In un vecchio quaderno degli anni Cinquanta sono annotate, da mano ignora, una serie di conferenze di p. Drouart: “Lo spirito delle Nostre Sante Regole”. In esergo si legge: “Chi ama e vive le C.C.R.R. ama il B. Eugenio, ma non tutti quelli che amano il B. Eugenio amano e vivono le C.C.R.R.”.
La prima parte della frase è significativa. Tanti Oblati in
quegli anni conoscevano poco o niente del Fondatore, eppure tanti sono divenuti
grandi missionari… Su cosa si formavano? Non avevano gli scritti del Fondatore
e conoscevano poco o niente della sua biografia. Ma avevano la Regola, nella
quale sant’Eugenio ha messo tutta la sua anima. Quelle note di p. Drouart – che
come vedremo anche p. Mario Borzaga ha ascoltato, sempre con il suo solito
senso critico – dicevano: «Cos’è dunque per noi oblati la S. Regola? Non è un
libro di prescrizioni, di restrizioni volitive, ma è il nostro codice di
perfezione, di santità, di apostolato. Fra il susseguirsi matematico degli
articoli circola uno spirito, del resto frequentemente espresso, che è l’anima
della nostra vita apostolica e religiosa».
Mentre anni fa scrivevo la biografia di p. Mario Borzago, mi
meravigliavo di non trovare mai nei suoi scritti il nome di Eugenio de Mazenod
o un suo riferimento. Nessuno gliene aveva parlato. Allora compresi che nella
Regola p. Mario aveva trovato quanto bastava per la sua formazione. Lo stesso
per tanti altri missionari. Ma davvero la Regola di sant’Eugenio è stata
importante nella vita di p. Mario?
Il 21 novembre 1956 faceva la sua oblazione perpetua. Il
giorno prima, con il suo tipico stile scanzonato e insieme estremamente serio, pensa
a cosa farà con la professione: «Gli darò una stretta di mano [a Gesù], così di
passaggio, dato che anche il 21 novembre è uno dei tanti 365 giorni del
cinquantasei. Quasi indifferentemente, ma so che Gesù non lascerà la mia mano
per tutta la mia vita, a meno che con l’altra non gli dia una pugnalata».
Difatti Gesù l’ha tenuto stretto per mano fino al martirio.
Il giorno seguente racconta come ha vissuto la sua
professione: «Alla Comunione ho recitato ad alta voce con fermezza la mia
oblazione perpetua, e mi sono meravigliato di non tremare per nulla, nemmeno
per il freddo. (…) Poi mi hanno imposto la croce, lo scapolare, mi hanno dato
la Regola: Hoc fac et vives. Se farò questo vivrò, e ho perciò deciso che
finché vivrà farò senz’altro questo e null’altro. Poi un abbraccio generale a
tutti i confratelli». Ed ecco spunta finalmente anche l’autore della Regola!: «Il
Fondatore fra di noi non c’era, ma avrei voluto che ci fosse stato per
abbracciare anche lui».
Il 17 febbraio 1957 torna il pensiero alla Regola, vista
come espressione e sintesi del Vangelo: «Domenica. Vacanza grande: è
l’anniversario dell’approvazione delle Regole. Il P. Superiore, stamane, ha
parlato così bene della Regola, strada del cielo. Luce, amore, Sangue,
simbolismi, e realtà care a Giovanni, Via, Verità, Vita, Croce, nomi sacri del
Vangelo per me sono la Regola e perciò è Santa. Qui è la strada che conduce a
Cristo. Tutta la bellezza del Vangelo: il cammino dei discepoli di Emmaus, la
notte di Nicodemo, il colloquio al pozzo, la sera della Pasqua, il pomeriggio
ai piedi della Croce, li potrò rivivere praticando la Regola. Questo il
Vangelo, se per Vangelo intendo ancora l’annuncio del Cristo alle genti, se
per Vangelo intendo quella raccolta di precetti e consigli che conducono alla
santità, alla Vita eterna, me e le anime che mi avvicineranno. Non devo e non
voglio cercare Gesù altrove se non là dove me l’addita la Chiesa cattolica, sua
Sposa vermiglia: quam acquisivit sanguine suo».
