martedì 30 giugno 2026

Sant'Antonio col Bambino

 

Sant’Antonio con Bambino in braccio. Un classico. Naturalmente non manca neppure nella chiesa di Fiera di Primiero a lui dedicata: la sua statua è ben collocata sull’altar maggiore.

Ma a fianco vi è un quadro che ritrae una scena insolita. Questa volta a dare il Bambino in braccio ad Antonio è la Madonna stessa. La scena è in quadrata in uno scenario storico (i frati che ammirano estasiati il fatto – e non è storico) e uno metastorico (angeli e santi che seguono l’atto della consegna).

Quello che mi ha colpito, e che ho fatto notare alla mia assemblea, è l’atteggiamento di Maria e di Gesù. Forse è frutto di un’arte pittorica un po’ scarsa… oppure è voluto. Sta di fatto che Gesù Bambino mostra un po’ di ritrosia a lasciarsi affidare nelle braccia di Antonio, mentre la Mamma quasi ve lo spinge e lo lancia verso di lui.

Figuriamoci se Gesù viene volentieri tra le mie braccia. Speriamo che la Madonna ve lo costringa…



lunedì 29 giugno 2026

E tu, chi dici che io sia?

 

Nella badia di Fiera di Primiero ho celebrato la festa dei santi Pietro e Paolo, ricordando quanto diversi fossero e come fossero uniti nell’amore Gesù. Anche se ognuno, coerente con la propria personalità, lo ha amato a modo suo.

Hanno risposto all’interrogativo: “E tu, chi dici che io sia?”. Non si può rispondere con imparaticci. La risposta è sempre personale, e se sincera unica, irrepetibile. Soprattutto è una risposta che lentamente si dà con la vita, più che con le labbra.

Perché non narriamo ancora una volta la nostra storia degli inizi, da quando l’abbiamo riconosciuto e abbiamo risposto alla sua chiamata? Quanti anni sono passati da quegli inizi? Quella luce brilla ancora nei nostri cuori? Sono giunte certamente tante prove, di tutti i tipi. A volte ci è sembrato che tutto fosse un’illusione, fino a farci pensare che ci eravamo ingannati. L’amore di Dio sembra contraddetto da tanti eventi in noi e attorno a noi. Incidono i nostri peccati, le debolezze, gli sbagli, i fallimenti. Abbiamo dato e sembra non esserci alcun ritorno.

Sarebbe bello dedicare tempo alla lettura della propria vita e vedere tutto, slanci e depressioni, successi e fallimenti, gioie e dolori, come componenti di un unico percorso. Forse non abbiano più l’entusiasmo degli inizi. Potrebbe essere un bene, potrebbe voler dire che l’amore è maturato, si è approfondito, ha conquistato in concretezza… Sarebbe bello conoscere le tappe del nostro santo viaggio…

Mi sembra bello l’ammonimento della Lettera agli Ebrei quando l’autore si rende conto che nella comunità comincia a venire meno lo slancio degli inizi e ci sono le prime defezioni. Il primo consiglio è quello di prendersi cura gli uni degli altri, condividendo anche le prove: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (10, 24-25).

L’invito è poi a tornare agli inizi: «Richiamate alla memoria quei primi giorni», quando avete ricevuto «la luce di Cristo» (10, 32).

domenica 28 giugno 2026

Un Dio geloso

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10, 37).

Perché Gesù ci rivolge parole così dure? Semplicemente perché è geloso. Ci vuole tutti per sé.

Il Salmo 45, 11-12 aveva già enunciato questa gelosia di Dio. Rivolgendosi al popolo chiamato a sposare Dio, l’amico dello Sposo dice: «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, il re è invaghito della tua bellezza». Dio ci vuole tutti per sé. Nel libro di Isaia 43, 1.4, Dio afferma: «Tu mi appartieni… tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo». Dio ci vuole tutti per sé.

Cosa troverà di tanto prezioso, di tanto bello in noi? Davvero l’amore è cieco, almeno quello di Dio! Sta di fatto che ci vuole tutti per sé.

Scrutiamo ancora un po’ la Bibbia per prendere coscienza di questa pazzia di Dio, che si è messo in testa di rapire proprio persona da nulla come noi, così come erano persone da nulla i poveri ebrei di allora.

Il Salmo 39, 8-10 racconta di uno di noi che vuol scappare dalle mani di Dio: Impossibile!  «Se salgo in cielo, là tu sei; / se scendo negli inferi, eccoti. / Se prendo le ali dell’aurora / per abitare all’estremità del mare, / anche là mi guida la tua mano / e mi afferra la tua destra».

Il Cantico dei Cantici 1, 4. Qui è la sposa che chiede allo sposo di rapirla: «Trascinami con te, corriamo! / M’introduca il re nelle sue stanze». Al capitolo 2, 13, sempre del Cantico, è di nuovo in azione lo sposo, impaziente: «Àlzati, amica mia, / mia bella, e vieni, presto!». Al Capitolo 8, 3 la sposa è ormai conquistata: «La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia». Nel Salmo 63, 9 l’abbraccio è reciproco: «A te si stringe l’anima mia: / la tua destra mi sostiene».

Ma anche Gesù si mostra geloso dei suoi, come un pastore delle sue pecore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre» (Giovanni 10, 27-29).

