domenica 30 aprile 2023

Maggio: il mese di Maria

Il numero di maggio della rivista oblata tedesca ha scelto come copertina il mosaico che si trova sul cancello d’ingresso della nostra casa in via Aurelia: la Madonna del Buon Consiglio. La nostra casa infatti il 28 maggio 1954 veniva dedicata a lei. C’è un’immagine più bella che possa essere posta all’inizio del mese di maggio?

Nel Direttorio dei novizi oblati, scritto nel 1853, si legge: “È possibile amare veramente Gesù senza amare la sua divina Madre? […] che imbarazzo per noi, suoi figli, suoi Oblati, se non l’amassimo di un amore infuocato, se non avessimo per lei una dedizione senza limiti! È nostra madre. Ha diritto da parte nostra ad un ritorno di tenerezza filiale. […] Ella sarà rifugio […], forza nella debolezza, avvocata presso Dio […], consolazione nell’angoscia della prova […], cammino più breve e più sicuro verso l’amore di Gesù. La devozione a Maria e soprattutto a Maria Immacolata è anche il mezzo più potente per ottenere la conversione dei peccatori […]. Molte ragioni per consacrarci senza riserve al culto della nostra Buona Madre! Faremo di tutto per esprimerle il nostro amore, o con esercizi di devozione o con lo zelo nell’imitazione delle sue virtù. Cercheremo di esserle graditi in tutto. Quando si ama, si trovano mille modi per testimoniare la tenerezza. […] Siamo suoi figli in modo del tutto speciale […]; portiamo il suo nome e abbiamo lasciato tutto per appartenerle, per avere la gioia di dirci figli suoi. Che grazia, che favore! […] Comprenderemo mai abbastanza la grazia che ci è stata fatta dandoci tale vocazione?" 






sabato 29 aprile 2023

Non siamo un branco di pecore

Domenica del Buon Pastore.

Nei primi secoli i cristiani non osavano raffigurare Gesù in croce. La croce era lo strumento di una morte crudele, per gli schiavi. Se Gesù fosse stato impiccato prenderemmo come simbolo del cristianesimo una forca?

Per avere la prima o una delle prime raffigurazioni di Gesù Crocifisso in mezzo a due malfattori dobbiamo aspettare il portale ligneo della basilica di Santa Sabina, sul colle Aventino a Roma: siamo verso la metà del V secolo!

E prima?  Una delle più comuni e più belle raffigurazioni di Gesù è quella del buon pastore. La troviamo ricorrente nell’arte protocristiana, soprattutto nelle catacombe. Una iconografia che si ispira a immagini si trovano frequentemente nei sarcofagi pagani, allegoria della mansuetudine e della filantropia. Ai cristiani ricordava che Gesù stesso si definisce il Buon pastore. A sua volta Gesù riprende uno dei temi più significativi della cultura biblica ebraica. Dio stesso, infatti, nell’Antico Testamento si rivela pastore del suo popolo: Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.” (Sal 23) e indica il Messia come un pastore che ha cura delle sue pecore:Susciterò per loro un pastore che le pascerà… Egli le condurrà al pascolo, sarà il loro pastore; io, il Signore, sarò il loro Dio e Davide-mio-servo sarà principe in mezzo a loro” (Ez 34, 23-24).

I Padri della Chiesa riprendono fin dal secondo secolo l’immagine del buon pastore: “Il Signore è venuto a cercare la pecora che si era perduta, ed è l’uomo che si era perduto” (Ireneo di Lione); “Per una sola piccola pecora che si era smarrita, egli è disceso sulla terra; l’ha trovata; l’ha presa sulle spalle e riportata in cielo” (Origene). 


Tu ci conosci, a uno a uno, e con ognuno di noi hai un rapporto personale. Sai la nostra storia, i sogni segreti, le prove e i do­lori, le gioie intime. Tutto il contrario di quando ci si riferisce, in modo dispregiativo, a un “branco di pecore”, dove i singoli sono anonimi e amorfi. Nel tuo gregge ogni persona è unica, ha un inestimabile valore, costituisce il bene più prezioso che tu possiedi, al punto che per ognuno sei pronto a dare la vita, tanto ti siamo cari.

venerdì 28 aprile 2023

Come vivere il passato, il presente, il futuro

Finalmente ho dato la mia conferenza sulla vecchiaia a un gruppo di missionari anziani, bellissimi. Tra l’altro ho parlato di come vivere il passato, il presente, il futuro.

La vecchiaia consente una presa di distanza dalla vita passata. Non un rifiuto del vissuto, ma una sua piena assunzione in una luce nuova. Quando avviene la perdita della memoria non sappiamo cosa accade dentro la mente e se il passato è ancora presente e come viene rielaborato, ma per chi ha ancora la memoria buona il passato può essere richiamato come oggetto di riconciliazione, di gratitudine, e può generare sapienza nel presente e speranza per il futuro.

È bello potersi voltare indietro, “fare memoria” del proprio passato e vedere per intero il lungo percorso compiuto. Emergono gli sbagli, le occasioni perdute, i peccati…, ed è il momento per chiedere perdono e per riconciliarsi con se stessi. Si vedono le ingiustizie subite, ed è il momento per riconciliarsi con tante persone, anche se già morte. Tornano alla mente le tante persone incontrate dalle quale abbiamo ricevuto, ed è il momento di farne memoria con gratitudine, di parlarne bene, di mantenerle vive dentro di noi…

Si tratta di dare continuità a una storia che ci precede, ci attraversa, continua dopo di noi. Di fatto trasmettiamo alle nuove generazioni anche e sempre ciò che abbiamo ricevuto da quelli che ci hanno preceduto e che ci hanno generato, educato, fatto crescere e guidato in questo mondo. Ricordarsi dei morti significa ricordarsi del debito che abbiamo con quelle persone, e quindi dei nostri doveri verso il presente e il futuro.

La vecchiaia diventa il momento della narrazione, orale o scritta. Quanti missionari, negli ultimi anni di vita, hanno scritto la loro biografia, i ricordi della loro missione. È un modo per rendere grazie a Dio e per tramandare la propria esperienza. Si può giungere a cogliere il filo d’oro dell’azione di Dio, che ci ha accompagnato lungo la nostra vita e che ha saputo scrivere diritto anche sulle nostre righe storte. La vita diventa un grazie perenne, pur nelle eventuali prove o malattie.

Martini coniò in proposito una nuova beatitudine: «Beati coloro che riescono a leggere il proprio vissuto come un dono di Dio, non lasciandosi andare a giudizi negativi sui tempi vissuti o anche sul tempo presente a confronto con quelli passati!».

 

Non abbiamo soltanto una memoria da tenere viva e verso la quale mostrare perdono e gratitudine. Anche da vecchi abbiamo un presente da vivere. Un presente come tempo dello Spirito.

Philip Roth in Everyman fa dire a un anziano pittore queste parole: «Quando sei giovane, è l’esterno del corpo che conta, l’aspetto che hai esternamente. Quando invecchi, ciò che conta è quello che c’è dentro, e la gente smette di badare all’aspetto che hai».

