mercoledì 14 ottobre 2026

Le scarpe di sant'Eugenio

 

Abitualmente noi Oblati quando pensiamo a sant'Eugenio de Mazenod lo ricordiamo come il nostro fondatore, meno come vescovo di Marsiglia. Eppure anche come Vescovo ha tanto da insegnarci. E oggi, 14 ottobre, ricordiamo proprio la sua ordinazione episcopale qui a Roma nel 1832.

Rimase missionario anche da vescovo, costantemente disponibile per la gente. Passava quattro ore difilate d’udienza, dalle dieci alle quattordici. Bastava presentarsi e lui riceveva chiunque, senza bisogno di farsi annunciare. Poi gli impegni pastorali: le prime comunioni, le cresime, i matrimoni, le visite pastorali, le missioni, le riunioni d’ogni genere, le cerimonie civili a cui doveva partecipare...

Continuò a predicare per tutta la vita, in francese o più spesso in provenzale per farsi capire da tutti, parlando al cuore della gente, senza mai spaventare nessuno, infondendo in tutti la consolazione della misericordia di Dio, la certezza dell’amore di Gesù. Esercitava sulle persone un fascino tutto particolare.

A messa ho ricordato tre episodi soltanto.

D’inverno, vestito da semplice prete, incontra per la città un povero. Un sacerdote, senza farsi notare, lo vide togliersi le scarpe, obbligare quello a calzarle, prendere frettoloso la via del vescovado, cercando di coprirsi i piedi con la veste.

Al termine della cerimonia di chiusura di una missione, nelle campagne, una donna viene dietro di lui, ancora rivestito con il piviale e gli abiti pontificali, batte sulla sua spalla per farlo voltare e gli dice in provenzale: “Allora, Monsignore, tornate subito a Marsiglia?”. “Certo mia buona donna, dove volete che vada”. “Dunque, non la fareste una commissione per questa povera vecchia?”. “Certo, perché no”. Già il vicario generale e il parroco si erano avvicinati per convincere la donna importuna a tornare in un altro momento. Ma Monsignore insiste: “Lasciatela stare. Dì pure la tua commissione, mia cara figlia, e non ti curare di loro”. “Laggiù a Marsiglia mio figlio è in ospedale, e non mi dà notizie di sé e le strade sono difficili per andare a vederlo. Non potreste prendervi il tempo per farmi sapere come sta?”. “Ve lo prometto, cara donna; mi incarico io stesso di andare a prendere notizie di suo figlio”. È quello che fece appena tornato. Nelle visite pastorali si accollava volentieri le commissioni delle buone massaie per i figli soldati a Marsiglia.

Un vecchio, Gérangier, al processo di beatificazione ricordava: «Avevo undici anni e coi compagni del quartiere andavo a giocare in piazza. Spesso quando usciva dal vescovado il vescovo veniva verso di noi, ci dava le caramelle, e con una tenerezza tutta paterna, ci parlava in dialetto. Ci sembrava di vedere Gesù che si avvicinava ai bambini dicendo: Lasciate che vengano a me”».

Quante cose avremmo da imparare dal vescovo de Mazenod…

martedì 13 ottobre 2026

L’affinità e la stima reciproca tra Eugenio de Mazenod e Leone XII

Il Convegno è partito! Una bellissima atmosfera. 700 seguono in YouTube e oltre 6000 su Facebook. Io ho raccontato del rapporto tra Leone XII e sant’Eugenio.

Il primo impatto, avvenuto durante l’udienza del 20 dicembre, è stato determinante. Tra l’altro Eugenio si è presentato senza appuntamento perché era stanco di attendere…

Francesco Trusso, nella sua biografia di sant’Eugenio, prova anche a immaginare qualche sia stata l’immagine che papa Leone si faceva del Fondatore durante l’udienza e perché fosse così bene impressionato «da quest’uomo che è straniero e parla l’italiano con garbo e proprietà, che è francese e ha una mentalità che si direbbe italiana, che è aristocratico e ha una predilezione tutta particolare per la povera gente al punto di voler approvata una congregazione religiosa a loro esclusivo servizio e che andrebbe benissimo anche negli Stati Pontifici, che è di alta statura e l’ha visto in ginocchio per tutta l’udienza, è semplice sacerdote ma potrebbe vestire a suo tempo la porpora cardinalizia».