Come Sposo ci vuole con sé “nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia”...

sabato 27 giugno 2026

Tutto passa

Con una gioia indicibile, nel giugno 1973, alla guida del pulmino russo, ap­prodai con i miei compagni alla nuova casa di Vermicino. A me sembrava un sogno poter ormai vivere, anche in maniera aperta ed esplicita, la vita d’unità che avevamo imparato a Marino. Arrivammo che sembravamo di ritorno da una guerra, con ferite e lace­razioni nell’anima, ma con il desiderio grande di ricominciare. Ci accoglievano p. Santino e p. Angelo, e soprattutto il Cuore Immaco­lato di Maria, a cui la casa era dedicata. Quella scritta che campeg­gia sulla porta d’ingresso, “Al Cuore Immacolato di Maria”, è sempre stata per me la dedicazione vera della casa e di ognuno di noi che in questa casa abbiamo abitato. Ci accoglievano, in maniera silenziosa e mariana, anche le Suore Francescane dei poveri, che da allora mi hanno sempre seguito e sostenuto con un amore di sorelle vere. Iniziava la storia gloriosa dello scolasticato a Vermicino.



Oggi chiusura dello scolasticato. La parabola, iniziata nel 1973, nel 2026 si conclude. Tutto passa, anche le cose più belle. Con Giobbe anche noi ripetiamo: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore”. Lo ringraziamo per questi 53 anni, ci affidiamo alla sua Provvidenza per il futuro. 



venerdì 26 giugno 2026

Santi all’Aquila

La visita, brevissima, a L’Aquila, mi ha portato in due chiese icone della città: Collemaggio e san Bernardino.

Collemaggio: romanica, essenziale, di una bellezza che ti prende. È un incanto. Costruita da Pietro da Morrone è anche il luogo della sua sepoltura: Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, non per viltà ma per responsabilità, come quello di Benedetto XVI.

Lì, sul suo mausoleo, come non ricordare L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone? L’ho pregato perché mi dia un cuore puro come il suo.

San Barnardino, al cuore della città, è tutto un altro mondo. Facciata rinascimentale con un interno barocco: un capolavoro! Le scritte attorno alla cupola, che domandano di essere lette con salma, anzi pregate, riportano frasi del santo sul Nome di Gesù, di cui è stato il più grande cantore. Comunque… l’icona con il nume di Gesù che il santo ha lasciato nella chiesa di san Francesco a Prato è molto molto più bella di quella esposta all’Aquila.

Ma… sorpresa! Nella mia ignoranza non sapevo che Bernardino da Siena è sepolto proprio qui, nella chiesa a lui dedicata. L’ho pregato perché mi dai un amore al nome di Gesù come il suo. 

giovedì 25 giugno 2026

Santi e santini. Perché la pietà popolare?

Siamo al quinto podcast: 
https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-5-santi-e-santini/

Nell’immaginario collettivo la devozione popolare la vediamo nelle processioni, nelle suppliche, nelle statuine dei santi messi sugli altarini nelle case, tutte cose che alla maggior parte dei giovani danno un senso di vecchie tradizioni e nulla più. È un po’ triste per me il fatto che ci sia a volte più un attaccamento a un santo che a Dio stesso. Ma cosa è (e cosa non dovrebbe essere) per te la pietà popolare?

È un modo per esprimere la dimensione religiosa presente nel cuore di ogni persona. Risponde al bisogno di un rapporto concreto, diretto con Dio, e sperimentare la sua vicinanza, la paternità, la presenza amorosa e costante.

Ogni persona, ogni popolo, ogni cultura lo esprime alla propria maniera. Nei miei viaggi in India mi ha sempre colpito vedere le persone che toccano le statue delle divinità o anche semplicemente la statua di san Antonio da Padova.

Ma anche al tempo di Gesù tutti volevano toccarlo, almeno il lembo del suo mantello. Gesù stesso per operare le guarigioni tocca gli ammalati. Dopo la resurrezione le donne lo abbracciano ed egli chiede agli apostoli di toccarlo: “Toccatemi!”. Gli Atti degli Apostoli ci dicono che quando Pietro passava per strada la gente portava fuori gli ammalati perché fossero toccati almeno dalla sua ombra!

È una dimensione umana: abbiamo bisogno di abbracciarci, di baciarci, di tenerci per mano, di esprimere in maniera concreta, tangibile, l’affetto, il bisogno di protezione, la richiesta di aiuto.

Nella pietà popolare questo si esprime con le processioni, i pellegrinaggi, ma anche con la recita del rosario, la via crucis...

Papa Francesco nella Evangelii gaudium dice così: «Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione». E anche papa Leone, nel suo ultimo viaggio in Spagna, ha parlato di una religiosità che «non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi». Non possiamo considerare quindi le pratiche di devozione come un orpello di cui liberarci, anzi, la religiosità popolare non dovrebbe essere sentita solo dalle persone più semplici, ma appartenere a ogni condizione e ceto sociale; piuttosto è la comunicazione che andrebbe svecchiata e migliorata… Dovremmo parlare e vedere i santi in tutta la loro particolarità, sfaccettatura e bellezza in modo da renderli attraenti, giusto?

Ti racconto di quando ero in un paese che si chiama Mission, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. La chiesa del paese, Nostra Signora di Guadalupe, non rimane mai vuota. L’ambiente è tipicamente messicano, nei colori, nei fiori, nella moltitudine di statue di santi… Una persona dopo l’altra entra e prega con un proprio ritmo, una proprio liturgia. Su un altare decine e decine di foto di soldati che combattevano in Afganistan o in Iraq.

Un uomo in particolare attira la mia attenzione. Entra e, iniziando dal fondo della chiesa, viene avanti sostando in silenzio davanti ad ogni statua: san Giuseppe, san Luigi Gonzaga, san Martino de Porres, una Madonna, un’altra Madonna, la crocifissione… Fino a quando giunge davanti all’altare del Santissimo Sacramento. Lì si ferma in ginocchio, sempre in silenzio, a lungo. Poi si siede, prende il messale e medita le letture della Messa del giorno. Mi attira l’intensità della sua preghiera. Allora provo anch’io a fare come lui. Inizio, come lui, da san Giuseppe, tentando di indovinare che cosa gli avrà detto quell’uomo, fin quando trovo la mia strada per parlare con il padre di Gesù, lo sposo di Maria: quante cose possiamo dirci! E avanti, anch’io in pellegrinaggio, intrattenendomi in dialogo con tutti questi amici allineati lungo la parete della chiesa: una vera preparazione, una introduzione all’ultima tappa, davanti a Gesù. E trovo quell’uomo anziano ancora lì, immobile!