È importante saper dare qualità al proprio tempo, anche quando il tempo sembra non passare mai perché le attività e gli incontri si assottigliano. Lo sguardo sapiente e pacificato sulla propria vita e sulle cose del mondo, il ritorno a ciò che è più caro, alla parte davvero preziosa della proprio persona e della propria storia, può offrire l’opportunità di reinventarsi o almeno di dare un senso sempre più profondo al presente…

Paul Ricoeur offre una preziosa indicazione al riguardo: per combattere la noia che può far parte della vecchiaia, bisogna «essere attenti e aperti a tutto ciò che succede di nuovo. Restare capaci di quella che Cartesio chiamava l’ammirazione. Questa è per me la saggezza dell’età senile. Spero di esserne capace finché Dio me ne darà la forza».

Conosco una persona di oltre 90 anni che ogni giorno legge con interesse e attenzione il giornale per continuare ad amare il mondo e a pregare per tutte le sue necessità.

Si potrebbero rileggere con calma il Vangelo, le vite dei santi, i libri di spiritualità, ma anche i classici della letteratura, lasciando che riaffiorino le cose più belle che abbiamo imparato, senza smettere mai di imparare. Nella vecchiaia c’è tutto il tempo per coltivare la vita interiore, intesa non come ripiegamento su se stessi, neppure come rifiuto del mondo esterno e degli altri. Si tratta piuttosto di aprirsi all’esterno, al mondo e agli altri, con la luce che viene da dentro, con lo sguardo stesso di Dio.

“Amare” può essere una parola superficiale o impegnativa, a seconda di come la si pronuncia. Forse è l’opera più importante del vecchio. Suor Emmanuelle, dopo aver speso la sua vita per aiutare i poveri delle baraccopoli del Cairo, alla richiesta di inviare un messaggio agli anziani, risponde: “Dica loro che la missione della persona anziana è amare. Perché, vede, io, dalla mia poltrona, non posso fare più nulla di concreto, però, posso ancora, sorridere, ascoltare, diffondere amore tramite la mia presenza. Gli slanci del mio cuore sono intatti. Il cuore può non invecchiare, se lo vogliamo o meglio, se continuiamo ad amare. Semmai bisogna togliere le foglie della tristezza e dell’amarezza, che spesso si addensano nel tempo della vecchiaia. Bisogna assolutamente rompere questa scorza di tristezza, immergersi nelle profondità del lago, nelle profondità del cuore. Si deve attingere il coraggio di andare in fondo a se stessi”.

 

Infine il futuro. Saggezza è quella di Giovanni Battista che di fronte alla “novità” di Gesù, che lui stesso aveva preparato, ha il coraggio, l’umiltà e la lungimiranza di dire: «Lui deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3, 30).

Saggezza è saper riconosce il valore dell’esistenza giovanile, anzi, amare i giovani e aiutarli, non con volontà di dominio, ma con il desiderio che la vita continui in maniera sempre nuova e creativa. È ciò che Erik Erikson chiamava “generatività”: l’anziano si prende cura delle generazioni successive.

La saggezza e la sapienza che maturano con la lettura del lungo cammino percorso, assieme all’esercizio costante della preghiera, affinano l’amore per le generazioni che ci seguono. A loro dobbiamo lasciare spazio, senza gelosie o invidie. C’è chi vuole mantenere, a denti stretti, fino all’ultimo, il comando e le redini di un’azione, di una comunità, di una missione. Non accetta di passare il testimone, di “mettersi da parte”, di lasciare il posto ad altri, al nuovo che deve nascere.

Certamente fa soffrire vedere che non sempre si segue il cammino che abbiamo tracciato per tanti anni. Si lasciano tradizioni che ci sono familiari, modi di fare e di pregare che ci danno sicurezza. A volte sembra che crolli tutto un mondo che abbiamo costruito con tanti sacrifici. Viene la tentazione del confronto con il passato: “Ai miei tempi…”. Saggezza è incoraggiare, dare fiducia, infondere speranza, sostenere con la propria preghiera e, se opportuno, con il proprio consiglio.

Il vecchio, con passare degli anni, si fa consapevole che una generazione è legata all’altra, nella continuità della storia. Egli non vive per se stesso, ma per le nuove generazioni. «Amo la stirpe dei secoli venturi – scriveva F. Hölderlin –. Questa è la mia più beata speranza, la fede che mi mantiene forte e attivo… Il più sacro scopo dei miei desideri e della mia attività è quello di suscitare nella nostra epoca i germogli che matureranno nel futuro». Per i giovani e gli adulti l’anziano può essere visto come un peso che rallenta la corsa della vita. Per l’anziano le nuove generazioni possono essere viste come competitive, antagoniste. Occorre una alleanza tra generazioni, come invita costantemente papa Francesco.

giovedì 27 aprile 2023

Ho raccontato la scoperta della bellezza dei carismi in comunione

 

“Carismi in relazione: Identità e relazione”. Ce l’ho fatta! Le solite cose ma accolte molto bene all’Università Santa Croce.

Ho raccontato che la gioiosa “scoperta” del mio fondatore, sant’Eugenio de Mazenod, allora non ancora proclamato beato, iniziò al noviziato, anche se conoscevo gli Oblati già da una decina di anni. Leg­gere la sua vita e i suoi scritti fu una autentica rivelazione. Trovavo con lui una partico­lare consonanza, mi sentivo espresso da lui – segno che avevo la vocazione!

Pochi giorni prima di terminare il noviziato partecipai con il maestro dei novizi e i miei compagni ad un incontro di religiosi tenuto dal “Movimento dei religiosi”, una espressione del Movimento dei Focolari. Avevo già conosciuto il Movimento dei Focolari anni prima assieme alla mia famiglia, ma non sapevo che al suo interno esistesse un Movimento dei religiosi. Ciò che mi impressionò di quei religiosi (io, in quanto novizio, non lo ero ancora) era la varietà di appartenenze, la serietà dell’impegno e del progetto spirituale, e soprattutto la profonda unità che regnava tra di loro. Iniziavo a sperimentare la comunione tra i carismi.

Un’altra esperienza che mi ha segnato è stato il prolungato periodo di insegnamento all’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum”. Mi ha messo in contatto con moltissime persone appartenenti a tanti Istituti diversi. Quante tesi ho seguito, su tanti fondatori e fondatrici e ogni volta avrei voluto appartenere a quella Famiglia religiosa, e ogni volta riscoprivo la bellezza della mia. Mi sono trovato in consonanza con le parole di Papa Francesco: «L’esperienza più bella è scoprire di quanti carismi diversi e di quanti doni del suo Spirito il Padre ricolma la sua Chiesa!».

Soltanto nel rapporto di unità si comprende la radice comune che le lega tra loro e il “divino” che ognuno di essi esprime. Nello stesso tempo in questo rapporto di unità si può cogliere la peculiarità di ciascuno e giungere a una graduale acquisizione sperimentale della “mirabile varietà” di cui la Chiesa è ricca. Questo fa sentire il proprio carisma e il proprio Istituto o il proprio Movimento non come una realtà assoluta, ma come parte di una realtà più vasta, inserita in un organismo vivente.