Vede la Regola anche come espressione della Chiesa: obbedire
alla Regola sarà un modo per vivere la fedeltà alla Chiesa «”Parla il Papa”, ma
non solo dalla loggia Vaticana, alla Radio, ma per me solo da questo libretto,
dalle pagine di un libretto che lascio spesso in fondo al banco a sonnecchiare
e nel cuor mio a dormire della grossa. “Credo nella Chiesa cattolica”: lo dico
tutti i giorni, e perciò credo alla Regola. È difficile a praticarsi, ma Gesù
non ha mai dato per facili i suoi precetti, né la Chiesa ritiene uno scherzo il
martirio… La Regola mi offre l’occasione di non essere un parassita
dell’Eucaristia. Se devo vivere la mia Messa, ossia il Sacrificio, la Regola mi
offre uno splendido allenamento… nella Regola, che il Cristo mi mette in mano,
trovo la via più semplice ed adatta per ottenere la Fede e l’Amore capaci di
superare la prova finale».
Forse p. Mario non ha mai letto la lettera del 18 febbraio
1826 che sant’Eugenio aveva indirizzato agli Oblati subito dopo l’approvazione;
diceva le stesse identiche cose: «le nostre Regole… non sono più dei semplici
regolamenti, delle semplici direttive devozionali, sono Regole approvate dalla
Chiesa dopo l’esame più minuzioso... Sono divenute patrimonio della Chiesa che
le ha adottate. Il Papa, approvandole, ne è divenuto il garante».
Il 25 febbraio 1957 è il giorno della prima messa di p.
Mario. Cosa chiede al Signore? Niente meno che l’osservanza della Regola! «Avevo
pensato di chiedere al Cristo, nato da me, la grazia assicurata del martirio,
dell’apostolato alla San Francesco Saverio, della predicazione e del ministero
fecondo; e invece chiesi di osservare sempre alla perfezione la Regola dei
Missionari Oblati di Maria Immacolata: la Grazia da oggi è stata concessa:
finalmente riconciliato, ci voleva il Sacrificio dell’altare! Viva Maria!».
A sera benedizione solenne presieduta dal novello sacerdote.
Di nuovo il pensiero alla Regola, o meglio alle parole che gli vennero dette
quando, durante l’oblazione perpetua, gli veniva consegnata la Regola: «Quando
gli apostoli andarono a due a due in direzione del mondo, non avevano
un’impresa facile come programma; ma Gesù non aveva fatto la promessa dello
Spirito, il Consolatore? E Gesù stesso, che aveva accompagnato in persona i
loro primi passi, non aveva assicurato che sarebbe stato con loro fino alla
fine del mondo tutti i giorni? Ecco la Grazia! (…) Quando, alla Professione,
una mano sacerdotale mi dava la Regola e mi diceva «Hoc fac et vives», c’era
Gesù accanto che soggiungeva: Ego vobìscum! E basta».
Il 18 Lunedì 1957, durante la meditazione, avverte una
speciale presenza di Maria e scrive: «Ella è l’unica che mi può aiutare ad
osservare la mia Regola di suo Oblato; e devo dirlo: la Regola per me è l’unica
scorciatoia alla santità. La Regola che mi ha dato in mano l’Immacolata come
testimone del suo Amore, per me e che io devo amare».
Nel 5 giugno 1957 una preghiera rivolta a Gesù: «Non sono
che un povero schiavo nelle tue mani, o Gesù, fanne quello che tu vuoi. Anche
il bene che faccio è tutto tuo, il mio Amore non ti può che appartenere. Anche
la minima espressione della tua Volontà, significatami dalla Regola, mi deve
interessare a fondo come l’unica e più importante cosa che in quel momento
esista per me al mondo».
Infine il pensiero alla Regola torna nella lettera che, al
termine del suo cammino di formazione, indirizza al superiore generale in vista
della “prima obbedienza”: «S. Giorgio Canavese, 2 marzo 1957. Rev.mo P.