Ecco, questa, penso è la vera pietà popolare: lasciarsi condurre dai santi, da Maria, fino a Gesù.

Naturalmente ci sono le deviazioni, come in tutte le cose. Non è pietà popolare servirsi delle feste, delle processioni, dei santuari per mettersi in mostra, per celebrare incontri tra gruppi criminali, per rendere omaggio ai boss del quartiere.

Immagino l’imbarazzo della scelta, ma posso chiederti qual è il tuo santo preferito?

Il mio santo preferito è un beato: Giuseppe Gerard, un missionario partito da giovane per un piccolo Paese nel Sud Africa, il Lesotho, dove è rimasto per tutta la vita accanto alla gente, nella più grande semplicità, amando tutti. Sono stato sua tomba l’anno scorso.

Ho con me anche la reliquia di santa Gemma, una toscana come me, naturalmente.

Poi ci sono i big, indimenticabili. Non hai idea di quanti santi hanno vissuto a Roma. Mi piace andare a trovarli nei luoghi dove hanno vissuto.

mercoledì 24 giugno 2026

Caro padre Palmiro

Caro padre Palmiro, quante cose avresti ancora da raccontarci… Girano già su internet i tuoi video e le testimonianze sul tuo ministero a Lourdes, nelle missioni al popolo, con la preghiera alla Madonna dei nodi… Io ricordo in particolare il tuo ministero di guida ai luoghi santi, dove hai accompagnato anche i miei genitori assieme a me…

Guardando le tue foto di una volta si vede che anche tu… sei stato giovane e pieno di ideali!

Quando un Oblato parte per il cielo mi piace andare a leggere le sue prime lettere indirizzate ai superiori, specialmente quelle nelle quali chiedeva chiedeva la prima “obbedienza”, ossia la prima destinazione missionaria. Ma tu ne hai scritte molte di lettere tra il 1961 e il 1962, al superiore generale, al suo assistente per le missioni, al superiore provinciale… Innanzitutto eri dispiaciuto nel vedere ritardato il tuo sacerdozio. I tuoi compagni del seminario di Brescia erano già tutti preti e tu invece… Dovevi aspettare che passassero tre anni dai primi voti, così erano le regole una volta. I tuoi genitori erano preoccupati, soprattutto la mamma anziana… E allora pazienza. Intanto era l’occasione per cominciare già a chiedere la missione all’estero, prima il Laos poi il Canada.

Ecco qualche riga appena della lunga lettera a p. Drouart, assistente del superiore generale:

«29 luglio 1961. … Sono entrato in Congregazione soprattutto per questo [essere mandato all’estero]: le missioni sono state il motivo determinante che mi ha spinto a lasciare la casa, la famiglia, il Seminario, un apostolato diocesano ormai vicinissimo, per farmi Missionario Oblato di Maria Immacolata. Ho fatto il voto di ubbidienza, e quindi sono pronto a tutto, anche a sacrificare questo mio ideale per il bene superiore della Congregazione e della Chiesa. Sono però certo che i miei Superiori Maggiori terranno conto di questa tendenza fortissima che mi orienta verso le terre di missione. Ho tanto pensato al Laos, amatissimo Padre: non avevo altro in cuore che quello. Ma le tristi condizioni in cui versa attualmente questa nostra missione, fa pensare che per ora i nostri Superiori non manderanno laggiù altro personale. Le obbedienze di quest'anno, del resto, confermano questa supposizione. Me ne spiace tanto, perché al Laos ho, tra l'altro, i miei migliori amici: P. Albini, P. Verzeletti, P. Bonometti, miei cari compagni di Seminario, coloro che mi hanno attirato in Congregazione. D'altra parte se il Signore ha permesso questa situazione vuol dire che bisogna orientarsi altrove. Da quando è tornato P. Costa, ho incominciato ad interessarmi delle Missioni del Nord Canadese. Circolava qualche pregiudizio a loro riguardo: si diceva che ormai lassù il ministero era diventato parrocchiale, che non erano più vere missioni. P. Costa, tornato dal Grouard, ci ha convinto del contrario. Da allora ho incominciato ad innamorarmi del Gran Nord, e ora ne sono entusiasta… sono prontissimo a partire anche quest'anno, anche subito, al minimo cenno dei Superiori…».

Altrettanto bella la risposta di p. Drouart, dove ti spiega tra l’altro la legislazione che per il momento ti impedisce di essere ordinato:

«Carissimo fratello… Il Rev.mo Padre Generale… mi chiede di rispondere a nome suo alla vostra bellissima lettera del 29 luglio... La vostra lettera così filiale ha recato grande gioia al Rev.mo Padre Generale, che si è rallegrato molto dei bei sentimenti di ardente zelo missionario e di profonda obbedienza religiosa che l'hanno ispirata. Sono proprio questi sentimenti che debbano caratterizzare il Missionario Oblato di Marta Immacolata: ardente zelo pronto ad affrontare tutto per la gloria di Dio, l'utilità della Chiesa e la salvezza delle anime, specialmente le più povere ed abbandonate e nello stesso tempo obbedienza profonda, pronto a rinunciare ai propri desideri anche i più legittimi, per accettare il lavoro che ci viene assegnato dalla Volontà del Signore, attraverso i Superiori, all'esempio della Madonna "Ecce ancilla Dominis fiat mihi secuntun verbum tuum", all'esempio soprattutto del nostro Divin Salvatore, il quale ha salvato il mondo con la sua obbedienza "Non mea sed tua fiat Voluntas", come ce lo ricorda la nostra Croce di Oblazione.

