venerdì 5 giugno 2026

Dire di sì a Dio: i sì di p. Armando Messuri


Quando mi è stato chiesto di parlare dei “sì” di p. Armando Messuri, mi sono chiesto quali fossero. 

Il “sì” alla vita

Ho subito immaginato che anche lui dicesse “sì” alla vita e si sentisse parte del creato quale dono di Dio.

Lo immagino nel suo paese natale, Camigliano, circondato dalle colline, dagli ulivi secolari, in visita alla grotta di S. Michele, ricca di stalattiti e stalagmiti … Oppure in Valle d’Aosta, da dove scrive a casa: «Noi dal l° novembre abbiamo molto più di un palmo di neve e ancora è niente. Le montagne ne son piene». Forse era la prima volta che vedeva la neve. A San Giorgio Canavese poteva contemplare lontano il Monte Rosa. A Oné di Fonte andava con i ragazzi in gita per ville venete, camminava per i campi con i contadini...

Non ce l’ha mai detto, ma sono sicuro che sapeva godere del dono che Dio gli faceva ogni giorno con il creato. È anche questo un modo per dire di “sì” a Dio. Concretamente un “sì” al dono della vita.

Ha una salute cagionevole, che a volte lo scoraggia portandolo quasi alla depressione. Scrive: «sono non solo stanco, ma stanco, stanco, stanco, tanto da farmi dubitare dell’avvenire». A Oné di Fonte: «Sono debole ed ho paura».

Il “sì” dell’accettazione di sé diventa difficile, eppure egli vede fiorire la sua umanità, fino ad un grado di maturità che nessuno dei suoi superiori avrebbe immaginato raggiungesse. Quando guarisce dalla grave polmonite che lo compisce a Marino, scrive: «posso ringraziare veramente il Signore, e sarà certo un principio di nuova vita… quei giorni di sofferenza fisica hanno fatto del bene alla mia anima. Nel morale ho guadagnato infinitamente di più». Quando un suo compagno di scolasticato va a trovarlo resta meravigliato: «Lo trovai molto cambiato: allegro, loquace…»,

Il “sì” alla chiamata

Non possiamo accompagnare padre Armando nel suo cammino vocazionale. Sappiamo che voleva seguire suo fratello più grande in seminario e che ripeteva spesso: “Debbo andare in Cina!”.

Quando il 26 luglio 1924 fa la sua oblazione perpetua, conferma il suo “sì” annotando: «Ti ho dato tutto. Tu cosa mi darai?». L’altra tappa è il sacerdozio. Alla vigilia dell’ordinazione scrive: «Sarò anch’io sacerdote e sa­cerdote‑missionario, pronto a tutto» (10 aprile 1927). Dopo l’ordinazione: «Sono veramente lieto… di essere finalmente Sacerdote Missionario Oblato… Vorrei avere tutte le più belle qualità che rendono perfetto un missionario, per moltiplicarmi nel far del bene... Ma di tutto ciò credo di aver solo la buona volontà, che, spero, supplirà alla mia pochezza» (15 giugno 1929). È solo l’inizio della sua missione.

Quanti altri “sì” alla chiamata che Gesù gli rivolgerà perché lo segua, nonostante la sua povera umanità? Un esempio è la risposta all’obbedienza ai superiori che lo mandano a Marino: «Credevo di metter radici a Oné dove la popolazione tutta mi amava… Siamo missionari e dobbiamo essere pronti a tutto».

Il “sì” alla voce interiore

E alla voce dello Spirito che parla in maniera tanto silenziosa, come risponde? Come entrare nel cuore di una persona tanto riservata come p. Armando, che parla così poco di sé?

Per fortuna ci sono gli altri che parlano di lui, come quando dicono: «Ascoltava con molta pazienza, sapeva consigliare ed essere fermo, infondeva fiducia e sicurezza».

«Delicato di coscienza e soprannaturalmente prudente nel consiglio. La sua figura semplice ed austera rivelava l'uomo di Dio. Attivo, caritatevole e puntualissimo, valutava il tempo come dono prezioso da utilizzare per l'eternità».

«Sa ascoltare con pazienza e bontà, senza dilungarsi in ammonimenti; con poche parole dà il consiglio giusto, con un semplice: “Faccia così!”».

Non sono questi i segni di una persona guidata dallo Spirito Santo e docile alla sua voce?

