra del verbo incarnato, e anche la vita, la cura e la protezione della sua santa umanità. L’eterno Padre lo ha preposto alla testa della santa Famiglia e lo ha esaltato fino ad affidarglielo, oserei anzi dire che sembrò rinunciare, rimettendola nelle sue mani, all’incommutabile autorità che possiede sul su Figlio unico, nel quale si compiace. Arricchito da tanti favori celesti, san Giuseppe non solo merita di nutrire, riparare e salvare il Re del cielo e della terra, ma anche di dirigerlo e di dargli ordini come ad un suddito. Che potere sulla Madre e sul Figlio di Dio! E, per colmo di grazia, questo grande santo visse continuamente in compagnia di Gesù e di Maria, nell’ambiente più santo e santificante che ci sia mai stato, e di condurre con loro una vita santissima, intimamente unito da relazioni totalmente spirituali.

In verità, avendo egli attinto con meravigliosa abbondanza le acque della grazia alle sorgenti del Salvatore, non siamo in grado di stimare fino a che punto aumentò e moltiplicò le eminenti virtù di cui Dio lo aveva gratificato. Era opportuno per la sapienza e la bontà di Dio, che concede favori e grazie in proporzione ai compiti cui chiama, ornare san Giuseppe dei tesori più ricchi delle virtù, per renderlo atto a compiere l’alta mansione alla quale fu innalzato, la più sublime che sia mai stata concessa ad una creatura. Lo vediamo così tenere il primo rango dopo Maria. Per questi motivi desideriamo da tanto tempo dare al potentissimo protettore di Gesù e di Mara, così generoso verso quanti lo invocano, una testimonianza palese della nostra sovrana venerazione. (Primo decreto dell’Ordo del 1839, col quale il nuovo vescovo di Marsiglia annuncia di avere scelto questo grande santo come patrono speciale suo, della sua diocesi e di tutti i fedeli affidati alle sue cure pastorali; Rambert, II, p. 576-577)

 

lunedì 18 marzo 2024

Giuseppe: un mistero lo sovrasta

 

«Senza che egli la conoscesse, ella [Maria] diede alla luce un figlio ed egli lo chiamò Gesù» (Mt 1, 25). Giuseppe è lì, in silenzio, accanto alla moglie e al figlio, che sa venire dal cielo. Sa che è davanti a qualcosa che lo supera. L’angelo gliel’aveva rivelato: «il bambino che è generato in lei viene dallo Spirito Santo». Davanti al mistero Giuseppe si è arreso e aveva fatto “come Dio gli aveva ordinato”, prendendo con sé Maria e il bambino. Gli occorrerà tutta la vita per comprendere un mistero che lo sovrasta. Per adesso sa solo che Dio è all’opera e questo gli basta, si fida.

A lui il compito di dare il nome a suo figlio. Un nome comune a quel tempo: Gesù, Yeshua, lo stesso del grande condottiero che guidò il popolo di Israele nella terra promessa, lo stesso del sapiente Jesus Ben Sirach, l’autore del Siracide. Un nome comune eppure unico, perché quel bambino è unico e il suo nome è veramente ciò che esso significa: Dio salva, «egli infatti salverà il suo popolo dai suoi peccati» (Mt 1, 21). Gesù è l’Emmanuele, la presenza di “Dio tra noi” (Mt 1, 23).

Giuseppe è lì, in silenzio, accanto alla moglie e al figlio che non è suo e che pure lo diventa giorno dopo giorno. “Non è costui il figlio del falegname?”, diranno con naturalezza gli abitanti di Nazareth che hanno sempre visto Giuseppe e Gesù l’uno accanto all’altro (Mt 13, 55). Un bambino come tutti gli altri, che imparerà il mestiere del padre e lo accompagnerà al lavoro.