Vi sono alcuni tratti che accomunano le due persone che si trovano l’una davanti all’altra. Ambedue appartengono a famiglie nobili e quindi hanno una particolare capacità di intesa. Eugenio è colpito da “la bontà, la compiacenza, la cortesia del Sommo Pontefice”, dalla “affabilità”, “delicatezza”, “finezza”, “intuizione penetrante”, “saggezza profonda”.

Ambedue, grazie a questo tratto di autentica nobiltà, non vantano un senso di superiorità, ma appaiono sinceramente umili. Quanto Leone XII si sentisse piccolo davanti al suo predecessore “Magno”, l’ha affermato con i fatti, facendosi costruire nella basilica di San Pietro la tomba con un semplice tondo di marmo sul pavimento, posto davanti alla solenne tomba di san Leone Magno, di cui si compiaceva di portare il nome. La scritta conferma il suo senso di umiltà: «A Leone Magno, celeste Patrono, raccomandandomi umilmente, ho scelto questo luogo per la mia sepoltura, accanto alle sue sacre ceneri. Leone XII, umile successore degli eredi di un nome così grande, il minore».

Anche Eugenio de Mazenod ci presenta davanti al Papa con sincera umiltà. Quel suo ostinarsi nel rimanere in ginocchio ne è un segno. Inoltre è ben consapevole di essere il fondatore di una piccolissima famiglia religiosa. Dietro di sé ha soltanto un pugno missionari di cui 2 malati di tifo e quindi alla soglia della morte.

Ambedue si mostrano stanchi della vecchia e complessa burocrazia pontificia.

Eugenio annota che il Papa «voleva scusarsi per non poter fare con un colpo di penna quello che sapeva bene sarebbe stato concesso solo dopo lunghe formalità. “Sa”, mi disse, parlandomi sempre in terza persona, “queste sono le usanze della Santa Sede. Oggi fanno come cento anni fa”».

Non mancano altri segni di stima e di apprezzamento personali da parte del Papa verso Eugenio. Avrebbe voluto tenerlo a Roma per condurlo fino al cardinalato. Il Papa stava infatti pensando di convocare un concilio romano e, data la mancanza di teologi qualificati nel Sacro Collegio e nell'organico episcopale degli Stati Pontifici, avrebbe voluto aggiungere teologi tedeschi, francesi e spagnoli, poi creati cardinali. Sarebbero stati scelti, come scrive il cardinal Pacca, tra quelli «che, durante le disastrose rivoluzioni avvenute, si sono più distinti per la costanza, la dottrina, il sincero attaccamento alla Cattedra di Pietro».

Mostrando l’apprezzamento per sant’Eugenio, il Papa avanza ancora il progetto di un seminario a Roma. A conferma di questa fiducia vi sono poi le confidenze fatte dal Papa a sant’Eugenio su questioni delicate, soprattutto durante una ulteriore udienza. «Mi parlò di cose molto segrete, che mi confermarono l’opinione che aveva di me…”. La fiducia era reciproca: «Mi trovano molto a mio agio, e non avevo paura di parlare apertamente con lui di molte cose».

Contrariamente agli usi e al consiglio dei suoi collaboratori, Leone XII approvò subito la nuova Famiglia degli Oblati. «No, non seguo i vostri consigli, questa Società mi piace; so il bene che fa... Voglio sostenerla. È mia intenzione che queste Regole non solo vengano lodate, come si usa adesso, ma che siano approvate».

Il Papa si riconosceva in sant’Eugenio, si rivedeva da giovane, quando aveva ideali grandi… come quelli di sant’Eugenio.

lunedì 12 ottobre 2026

Convegno di studio sui 200 anni della Regola

La celebrazione per i 200 anni dall’approvazione della Regola degli Oblati ha avuto inizio il 26 febbraio scorso. In molte Unità della Congregazione si susseguono nuove iniziative per rendere sempre più consapevole l’intera Famiglia carismatica oblata del valore delle Regole.

In questa occasione ho preparato un convegno di studio sul tema, dal 13 al 15 ottobre: ci siamo! Una ventina di relatori saranno presenti, provenienti da varie parti del mondo, altri offriranno il loro contributo on line. L’intero convegno potrà essere seguito in diretta o in differita sul sito.

