mercoledì 30 novembre 2022

Sulla opportunità della proclamazione del dogma dell'Immacolata

Sant'Eugenio è il primo a sinistra

Pio IX chiese ai vescovi un parere sull’opportunità della definizione del dogma dell’Immacolata concezione. Sant’Eugenio gli rispose il 28 aprile 1849:

Quanto al parere mio personale che come vescovo della Chiesa di Dio sono chiamato felicemente ad esprimere sulla questione proposta, con l’ausilio dello Spirito santo e la protezione della Madre dell’eterna Luce, affermo senza ombra di dubbio quanto segue:

profondamente radicato nella tradizione della Chiesa a me affidata, nell’opinione dei teologi più autorevoli e delle persone più virtuose e più sante dei nostri tempi e nelle motivazioni teologiche che richiedono per l’onore della Madre di Dio e del suo divin Figliuolo l’assenza totale di peccato in questa eccellentissima e dilettissima Madre di Dio,

io affermo che è da tenere e da definire come dogma di fede cattolica che la Beatissima Vergine Maria sia stata concepita senza peccato.

Desidero pertanto ardentissimamente che questo mio sentire sia fatto proprio dalla Santità Vostra e insegnato infallibilmente a tutta la Chiesa di Dio con l’autorità suprema da Cristo concessa in terra a Pietro.

martedì 29 novembre 2022

Presto è Natale

Venerdì scorso mi sono svegliato con un pensiero di una ovvietà lapalissiana: fra un mese è Natale. E ho pensato di dare a tanti il grande annuncio: “Fra un mese è Natale”. Sono fioccate le risposte:

Mistero d’amore!

Allora che i preparativi comincino! E Maria la mamma di casa ci fa da guida insieme a Giovanni Battista e a Isaia.

Sì, lo attendiamo con gioia, ma tanti nostri fratelli non potranno festeggiare perché sono sotto le bombe. Questo mi mette tanta angoscia. Chiediamo insieme la grazia della pace a Gesù Bambino.

Questa è la bella notizia!

Grande opportunità di “far nascere” Gesù in noi e in mezzo a noi.

Che bella notizia!

Ci voleva una buona notizia

Che bello!  Maranatha! Ci prepariamo.

Il messaggio più bello di questa mattina.

lunedì 28 novembre 2022

Regalo di compleanno

Per il mio compleanno mi sono regalato un libro. Me lo sono scritto! In breve tempo, ma è stato un tempo molto intenso. L’ho scritto sotto dettatura. In genere lei me lo dettava di notte e di giorno dovevo scriverlo. Qua e là a qualcuno ho letto un capitolo o l’altro. Non l’ho letto ancora a nessuno per intero. Chissà se sarà mai pubblicato perché, come diceva Italo Svevo, scrivere bisogna, pubblicare non importa. Comunque ogni volta che troverò un ascoltatore, continuerò a leggerne qualche capitolo. Intanto me lo sono letto io. Qui posso trascrivere l’ultima pagina: "Ringraziamento".

 

Grazie Simonetta per avermi raccontato e reso partecipe della tua storia. A brevi linee, a partire degli ultimi intensissimi momenti, anche se è molto più ricca. Me l’hai raccontata con poche parole, soprattutto senza parole, perché non potevi più parlare. È passato tutto da cuore a cuore. Mi hai coinvolto, anche emotivamente. Ho scritto con un genere che fa pensare a un romanzo, un romanzo breve. O più semplicemente una meditazione. Ma è tutto vero. Ho cambiato soltanto alcuni nomi. Quanto ho riportato in corsivo sono testi che hai scritto tu direttamente.

Ti sei raccontata sempre insieme ad altri, gli amici, i colleghi, i pazienti, le focolarine: una storia condivisa.

Assieme a te la tua storia me l’hanno raccontata in tanti, a cominciare da tua sorella, i sacerdoti della tua parrocchia di Lavinio, le tue amiche, le tue compagne di viaggio sui Castelli Romani, Ascoli Piceno, Roma, il personale dell’Istituto don Guanella… Soprattutto i membri del focolare dove si è compiuta l’ultima tappa del tuo viaggio e quanti in quel periodo si sono presi cura di te. Li ringrazio, ognuno personalmente, anche se per vari motivi non sempre riporto i loro nomi. Mi scuseranno se ha conservato soltanto poche cose delle tante che mi hanno narrato.

Hai appena iniziato a raccontare la tua storia, Simonetta. Continuerai a raccontarla ancora, ad altri, e altri ancora la raccoglieranno e continueranno a raccontarla, perché è troppo vera, è troppo bella.

domenica 27 novembre 2022

Attesa

“At-tendere”: rivolgersi verso, protendersi in una direzione precisa. È più di un semplice aspettare – “aspicere” – che indica un atteggiamento piuttosto passivo, fermi a guardare verso la persona o la cosa che deve arrivare. Si aspetta che spiova, non possiamo farci niente. Si aspetta che passi… Si aspetta Godot, come nel dramma di Beckett, ma aspetta aspetta non viene mai… Nell’attesa c’è invece partecipazione, un dedicarsi, una “tensione”. Non si sta lì con le mani in mano, si vorrebbe quasi anticipare, con impazienza, la venuta dell’evento o della persona che si attende. È quasi un andargli incontro, per accorciare tempi e distanze. Niente a che fare con una immobilità rassegnata. L’attesa domanda un atteggiamento attivo, un andare verso, nella speranza di essere appagati da quell’arrivo desiderato.

Tante altre parole sono ad essa correlate, a testimonianza di quanto l’attesa sia dinamica e partecipata: attenzione, tensione, intendere, pretendere, attenzionare... Vi sono anche parole che non hanno un rapporto etimologico con l’attesa e che indicano piuttosto sentimenti ad essa legati: trepidazione, delusione, speranza. L’attesa non è neutra, è passionale, coinvolge mente e cuore, è anche un po’ un patire, soprattutto quando si protrae, i tempi si allungano a dismisura, compare la stanchezza, il dubbio...