Il “sì” agli altri

Il “sì” che maggiormente caratterizza la persona di p. Armando nasce dalla sua capacità di empatia, di entrare nel mondo dell’altro, di rispondere ai bisogni della gente. È questo il suo “sì” più generoso, rivolto a quanti avvicina.

A Oné di Fonte, testimoniano, «Stava notti intere al capezzale degli infermi. Non li abbandonava finché non avessero esalato l’ultimo respiro. E spesso, dopo una tal notte, anziché tornare in paese per celebrare, celebrava la messa in qualche chiesetta campestre per esser più vicino al malato. Appena terminata la Messa vi tornava subito, forse digiuno, e riprendeva la sua vigile attesa. Anche agli ammalati non in pericolo egli dedicava tempo e cure che si possono definire materne; e forse anche questa stessa parola non è adeguata».

Entra nel cuore dei ragazzi, dei giovani, dei contadini, delle famiglie… A Marino entra nel cuore delle tante suore di più congregazioni e sa capirle, accompagnarle…

Ma il grande “sì”, p. Armando lo pronuncia al momento della guerra. Come ricorda Suor Maria Concetta Canfora, «la vera personalità di P. Messuri si è rivelata durante la guerra, mostrandosi instancabile ed infa­ticabile. Allora anche le Suore si sono accorte della sua santità non tanto del suo valore sotto tutti gli aspetti, ma della sua santità, della sua generosità e della sua dedizione portata sino all’estremo limite. Cercava e voleva anime: Dio e anime!».

Non ha più tempo di guardarsi, come una volta quando si sentiva malaticcio e aveva paura della sua ombra. Ora guarda fuori, attorno a sé, e si fa in quattro per aiutare, soccorrere, consolare, dare fiducia…

Nelle sue rare lettere leggiamo: «No, non abbandonerò Marino ora che in quella zona l’opera del Sacerdote è tanto necessaria!»; «Preghiamo insieme Dio che ci dia la grazia di cominciare a vivere più santamente, quest’anno, il poco tempo che ci resta... Si può morire da un momento all’altro; perciò affrettiamoci a fare quello, che in punto di. morte vorremo, aver fatto»; «Non possiamo santificarci senza soffrire: è necessario seguire il Divin Maestro».

La maniera di seguire Gesù, di dirgli il suo “sì”, ora si concretizza nel dare la vita per la sua gente, proprio come aveva fatto Gesù: “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per la propria gente”.

«Nel tempo dei bombardamenti che hanno martoriato Marino mettendo in pericolo la vita di tutti - testimonia il parroco Mons. Grassi -, p. Messuri non conosceva precauzioni e celebrava in luoghi chiusi, all'aperto, in città, in campagna, ovunque si manifestasse il bene delle anime. Gli altri sgomenti, lui sempre ilare, come se si reputasse invulnerabile e forse era come preparato alla morte».

«Eravamo prive di tutto – racconta la superiora delle Clarisse di Albano ‑ prive di pane, di vesti e persino di fazzoletti per asciugar le lagrime. Che cosa non fece per render meno dure le nostre sofferenze! Veniva spesso a trovarci, carico come un facchino, a volte tutto bagnato per la pioggia, portandoci cibarie: forse se ne privava lui stesso per noi. Una volta non sapendo come farci sfamare, ci portò una valigia piena di ciliege... L’aspettavamo come l’Angelo consolatore. Verso di noi, la sua solita espressione di rigida delicatezza si era tramutata in dolce paterna affabilità».

In ospedale, poco prima di morire, lo sentono dire: “Povero me! Mi sono tanto affannato per gli altri e a me, all’anima mia, ho pensato così poco!”. È così che si fa, p. Armando! Il modo migliore per pensare alla propria anima è pensare a quella degli altri…

L’ultimo “sì”

L’8 giugno 1944, festa del Corpus Domini, p. Armando è ricoverato in ospedale a Roma, dopo quattordici giorni di dolori fortissimi, in seguito ai colpi di pistola che lo hanno ferito mortalmente.

A sera sussurra: “Datemi il Crocifisso. Non il mio crocifisso d’Oblato, quello grande che è al muro”. Lo staccano dalla parete e glielo poggiano sul petto. Il braccio destro è paralizzato. Con il sinistro prende il Crocifisso, lo abbraccia, lo bacia.

Così muore p. Armando, abbracciato al Crocifisso. È l’ultimo grande “sì” che lo conforma pienamente a Cristo.

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