La prima giornata (13 ottobre) sarà dedicata alla storia dell’approvazione delle Regole (1825-1826); la seconda giornata (14 ottobre) al loro sviluppo la storia, fino ad oggi; la terza giornata (15 ottobre) alle Regole nella vita di oggi e nelle prospettive per il futuro.

October 13

First session 9:00
Superior General: Opening of the symposium
Paweł Zając: Introduction to the first session
Prof. Ilaria Fiumi Sermattei: Leo XII and his time.
Fabio Ciardi: Leo XII et Saint Eugène de Mazenod.

11:00 Second session
Paweł Zając: Cardinal Pacca's role in the approval process.
Gulshan Barkat, The Papal Bull: Text Analysis.
Honoré Andrianjafy: "Non laudanda sed approbanda": itinéraire et méthode d’approbation.

15:30 First afternoon session
Frank Santucci: Spiritual journey of St. Eugene de Mazenod from 1818 to 1826.
Salvatore Franco: Le soin des prêtres. De la Règle de 1818 à la Règle de 1826.
Roman Tyczyński: Comme la règle de 1826 décrit les profils des différents types d’oblats : le novice, le supérieur général, le missionnaire...

17:30 Second afternoon session
Diego Saez: "Nous faisions tort à notre Mère": The Ontological Turn of the 1826 CCRR. (da remoto)

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sabato 10 ottobre 2026

Il Dio di san Francesco

Come l’incontro con l’uomo riconosciuto fratello porta Francesco alla scoperta di Cristo fratello, così Cristo, Figlio di Dio, lo porta alla scoperta di Dio Padre. Francesco infatti, come scrive nella prima Ammonizione, sente dire da Gesù, nel Vangelo di Giovanni, «Chi vede me, vede anche il Padre mio» (1, 1-7).

Per lui Dio è un Padre e come tale lo chiama amabile, innocente, puro, mite, pacifico, retto, così come dolcezza, fortezza, umiltà, mitezza, pazienza, quiete, gioia, refrigerio, speranza, ogni nostra ricchezza… Soprattutto Dio è «la santa carità» (Regola non bollata, 22, 26): «Tu sei amore e carità» (Lodi di Dio Altissimo, 4).

Questa paternità divina è così forte e immensa che al suo confronto quella umana non ha più alcun peso. «Finora – dice rivolto al proprio padre Pietro di Bernardone il giorno in cui si spoglia delle proprie vesti per essere libero da tutto - ho chiamato te, mio padre sulla terra: d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: “Padre nostro che sei nei cieli”, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza» (Leggenda maggiore, 2, 4).

Francesco è ormai entrato in rapporto con il Padre del cielo espresso in risposta d’amore all’amore, ed in questo stesso rapporto vuole introdurre tutti: «Tutti amiamo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza, con tutta l’intelligenza, con tutte le forze, tutto lo slancio, tutto l’affetto, tutti i sentimenti più profondi, tutti i desideri e le volontà il Signore Iddio» (Regola non bollata, 23, 8).

Nel suo infinito amore Dio gli si rivela anche come l’Altissimo. È un Dio vicino, Padre, quello che Francesco sperimenta, ma nello stesso tempo è un Dio trascendente, a cui va rivolta l’adorazione, la lode, il ringraziamento: è, come leggiamo nei suoi scritti, creatore, eccelso, immutabile, onnipotente, inenarrabile, incomprensibile, ininvestigabile, invisibile, sommo…

Perché Dio è l’Altissimo non potremo mai capirlo e penetrare per quello che lui è veramente. Egli soltanto, nella sua accondiscendenza, potrà rivelarsi a noi. «Altissimo, glorioso Dio – prega Francesco –, illumina le tenebre de lo core mio» (Preghiera davanti al Crocifisso, 1). E Dio lo illumina come egli attesta più volte nei suoi scritti: «lo stesso Altissimo mi rivelò» (Testamento, 17); «lo stesso Altissimo manifesterà» (Ammonizioni, 28, 2).