È esigente l’attesa, non consente alcuna distrazione, ossia essere attratti altrove. Come non ricordare la pagina evangelica delle vergini saggie e delle vergini stolte? Queste ultime all’arrivo dello sposo sono altrove, sono a comprare l’olio per le lampade, e letteralmente “dis-attendono” l’appuntamento… L’attesa richiede dedizione. Quante volte Gesù invita a vigilare, ad essere pronti, svegli, perché egli arriverà all’improvviso e vuole trovare persone protese ad accoglierlo. La sposa del Cantico dei Cantici confida che anche quando dorme il suo cuore è sveglio e al minimo rumore riconosce il bussare discreto del suo diletto (cf. 5. 2). L’amore veglia, l’amore è sempre in attesa. «Lo Spirito e la sposa dicono: “Vieni”!... “Sì, vengo presto!”» (Apocalisse, 22, 17, 20). È il senso dell’Avvento e del Natale.

sabato 26 novembre 2022

Vegliate pregando

Nel nostro linguaggio il cuore è la sede degli affetti, delle emozioni, dei sentimenti. Nella Bibbia è invece il centro della memoria, della volontà, il luogo dove si prendono le decisioni, e indica la persona nella sua interezza di coscienza, intelligenza, libertà. È la sede della presenza di Dio, perché è lì che viene ad abitare e parla e educa…

Egli parla al cuore, a quelli che la Bibbia chiama gli “orecchi del cuore”. La parola di Dio deve scendere nel profondo del cuore, dove viene accolta, custodita, meditata, in modo che diventi vita. Maria ne è l’esempio, ella che “custodiva tutte queste cose nel suo cuore” (Lc 2, 19. 51). Anche a Lidia “il Signore aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo” (At 16,14).

La Scrittura denuncia il cuore indurito, ammalato di sclerocardìa (Ger 4,4 LXX; cf. Ez 3,7 LXX; Sal 94 [95],8 LXX), il cuore sclerotizzato, incapace di aprirsi alla Parola di Dio. Lo stesso fa Gesù prende atto, con tristezza, della durezza di cuore (Mc 10,5; Mt 19,8; Mc 16,1; Mc 3,5).
Cos’è che indurisce il cuore, lo sclerotizza e lo rende impenetrabile alla Parola di Dio, ad aprire la porta al Signore e ad accoglierlo?

La Scrittura offre una serie impressionante di elenchi di passioni negative che si introducono nel cuore, quali la cupidigia, la mancanza di compassione, l’odio, la gelosia, l’invidia, la menzogna, la doppiezza…

Gesù parla anche del cuore pesante: “State bene attenti che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita” (Lc 21, 34). Nel Vangelo di Luca troviamo altre due volte questo verbo – appesantito – riferito agli occhi. Gli occhi dei discepoli Pietro, Giacomo e Giovanni si appesantiscono sia durante la Trasfigurazione sia durante l’agonia dell’orto degli ulivi: semplicemente si addormentano e non sono più capaci di condividere né la gloria di Gesù né la sua sofferenza. Anche il cuore, al pari degli occhi, rischia di addormentarsi, narcotizzato da “dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita”.

Di qui l’invito di Gesù: “Vegliate in ogni momento, pregando”(Lc 21, 36). L’invito è a non addormentarsi, a stare svegli, in ascolto della voce del Signore, in attesa della sua venuta, pronti ad accoglierlo. Gesù indica anche l’antidoto alla narcosi che porta al sonno della morte: la preghiera. Anche nell’orto degli olivi troviamo la stessa raccomandazione: vegliate e pregate (Mt 36, 41).

La preghiera ha dunque anche la capacità di sgombrare il terreno dalle erbacce, di purificare il cuore. La preghiera alleggerisce il cuore, lo rende disponibile, recettivo.

Solo chi ha il cuore sgombro dal male, può accogliere, come in un terreno buono, la Parola di Dio e lasciare che porti frutto (cf. Mc 4,13-20). Solo chi ha il cuore puro può vedere Dio (Mt 5, 8).

In questo Avvento, come attendere il Signore che viene? Forse la preghiera può essere un buon suggerimento – a dire del Signore stesso!

venerdì 25 novembre 2022

Tra voi la carità... / 4


Al termine del libro Mssionari di tutti i climi (1947), p. Gaetano Liuzzo commenta il testamento di Sant’Eugenio. Ci fermiamo alla prima parte, riguardante la carità. Tutto il testo seguente è la trascrizione del suo scritto:

La carità è il volto specifico delle nostre comunità re­ligiose — nelle terre cattoliche, come in quelle missio­narie — che colpisce quanti vi entrano per la prima volta e con una certa intimità.

Per la Regola la carità è il dolce vincolo dell’Istituto — «vinculum Societatis» (art. 652) — è catena d’oro che deve fortemente e deliziosamente avvincere tutti i con­fratelli pur nelle immancabili diversità di nature e di ca­ratteri — «arctissimis charitatìs vinculis connexi» (art. 291) — e che deve fare di tutti una sola famiglia, «sicut fratres habitantes in unum» (art. 1).

Si vuole anzi la finezza della carità che sa presen­tire e prevenire — «honore invicem praevenientes» (art. 716) — senza sforzo, ma con gioia serena e costruttiva: «cum gaudio charitatem habentes» (art. 714).

Carità intima e profonda, dunque, ricca di sfumature delicate, e protesa ognora a creare e conservare l’armonia delle intelligenze, la fusione dei cuori, l’unione delle vo­lontà e, più ancora, a far di tutti «un sol cuore ed un’anima sola», «cor unum et anima una», secondo l’espres­sione prediletta del Fondatore: ecco l’ideale che ogni Oblato degno di tal nome deve incessantemente tendere a realizzare e ad incarnare nella propria anima.

Carità tutta ammantata della cara atmosfera di fami­glia, ma sempre aliena da ogni forma di vano sensibilismo e di malintesa familiarità, perché sempre soffusa di quel sacro, vicendevole rispetto che è nobile ed amabile riverenza: la riverenza dovuta ai Vessilliferi dell’A­more e della Redenzione: «Mutuam in semetipsos dilectianem et reverentiam habebunt» (art. 716).