Il Rev.mo Padre Generale si è puro rallegrato dei sentimenti soprannaturali con i quali avete accettato il sacrificio di vedere la vostra ordinazione sacerdotale rimandata all'anno prossimo. A questo proposito vorrei fare una piccole mossa al punto. È semplicemente l'applicazione di un principio generale… Per l'ammissione agli Ordini Maggiori, un religioso deve avere i voti perpetui, dopo, normalmente per noi, tre anni di voti annui».

Infine arriva il momento della richiesta ufficiale al superiore generale. Ma prima, meglio confidarsi, ancora una volta, con Padre Drouart. Così gli scrivi il 6 marzo 1962:

«Reverendo ed amato Padre Drouart. Questa probabilmente è l'ultima lettera che Le scrivo prima dell'Ubbidienza. Non è la lettera ufficiale; so che quella va indirizzata al Rev.mo P. Generale: e devo attendere il suo ritorno dall'America. Non avendo carattere ufficiale, questa mia è più spontanea, ispirata a quella confidenza che la Sua bontà autorizza anche da parte di un semplice scolastico.

Vorrei per l'ultima volta manifestarle quelli che sono i miei sentimenti in vista dell'ubbidienza. Il sentimento che per ora chiamo umano (l'ubbidienza mi dira se è anche soprannaturale) è il desiderio delle missioni estere, in vista delle quali ho lasciato la mia Diocesi. Questo sentimento è stato ispirato da molti motivi: il primo, quello che mi ha orientato anche nella scelta dell'istituto, quello di andare alle anime più abbandonate, alle anime di cui nessuno si prende cura, che sono dimenticate e povere. Vengo da una diocesi che è tra le più fiorenti d'Italia, e tra le più ricche di clero: Brescia. Il ministero sacerdotale è organizzatissimo e vanta tradizioni cospicue Se fossi rimasto in Diocesi avrei avuto il mio piccolo angolo in cui lavorare. Ho detto di no a questa prospettiva. Tanti altri avrebbero potuto occupare quel posto, mentre altrove c'era una folla di dimenticati, senza sacerdoti, senza fede, senza Dio. Qualcuno per la cui salvezza valeva la pena lasciare famiglia e patria. Sono andato a Ripa, cercando tra gli O.M.I. un terreno fertile in cui sviluppare il germe della mia vocazione missionaria. Questo è il sentimento che per ora chiamo "umano".

L'altro sentimento, che è senz'altro soprannaturale, è quello ispiratomi dal voto di ubbidienza. Sono certo, per fede, che i Superiori rappresentano Dio; e l'Ubbidienza sarà esattamente l'espressione della volontà di Dio a mio riguardo. Questo sentimento soprannaturale non annulla l'umano, anzi gli dà fondamento più solido. Se l'Ubbidienza sarà per l'estero, avrò la conferma della legittimità della mia aspirazione. Se sarà per l'Italia, cercherò in Italia i poveri, e mi sforzerò di portarmi ad essi con lo stesso spirito e la stessa dedizione con cui mi sarei donato altrove. La stessa incertezza nell'orizzonte delle nostre missioni (Laos) in qualche modo aiuta a rimanere non dico indifferenti, ma sereni e "disponibili". Le confesso che non è una cosa tanto facile, perché l'umano è ancora troppo forte: ma sono certo che con l'aiuto della sua caritatevole preghiera riuscirò ad ottenere dal Signore quelle disposizioni che sono indispensabili per comportarsi secondo l'autentico spirito oblato».

Bastano queste poche righe per fare intravedere il tuo futuro di missionario...


martedì 23 giugno 2026

Come leggere il Paradiso ’49

 

Mi è giunta la domanda: «Dopo aver veduto e ascoltato due volte la sua presentazione del testo Paradiso ’49 mi sorge una domanda. Lei dice “per leggere questo testo occorre avere Dio dentro”. Ma allora se lo legge un ateo un non credente cosa succede?».

Perché un ateo, un non credente non ha Dio dentro? Anche se non lo sa ha Dio dentro! Sa comunque che dentro di sé c'è una ricerca sincera della verità, della giustizia, l’anelito al bello. Questo gliel’ha messo dentro Dio, anche se egli non ne è consapevole.

Il testo del Paradiso domanda dunque di essere letto con questo desiderio sincero di verità, con l’anelito al bello… Allora lo scritto del Paradiso parla…

lunedì 22 giugno 2026

Un racconto a L'Aquila

Sabrina Giangrande su "Laquilablog – Quotidiano online", ha pubblicato un articolo sulla presentazione di “Lacrime e stelle” avvenuta venerdì scorso:

Focolari, dalla guerra alla nascita: a L’Aquila il racconto della vita di Chiara Lubich

La presentazione aquilana ha rappresentato non soltanto un momento culturale, ma anche un'occasione di riflessione sul valore della fraternità e del dialogo.

La suggestiva sala rinascimentale di Palazzo Alfieri presso le Suore Micarelli, era al completo e un clima di una sentita partecipazione hanno accompagnato, la presentazione del volume “Lacrime e Stelle. Per una autobiografia di Chiara Lubich. Gli inizi”, scritto da Padre Fabio Ciardi e pubblicato da Città Nuova, tenutasi nel pomeriggio del 19 giugno scorso.

L’iniziativa, patrocinata gratuitamente dal Comune dell’Aquila, ha offerto un’importante occasione di approfondimento sulla figura di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari e tra le personalità spirituali più significative del Novecento. Numerosi gli aquilani presenti, insieme a rappresentanti del Movimento dei Focolari provenienti anche da Pescara, religiose e membri degli Oblati di Maria Immacolata.