Ogni carisma, ha insegnato san Paolo, è un dono per tutta la comunità e, nello stesso tempo, ha bisogno del dono degli altri carismi. Siamo cattolici, trasparenti, aperti gli uni agli altri, pronti a donare come a ricevere, vivendo la “comunione dei santi”, la realtà della Chiesa comunione: «tutto è vostro: Paolo, Apollo, Cefa [attualizzano, potremmo dire: Francesco, Ignazio, Teresa d’Avila, ma anche padre Pio, Madre Teresa, Escrivá de Balaguer, Chiara Lubich…] il mondo, la vita, la morte, il presente, il futuro: tutto è vostro! Ma voi siete di Cristo e Cristo è di Dio» (1 Cor 3, 22-23). Che respiro grande, che vastità di orizzonti, che liberazione del mio miope particolarismo.

La Madre Chiesa nella liturgia ci nutre con gli scritti dei padri e dei santi, di tutti i tempi, di tutti i luoghi, di tutte le correnti spirituali, ci fa celebrare le loro feste, ce li propone come esempi, sicura che se un francescano è attento all’insegnamento sull’orazione di Teresa d’Avila con ciò non lascia il cammino di san Francesco, se un benedettino legge san Francesco di Sales non devia dalla sua strada.

L’invito rivolto dall’Istruzione Ripartire da Cristo costituisce un chiaro programma in merito:

La comunione che i consacrati e le consacrate sono chiamati a vivere va ben oltre la propria famiglia religiosa o il proprio Istituto. Aprendosi alla comunione con gli altri Istituti e le altre forme di consacrazione, possono dilatare la comunione, riscoprire le comuni radici evangeliche e insieme cogliere con maggiore chiarezza la bellezza della propria identità nella varietà carismatica, come tralci dell'unica vite.

mercoledì 26 aprile 2023

Carismi in relazione: identità e condivisione

 


Giornata di studio sulla Vita Consacrata
“Identità e profezia. Nuove e antiche forme di Vita Consacrata in dialogo”
Pontificia Università della Santa Croce – Roma, 27 aprile 2023

Come farò a non dire le solite cose quando mi domandano le solite cose? La mia relazione – è la prima della giornata, quella che dovrebbe dare il “la” – comincia così:

Sono grato e onorato per l’invito rivoltomi ad aprire questa giornata di studio con una relazione sul tema “Carismi in relazione: identità e condivisione”. Il titolo affidatomi è di una chiarezza cristallina. Basterebbe formularlo in maniera assertiva – almeno nel senso in cui l’ho inteso – e sarei esonerato dal trattarlo: “I carismi trovano la loro piena identità soltanto nella condivisione dei doni che esprimono, perché la condivisione è nella natura stessa del carisma. Nello stesso tempo la condivisione arricchisce il carisma consentendogli la piena manifestazione delle potenzialità in esso racchiuse. Nella reciproca condivisione vi è infatti un di più che va oltre la somma delle componenti, un di più che ha la consistenza mistica nel Signore Risorto presente tra quanti sono uniti nel suo nome”.

Cosa potrò dunque aggiungere a questa affermazione che, almeno a me, appare già così chiara? Forse potrei cercare di indicare alcune modalità per la sua attuazione. In grazia alla mia età – vado ormai per i 75 anni – chiedo inoltre la gentilezza di concedermi – come si usa fare con i vecchi – di condividere qualcosa della mia esperienza in merito.

Articolo il tema in cinque momenti:

1. Carismi personali in relazione all’interno del medesimo carisma
2. Carismi in relazione all’interno della Famiglia carismatica
3. Carismi in relazione tra di loro
4. Carismi in relazione con le diverse vocazioni ecclesiali
5. Carismi in relazione con il mondo
Per terminare con una breve indicazione di metodo.

martedì 25 aprile 2023

Sparì dalla vista, senza sparire

 

La notte della veglia di Pasqua ho postato sul mio blog un pensiero dal titolo “Comunicare il Risorto”. È l’editoriale pubblicato dalla rivista “Rogate ergo”. Mi è arrivato il numero della rivista e con gioia vedo la bella grafica della prima pagina dell'articolo, con la foto del Risorto di Pericle Fazzini nell’Aula Paolo VI.

Il Risorto! Nel Vangelo di domenica scorsa – Emmaus – mi hanno colpito le parole con cui si chiude l’episodio: “Egli sparì dalla loro vista”. I due discepoli lo avevano appena riconosciuto, ardeva loro il cuore… e proprio sul più bello egli sparisce.

No, non sparisce. Sparì “dalla loro vista”, ma non sparì. Non lo vedevano più, ma egli rimase, pur non visto: “Beati coloro che credono anche senza vedere”. Anche quando non lo vediamo, non lo sentiamo, Gesù c’è. L’ha promesso: rimane con noi sempre, fino alla fine del tempi.

lunedì 24 aprile 2023

Un uomo sereno. P. Mario Borzaga nel ricordo di Mons. Staccioli

25 aprile 1960. P. Mario Borzaga parte, assieme al catechista Paolo Thoj Xyooj, per la sua ultima missione… Così, ventidue anni più tardi, lo ricordava Mons. Alessandro Staccioli. 

Conservo per P. Mario, pur a distanza di tanti anni, una stima ed un affetto immutati. Nel mio breviario ho la sua foto insieme a di Mons. Berti, di P. Zanoni e di P. Natalino Sartor. È la foto che più di qualsiasi altra me lo ricorda come era da vivo: fu scattata dal P. Zanoni sulla veranda della vecchia casa della Missione a Luang-Prabang forse appena un anno prima della sua scomparsa. P. Mario è in piedi con un sorriso composto, forse un po’ scettico sull’abilità del fotografo, dato che P. Zanoni era famoso, almeno nei primi tempi, per sbagliare le pose quando addirittura non si dimenticava di mettere il rullino nella macchina...

È la foto di un uomo sereno e tale ho conosciuto P. Mario in tutto il tempo della sua vita missionaria. In tutte le cose s’impegnava a fondo preparandosi con una cura ed una tenacia notevole. Del resto anche chi lo conobbe allo scolasticato sapeva che egli non perdeva tempo e quello che doveva fare, dall’articolo per il S. Giorgio alla pulizia delle camera­te, era sempre fatto con il massimo impegno costasse quello che costasse.

Nel viaggio che facemmo in na­ve per arrivare al Laos l’esperien­za del caldo fu una delle più dure. Mano a mano che ci avvicinava­mo a Singapore, nostro porto di sbarco, ci si sentiva soffocare.

Sbarcati, nei 4 giorni che ri­manemmo a Singapore, si faceva la doccia anche 5 o 6 volte al giorno e ci si domandava cosa sareb­be stato nel Laos. P. Mario sof­friva il caldo forse più di altri, abituato com'era al clima delle sue montagne, ma non lo faceva apparire, anzi ci spingeva a usci­re per visitare e vedere quello che era possibile; e sentendo parlare la gente diceva: speriamo che la lingua laotiana sia più facile!

Nello studio della lingua dimostrò fin dall’inizio un grande desi­derio d’impararla. Dopo un mese sapeva già a memoria non meno di un migliaio di vocaboli e non perdeva occasione per controllare quello che sapeva con i ragazzi del Seminario di Palesane, dove, al­lora, ci trovavamo.