E come ovvia conseguenza di tutto ciò, ecco la mutua amorevole correzione fraterna (art. 271 e 703), le paterne preoccupazioni dei Superiori anche per la salute stessa dei sudditi (art. 46), e le delicate attenzioni per i malati (art. 349-51 e 353-54) fra cui la formale proibizione di rinviare a casa, per soli motivi di infermità, un qual­siasi Oblato Professo: la Congregazione è Madre e, come tale, conserva e cura amorevolmente tutti i suoi figli (art. 788).

Un altro corollario non meno bello, ma sorprendente, è la straordinaria abbondanza di suffragi per i confra­telli defunti (…) (art. 363).

La carità quindi, virtù divina e attraente — amato ri­flesso della santa passione filiale. per Cristo e per Maria — è sintesi dello spirito oblato. Ed è splendida arma di santità e di conquista missionaria.

«Posso dire in verità — scriveva Mons. Semeria dal Ceylon al Fondatore — che noi tutti qui siamo un sol cuore e un’anima sola; vedo con gioia tutti i Padri met­ter perfettamente in pratica il meraviglioso articolo della Regola in cui, come Lei stesso ci diceva, c’è in sintesi lo spirito della nostra Congregazione. I missionari secolari di qui ammirano la nostra unione. I cristiani hanno rile­vato con meraviglia i nostri vicendevoli rapporti intimi e fraterni. Quando ricevemmo con tanti segni di affetto i due Padri giunti poco tempo addietro, essi ci chiesero se li avessimo conosciuti prima: lo stupore fu al colmo quando seppero che li vedevamo per la prima volta... I pagani poi sono semplicemente fuori di sé... Io ricordo spesso ai Padri che questa santa fusione di cuori è una garanzia del gran bene che faranno alle anime. Pervasi dallo stesso spirito e mirando allo stesso scopo, presto o tardi riusciranno a trasformare i nostri cristiani; immagini di Dio che è carità, porteranno i pa­gani — timidi adoratori di divinità perfide ed egoiste — a conoscerlo e ad amarlo».

E quarant’anni dopo, un venerando Vescovo Gesuita, Mons. La Vigne, diceva a Mons. Joulain, Vescovo Oblato di Giaffna: «Ho ammirato molto tutte le vostre opere ma una cosa mi ha colpito più di ogni altra: la carità che regna tra i vostri missionari. Vedendoli, si sarebbe tentati di credere che son tutti figli di uno stesso padre e di una stessa madre».

Constatazione consolante che è l’eco fedele di quanto, parecchi decenni prima, scriveva il Venerato Fondatore: «Noi abbiamo un sol cuore e un’anima soia: questa è stata sempre la nastra divisa...; regna tra noi una per­fetta armonia: si direbbe che abbiamo fatto voto di amarci».

giovedì 24 novembre 2022

Tra voi la carità... / 3


 

I Superiori Generali, come il Fondatore, parlano più spesso di carità che di zelo. Tutti sottolineano più volte, seguendo il Fondatore, che la carità fraterna è o deve essere il segno distintivo degli Oblati, e tutti ripetono più volte, sempre seguendo il Fondatore, che dobbiamo avere tra di noi «un cuore solo e un’anima sola».

Sappiamo come Mons. Jeancard, testimone fedele, lodava la carità che animava i padri e i fratelli della prima comunità di Aix. Scriveva, ad esempio: «Il cor unum e l’anima una che il Fondatore raccomanda nelle sue Regole come una delle caratteristiche della Compagnia era veramente il tratto distintivo di questa piccola comunità». Da notare che nelle Regole non si cita mai la frase degli Atti degli Apostoli – cor unum et anima una – ma era talmente ripetuta negli scritti e sulle labbra del Fondatore e della prima comunità, che Mons, Jeancard la dà per scontata. P. Tempier aggiungeva: la comunità di Aix “è il regno della carità nella sua forma più affascinante. Ah! se i mondani leggessero il nostro cuore, si rattristerebbero di essere così lontani dalla felicità» (J. Jeancard, Melanges…, 1872, p. 26; cfr. 3, 18-19, 22, 29, 33).

Toussaint Dassy, ​​seminarista a Marsiglia nel 1829, afferma di essere stato attratto verso la Congregazione dall’unità e dalla carità che vedeva tra i direttori del seminario. La stessa atmosfera di carità esisteva a Notre-Dame de Lumières nel 1840. Sant’Eugenio scriveva nell’atto di visita del 10 ottobre: ​​”Abbiamo appena trascorso cinque giorni deliziosi in mezzo a questa porzione della nostra cara famiglia. Quanto erano dolci gli scambi con ogni membro di questa casa! Abbiamo [notato] che lì serviamo il buon Dio come meglio possiamo, che ci amiamo come fratelli, che tutti i cuori sono così uniti che non nasce mai il minimo dissenso […]”.

Nel 1861, p. Joseph-Marie Clos affermava che in Texas il clero secolare ammirava la carità fraterna che univa gli Oblati; un prete affermò addirittura di non aver trovato tanta carità in nessun’altra comunità.

Nella sua opera per i giovani, intitolata Missionario Oblato di Maria Immacolata, p. Yves Guéguen scriveva nel 1947: «Questo spirito di famiglia, fatto di sincero attaccamento reciproco, delicate attenzioni e cordiale semplicità, è stato fedelmente conservato tra i figli di Mons. de Mazenod. Assieme al tenero amore per Maria Immacolata, che ne è la pura fonte, costituisce chiaramente il prezioso patrimonio del loro Istituto. È il fascino della loro quotidianità; porta gioia e conforto alle loro feste o riunioni di famiglia; dà alla loro modesta ospitalità una speciale impronta di cordialità; infine li predispone ad essere miti, affabili e condiscendenti verso i fedeli che devono evangelizzare» (p. 101-102).