Ad aprire l’incontro sono state Gina Sito e Caterina Valente, organizzatrici dell’incontro e responsabili del Movimento dei Focolari dell’Aquila che hanno portato i saluti al numeroso pubblico intervenuto e a tutti i promotori che hanno reso possibile l’incontro. Poi il testimone è stato trasferito a Padre Ciardi che ha guidato il pubblico alla scoperta delle pagine del suo volume e dell’esperienza spirituale della fondatrice. Dagli inizi della sua vita, con dovizia di particolari e aneddoti su Chiara Lubich, la sua famiglia di origine, i suoi studi e i primi anni vissuti come maestra. Fino all’incontro che avrebbe cambiato per sempre la sua esistenza di giovane donna appartenente all’Azione Cattolica. «La notte del 13 maggio 1944 segnò una svolta nella vita di Chiara Lubich, (nata con il nome di Silvia). La notte del Movimento dei Focolari, a cui ha dato vita, viene abitualmente fatto risalire al 7 dicembre 1943, quando Chiara pronunciò il voto di verginità, il volo in Dio, come ella amava definirlo…»

L’appuntamento è stato arricchito dagli intermezzi musicali di Chiara Grillo, artista di Lanciano che ha proposto brani eseguiti dal vivo con voce e chitarra, mentre alcuni passaggi del libro sono stati letti dall’aquilana Cinzia D’Ettorre, contribuendo a creare un’atmosfera di ascolto e riflessione.

Il libro nasce da una scelta originale di Padre Fabio Ciardi: lasciare che sia la stessa Chiara Lubich a raccontare la propria storia attraverso diari, lettere, interviste e numerosi documenti inediti. Ne emerge una sorta di autobiografia che ripercorre il cammino della fondatrice dagli anni giovanili fino al 1962, anno del primo riconoscimento ecclesiale del Movimento dei Focolari.

Al termine lo stesso Padre Ciardi ha chiamato a intervenire di S.E.R. Mons. Antonio D’Angelo, Arcivescovo dell’Aquila, che ha sottolineato l’attualità del messaggio di unità e fraternità lasciato da Chiara Lubich.

Al termine dell’incontro, Padre Ciardi, ha rilasciato alla nostra redazione, anche la propria esperienza personale accanto a Chiara Lubich, spiegando quanto il suo incontro abbia inciso sul suo percorso umano e spirituale.

“Mi ha lasciato innanzitutto una grande apertura d’anima – ha raccontato –. Mi ha aiutato a entrare in comunione con tutti i carismi e con tutte le vocazioni della Chiesa. Sono diventato uno studioso dei carismi proprio grazie a questa esperienza. Mi ha trasmesso una visione ecclesiale ampia e un profondo senso di comunione con tutte le vocazioni e con tutti i carismi. È uno dei doni più belli che ho ricevuto da lei”.

L’autore ha inoltre annunciato l’uscita di un secondo volume, prevista per il prossimo novembre, che proseguirà il racconto della vita di Chiara Lubich dal 1964 al 1984.

“L’idea di questo nuovo libro – ha spiegato – nasce leggendo uno scritto nel quale Chiara afferma di non sapere quali sarebbero stati i passi successivi del suo cammino e della sua fondazione. Dice che questi si sarebbero aperti poco alla volta, nella fedeltà all’attimo presente e lasciandosi guidare dallo Spirito Santo. Da lì è nato il desiderio di ripercorrere il suo cammino negli anni successivi, non tanto per raccontare ciò che ha fatto, ma per comprendere come si sia lasciata guidare dallo Spirito in tutte le opere che ha dato vita”.

Nata a Trento nel 1920, Chiara Lubich intuì durante gli anni drammatici della Seconda guerra mondiale che il Vangelo poteva diventare una risposta concreta alle divisioni e alle sofferenze dell’umanità. Da quella esperienza nacque nel 1943 il Movimento dei Focolari, fondato sui valori dell’amore reciproco, della fraternità universale e della condivisione. Oggi il movimento è presente in oltre 180 paesi e continua a promuovere il dialogo tra culture, religioni e popoli diversi.

La presentazione aquilana ha rappresentato non soltanto un momento culturale, ma anche un’occasione di riflessione sul valore della fraternità e del dialogo, temi che continuano a rendere attuale il messaggio di Chiara Lubich nel mondo contemporaneo.

domenica 21 giugno 2026

Jacopa de' Settesoli a Rieti

Una settimana tutta di presentazioni di libri. Oggi ultimo sprint a Rieti per presentare Jacopa de' Settesoli, la fedele compagna di san Francesco, un libro che ha la mia introduzione.

Ne ho già parlato in occasione della prima presentazione:

https://fabiociardi.blogspot.com/2025/12/jacopa-de-settesoli-comes-di-francesco.html

Sabina Viti, l’autrice, crede nel suo lavoro e lo sta proponendo qua e là, e io cerco di assecondarla, perché questa Frate Jacopa è una donna che merita davvero di essere conosciuta, anche per la sua straordinaria azione sociale, capace di rivoluzionare l’economia di una città come Marino, dando le terre ai contadini, creando un clima di fiducia e di solidarietà: modello di imprenditrice, di donna d'azione di fede...





sabato 20 giugno 2026

Bambini in Paradiso


 

Un’altra presentazione del libro Paradiso ’49? Ebbene sì, lo merita visto che in un mese siamo già alla quinta ristampa. Ma questa volta avevo un pubblico scelto: una quindicina di bambini! Troppo bello.