La facilità di ritenere suoni e vocaboli indurrà il Vescovo a fargli studiare anche la lingua Hmong appena un anno dopo il suo arri­vo al Laos. Sarà proprio il villag­gio Hmong di Kiukatian, con una vasta area intorno, che sarà affidato al suo ministero. Lì poté mostrare le sue qualità più belle: pazienza, tenacia, comprensione, carità e tanta Fede.

Soffriva, come del resto ogni missionario, della miseria e delle privazioni personali, ma non pre­tendeva niente per sé; tutto era per la gente. Le pecore affidategli non sempre erano docili e l’anima pagana rispuntava spesso, con un sacrificio agli spiriti o con varie superstizioni, a deludere le sue speranze. Se ne mostrava preoccupato, ma mai che dicesse, come a volte succedeva a noi: «questa gente non è seria, non ci si combina niente di buono». Egli scusa­va oppure taceva; e sembrava sen­tirsi responsabile lui, se gli altri non erano ancora buoni cristiani. Il Catechista Shiong, che l’accom­pagnò nel viaggio da cui non avrebbe fatto ritorno, era uno di quelli che l’avevano fatto tribola­re di più per il suo comportamen­to. Tuttavia lo prendeva più spes­so con sé e lo aiutava di più.

All’inizio trovava qualche difficoltà a curare i malati: la vista del sangue specialmente lo impressio­nava tanto da farlo star male. Ma era sempre pronto- quando lo chia­mavano e faceva anche giornate di cammino per curare un ammala­to. Specialmente i Hmong aveva­no come una psicosi della malat­tia e chiamavano anche quando non ce n'era bisogno: più di una volta aveva fatto una giornata di cammino per curare un ammala­to che poi... trovava vivo e vegeto, in ottima salute. La lezione non serviva e alla prossima occasione P. Mario ripartiva ugualmente di­cendo: «se poi fosse una malattia seria?».

Dopo qualche tempo un po’ per la fame, un po’ per il caldo, un po’ per la stanchezza si finiva tutti per dimagrire e diventare irritabili. P. Mario perse i suoi bravi chili, ma non il sorriso e la gentilezza; nelle riunioni che faceva­mo ogni tanto, non mancavano discussioni anche accese; quando, ad esempio, c’era da dividersi i medicinali ognuno cercava di sce­gliere i migliori. Egli non pretendeva mai niente e tuttavia cura­va i malati come tutti.

Era ottimista anche sul futuro del Laos e forse proprio perché non dette peso alle prime avvisaglie di tempesta, adesso non è qui con noi. Partì come al soli­to per un’opera di carità; lo aspet­tammo per il ritiro mensile, ma aspettammo invano. Non riusciva­mo a rassegnarci di averlo perdu­to e per anni pensammo che fosse ancora vivo, prigioniero da qualche parte, nelle mani dei Pathet Lao o dei viet. Poi il tempo ci fece consci della realtà. Una realtà dolorosa dato che dopo Mario altri otto missionari avrebbero continuato a piantare la Chiesa del Laos con il proprio sangue.

La gente che P. Mario ha battezzato c'è ancora e questo basta per poter apprezzare il suo sacrificio e mantenere viva la speranza. Il suo corpo non sappiamo dove sia sepolto, ma che importa? Egli vive ancora nel cuore della sua gente e di tutti noi.

(“Missioni OMI”, Aprile 1982, p. 29-30)

domenica 23 aprile 2023

Simonetta al Villaggio della terra

 

«Ciò che emerge dal libro è la capacità di amare di Simonetta, la grande capacità di ascolto e la sua disponibilità ad essere sempre vicina ai più deboli. La sua è una lezione di vita su come affrontare la sofferenza nella malattia. “Il dolore non è la cosa peggiore che ci possa capitare ma una possibilità unica ed eccezionale per scoprire il senso di quello che siamo e che viviamo”. “La malattia è un privilegio che mi porta a dire che questo è il periodo più bello della mia vita”.

Padre Fabio ha saputo descrivere in maniera molto aderente il modo di essere di Simonetta, si è immedesimato direi identificato con lei e ne è venuto fuori un capolavoro, un libro fluido, coinvolgente, toccante e molto commovente».

È un brano della testimonianza che Letizia ha dato su sua sorella Simonetta. Il suo è stato uno dei sette interventi della presentazione del libro “Che Artista il mio artista. Racconto di Simonetta Magari”, nell’ambito dell’evento “Villaggio della terra” che, a Villa Borghese, vede per cinque giorni coinvolte migliaia di persone. Un momento intenso e partecipato.

Una mamma ha detto: “Se persino le mie figlie adolescenti mi hanno detto che è stato un momento toccante… deve esserlo stato davvero”.

Un grazie di cuore a tutti!

sabato 22 aprile 2023

Un Pastore e una porta

 

Sempre precorro i tempi  così mi accorgo che ho letto il Vangelo di domenica prossima. Vorrà dire che domenica prossima farò un passo indietro…


Un pastore, un gregge, un ovile. Sono immagini familiari anche se, nella nostra società industriale e urbana, è una rarità incontrare un gregge. L’allegoria del pastore buono e bello, quello vero e autentico, che instaura un rapporto di mutua conoscenza con le sue pecore e che le ama al punto da dare la vita per loro, esula ormai dal riferimento storico e mostra, al di là dell’allegoria, la figura di Gesù vicino a ognuno di noi quale guida sicura nel cammino della vita.

Meno familiare la similitudine della porta. Gesù una porta, anzi, “la” porta? E per introdurci dove? Forse quanti lo ascoltavano ricordavano d’aver udito dai loro padri parlare della mitica Babilonia come della “porta degli dei” (tale è il significato del suo nome), o pensavano alla porta del tempio in Gerusalemme, che li immetteva al cospetto di Dio. Ma quelli erano soltanto dei simboli. Quale porta può spalancarsi realmente sul Regno dei cieli, aprirci il paradiso e introdurci nel seno del Padre?

L’unica porta, l’unica via di comunicazione tra Dio e l’umanità, è Gesù: tutto è stato fatto per mezzo suo, la grazia e la verità ci sono giunte tramite lui, Dio si è rivelato ed è sceso grazie a lui.

Sei Dio che si fa uomo, la porta attraverso la quale Dio viene a noi. E sei la via del ritorno, la porta d’accesso all’Eterno: l’uomo che si fa Dio. Sei la sola via al Cielo: “Nessuno va al Padre se non per mezzo di me”. Chi altri può avere la pretesa di essere il mediatore tra Cielo e terra? Lo squarcio del tuo fianco è quasi il simbolo della tua totale apertura che ci consente di entrare in te e di ritrovarci in Dio. Ti sei fatto nulla, trasparenza, per unirci al Padre: “Chi vede me, vede il Padre”, proprio come attraverso una porta spalancata si vede chi è in casa.

Quante vie traversiamo, quante arrampicate inutili per cercare una scorciatoia, quanti tentativi maldestri per impossessarci con la forza, come ladri, della felicità, della pienezza di vita, della salvezza: il successo, i soldi, il potere, la bellezza, quando non ci si rivolge ai maghi, agli astrologi, o addirittura alle esperienze esoteriche e sataniche. Si cercano i passaggi segreti quando la porta è lì, spalancata, davanti a noi!