Potremmo venire più vicini a noi. P. Mimmo Arena, alla vigilia dei voti perpetui, scriveva, ad esempio: “Il motivo per cui entrai tra gli Oblati fu vedere il Fondatore redivivo in loro. Mi colpì particolarmente l’unità che essi cercavano di costruire, il loro essere uno…”. 

Prima di lasciare la terra, Gesù Cristo ha lasciato ai suoi discepoli il suo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 15, 12), e ha manifestato la sua ultima volontà: “Andate in tutto il mondo, proclamate il Vangelo a tutte le creature” (Mc 16, 15). Era normale che sant’Eugenio, prima di morire, lasciasse ai suoi figli la stessa parola d’ordine o testamento: “Tra voi la carità, la carità, la carità e, fuori, lo zelo per la salvezza delle anime”. Non dovrebbero gli Oblati cercare di diventare altri Gesù Cristo e camminare sulle orme degli Apostoli che considerano i loro primi padri?

mercoledì 23 novembre 2022

Tra voi la carità... / 2

Il testo più forte della Regola riguardo alla carità recita: «Saranno tutti uniti dai vincoli della più intima carità e in perfetta obbedienza ai superiori» (Costituzioni e Regole del 1818, parte seconda, «Altre principali osservanze», in “Missions OMI”, 78 [1951], p. 55, righe 380-383).

Due espressioni ricorrono spesso negli scritti di sant'Eugenio: dobbiamo avere tra noi “un cuore solo e un’anima sola”; la carità fraterna costituisce il “carattere distintivo” della Congregazione. Mi limito a citare solo il più importante di questi testi, scritto dal Quirinale, a Roma, il 2 dicembre 1854: “Che gli Oblati siano pienamente pervasi dello spirito di famiglia che deve esistere tra noi. Ho visto molti ordini religiosi, sono in contatto intimo con i più regolari. Ebbene! Ho riconosciuto in loro, indipendentemente dalle loro virtù, un grande spirito di corpo; ma questo amore più che paterno del capo per i membri della famiglia, questa corrispondenza cordiale dei membri per il loro capo che stabiliscono tra loro rapporti che partono dal cuore, e che formano tra noi veri legami familiari di padre e figlio, di figlio a padre, non l’ho incontrato da nessuna parte» (Lettera a padre Antoine Mouchette e agli scolastici, 2 dicembre 1854, in EO I, t. 11, n. 1256, p. 253-254). Ma, come ha detto p. Tempier, Mons. Mazenod ha prima vissuto ciò che insegnava. Una volta scrisse: “Vivo solo di cuore” (Lettera a padre Ambroise Vincens, 9 novembre 1853, in EO I, t. 11, n. 1187, p. 175). Voleva che i suoi figli vivessero e lavorassero in comunità, ma in comunità fraterna e caritatevole.

Il Fondatore amava molto i suoi figli Oblati e lo diceva spesso. Basti anche qui citare solo due testi. Prima di partire per Roma, il 17 gennaio 1851, scrive a P. Charles Baret: “Tu sai, mio ​​carissimo figlio, che la mia grande imperfezione è amare appassionatamente i figli che il buon Dio mi ha dato. Non c’è amore di madre che vi si possa paragonare. La perfezione sarebbe rimanere insensibile davanti alla maggiore o minore corrispondenza dei miei figli a questo affetto materno. Qui è dove pecco” (In EO I, vol. 11, n. 1057, p. 30). Il 10 gennaio 1852 scrive a p. Toussaint Dassy: “Eh no! non c’è creatura sulla terra a cui Dio abbia concesso il favore di amare così teneramente, così fortemente, così costantemente tante persone. Qui non si tratta semplicemente di carità, no, è un sentimento materno per ciascuno di voi, senza pregiudizio per gli altri. Ognuno di voi non può essere amato più di quanto io lo ami. Amo ognuno pienamente come se fosse l’unico ad essere amato, e provo questo sentimento squisito per tutti. È magnifico!” (In EO I, vol. 11, n. 1095, p. 69).

Gli avverbi e gli aggettivi sono molto importanti negli scritti di sant’Eugenio: vorrebbe la pena sottolineare quelli che usa in rapporto alla carità, tutti pieni di affetto e di concretezza.

Nel testamento spirituale, il Fondatore ha ripetuto tre volte la parola carità e una sola volta ha accennato allo zelo: Tra voi la carità... la carità... la carità e fuori lo zelo per la salvezza delle anime". Questo corrisponde bene alle sue esortazioni: parlava più spesso di carità che di zelo perché, su quest’ultimo punto, doveva piuttosto frenare gli Oblati.

martedì 22 novembre 2022

Tra voi la carità... / 1

«Come Oblati cerchiamo di essere specialisti della comunione, fedeli all'eredità del nostro Fondatore: “Praticate tra voi la carità, la carità, la carità – e, fuori, lo zelo per la salvezza delle anime. Nella fedeltà a quel testamento, lo zelo di ciascun membro è sostenuto dai vincoli della carità fraterna». Così leggiamo nel documento del nostro ultimo Capitolo generale (n. 16). Sono parole troppo conosciute per impressionarci ancora. Eppure vale la pena continuare a ricordarle…

Queste parole del “testamento” di sant’Eugenio furono pronunciate il giorno prima della sua morte, lunedì di Pentecoste, 20 maggio 1861, e sono riportate nella Lettera circolare di padre Joseph Fabre, il 26 maggio successivo.

Nel pomeriggio del 20 maggio, p. Tempier annuncia a Eugenio de Mazenod che “ogni speranza è perduta”. Il vescovo fa l’offerta della sua vita e chiede la sua croce di oblazione e il suo rosario. Si recitano le preghiere dei moribondi e il rosario. Dopo il Regina cœli arrivano i padri del seminario. Il morente rinnova i voti, poi benedice gli Oblati e le Suore della Sacra Famiglia di Bordeaux. Padre Fabre, superiore del seminario, gli chiede: “Degnatevi di mostrarci l’ultimo desiderio del vostro cuore”. Il Fondatore risponde: “Praticate bene tra voi la carità, la carità, la carità e, fuori, lo zelo per la salvezza delle anime” (J. Fabre, Circolare n. 9, 26 maggio 1861, in Circ. adm., I [1850 -1885], p. 63).