Generale (…) Come al Signore Gesù, così a Lei esprimo tutta la mia gratitudine
per essere stato accolto e formato in questa Congregazione della quale la
Vergine Immacolata ha voluto farmi parte. Conservo solo la tristezza di non
avere abbastanza amato e osservato la Santa Regola in questi anni: mentre
quindi gliene chiedo perdono, Le vaglio rinnovare propositi di assoluta
fedeltà e obbedienza. (…) Le assicuro la mia povera preghiera e il mio amore
alla Santa Regola come testimonianza del mio amore per Lei e per la Congregazione».
È evidente che la formazione oblata e missionaria è passata
attraverso la Regola.
Una volta giunto nel Laos inizia per p. Mario il duro
cammino missionario. La Regola? L’anima della Regola gli è entrata dentro e
continua a guidarlo, ma la lettera… È impossibile seguire la lettera.
Il 4 dicembre 1957 nel diario annota: «Bella giornata. Il
tramonto è verso il fiume Mekong: sembra un paesaggio da presepio, uno sfondo
di quelli che dipingeva papà durante le lunghe serate di dicembre. La giornata
è così disposta: ore cinque sveglia, 5,15 preghiera del mattino, poi tre quarti
d’ora di meditazione al buio pesto, quindi Messa. Dalle 8 alle 9,30 scuola.
Alle 12 meno 20 sesta, nona e esame particolare, 12 pranzo; 2,30 scuola; 6,30
orazione. Tutto sommato è un buon orario. Do alla preghiera tutto il tempo
previsto dalla Regola. Tuttavia non sono ancora convinto della Regola». E qui
torna il ricordo delle conferenze di p. Drouart: «P. Drouart dice che è ancora
d’attualità: ma anche la bicicletta è ancora d’attualità tuttavia è meglio
andare in macchina. È il nostro tormento. Ma in qualche maniera ci arriverò
anch’io. Mi cascano gli occhi per un po’ di stanchezza, perciò devo reagire.
Continuo imperterrito i miei lavori. Spero che Gesù mi insegni ad amare e a
soffrire. Non desidero altro e a fare sempre tutta la sua Volontà».
Pochi anni più tardi, grazie al Concilio, la Regola degli
Oblati si adatterà al mondo che cambia. P. Borzago ne avvertiva già la
necessità. Intanto rimane fedele, come testimonia uno degli Oblati che viveva
con lui: «Non perdeva neanche un minuto. Era sempre legato ai lavori umili,
semplici: portare legna, trasportare carbone. Era l’uomo del dovere come vita
religiosa, come studio e anche come vita personale: l’uomo della Regola; quello
che c’era da fare lo faceva con serietà, con una certa assenza di tutti gli
altri doveri; cioè quando era il tempo della preghiera o dello studio o dei
lavori, era tutto per quello che bisognava fare: age quod agis! Non si
concedeva la licenza di fare cose che non fossero compatibili con la preghiera,
con lo studio o con altre incombenze».
La stessa fedeltà chiede alla sorella Lucia, membro
dell’Istituto secolare delle OMMI: «Kiucatian, 27 marzo 1960: Carissima Lucia…
Fai sempre con gioia tutta la volontà di Dio secondo le regole e lo spirito del
tuo Istituto e non prenderti mai delle preoccupazioni per le cose che non ti
riguardano».
Ma anche per il suo Istituto vorrebbe che la Regola fosse sfoltita e portata all’essenziale. Il 4 ottobre 1959 scrive che una Oblata deve tornare da Paksane, «ma non sa come fare perché la regola le impedisce di tornare sola: così la regola le impedirebbe pure di andare sola con un padre, parimenti assieme ad un’altra signorina e due padri e così via di seguito in progressione aritmetica, fino all’infinito che, fuori di Dio, è sinonimo di ridicolo. E pensare che gli istituti secolari sono stati fondati appunto per dar modo alla matematica di essere applicata solo alle macchine e alle costruzioni e lasciare in pace il tempo, le vesti, le case, i muri, le finestre, le stoviglie, le strade, il giardino, il cervello di coloro che hanno fatto voto di applicarsi solo a Dio».
Sarebbe bello percorrere la storia degli Oblati durante
questi 200 anni dall’approvazione della nostra Regola da parte di Papa Leone
XII, per vedere come li ha ispirati, sostenuti, portati avanti nel loro lavoro
missionario e nel cammino di santità.
P. Mario Borzaga ne è un esempio.