Ecco alcuni dei loro disegni





venerdì 19 giugno 2026

All'Aquila: Presentazione di Lacrime e stelle


 

Il tour per la presentazione del libro “Lacrime e stelle” è all’ultima tappa. Dopo Roma, Pescara, Taranto, Matera, Firenze, Siena, Reggio Calabria, Cosenza, Vasto, eccomi adesso a L’Aquila. Riprenderemo dopo l’estate con Napoli…

La presentazione del libro è avvenuta nell'ambito delle manifestazioni di "L'Aquila capitale della cultura 2026".

La giornalista Sabrina Giangrande l'aveva annunciato così sul "L'Aquila Blog:

UN VIAGGIO NELLA VITA E NEL CARISMA DI CHIARA LUBICH

L’AQUILA – Nella Sala Rinascimentale di Palazzo Alfieri, in via Fortebraccio 54, presso le Suore Micarelli, venerdì 19 giugno 2026, alle ore 17, sarà presentato il volume “Lacrime e Stelle. Per una autobiografia di Chiara Lubich. Gli inizi”, scritto da Padre Fabio Ciardi e pubblicato da Città Nuova. Un viaggio nella vita e nel carisma di Chiara Lubich.

L’iniziativa, patrocinata gratuitamente dal Comune dell’Aquila, offrirà l’occasione per approfondire la figura di Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari e tra le personalità spirituali più significative del Novecento. A dialogare con il pubblico sarà lo stesso autore, Padre Fabio Ciardi, professore emerito presso l’Istituto di Teologia della Vita Consacrata “Claretianum” di Roma e direttore del Centro Studi dei Missionari Oblati di Maria Immacolata.

L’incontro sarà arricchito dall’intervento di S.E.R. Mons. Antonio D’Angelo, Arcivescovo dell’Aquila.

Sul retro di copertina del volume compare una delle riflessioni più intense di Chiara Lubich: «Quando si parla d’amore, Signore, forse gli uomini pensano a una cosa sempre uguale. Infatti si dicono infinite cose con un verbo. Lo sapevo che Dio è amore, ma non lo credevo così». Una frase che racchiude il cuore della sua esperienza spirituale e della sua testimonianza umana.

Nata a Trento nel 1920, Chiara Lubich comprese, nel pieno delle devastazioni della seconda guerra mondiale, che il Vangelo poteva rappresentare una risposta concreta alle sofferenze e alle divisioni del mondo. Da questa intuizione nacque nel 1943 il Movimento dei Focolari, fondato sull’amore reciproco, sulla fraternità universale e sulla condivisione dei beni, ispirata alla vita delle prime comunità cristiane.

giovedì 18 giugno 2026

Una Chiesa tutta carismatica

 

Presentazione del libro “Un magnifico giardino”. Non si è trattato della presentazione classica, ma  di un’occasione per riflettere insieme sulla dimensione carismatica della Chiesa; riflessione condotta magistralmente da sr. Mary Melone, attuale superiora generale delle Suore Francescane Angeline, già rettore dell’Università Antonianum.

A proposito del libro: José Damián Gaitán ha scritto una bella e lunga recensione su “Revista de Espiritualidads”. Parlando del mio ultimo capitolo, conclude dicendo che esso «risponde a domande come: Cosa ha attratto alcuni religiosi al carisma di Chiara Lubich? Cosa hanno ricevuto da questo carisma, all'epoca, nuovo nella Chiesa? Qual è stato il contributo dei religiosi alla sua comprensione e al suo sviluppo storico? Secondo l'autore di questo capitolo, il contributo dei religiosi al carisma di Chiara è stato importante per la visione che si stava delineando in lei riguardo alla teologia dei carismi. In armonia, naturalmente, con le sue intuizioni iniziali. Confermate, inoltre, dall'evoluzione della teologia e del Magistero della Chiesa, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, sulla necessaria comunione tra i carismi e le diverse realtà ecclesiali».

Introducendo l’incontro, Claudio Cianfaglioni ha fatto notare: «Stasera qui, guardandoci, ci riscopriamo una assemblea tutta “carismatica”. Non solo perché, innanzitutto, ciascuno di noi è un “dono” per l’altro col suo solo esserci: a tal proposito Chiara Lubich ha affermato: “Chi mi sta vicino è stato creato in dono per me ed io sono stata creata in dono per chi mi sta vicino”.

Ma anche perché ciascuno di noi è in certo qual modo espressione viva di un carisma che lungo i secoli lo Spirito ha fatto alla Chiesa sua sposa. Guardandovi, da qui, posso scorgere tra voi il “volto” di Agostino, di Benedetto, di Francesco, di Antonio Maria Claret, di Giovanna Antida, di Eugenio de Mazenod, di Annibale Maria di Francia, di Giuseppe Calasanzio, di Madre Oliva Bonaldo, di Madre Crocifissa, di Chiara Lubich, di Madre Chiara Ricci… e chissà quanti altri».

In effetti eravamo una bella assemblea… carismatica.


mercoledì 17 giugno 2026

Una mistica comunitaria: Il "Paradiso '49"

“Una mistica comunitaria”. Questo il titolo della trasmissione di questa sera sul canale YouTube di Città Nuova per la presentazione del libro Paradiso’49. Per la verità non si è parlato tanto di mistica comunitaria quando piuttosto, come doveroso, del libro in sé. Alba Sgariglia e io siamo stati intervistati dal direttore dell’editrice, Luca Gentili. Il video potrà essere rivisto sul canale YouTube. Qui, in sintesi, i miei interventi.

https://youtu.be/Rnk3TWjUFkQ

Domanda: A te che sei stato anche responsabile della Scuola Abbà viene naturale chiedere di spiegarci meglio quale rapporto ci sia tra il Paradiso ’49 e appunto la Sapienza declinata secondo le diverse discipline, propria della Scuola Abbà, nonché nel suo più complessivo significato culturale.