P. Fabre aggiunge che poco dopo, all’arrivo di P. Ambroise Vincens e della comunità del Calvario, l’ammalato “ha voluto ripetere... tutto quello che aveva già detto. Tale, continua, è il prezioso testamento che ci lascia questo amato Padre, tali sono i suoi ultimi pensieri, i suoi ultimi sentimenti, i suoi ultimi desideri» (Ibidem).

Le ultime raccomandazioni scritte agli Oblati, il Fondatore le aveva rivolte in occasione della promulgazione della seconda edizione delle Regole, nella lettera circolare del 2 agosto 1853. Insiste soprattutto sulla tensione alla santità e sulla pratica della carità fraterna, terminando con queste parole: «Riassumo tutte le mie raccomandazioni e i miei auguri con le parole dell’apostolo san Paolo ai Corinzi: Infine, fratelli miei [rallegratevi], tendete alla perfezione, incoraggiatevi a vicenda, abbiate unità di mente e di cuore, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi. Salutatevi con il bacio santo. La grazia di nostro Signore Gesù Cristo, L’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo rimangano con tutti voi. Amen” (2 Cor, 13, Circolare n. 1, 2 agosto 1853, in EO I, t. 12, p. 186; Circ. adm., I [1850-1885], p. 2 [16]).

Parole che “riassumono la sua vita” e sono “il riassunto delle sacre regole”

Nessuno meglio di p. Tempier poteva dare un giudizio così sicuro sulle ultime le parole del Fondatore: esse, afferma, “riassumono la sua vita” e sono “il compendio delle sante Regole”, la sintesi delle sue esortazioni agli Oblati lungo tutta la vita.

Negli scritti di sant’Eugenio troviamo spesso i due termini, carità e zelo, uniti nella stessa frase.

Già nel primo articolo della Regola del 1825-1826 si legge che il fine di questa piccola Società è che «i sacerdoti, riuniti per vivere insieme come fratelli (Sal 132, 1) si dedicano principalmente all’evangelizzazione dei poveri”. Il 12 agosto 1817, aveva scritto nello stesso tono a p. Tempier: “… un vero zelo disinteressato per la gloria di Dio e la salvezza delle anime, e la carità più tenera, molto affettuosa e molto sincera tra noi, faranno della nostra casa un paradiso in terra…” (In EO I, 6, n. 20, p. 34).

Un altro testo importante è quello scritto in un momento di tristezza, dopo aver constatato che a Notre-Dame du Laus i membri della comunità vivevano in un modo lontano dall’ideale che egli aveva sognato e proposto nella Regola. Scrive a p. Guibert il 29 luglio 1830: «La carità è il perno su cui ruota tutta la nostra esistenza. …La pratichiamo anzitutto tra di noi amandoci gli uni gli altri come fratelli, considerando la nostra Società come la famiglia più unita che esista sulla terra, rallegrandoci delle virtù, dei talenti e delle altre qualità che possiedono i nostri fratelli come se le possedessimo noi stessi, sopportando dolcemente le piccole mancanze che alcuni non hanno ancora superato, coprendole con il manto della più sincera carità, ecc.” (In EO I, 7, n. 350, p. 206-207).

lunedì 21 novembre 2022

Carisma e spiritualità: sinonimi?

Carisma e spiritualità: sinonimi? Ne abbiamo parlato oggi tra amici. Sono diversi i miei ex allievi che, impegnati nel lavoro di ricerca e di studio, mi interpellano su temi che mi sono più congeniali. Altre persone che lavorano in questo ambito le incontro nel mio percorso… Perché, mi sono chiesto, non metterci insieme, condividere le nostre esperienze, le ricerche, le difficoltà? Abbiamo così iniziato a incontrarci, in maniera informale. Oggi il tema era appunto il rapporto tra carisma e spiritualità.

Massimo Parisi, postulatore dei Passionisti, ha condiviso la sua ricca ricerca in merito. Da parte mia, per introdurre il tema, ho parlato dell’impiego di molteplici lemmi per dire lo specifico della nostra famiglia religiosa, senza limitarsi al pervasivo termine “carisma”.

Fino agli anni Settanta del 1900 la riflessione sulla specifica vocazione oblata si è incentrata gradatamente attorno alla parola “spiritualità”, anche se si è continuato ad usare termini più tradizionali come “fine”, “spirito”, “virtù apostoliche”. A partire dal Congresso sul carisma oblato del 1976 si è affermata la parola “carisma”, e successivamente si è parlato di “valori” e di “visée missionaria”. Nelle Costituzioni e Regole del 1982 (cito l’edizione 2018) troviamo ancora l’eco della terminologia tradizionale. Si parla ripetutamente della “nostra vocazione” (R 7d. 9a, C 50, R 51c), di “vocazione oblata” (C 51), di “vocazione missionaria” (C 56). Due volte appare l’espressione “spirito del Fondatore” (C 76, 124), e una volta “spirito di famiglia” (R 91a). Una sola volta si parla del “fine” principale della Congregazione (R 7b).

Prevale ormai decisamente il termine “carisma”. Nell’edizione del 2018 esso appare 17 volte, a partire dalla presentazione offerta dal superiore generale p. Louis Lougen, che definisce le Costituzioni e Regole una «autentica guida per vivere il carisma che Eugenio de Mazenod ci ha trasmesso». Nell’introduzione esse vengono presentate come una “espressione privilegiata” del carisma del Fondatore. La prima parte, ispirandosi al Congresso del 1976, porta il titolo significativo di “Carisma oblato”.