Anche noi, come Giuseppe, siamo chiamati a credere che Gesù viene dal cielo. Anche noi siamo chiamati ad accogliere Gesù come il “Dio tra noi” e a compiere in piena docilità il suo volere, anche se a volte può sembrare assurdo, o incomprensibile, o al di sopra delle nostre capacità. Facendo “come ci viene ordinato”, con la semplicità e la fede di Giuseppe, vedremo come lui compiersi attorno a noi il miracolo di Dio che si rende presente e attualizza il suo progetto.

domenica 17 marzo 2024

Tre giorni, tre incontri

Le foto di questi ultimi giorni.

Oggi, incontro a Castelgandolfo con i responsabili dei nuclei dei volontari

Venerdì, presentazione a Firenze del Diario di Chiara Lubich

Giovedì, convegno delle università pontificie di Roma










sabato 16 marzo 2024

Vogliamo vedere Gesù

Tanti lo cercano e non sanno come incontrarlo. Altri lo cercano e non lo sanno. Altri bussano a porte sbagliate…

Se qualcuno venisse da me e mi domandasse di farglielo incontrare dove lo condurrei, cosa gli direi? A chi voleva conoscerlo Gesù si è mostrato nel momento più alto della sua esistenza, nel gesto dell’amore estremo, quando ha accettato di morire per farci vivere. È il chicco di grano che muore per moltiplicarsi e rendersi nuovamente presente in mille e mille persone, spiga feconda che raccoglie in unità l’umanità intera e la rende figlia di Dio.

Se qualcuno mi chiedesse di vederlo dovrei indicare il Crocifisso, il segno del cristianesimo. Nei primi secoli i cristiani non hanno osato raffigurarlo sulla croce perché immagine troppo crudele, maledizione, follia. Abbiamo dovuto aspettare il IV secolo per vedere la prima scultura di un crocifisso, sulla porta lignea di santa Sabina a Roma. Soltanto Paolo, davanti ai Galati, ha avuto il coraggio di mostrarlo crocifisso.

Ha fatto paura anche a Gesù, la croce. Non era un ninnolo da appendere al collo, ma strumento di tortura e di morte infame su cui essere appesi. Qui Giovanni accenna appena al turbamento che Gesù ha provato davanti al pensiero di quella morte. Gli altri evangelisti saranno più espliciti quando racconteranno della sua angoscia nell’orto degli ulivi e la Lettera agli ebrei dirà delle forti grida e lacrime con cui si rivolse a Dio che avrebbe potuto salvarlo da morte. Eppure nel vangelo di oggi, come più tardi nell’orto degli ulivi, Gesù abbraccia con coraggio il volere del Padre, pur nella consapevolezza del tormento che avrebbe vissuto.

Se qualcuno mi domandasse di vederlo mostrerei il Crocifisso e gli direi che è l’espressione massima dell’amore, gli direi cos’è il vero amore: dare la vita per le persone amate, anche per quelle che non amano, morire al posto loro.

Se qualcuno mi chiedesse di vederlo… dovrebbe vederlo in me, perché dovrei seguirlo fino ad essere uno con lui. Dovrei poter ripetere, come Paolo, che il mio vivere è Cristo: non più io vivo, ma lui vivi in me. Mentre mi svela la sua vita – chicco di grano che non pensa a conservare la vita, ma la perde per dare frutto – mi invita a fare altrettanto, a perdere la mia vita per vivere il suo stesso destino, a seguirlo fino ad essere “cristiano”, come lui, un altro lui.

Anche a noi è concesso di essere turbato come lui, di gridare come lui ha gridato. Ma seguendolo, anche a noi darà la forza per accogliere il volere del Padre, per credere che tutto è amore, anche il dolore e la morte. Così in noi parlerà l’amore, la pienezza della vita, e apparirà solo Gesù che vive in noi.

Se qualcuno mi chiedesse di vederti dovrei mettermi d’accordo con i miei amici, come hanno fatto Filippo e Andrea. Gli farei vedere la spiga a cui ha dato vita, la fratellanza che ha generato tra di noi. Insieme sarà più facile mostrarlo, presente nel nostro “ac-cordo”, nell’unità dei cuori, nella comunità di quanti sono uniti nel suo nome.