Che altro ci resta se non entrare? Ossia ascoltare la voce di Gesù Buon Pastore, mettere in pratica la sua parola, seguirlo con docilità e fiducia, fino ad aderire pienamente a lui, fino ad essere altri lui.

Forse anche noi, perché fatti Gesù dal suo amore misericordioso, vuoti di noi stessi come egli si è svuotato della sua divinità, trasparenti perché solo amore, possiamo sperare di diventare almeno una piccola fessura che lascia intravedere il Cielo a quanti incontriamo sul nostro cammino.

venerdì 21 aprile 2023

Presentazione del libro "Che Artista il mio artista"

Domenica mattina, alle 12.30, presentazione del libro “Che Artista il mio artista”, nell’ambito degli eventi del “Villaggio della terra” a galoppatoio di Villa Borghese. Come si vede dall’invito quelli che prenderanno la parola sono numerosi e con una rappresentatività molto varia: - Gian Vittorio Caprara, docente emerito di psicologia Università La Sapienza di Roma - Letizia Magari, sorella di Simonetta - Veronica Rosa, psicologa - Elisabetta Bardeggia, esperta in disabilità - Antonella Magnoni, psicologa Opera Don Guanella - Antonia Testa, medico Policlinico Gemelli. Con la moderazione di Silvia Cataldi, docente di sociologia Università La Sapienza.

Io penso dovrò soprattutto ascoltare. Certamente mi chiederanno perché ho scritto il libro. Già, perché l’ho scritto?

Innanzitutto per una ragione banalissima: perché la direttrice di Città Nuova me l’ha chiesto! Gli era venuto a mancare un titolo per la collana che dirige e aveva pensato che avrei potuto riempire quel vuoto: “Scrivi un romanzo su Simonetta. Sei veloce a scrivere. In un mese prepari il libro!”.

Dopo un attimo di perplessità – “Ma devo scriverlo proprio io? Altri lo farebbero meglio di me” – ho accettato la sfida. Con gioia, per tenere viva la memoria di Simonetta. Perché la sua vicenda mi aveva coinvolto molto, anche emotivamente. Mi sembrava un dovere di riconoscenza.

Terzo motivo… Perché dato il genere letterario proprio della collana che avrebbe accolto lo scritto – un racconto, un “romanzo” – avrei potuto dire quello che volevo, quello che sentivo, quello che avrei voluto dire… Quello che faccio dire a Simonetta lo dico io, vorrei poterlo dire io, è quello in cui credo. Allora sono cose mie o sue? Sono cose mie perché sono cose sue. Lei ha saputo tirare fuori il meglio di me.   

È venuto un libro troppo breve? Sono i limiti dati dalla collana, obbligandomi a incentrarmi soprattutto sulla fine, senza preoccuparmi di montare su una biografia. Scritto troppo in fretta? Mi ha consentito di concentrarmi e rivivere con intensità e partecipazione  l’avventura di Simonetta.

giovedì 20 aprile 2023

Ma come sei giovane! - dicono al vecchio

Quand’è che si comincia ad avere “una certa età”? (Come se le altre età non fossero tutte una certa età…). Personalmente credo che sia cominciata quando mi sentii dire: “Ma come sei giovane!”. Quand’ero giovane non me lo dicevano.

Sulla vecchiaia c’è tutta una retorica stucchevole: l’età della saggezza, della pace interiore, della riconciliazione con la vita… E avanti con: “Che bell’età, proprio non la dimostri! Come sembri giovane!”

Norberto Bobbio scriveva: «Non condivido una sempre più diffusa e invadente, non so se più patetica o ingannevole, retorica della vecchiaia, che si risolve spesso in una forma larvata, ma non meno reale, di captatio benevolentiae, come quando l’accrescimento del numero dei vecchi viene preso in considerazione o sfruttato sotto l’aspetto dell’aumento del numero di eventuali consumatori, per cui vengono inventati sempre nuovi spot pubblicitari dove il vecchio, naturalmente sorridente, benportante, lieto di vivere, è un uomo corteggiatissimo protagonista della società dei consumi, come portatore di bisogni diversi da quelli dell’infante, dell’adolescente, dell’adulto, e in quanto tale portatore di nuove domande di merci, benvenuto collaboratore dell’argomento del mercato. In una società dove tutto è mercato, anche la vecchiaia può diventare una merce come tutte le altre. Mi riferisco, come avete capito, alla retorica del “vecchio è bello”. No, il vecchio non è sempre bello, anzi è quasi sempre più brutto che bello. Il tempo della vecchiaia si prolunga. Ma lasciate dire a me, che vivo in mezzo ai vecchi, cioè ai miei coetanei, che la malattia non è sempre felice».

Si vuole una vita lunga ma si ha paura di invecchiare e qualche volta quando si è diventati vecchi non si sa che farsene della vecchiaia. Il mito rimane quello dell’età giovanile, la più bella, piena di vita, di speranze...

La paura di invecchiare è antica quanto l’umanità. Nella sua Storia della vecchiaia Georges Minois riporta le parole del primo vecchio che parla di sé come tale. È uno scriba egizio vissuto 4.500 anni fa, le cui parole sono un grido di sconforto. Si chiamava Ptah-Hotep, visir del faraone Tzezi, della V dinastia: «Com’è penosa la fine del vecchio! S’indebolisce un po’ per giorno; gli si abbassa la vista, gli orecchi diventano sordi; la forza declina; il cuore non ha più riposo; la bocca diventa silenziosa; non parla più. Le sue facoltà intellettuali diminuiscono e gli diventa impossibile ricordare oggi ciò che è accaduto ieri. Tutte le ossa dolgono. Tutte le occupazioni a cui ci si dedicava prima con piacere diventano faticose, e quel che avevano di piacevole sparisce. La vecchiaia è il peggiore malanno che possa affliggere un uomo». Come non ricordare Qoèlet (12, 1-8)?

Peter Laslett enumera quattordici forme di paura legate all’invecchiamento, dalla paura della morte a quella dell’Alzheimer, dalla paura della solitudine a quella della dipendenza. Atul Gawande, medico chirurgo statunitense di origine indiana che ha passato anni accanto ai malati gravi, nota, proprio a seguito di una lunga esperienza: «Non è la morte che le persone anziane mi dicono di temere. È quel che precede: perdere l’udito, la memoria, gli amici più cari, le abitudini di vita […]. La vecchiaia è una serie ininterrotta di perdite». 

Ci si scopre dipendenti mentre prima si era in forze, ci si scopre soli mentre prima si stava in mezzo agli altri, ci si scopre deboli, malati e senza più ruolo sociale… Progressivamente ci si rende conto che la propria vita non ha più valore, utilità sociale, rilevanza affettiva. I vecchi non solo non producono, ma sono di peso, costano e dunque suscitano istintivamente una reazione di ostilità che giunge fino alla tentazione di scartarli.