L’impiego più consistente del termine carisma – ben 5 volte – è concentrato nella Regola 37a riguardante i laici che condividono la vita oblata. Altre menzioni del carisma riguardano la formazione, che ha «lo scopo di far crescere l’uomo apostolico animato dal carisma oblato» (C 46). Anche nel periodo dopo il noviziato si chiede lo studio e l’assimilazione del carisma (C 65). La fedeltà ad esso deve inoltre informare le strutture di governo (R 72a) e il servizio dei superiori, chiamati a possedere «una identità ben definita illuminata dal carisma oblato» (C 82). In maniera particolare il Superiore generale ha il compito di mantenere sempre vivo «lo zelo missionario nel cuore del nostro carisma» (C 133). Infine si ricorda, ancora una volta, che le Costituzioni e Regole «si ispirano al carisma vissuto dal Fondatore e i suoi primi compagni» (C 163).

Molto più limitato l’impiego del termine “spiritualità”: soltanto tre volte, la prima riferendosi ai laici che partecipano alla “spiritualità” degli Oblati (R 37b), la seconda ai membri di Istituti religiosi e secolari legati alla “spiritualità” oblata (R 37c), la terza riguardante un eventuale comitato o commissione che potrà essere stabilito nel settore della “spiritualità oblata” (R 149f). L’aggettivo “spirituale” ricorre numerose volte, ma non nel senso di una specifica spiritualità, con eccezione della R 72a ove si parla di “caratteristiche spirituali” di tutto l’Istituto.

Concentrandosi dunque sui due termini principali, carisma e spiritualità, potremmo così definirli:

Il carisma è il dono di una particolare vocazione e missione che lo Spirito Santo ha consegnato alla nostra Famiglia attraverso il fondatore, sant’Eugenio de Mazenod. È un progetto ispirato da Dio, che informa tutte le dimensioni costitutive della nostra vita, dall’evangelizzazione alla vita religiosa, dalla formazione al governo, dalla preghiera alla vita comunitaria. Esso dice “che cosa”.

Il carisma comporta anche una spiritualità, ossia il modo con cui si risponde a questo dono di Dio e si vive il carisma. È una componente dello stesso carisma, perché è da esso informata, ed è frutto del dono dello Spirito, che insegna come accogliere e vivere la missione che egli chiama a compiere nella Chiesa. Essa dice il “come”.

domenica 20 novembre 2022

A Cosenza la Chiesa del Cenacolo

 

Tanti mi hanno seguito in questa settimana di esercizi spirituali con il clero di Cosenza. Ringrazio ognuno e offro in poche righe in contenuto degli esercizi, che aveva come tema il cenacolo. Nata nel cenacolo e subito stata lanciata dallo Spirito Santo sulle vie del mondo, la Chiesa rimane segnata dall’esperienza vissuta nella sala superiore e ne conserva i tratti che la caratterizzano per sempre.

- La Chiesa del cenacolo è mossa da “un ardente desiderio” di sedersi alla mensa del Signore, con l’umanità intera. Non ha desideri di conquista, di potere, di supremazia, di prestigio. Vuole semplicemente quello che vuole il suo Signore: radunare la famiglia dei figli di Dio dispersi, far sì che gli uomini e le donne si riconoscano fratelli e sorelle, con un Padre comune che attende tutti attorno alla sua tavola, senza distinzioni tra ricchi e poveri, padroni e servi.

- La Chiesa del cenacolo è segnata da un amore fedele e senza misura, come quello del suo fondatore che amò “fino alla fine”. Ogni membro del Corpo di Cristo, quando si fa carico di persone e di opere, porta avanti fino in fondo il suo impegno. Il pastore si fa carico del gregge, i coniugi l’uno dell’altro, i genitori dei figli, in un patto sincero di fedeltà nella durata e nell’intensità crescente. Ognuno ha cura delle persone che gli sono state affidate, per un amore concreto e fattivo. Ogni battezzato è responsabile della Chiesa: è sua nelle persone e nelle istituzioni. La si ama e per lei si dà la vita.

- La Chiesa del cenacolo è a servizio di tutti, a cominciare dagli ultimi. La tentazione è di mettersi sul piedistallo, di voler essere presi in considerazione, di pretendere attenzioni, onori, riconoscimenti, privilegi, in una parola di essere serviti. La lavanda dei piedi non è un rito annuale, ma l’attitudine costante di ogni cristiano chiamato a mettersi a livello di chi gli è accanto e a servirlo con amore fattivo, rispondendo ai bisogni più vari, pronto a sporcarsi le mani.

- La Chiesa del cenacolo è una Chiesa di peccatori, con le piaghe, e quindi «capace di comprendere le piaghe del mondo di oggi e di farle sue, patirle, accompagnarle e cercare di sanarle». Confida nella misericordia e sa essere a sua volta misericordiosa. Accetta i propri limiti, li guarda con verità, senza nasconderli; riconosce come sue membra chi sbaglia e invoca per tutte il perdono, ponendosi in un cammino di autentica conversione e di costante riforma, pronta ad entrare nella logica di Dio.

- La Chiesa del cenacolo è una Chiesa eucaristica, che non può vivere senza il dono del corpo e del sangue di Cristo. È una Chiesa in donazione, fino a farsi cibo per ogni essere umano. Dona quanto ha ricevuto: la luce che dà senso alla vita e la forza per vivere, i beni materiali che possiede e la condivisione delle fragilità, nella fiducia verso il Padre che sazia di beni gli affamati.

- La Chiesa del cenacolo è una Chiesa sacerdotale, che “fa” la memoria dell’offerta sacerdotale del Signore. Con lui si offre al Padre e coinvolge nella sua offerta il mondo intero. Con quel pane e vino porta a Dio il lavoro, le gioie, le sofferenze, le speranze dell’umanità, e porta la presenza del Signore in tutte le espressioni umane.

- La Chiesa del cenacolo è il luogo dove si vive l’amore reciproco, ossia la vita della Santissima Trinità portata da Cristo in terra. È il luogo della reciprocità, dove ognuno si fa attento all’altro, dove le diversità di vocazioni, di ministeri, così come delle culture, vivono al servizio l’uno dell’altro, facendo a gara a chi mette in luce il bene dell’altro e lo valorizza.