 

venerdì 15 marzo 2024

La comunità religiosa una "famiglia"

 

Gli istituti di vita consacrata e le loro comunità vengono comunemente chiamate “famiglie religiose”. La famiglia, così come Dio l’ha pensata, è davvero un modello a cui anche le persone consacrate possono ispirarsi per la loro vita fraterna? È lo stesso Concilio Vaticano II che, quando pensa alla comunità religiosa, la vede come una vera famiglia: «Con l'amore di Dio diffuso nei cuori per mezzo dello Spirito Santo (cfr. Rm 5,5), la comunità come una famiglia unita nel nome del Signore gode della sua presenza (cfr. Mt 18,20)» (PC 15).

Chiamare la comunità religiosa “famiglia” non significa equipararla tout court alla famiglia naturale. Essa presenta tratti particolari, a cominciare dalla sua tipica origine: non nasce per scelta reciproca tra i suoi menri, “da carne e da sangue – come direbbe san Giovanni –, ma da volere di Dio” (cf Gv 1,12-13); è frutto di una particolare vocazione: non ci si sceglie come nel matrimonio, ma si è scelti. Ha inoltre una propria dimensione mistica dovendo essere inabitata, per sua natura, dalla presenza del Signore. Il suo modello ha precisi riferimenti evangelici, che variano a seconda delle diverse vocazioni: quello della famiglia di Nazaret, dei discepoli attorno a Gesù, della prima comunità dei cristiani di Gerusalemme, quello trinitario. Ma anche in questo non ha già tanto in comune con la famiglia umana cristiana?

Gesù stesso ha parlato della sua comunità come di una vera famiglia: «Ecco mia madre e i miei fratelli! Chi compie la volontà di Dio, costui è mio fratello, sorella e madre» (Mc 3,34-35). La comunità di Gerusalemme, a sua volta, si considerava una grande famiglia, con tutto in comune: cuori e beni. Anche la famiglia di Nazaret, pur essendo del tutto particolare, appariva una famiglia come tutte le altre. Proprio parlando di questa famiglia il documento Vita fraterna in comune, la propone ai religiosi come modello della loro vita comunitaria: «La Madre del Signore contribuirà a configurare le comunità religiose al modello della “sua” famiglia, la Famiglia di Nazaret, luogo al quale le comunità religiose devono spesso spiritualmente recarsi, perché là il Vangelo della comunione e della fraternità è stato vissuto in modo ammirabile” (n. 18).

In questi luoghi ispiratori evangelici la comunità religiosa può scorgere, in filigrana, il substrato comune a cui è chiamata ogni famiglia umana, con le sue dinamiche relazioni, le gioia, le difficoltà, le prove...

È l’inizio di un mio contributo per un libretto di Città Nuova su “Essere famiglia”. Buona lettura!

giovedì 14 marzo 2024

Presentazione del libro "Diario 1964-1980"

 

«Abbiamo una vita intima ed una vita esterna. L’una dell’altra una fioritura; l’una dell’altra radice; l’una dell’altra chioma dell’albero della vita nostra». Queste parole con le quali Chiara Lubich nel 1949 delineava un tratto della sua spiritualità sono indicative della sua stessa vita personale. Il suo Diario si rivela, al riguardo, uno strumento estremamente prezioso, che consente di varcare la soglia degli eventi esteriori (la “vita esterna”) e di penetrare nel modo con cui sono vissuti (la “vita intima”).

La biografia di Chiara Lubich, soprattutto negli ultimi anni della sua vita, ha registrato momenti di grande notorietà. Quello che realmente avviene nel suo mondo interiore rimane tuttavia per lo più celato in un geloso riserbo. Anche quando, innumerevoli volte, ha narrato la sua storia, soprattutto quella degli inizi, molti aspetti del suo vissuto sono rimasti nell’ombra. Accanto alla biografia che la vede protagonista della nascita e dello sviluppo del Movimento dei Focolari, con una forte incidenza nel mondo ecclesiale e nella società, i diari consentono di seguire il suo cammino interiore, terreno fecondo di quello esteriore, e di cogliere ciò che anima la sua azione e le ripercussioni che l’azione produce in lei.