Solitudine, isolamento, inutilità, debilitazione. Sono caratteristiche che dobbiamo guardare in faccia, senza nasconderle, e che dobbiamo saper affrontare. Spesso non se ne ha il coraggio e per esorcizzare questi timori si mettono in atto mille tattiche, che Romano Guardini sintetizza innanzitutto in un “materialismo senile”, «che porta a privilegiare soltanto ciò che è tangibile: il mangiare e il bere, la poltrona comoda, il conto in banca». Descrive poi la “psicologia senile”, «fatta di testardaggine, di smania di mettersi in luce, di volontà tirannica; e questo per convincere se stessi di valere ancora e di essere ancora qualcuno. A questa psicologia appartiene l’atteggiamento di quei vecchi e anziani che, per partito preso, invidiano i giovani, non accettano senza risentimento le novità che la storia produce e impone, manifestano uno spirito acremente critico, quando non una gioia maligna, nei confronti dei difetti e degli insuccessi dei giovani e del tempo presente».

Forse la prima cosa a cui è chiamato il vecchio è accettare la propria vecchiaia, con tutto ciò che essa comporta. La non accettazione provoca rabbia, acredine, malcontento, critica spietata. Oppure porta ad atteggiarsi a giovani, rendendosi ridicoli.

«All’opposto – scrive ancora Guardini –, quanto è cara la figura del vecchio da cui traspare la sua coscienza dell’eterno! Non è l’eternità di chi, diventato vecchio, pensa di sopravvivere nei figli o nella patria o nel partito politico o nella cultura che ha servito in vita. Chi intende così l’eternità mostra, in realtà, di scambiarla con una sorta di continuità in senso biologico o culturale o cosmico, con qualcosa che infine è pur sempre contingente e non eterno. Possiede invece veramente l’eterno soltanto chi, accettando e non nascondendo la sua caducità, riesce a vedere che la vita ha un significato che trascende la vita e coglie l’assoluto nella caducità che sempre assedia la vita umana».

mercoledì 19 aprile 2023

Pregare in lingue

 

Oggi mi è arrivata la traduzione francese del libro sulla preghiera in Chiara Lubich. Un bel formato, e soprattutto una bella traduzione di Jean-Marie Wallet.

Il libro è stato tradotto anche in portoghese, spagnolo, ungherese.

Bello parlare in tante lingue!

Sono grato a Margaret Karram per la sua presentazione nella quale, narrando la propria esperienza, scrive:

Sono stata eletta presidente del Movimento dei Focolari il 31 gennaio 2021 e da quel momento la mia vita si è arricchita enormemente: riunioni, eventi, viaggi, incontri che mi hanno aperto orizzonti mente e cuore, ma anche dolori e situazioni difficili.

A scandire il tempo delle mie giornate era – e talvolta è ancora – l’agenda di lavoro fitta di appuntamenti ed è stato proprio in un momento in cui dovevo scegliere a cosa dare pre­cedenza che ho sentito dentro un monito: quello di rallentare.

Mi sono tornate in mente alcune parole di Gesù: «Venite a me voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò» (Mt 11, 28). Parole che mi si sono ripresentate più e più volte, come fossero un richiamo a porre un freno al vortice delle mie gior­nate, a ricordarmi il senso del mio impegno, in definitiva a ra­dicarmi in Dio, Colui per il quale ho scelto di vivere. Solo così, ne ero certa, avrei potuto mettere il mio tassello e dare il mio piccolo contributo per indirizzare il Movimento dei Focolari sempre più verso il Vangelo, radice di tutto. Sentivo che questo tornare a Dio non poteva restare solo un anelito personale, ma dovevo comunicarlo ai membri del Movimento, perché tutti potessimo metterci o rimetterci in ascolto della Sua voce.

Questa aspirazione ha avuto una grande risonanza ed è stata accolta nei più vari ambiti del Movimento. Ho ricevuto infatti numerose lettere, messaggi, echi profondi da tutto il mondo da parte di persone che avevano trovato nuovo slancio in un rinnovato rapporto con Dio.

Ho compreso sempre più che quel richiamo a rallentare, a fermarsi era un invito al “raccoglimento”. Una chiamata prima di tutto a far spazio al rapporto con Dio, a trovare il tempo per Lui, pur immersi nella quotidianità, per poi affrontare le relazioni con gli altri e la responsabilità che comporta il lavoro per il Suo regno.

Un “rallentare”, per saper cogliere il filo d’oro che lega situazioni e avvenimenti, per discernere il disegno di Dio sul nostro vivere e operare per il “che tutti siano uno” (Gv 17, 21). Da qui l’esigenza della preghiera e il desiderio di approfon­dire l’unione con Dio.

 

martedì 18 aprile 2023

La vecchiaia come dono

Continuo a scrivere la mia conferenza sull’anzianità tenendo davanti a me lo specchio…

La vita è sempre un dono, in tutte le sue fasi. Abitualmente quando si parla della vita come dono si pensa al momento della nascita. Molti degli attivisti dei vari movimenti in difesa della vita si battono infatti contro l’aborto, salvo disinteressarsi, sovente, di assistere la vita che hanno fatto nascere. La vita è un dono sempre, anche nel periodo della vecchiaia.

Non è né una maledizione né una condanna inevitabile. La saggezza sta nell’accogliere la vecchiaia come dono, senza negarla, nell’imparare a convivere con l’inevitabile declino del proprio corpo senza farsene condizionare troppo.

Potremmo ricordare le parole di Gesù a Nicodemo: “Se non nascete dall’alto…” (cf. Gv 3, 1- 15). Esse costituiscono la “buona novella” per chi è avanti negli anni. Presentano la vecchiaia come l’occasione di una rinascita, il tempo per una nuova vocazione, per riconciliarsi con la parte meno felice della propria esistenza, con gli errori, con le occasioni d’amore mancate. Potrebbe essere vissuta come un tempo di purificazione, nell’umiltà, in parte nel dolore, nella carità sempre, quasi un “Purgatorio” che apre le porte al Paradiso. È tempo della mai compiuta conversione.

È il tempo della fede e della fiducia, l’età dell’abbandono e della speranza, del perdono e della grazia. Il tempo di una vita nuova.

Benedetto XVI alle anziane e anziani di una delle case-famiglia gestite dalla Comunità di Sant’Egidio, ove si era recato in visita il 12 novembre 2012, così si esprimeva: «vorrei dirvi con profonda convinzione: è bello essere anziani! In ogni età bisogna saper scoprire la presenza e la benedizione del Signore e le ricchezze che essa contiene. Non bisogna mai farsi imprigionare dalla tristezza! Abbiamo ricevuto il dono di una vita lunga. Vivere è bello anche alla nostra età, nonostante qualche “acciacco” e qualche limitazione. Nel nostro volto ci sia sempre la gioia di sentirci amati da Dio, e non la tristezza».

Nella Lettera agli anziani del 1999 Giovanni Paolo II offre indicazioni per una spiritualità di questa età. «Da vecchio» scrive «l’uomo riscopre il sostegno di Dio e chiunque ha frequentato anche poco gli anziani sa bene quanto la fede li aiuti e li sostenga, sino a divenire una vera e propria energia, una fortissima medicina che risveglia quella forza vitale che Dio ha deposto nel cuore di ogni uomo. La vecchiaia non è la fine, ma una nuova vocazione. I vecchi possono essere molto utili per gli altri e in tanti modi. Lo sono con la sapienza che hanno accumulato negli anni».

lunedì 17 aprile 2023

Igino Giordani: una vecchiaia che essenzializza e dilata

18 aprile: anniversario della partenza per il Cielo di Igino Giordani.