- La Chiesa del cenacolo condivide il sogno di Dio, l’unità e per l’unità innalza la sua incessante preghiera. Patisce le disunità e le lacerazioni al suo interno e raccoglie quelle all’interno delle famiglie, nella società. Ogni sua istituzione, i sacramenti, le opere hanno un'unica direzione: «perché tutti siano una sola cosa», nell’unità trinitaria e nella santificazione (Gv 17, 21). L’unità è la sua ragion d’essere e il criterio di valutazione delle sue scelte e delle sue opere, e l’obiettivo verso cui riorientarle costantemente.

- La Chiesa del cenacolo è il luogo permanente della presenza del Signore risorto, dove lo si può incontrare, riconoscere nella fede, sperimentare e proclamare “Signore mio, Dio mio” in una benedizione e lode perenni. Un’esperienza che non può essere taciuta, ma che domanda di essere condivisa con tutti. La Chiesa è una Persona, quella di Cristo presente tra i suoi, fatti lui da questa presenza.

- La Chiesa del cenacolo è mariana. La presenza nel suo seno della Madre del Signore è segno della piena accoglienza del dono di Dio, della Parola e dell’Eucaristia. Con Maria vive la dimensione sponsale, la fedeltà al suo Signore, la verginità, la totale e esclusiva dedizione al Vangelo e all’avvento del Regno. Con Maria impara a pregare incessantemente e concordemente: è una Chiesa orante.

- La Chiesa del cenacolo è obbediente al comando di andare e di condividere l’esperienza del Signore Risorto, fiduciosa non nelle proprie risorse, ma nella grazia. È “Chiesa in uscita”, Chiesa di Pentecoste, che lo Spirito scaraventa fuori del cenacolo ad annunciare a tutti il Risorto.

sabato 19 novembre 2022

Il nostro Re

Ai piedi della croce per ben tre volte Gesù è deriso, invitandolo a salvare se stesso. Non è un re? Non è scritto anche sulla croce, quale motivo di condanna? Se è un re, come mai è ridotto così? Dov’è il suo potere? Se è un re, può chiedere aiuto, può salvarsi. Glielo dicono i capi e lo ripetono i soldati e uno dei condannati. Ormai lo sanno tutti che è un re: Pilato, Erode, la guarnigione romana, la folla... Ma lo ritengono un illuso, un pazzo, un millantatore.

E invece è re davvero, anche se non secondo i nostri modelli. I re comandano e si fanno servire e Gesù è venuto per servire. I re hanno sempre i primi posti ed egli ha scelto l’ultimo. I re sono potenti (prepotenti?) ed egli mite e umile di cuore. I re hanno la guardia del corpo e l’esercito per difendersi ed egli è solo e indifeso e si lascia prendere la vita.

Anzi, di più, Gesù la vita non se la lascia prendere, come sembra a chi gli sta attorno. La vita la dà per il suo popolo, volentieri e liberamente. Qui sta la differenza e il segreto della sua regalità. «Salva te stesso»? No, rinuncia a salvare se stesso per salvare il suo popolo. Come pastore buono dà la vita per il suo gregge. Muori al posto nostro. A lui la morte, a noi la vita. A lui l’ignominia, a noi la gloria. Egli scendi dal trono per innalzarvi noi. Si fai servo per fare di noi dei re.

Tutto questo l’aveva già annunciato lungo l’intero Vangelo, ma ora lo attualizza in pienezza. La sua regalità consiste nell’amare e non c’è amore più grande di chi dà la vita per gli amici. La dà per ognuno di noi, che non considera “sudditi” ma “amici”. C’è un altro re i cui sudditi (coloro che stanno sotto) non sono tali perché tutti amici suoi?

Lì, sulla croce, innalzato tra cielo e terra, ci attira tutti a sé e fa nascere il popolo nuovo, che introduce nel suo regno. Il primo a entrarvi è un assassino, un condannato a morte. Ma ha saputo rivolgergli le parole giuste. Non gli ha detto, come gli altri, «Salva te stesso», ma «Salvami, ricordati di me». È il solo che riconosca veramente la sua regalità. A un re infatti si chiede clemenza e un condannato a morte domanda di essere graziato.

È quello che faccio anch’io quest’oggi: sono un “dis-graziato”, un peccatore degno di condanna. «È giusta la nostra condanna», ripeto con il buon ladrone. Per questo mi trovo nella condizione di chiedere la grazia. Lo faccio perché ti riconosco il mio re, onnipotente e pieno di amore e a te mi rimetto con fiducia e speranza. «Oggi», hai detto dal malfattore. «Oggi», ripeti a tutti noi: non inizi a regnare nell’altra vita, ma fin da ora, da «oggi»!

venerdì 18 novembre 2022

Danilo Zanzucchi

Funerali di Danilo Zanzucchi.

Mi rendo presente con un ricordo scritto due anni fa in occasione dei suoi 100 anni:

https://fabiociardi.blogspot.com/2020/08/i-100-anni-di-danilo-auguri.html



giovedì 17 novembre 2022

I colori del mare

Non ho molta dimestichezza col mare, ma in questi giorni l’ho costantemente davanti e me e convivo con lui. 

Al mattino presto lo costeggio fino al porto, nel pomeriggio salgo sulla collina e lo contemplo dall’alto, al tramonto lo guardo fino allo scurirsi, dopo cena gli cammino ancora accanto. Che susseguirsi di colori! Non conosco a sufficienza i nomi delle diverse tinte e delle loro sfumature. Mi occorrerebbero la tavolozza d’un artista e le parole d’un poeta.

Il mare s’intona sempre col cielo che varia costantemente con tonalità di grigi, azzurri, rosa, arancio, giallo, rosso, viola… E il colore del mare cambia col mutare del suo umore: calmo, nervoso, collerico…

È vero che ha il colore del vino, come nel racconto di Leonardo Sciascia, e un verde smeraldo intenso, infinite gradazioni di blu, d’azzurro, di grigio, con bagliori di bianco, marrone, e di notte nero velluto, orlato del bianco dell’onda che s’infrange sulla riva.