Per Chiara il Paradiso ’49 non era soltanto una fonte ispiratrice per la propria vita e per quella di tutta la sua Opera. Era qualcosa di più. Vi vedeva racchiusa, in forma germinale, una dottrina che avrebbe potuto ispirare tante discipline, a cominciare dalla teologia.

Ogni disciplina ha la sua epistemologia, che va rispettata. Nel Paradiso vi è comunque una visione di Dio, dell’uomo, del mondo, della storia che potrebbe gettare luce sul pensiero e aprire la strada a nuovi intuizioni, a ulteriori approfondimenti.

Commentando un testo del 27 luglio 1949, Chiara scriveva in proposito: «Ricordo che fin dall’inizio - eravamo ancora in piazza Cappuccini - sentivo la necessità (…) di una politica nuova, di un'arte nuova. Vedevo, quasi con gli occhi, tutto illuminato».

Questa stessa idea la riprende, in forma poetica, nell’estate del 1950, quando, raccontando la «Favola fiorita lungo il sentiero "Foco"», immagina la visione che le viene dall’Alto come una sorte di luce che si distingue in tanti colori, come se l’umanità fosse «illuminata dal carisma e perciò rinnovata, clarificata». Altre volte ha usato l’immagine dell’acqua che irrora i fiori di un giardino: l’acqua ravviva i fiori che tuttavia non perdono il loro colore, la loro natura. I vari dottorati honoris causa che ha ricevuto negli ultimi anni della sua vita e nei campi più diversi, stanno a indicare come davvero il suo carisma possa dare un contributo nel campo della cultura.

Domanda: Il Paradiso ’49 è un testo che – penso sia corretto dirlo - riporta al senso più profondo dell’esperienza che Chiara fa di Dio. In un tempo tanto lontano dalla scaturigine di quell’esperienza ci puoi dire se il Paradiso ’49 sia ancora in grado di illuminare l’Opera, che Dio ha fatto fondare a Chiara, sulla sua identità storica e attuale?

Sono convinto che se andiamo in profondità nella sua comprensione e nel suo vissuto, questo testo aiuterà l’Opera di Maria a scoprire sempre più la propria natura, la propria identità, il suo perché.

Ogni istituzione, anche la più carismatica, con il passare degli anni corre il pericolo di un annacquamento, di un calo di tensione. Il fuoco dell’intuizione iniziale domanda di essere sempre attizzato, alimentato per non illanguidire o spegnersi. Il testo che abbiamo tra mani penso possa aiutare a tenere viva la fiamma dell’Ideale, a infondere nuova luce, ad accendere la creatività.

Infatti è proprio in questo periodo 1949-1951 – gli anni appunto del “Paradiso” – che il Movimento nato a Trento nel 1943-1944 prende la sua fisionomia e diventa un’Opera nella Chiesa. Qui si trova la risposta alla domanda: chi siamo, perché Dio ha dato vita a quest’Opera nella Chiesa, qual è la sua fisionomia, come si articola, come si vive al suo interno, qual è la sua missione?

Lungo tutta la vita Chiara ha seguito le intuizioni di quelli anni e vi ha trovato l’ispirazione per ogni proposta, per ogni iniziativa. Adesso tutti possono attingere direttamente a quella sorgente.

Domanda: Non possiamo a questo punto non sfruttare le tue competenze. Pertanto ti chiedo di aiutarci a capire la portata spirituale del Paradiso ’49, anche e proprio nel senso della ricerca di un significato più profondo dell'esistenza e della sua connessione con qualcosa che va oltre la dimensione materiale.

Questo testo è frutto di una esperienza di Dio e Chiara lo ha scritto per condividere quell’esperienza e perché quell’esperienza possa essere nuovamente vissuta.

Il 25 luglio 1949, una decina di giorni appena dagli inizi, scriveva: «Tutte queste carte che ho scritto - perché in 10 giorni ne aveva già scritte tante! - valgono nulla se l'anima che le legge non ama, non è in Dio. Valgono se è Dio che le legge in lei». Questo ci aiuta a capire anche la metodologia, come va letto questo testo, se si vuole che produca gli effetti che esso vorrebbe produrre.

Io ho avuto la gioia di sentir leggere integralmente questo testo dalla stessa Chiara, più e più volte, a partire dal 6 febbraio 1995. Il 22 novembre 2003, una delle tante volte che avremmo dovuto rileggere da capo il Paradiso ’49, Chiara si introdusse con quanto aveva appena scritto sulla prima pagina del testo che aveva tra mano: «Questa volta lo leggiamo allo scopo di convertirci, traducendolo in vita. Dobbiamo far in modo che la S[cuola] A[bbà] diventi Paradiso. Fra il resto solo così si capiscono i contenuti di questi volumi…». Nell’intervallo fotografai quella pagina:

Per capire in profondità questo libro occorrerà dunque tradurlo in vita, dobbiamo diventare quel “Paradiso” di cui parla il libro.

Mi piacerebbe concludere con almeno due citazioni. La prima dice il valore di ogni singola persona. Leggo: “Oggi compresi che ognuno di noi è insostituibile nel nostro posto. Fummo chiamati da Dio ad essere Lui (…): ad essere quindi Parole di vita vive. (…) Siamo necessari a Dio di necessità d'amore. Noi crediamo all'amore di Dio a tal punto da credere che Egli ha bisogno di noi per il suo disegno d'amore”. Dal valore della persona nasce poi il valore della relazionalità: “io sono stata creata in dono a chi mi sta vicino e chi mi sta vicino è stato creato da Dio in dono per me”.

Infine la visione cosmica: “Le creature dell'universo sono in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarsi”.


martedì 16 giugno 2026

Corro leggera

 

Visto che non ho idee mie, ho chiesto a Teresa di Gesù Bambino di darmene una lei. Meravigliosa!