Nella mia conferenza sull’anzianità, dopo aver iniziato con la testimonianza di p. Olegario Domínguez, terminerò con quella di Igino Giordani, del quale è in corso la causa di beatificazione. Noto uomo di lettere, giornalista, politico, padre di famiglia, focolarino, parlamentare e membro della Costituente e del Consiglio dei popoli d’Europa a Strasburgo, era nato a Tivoli il 24 settembre 1894 e concluse il suo viaggio terreno a Rocca di Papa il 18 aprile 1980.

Giordani era già anziano quando l’ho conosciuto. Ricordo quando, nella nostra comunità degli Oblati a Vermicino, aprendo la porta me lo trovavo davanti per una delle sue graditissime improvvisate. Oppure quando stava seduto su una panchina, nel giardino del Centro Mariapoli a Rocca di Papa, circondato da ragazzi, giovani, famiglie intere, in un dialogo semplice e intenso.

Mi sono rimasti impressi soprattutto le brevi visite agli incontri dei religiosi al Centro Mariapoli. Gli bastava darci un saluto. Spesso voleva soltanto farci sapere che aveva sempre vissuto in compagnia dei nostri fondatori e dei nostri santi, che aveva letto i loro scritti e aveva pubblicato biografie e profili su di loro. A volte ci ricordava tempi nei quali aveva sofferto per il divorzio tra noi “consacrati” e lui, laico. «Voi, ci diceva con quell’humor fine che lo caratterizzava, eravate i consacrati e noi laici gli “sconsacrati”. Ora invece siamo tutti membri della stessa famiglia, tutti affratellati». Era per lui una grande gioia costatare la profonda unità che il Movimento dei Focolari aveva creato tra tutte le vocazioni. Naturalmente non si trovava bene soltanto con noi religiosi. Igino Giordani si trovava bene con tutti, giovani, famiglie, politici, prelati, cristiani di altre Chiese... Niente e nessuno gli era estraneo, lui che era stato padre di famiglia, insegnante, scrittore, giornalista, politico, ecumenista...

L’ho conosciuto dunque che era ormai anziano. Aveva superato traversie di ogni genere ed era diventato - così appariva ai miei occhi - semplice e mite, puro di cuore, con sulle labbra quel perenne sorriso che lasciava intravedere il superamento di tante prove.

Non dovette essere facile giungere a quell’approdo sereno.

Nel suo diario descrive il tempo della vecchiaia, a cui era giunto, con l’impiego di una metafora, quella dell’albero, che torna spesso nei suoi ultimi scritti. Leggiamo due di questi brani:

25 maggio 1957 – La più ovvia similitudine che si presenti al mio spirito nel contemplare quel che ho fatto, è che la mia vita sia come un albero in autunno, quando perde le foglie e incanutisce. Cadono a una a una le illusioni: politica, lettere, amicizie, ricchezza, prestigio... Ma è una valutazione superficiale. Appena si profonda l’occhio un po’ oltre le parvenze, si trova che questo distacco di valori effimeri è una liberazione. Persino il non veder considerati i propri lavori religiosi dagli uomini di religione, è una delicatezza del Padre. Egli vuole l’amore assoluto: l’amore puro, disinteressato. Egli vuol essere amato per Lui. E anche gli uomini vanno amati per Lui. Non per noi dunque, non per vantaggi umani, per decorazioni terrene, per lauri istituzionali. Dio solo.


24 settembre 1963 - Sessantanove anni: mèta a cui sono arrivato senza accorgermene. Mi ripromettevo da essi tante cose: e i frutti colti sono altri da quelli che mi ripromettevo. Si vede che io zappavo, potavo, facevo danni: il divino Agricoltore correggeva e vivificava. E m’ha portato al frutto della solitudine: ma come silenzio e pausa per conversare con Lui, esser con Lui. Gli uomini si sono distaccati per i motivi umani: ma a ogni distacco Egli s’appressava. Ora, siamo Lui e io: il Tutto e il nulla; l’Amore e l’Amato. E il dialogo non è disturbato dai clangori degli amici, dei clienti... Allora, se torno tra creature umane, è per amarle, senza presumere d’essere riamato, è per servirle, senza aspettarmi d’essere servito: neppure dai più vicini per natura e soprannatura: così vicini e così remoti! Per tal modo quello che pareva un abbandono di uomini è risultato un ritrovamento di Dio – e in Lui sono gli angeli e i santi, da Maria all’ultimo defunto in grazia. Pareva un crollo, ed è stato un elevamento al cielo. Una liberazione, invece che una dispersione.

Il venir meno di affetti e cose, il sopraggiungere di disagi e solitudine, assieme a tutto il retaggio della vecchiaia, non lo percepiva come una situazione negativa. Lo sentiva piuttosto come una “liberazione”, come un provvidenziale distacco dall’effimero. Vi riconosceva il frutto dell’amore e dell’azione di Dio che taglia il superfluo perché Lui solo splenda in pienezza come il Tutto della vita e, in Lui, un nuovo universo di rapporti non più inquinati dalla ricerca di sé o dall’interesse.

Questo è il Giordani che io ho conosciuto: senza più frascame, in dialogo diretto e costante con quel Dio di cui si poteva scorgere il riflesso sul suo volto di bambino.

Un aspetto del concreto itinerario verso la santità è stato proprio il superamento della prova della spoliazione interiore, sperimentata come solitudine, senso di abbandono di incomprensione, di inutilità.

Con l’avanzare degli anni quest’uomo che era stata per tanto tempo al centro di un’incredibile intreccio di relazioni, che aveva vissuto intensamente situazioni politiche e scambi culturali, aveva la sensazione di essere stato emarginato. Il diario riporta la sofferenza di questo vuoto attorno, una delle prove più grandi della sua vita. Il modo con cui affronta e vive questa situazione è garanzia di autentica santità.

Ogni volta che scrive di questo ripetuta prova si sente che la sua anima si dilata ulteriormente in più ampia comunione con la Chiesa e con tutto il Cielo. La solitudine fra gli uomini, che gli sembra “espandersi”, gli si rivela sempre più chiaramente come intervento del “Dio geloso che vuole l'anima tutta per Sé”.

1 novembre 1963 – Una delle più belle giornate: il male fisico mi ha costretto a casa, e a casa ho meditato su Maria, e la mia anima s’è colmata di Lei: dunque di poesia, bellezza, purezza. S’è verginizzata.

Ed è il giorno dei santi: essi dunque culminano e si riassumono in Maria, “Madre dei santi”.

Stando con Lei, sono stato nel Cenacolo, gremito di loro.

E dunque: non è vero che gli uomini ti abbandonano. È vero che ti lasciano disponibile per il Signore: ti lasciano solo con Lui. Cresce il silenzio terrestre attorno e si colma dell’armonia celeste. Non parlano più pezzi grossi e pezzi piccoli, uomini e donne: e parla con te il Signore, e nel suo linguaggio ti ritrovi in casa – in un’orbita d’amore – con Maria e Paolo, con Giuseppe e Agostino, con Caterina e Vincenzo... coi martiri e i dottori, le vergini e gli eremiti. Il popolo del Paradiso è il tuo popolo.