Passo il tempo a guardare… Che artista il Creatore.




 







mercoledì 16 novembre 2022

Con i sacerdoti di Cosenza: In memoria di me


Ma che ci faccio su questo bel mare calabrese? Guido gli esercizi spirituali a poco più di 40 sacerdoti della diocesi di Cosenza.

A loro Gesù ha dato un comando preciso: “Fate questo in memoria di me”. Memoria di cosa?

- Della cena, innanzitutto. Gesù ha scelto la tavola, lo stare insieme. C’è qualcosa di più bello che stare insieme a tavola? Memoria di quel momento di condivisione, intimità che Gesù ha voluto e vuole vivere con noi… È così che ci si riconosce fratelli. Un unico pane diviso tra tutti. Niente di più semplice e di più solenne che mangiare lo stesso pane. «Il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché vi è un solo pane, noi siamo, benché molti, un solo corpo: tutti infatti partecipiamo all’unico pane» (1 Cor 10, 16-17).

Quel gesto dello spezzare il pane rimarrà indelebile nella mente dei discepoli. I due di Emmaus riconobbero Gesù allo spezzare del pane; la prima comunità cristiana era perseverante «nello spezzare il pane» (Atti 2, 42), «spezzavano il pane nelle case» (Atti 2, 46). A Troade la comunità si riuniva il primo giorno della settimana per «spezzare il pane» (Atti, 20, 7), così come durante la tempesta sul mare, prima di approdare a Malta, sulla nave Paolo «prese un pane… e lo spezzò» (Atti 27, 35). L’espressione “spezzare il pane” (klásis tou ártou) non si trova nella grecità classica, è tipica dei racconti evangelici, al punto da diventare quasi una formula “tecnica” per designare l’eucaristia.

- Memoria del pane spezzato, del corpo dato, del sangue versato. Gesù poteva rimanere nel momento della Trasfigurazione, bello glorioso, luminoso… Invece è rimasto nel momento culmine della tua vita, in quell’ef­fusione del sangue che segno dell’amore estremo. Si dona fino a consegnarsi nelle nostre mani, nel pane e nel vino fatti suo corpo e suo sangue, anticipando il dono di tutto se stesso che compirà il giorno seguente sulla croce e di cui rende tutti partecipi. Rimane nell’atto stesso del sacrificio, del donarsi, del morire per amore di noi.

- Memoria della sua venuta, del suo ritorno alla fine dei tempi: “Non berrà più di questo vino fino a quando non lo berrò nuovo nel Regno dei cieli…”.


E i nostri sacerdoti come fanno memoria di tutto questo?

- Radunando il popolo di Dio attorno alla mensa eucaristica, per fare una sola famiglia capace di autentica condivisione.

- Diventando loro stessi pane spezzato, corpo dato, sangue versato. Dando la vita per la propria gente.

- Dando speranza, aprendo verso il Cielo.

martedì 15 novembre 2022

Creazione: Cetraro

Dio ha affidato all’uomo la creazione perché continui la sua opera. Ne è testimonianza Cetraro, paesetto sullo sperone di roccia che sovrasta il mare Tirreno. In basso Cetraro Marina.

La vecchia Cetraro è un labirinto di vicoli e scale e scalette, da dove ogni tanto si apre uno squarcio sul mare. Poi l’immancabile via Roma, con la sua bella chiesa e anche una gelateria, piazza del Popolo col belvedere e tre uomini che giocano a carte, e il corso deserto.

Le foto che faccio sono tutte in verticale... come il paese!

Un paese che custodisce con devozione le memorie del passato, come testimoniano le numerose lapidi che ricordano il passaggio di Riccardo Cuor di Leone in viaggio verso la terza crociata, il re di Napoli passato nel 1400, il sacerdote benemerito che ha fondato una casa per anziani, un altro che ha creato un centro culturale, e il “Can. Prof. Don Eugenio Occhiuzzi (Cetraro 24-7-1884 / San Martino di Finita 30-3-1946) Esempio luminoso di sacerdote, di educatore, apostolo infaticabile. Parroco Santo attento e disponibile ai bisogni dei fedeli a lui affidati. Consacrò cuore, vita, averi per la gloria di Dio e per l’amore del prossimo L’Amministrazione Comunale e la Pro Loco “Civitas Citrarii” nel settantesimo anniversario della morte, Cetraro 25 giugno 2016”. Però, dopo settant’anni lo ricordano ancora!

Lo porterò come esempio ai sacerdoti ai quali sto dando gli esercizi spirituali.







domenica 13 novembre 2022

BellaCosenza


Rieccomi approdato nella bella Cosenza. Non ho capito perché mi piace così tanto... Per la luce, l’intreccio tra antico e nuovo? Oppure per la presenza degli Oblati, una comunità tutta particolare. O per l’arte racchiusa nella nostra chiesa, con architetture, pitture, bassorilievi che partono dal 1200. Oppure per la gente, così accogliente, che frequenta la chiesa…

Su tutto questo cala il Vangelo di oggi, che mi ricorda che non rimarrà pietra su pietre e tutto passa. Mi viene in mente l’affresco nella cappella di san Silvestro e Costantino ai Quattro Santi Coronati a Roma, dove gli angeli, alla fine dei tempi, arrotolano il firmamento come fosse il telone della scena di un teatro. Non resterà il bassorilievo con la bella Madonna serissima che tiene in braccio Gesù… Questo alla fine dei tempi. Ma in tempi brevi gli Oblati possono lasciare Cosenza, come hanno lasciato tante altre case, e ne apriranno altre… Dovranno lasciare tanta bella gente…

Siamo nomati, pellegrini. Solo la meta è certa. Tutto con passione – guai a smettere di lavorare, raccomanda fortemente Paolo nella seconda lettura, con la scusa che tutto passa – e anche con distacco. Immersi nelle realtà nelle quali viviamo e pronti a lasciare tutto per ciò che solo resta.

Resta solo quanto abbiamo amato.