Al Cuore divino che trabocca di tenerezza
Io ho dato tutto e corro leggera...
Non ho più nulla, la mia sola ricchezza:
Vivere d'amore.
Vivere d'amore è bandire ogni paura,
ogni ricordo dei passati errori.
Nemmeno la traccia vedo dei miei peccati,
in un istante l'amore ha tutto bruciato.
del tuo focolare faccio la mia casa.

lunedì 15 giugno 2026

Il rischio, il coraggio e la fiducia

Certo che ha corso un bel rischio, Maria di Nazaret, nel dire di sì alla proposta dell’angelo di diventare la madre di Gesù. Cosa avrebbero detto gli altri? Come spiegare? Ha preso il coraggio a due mani e ha detto di sì. Aveva certamente una assicurazione di ferro: “Lo Spirito Santo scenderà su di te e la potenza dell'Altissimo ti coprirà con la sua ombra”. Il rischio però rimaneva e ci voleva coraggio. Eppure ha fiducia: c’è lo Spirito con lei, la potenza dell’Altissimo. Lo stesso quando fu spinta ad andare da Elisabetta: Che le avrebbe detto? Eppure accetta il rischio, con coraggio… e con fiducia.

Lo stesso per il sì che ha detto Gesù al Padre che lo mandava sulla terra. Cosa lo avrebbe aspettato? Come sarebbe andata a finire? Rischio, coraggio, fiducia.

Tre parole che posso andare bene anche in certi momenti della nostra vita, quando ci viene richiesto qualcosa di imprevisto, incerto, che sembra andare al di là delle nostre forze e che ci blocca. C'è sempre un rischio, che richiede coraggio, e soprattutto tanta fiducia nello Spirito Santo e nella potenza dell’Altissimo.

domenica 14 giugno 2026

Torniamo in Terra Santa?

Per settembre avevo previsto da tempo un cammino a piedi che mi avrebbe portato da Nazaret a Betlemme… Ma con i tempi che corrono. In compenso mi è capitato tra mano (si fa per dire… più propriamente sullo schermo del computer) una mia pagina di 20 anni fa, esattamente del 29 settembre 2006:

Scorro gli scaffali della biblioteca ad uno ad uno, con calma, alla ricerca di un libro. Non ho preferenze. Cerco soltanto un libro che mi faccia da compagno nel mio giorno di riposo. Un libro a caso. L’occhio cade su “Gesù nella sua terra”, di Vittore Dalla Libera. Mi attirano i libri su Gesù storico, sulla sua terra, sui suoi tempi. Ma sono esigente. Li voglio scritti da specialisti in materia. E Vittore Dalla libera non era né biblista né storico. Era soltanto un giornalista. O meglio, era molto di più, era il direttore di Missioni OMI, dal 1959 al 1992, quando trovò la morte in un incidente stradale.

Deciso! Prendo il libro, più per incontrare padre Vittore e stare un po’ con lui, che non per incontrare Gesù nella sua terra.

Confesso che non avevo letto il libro, pubblicato quindici anni fa, l’ultimo di una lunga serie. Al pregiudizio che l’autore non fosse uno specialista si aggiungeva il fastidio di vedere su ogni numero della rivista – quando egli era direttore – l’immancabile foto che lo ritraeva con uno dei gruppi di pellegrini che regolarmente accompagnava nei viaggi in Terra Santa. Lo scenario della foto era quasi sempre lo stesso: la scalinata fuori della chiesa del Calvario (si presta bene alla foto di gruppo!). Perché mai, in una rivista missionaria come la nostra, sempre la Terra Santa?

Inizio la lettura del libro. Sorpresa! Scrive come scrivo io. Oh!, scusate la presunzione… Forse sono io che scrivo un po’ come lui (magari sapessi scrivere come lui!). Come previsto il libro non è “scientifico”. Su alcune interpretazioni storiche ed esegetiche forse si possono avere opinioni diverse. Eppure rimango affascinato dal genere letterario. Padre Vittore racconta il suo viaggio in Terra Santa, il “suo”, e ci fa vedere con i suoi occhi – occhi di vero bambino evangelico – i luoghi di Gesù, ne racconta la storia come lui la legge nei Vangeli, con l’incanto e la meraviglia di chi si affaccia sul divino. Sa fare rivivere per noi, proprio come rivivono in lui, Maria, Giuseppe, gli Apostoli, Gesù stesso, nella loro semplice e straordinaria quotidianità.

“Un giorno ormai lontano – scrive lui stesso – sono andato a scoprire Gesù nella sua terra; l’ho cercato per monti e per valli, per pianure e deserti, su fiumi e su laghi. Ovunque Egli è passato… L’ho cercato in città e villaggi… E dopo cinque lustri di esperienze ho scoperto una figura di Gesù che ti affascina. È un Gesù semplice, vivo, caloroso, umano, divino, che ti apre le braccia e il cuore e che ti stringe al petto, per lasciarti più. Egli si manifesta veramente l’Alfa e l’Omega della storia umana…”

Era dunque questo il modo con cui accompagnava i pellegrini in Terra Santa! Li introduceva nell’ambiente di Gesù e lì rendeva attuale il Vangelo, le persone, i fatti di allora… Sicuramente i pellegrini, forse senza neppure rendersene conto, si ritrovano dentro il mistero, così come avviene per il lettore del libro.

Riscopro il mio predecessore come un grande missionario. I missionari sono partiti dalla Palestina per portare a tutti la testimonianza di Gesù. Sono giunti perfino a Cuba, come si potrà leggere in questo numero della rivista. Padre Vittore – e oggi altri Oblati che continuano felicemente la sua esperienza – percorreva il cammino inverso e conduceva la gente in Palestina.

Il metodo missionario può essere il più vario. L’importante è che porti all’incontro con Gesù, fosse anche proprio nella sua terra!

Mi piacerebbe continuare il lavoro di p. Vittore…