Un ultimo testo lascia intuire il punto di arrivo del cammino di santità di Igino Giordani:

12 luglio 1964 - Ora sento che si vola, d’attimo in attimo, verso di Lui irraggiungibile e pur vicino. Vicino sì che già comincio a essere in Lui. Prima, l’unione m’era parsa uno stare con Dio: ora, mi appare unità, che è uno stare in Dio sino a farsi Lui. Si capisce: nelle proporzioni con cui un’anima, figlia di Dio, può unirsi col Padre. Eppure, anche la goccia d’un Oceano è oceano: anche un’anima, atomo infinitesimale, se persa in Dio, è Dio per partecipazione.

E il rapporto si snoda per tutti i gradi dell’economia divina.

Si è uno con Maria, uno con gli angeli e coi santi.

La stessa unità si fa con la Chiesa. Io non son più verso di Lei in servizio, sì, ma pure in indipendenza e spesso in stato di critica. Ora sono nella Chiesa: la sua legge è la mia legge, le sue prove le mie prove.

Ora sono in Dio: sono Dio per partecipazione: ed Egli è la libertà, l’amore, la quiete.

Sostituire Dio all’Io; l’uomo nuovo all’uomo vecchio: questo è: ed è evidentemente un guadagno abissale.

Le conseguenze logicamente si risentono anche nella convivenza umana, nei rapporti civili, politici, economici... Per addurre un esempio: mai come ora sono stato unito a mia moglie, immagine, come mai, della Chiesa; unito con un rapporto divenuto sacro, nel quale sento che comincia a realizzarsi l’unione nuziale di Cristo con la Chiesa.

Sempre lì, per la gravitazione divina, si ricade: nell’amore. E amare è farsi l’altro. L’altro, che nel mondo può essere il differente, il nemico, cessa, ché di due si fa uno.

Un farsi uno che assorbe la volontà, il sentimento, il pensiero, e tuttavia non assorbe la persona: difatti instaura un dialogo. Un dialogo che genera la familiarità.

L’approdo è essere Dio, come una goccia nell’Oceano è Oceano. Come sempre Giordani avverte la propria piccolezza, “atomo infinitesimale”, ma ormai totalmente assunta in Dio. Dio si è sostituito all’io. È l’inizio di una nuova socialità, di un rapporto nuovo, vissuto in pienezza e purezza, con tutti, da Maria ad ogni membro della Chiesa, fino alla moglie, nella quotidianità delle relazioni santificate, divinizzate.

La santità di Giordani è come l’aveva sempre sognata, pienamente umana e laica, inserita nella fibre intime del sociale in ogni sua forma: Dio fatto carne.

 

domenica 16 aprile 2023

In profondità nel rapporto con Dio

 

Questa foto l'ho scattata il 23 novembre 2003, all’inizio di un incontro della Scuola Abbà mentre Chiara Lubich, in silenzio, chiede a Gesù di rinnovare il patto di unità. È una foto leggermente sfocata, ma mi è particolarmente cara perché la ritrae assorta in Dio, le mani giunte, gli occhi chiusi, icona di un raccoglimento profondo e intenso, lo stesso nel quale la vedevo immersa durante la Messa celebrata insieme nella sua cappella, come in quelle celebrate nelle grande assemblee pubbliche. L’ho vista pregare in maniera semplice e spontanea, quando ci guidava nella visita a Gesù Eucaristia, nella recita del rosario, nella visita a un santuario. Pur essendo il suo “segreto”, più volte ci ha fatto entrare nell’intimità della sua preghiera e di quella nella quale sapeva coinvolgere tutti noi. Potremmo percorrere il cammino della sua vita alla ricerca dei suoi tanti momenti di preghiera. La vedremmo entrare in un chiesa, ritirarsi nel suo studio o nella cappella di casa, fermarsi a contemplare la natura o perduta nella folla dove sempre trova Dio…

Ho mostrato questa foto ieri, durante una lezione sulla preghiera, davanti a un bel gruppetto di persone. Molti di più hanno seguito in streaming.

Il momento della preghiera per Chiara Lubich era «il momento più bello», «il momento migliore» della giornata. Durante un suo viaggio in Argentina, il 23 aprile 1964, annota nel diario: «Oggi è senz’altro il giorno più bello, o meglio, questo è il momento migliore di tutto il viaggio: sto scrivendo infatti in focolare, davanti a Te, Gesù Eucaristia, nella piccola cappella».

Pensando poi ai giorni precedenti trascorsi a New York e ai grattacieli della città, continua: «Non siamo qui a chissà quale piano d’un grattacielo (...), non solo al settimo cielo, ma in cielo. E si “sente” la tua presenza, Gesù, in questa casa, così forte da far scomparire ogni altra presenza».

Chiara ci ha lasciato tante preghiere scritte. Sono espressione di un sincero rapporto personale con Dio, animato dal desiderio di vivere l’intera vita nell’amore per Lui. Basterà  leggere questa: «Sì, Gesù, so che nella vita, in ogni attimo della vita conta solo amarTi. Vorrei poterTi dire, alla fine della vita (che può esser presto o tardi): "T’ho sempre amato". Non so che dirTi, Signore; provo a leggere, a far meditazione, ma debbo smettere per star con Te: ho bisogno di Te, Signore perché tutto il resto che faccio (ed è una vita consacrata la mia) mi sembra tutto vuoto. Ho bisogno di Te per riveder la mia vita con Te, per far con Te i miei, tuoi calcoli, per stare con Te, ma non inattiva, ma con Te. Per dar senso poi quando dovrò tornar fuori». (Diario, 19 maggio 1966)

Il rapporto che Chiara ha con Dio non consiste nel mondo amare, ma nel molto amare, va ben al di là delle preghiere: «Gesù, quando tu vieni nel nostro cuore, sarebbe l’ora di chiederti tante cose. Ma proprio perché Tu in persona vieni nel nostro cuore, è l’ora in cui non abbiamo da chiederti più nulla» (Pensieri, p. 14).

Ed ecco che la meditazione le diventa come un profumo che sparge fragranza lungo tutta la giornata: «Praticamente è diventata un vero colloquio, non un soliloquio. Infatti, mi sento ascoltata e mi s’innamora tutta l’anima. È come aprire una bottiglia di profumo che sparge la sua fragranza su tutta la giornata, perché cerco di farla la mattina la meditazione» (Diario, 26 giugno 1978).

Occorrerebbe scrive una biografia di Chiara come rapporto d’amore con il suo Sposo, come preghiera. Ci consentirebbe di penetrare un po’ il suo segreto colloquio con Dio, come in questa famosa pagina di diario: «La Trinità dentro di me! L’abisso dentro di me! L’immenso dentro di me! La voragine d’amore dentro di me! Il Padre che Gesù ci ha annunciato dentro di me! Il Verbo! Lo Spirito Santo, che voglio sempre avere per servire l’Opera, dentro di me! Non domando di meglio. Voglio vivere in questo abisso, perdermi in questo sole, convivere con la Vita Eterna» (22 maggio 1972).