La presentazione del libro a Firenze, Centro La Pira, 15 marzo, ore 18.00.

mercoledì 13 marzo 2024

Contemplazione spirituale, intellettuale ed esistenziale

 

Veritatis gaudium di Papa Francesco (inizia il 12° anno di pontificato: auguri!) domanda di “imprimere agli studi ecclesiastici quel rinnovamento sapiente e coraggioso che è richiesto dalla trasformazione missionaria di una Chiesa in uscita”. Perciò indica come “criterio prioritario e permanente” della vita accademica la “contemplazione ed introduzione spirituale, intellettuale ed esistenziale nel cuore del kerygma” (Proem. 3 e 4). 

Un gruppo di docenti e studenti di alcune istituzioni accademiche, in questi ultimi anni, stiamo provando a comprendere e ad attuare tale invito, aperti al contributo di tutti.

Così eccoci al terzo convegno, e come al solito devo offrire la mia testimonianza… Che tutto serva per metterci alla scuola dell’unico Maestro.

martedì 12 marzo 2024

Il profumo vivo di Chiara

Un’ora di passeggiata a Brindisi, un’ora a Ostuni… Ma sono andato nel Salento per questo? Sono andato per incontrare tanta gente meravigliosa, 160 persone unite attorno al loro vescovo per ricordare gli 80 anni del Movimento dei Focolari la cui data di inizio viene tradizionalmente legata al “volo” di Chiara Lubich, la sua consacrazione a Dio, il 7 dicembre 1943. A me il compito di ricordare il suo “sogno”, il mondo unito, che è il “sogno” di Dio, oggetto della preghiera di Gesù al Padre: “Che tutti siano una cosa sola…”.

Una domenica come vorremmo fossero tutte le domenica: di famiglia, di luce, di gioia, di condivisione di esperienze…

Naturalmente ho ricevuto tanti ringraziamenti, ma io sono soltanto un trasmettitore di cose non mie, o mie nella misura in cui riesco a condividerle: 

- Ho capito che ciò che conta oggi è solo il Vangelo, ma nella bellezza disarmante della sua semplicità come tu ce lo hai fatto gustare. L'amore è un linguaggio universale e ciò che conta oggi per me e per l'Opera è essere Gesù, nient’altro. Davvero grazie dal profondo del cuore.

- Avevo bisogno di abbeverarmi a questa fonte, di fare esperienza di Dio...

­- Certo, tante volte abbiamo sentito la gioia ma questa volta per una grazia speciale ho avvertito l'Anima, quella commozione dolce e mistica che ti invade e ti fa vedere oltre te...

- Un grazie infinito per avermi fatto sentire il profumo vivo di Chiara.

Ho la grazia in questo periodo di andare su e giù per l'Italia, da Catania ad Alassio per partecipare a tanti incontri. Quello che più mi impressiona è il desiderio – dopo il lungo periodo della pandemia, con tutte le sue conseguenze – di ritrovarci insieme, di persona, per instaurare rapporti veri e profondi. E questo tra tutte le vocazioni, nella gioia di riscoprirci un’unica famiglia. Forte anche il desiderio di tornare ad abbeverarci alla sorgente genuina della nostra spiritualità. Per me è poi davvero un dono ascoltare tante testimonianze così belle dalle persone più varie, e prendere atto di quanta vita c’è attorno a noi. Ci sono persone che hanno vissuto per anni e anni nella fedeltà, in silenzio... e hanno costruito attorno a loro. Certo che l’età avanza, ma il fatto di esserci ancora non è un dono grande? Il futuro? È nelle mani di Dio, e ci fidiamo, sicuri che egli porterà a compimento l’opera che lui ha iniziato.