Anche la comprensione della trascendenza dell’Altissimo si traduce in atteggiamento di vita: Francesco riconosce la propria piccolezza: «Chi sei tu…, chi sono io», si domanda (Considerazioni sulle Stimmate, 3). Senza fermarsi a considerare il proprio nulla egli lascia che il proprio nulla sia riempito dal tutto di Dio: «Mio Dio e tutto» (Fioretti 2). Un tutto che implica, da parte nostra, un nulla voluto, che nella sua Regola esprime con tre decisi “niente”: «Niente dunque ci ostacoli, niente ci separi, niente si interponga» (Regola non bollata, 23, 10).

Davanti all’opera di Dio, accolta in un cuore puro e libero, Francesco scioglie un canto di lode, ringraziamento e adorazione che vorrebbe fosse condiviso da tutti: «E ovunque noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, ogni giorno e ininterrottamente crediamo veracemente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifichiamo ed esaltiamo, magnifichiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in Lui e amano Lui, che è senza inizio e senza fine, immutabile, invisibile, inenarrabile, ineffabile, incomprensibile, ininvestigabile, benedetto, degno di lode, glorioso, sopraesaltato, sublime, eccelso, soave, amabile, dilettevole e tutto sopra tutte le cose desiderabile nei secoli» (Regola non bollata, 23, 11).

PS: questi tre brevi testi su san Francesco che ho pubblicati qui sul blog li ho scritti per gli indù e li ho letti a loro. 

venerdì 9 ottobre 2026

Le creature di san Francesco

Riconoscendo Cristo come fratello e l’Altissimo come creatore e padre, Francesco scopre la fratellanza universale. La sua esperienza, partita dall’uomo-fratello, a lui ritorna con nuova consapevolezza e si dilata su tutto il creato. Non soltanto i lebbrosi, i poveri, ma tutti gli uomini e le donne sono per lui fratelli e sorelle. In ognuno vede il Figlio del Padre che per amore di noi ha preso carne e si è fatto fratello nostro.

Concretamente dà vita ad una comunità di uomini e poi di donne che chiama, non a caso, frati minori, ossia i fratelli più piccoli della grande famiglia che ha Dio come Padre. Essa vuol essere soltanto l’inizio e la profezia di una fratellanza universale, a cui tutti gli uomini sono chiamati. La sua ansia è aiutare ognuno a prendere coscienza della paternità di Dio e ad affratellarsi con gli altri in Cristo.

La stessa fraternità e unità caratterizza l’esperienza delle donne che, sull’esempio di Francesco, si uniscono attorno a santa Chiara d’Assisi: «Domina tra loro, sopra ogni altra cosa – scrive il primo biografo –, la virtù di una continua e mutua carità, che unisce così profondamente le loro volontà che, perfino tra quaranta o cinquanta persone, come sono in qualche luogo, l’identità del volere e del non volere fa di tante un’anima sola» (1 Celano, 19).

L’ideale di una fratellanza universale abbraccia non soltanto gli umani, ma tutte le creature. Mi sembra improprio per Francesco parlare di “natura”, gli è più adatto il termine concreto di “creature”. Nella sua visione il mondo che lo circonda è infatti il “creato”, il frutto della “creazione” di Dio. Le creature esistono perché in perenne e stretta relazione con il Creatore e, perché in relazione con lui, sono in relazione tra di loro.

In esse scopre l’impronta di Dio: di lui portano «significatione». Il suo sguardo sa coglierne la bontà originaria impressa all’inizio della creazione: «Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono» (Gen 1, 31). (Sappiamo che quel “buono”, tov in ebraico, può essere tradotto anche con “bello”). Francesco si discosta in questo dalla mentalità dualista tanto diffusa nei movimenti ereticali del suo tempo, e anche dal rigido ascetismo di alcuni ambienti. Agli occhi di Francesco tutto è buono perché il Dio creatore è il Sommo Bene, come ricorda più volte nei suoi scritti.

Dio è anche bellezza - «Tu sei bellezza», canta nelle Lodi di Dio Altissimo. Per questo egli sa riconoscere e godere la bellezza delle creature. Il primo biografo scrive: «Chi potrebbe descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna e le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di indicibile gaudio… Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto… perciò si preoccupava di toglierli dalla strada…, perché non fossero schiacciati dai passanti». Anche loro gli parlano di Dio, perché la Scrittura ha detto del Signore: «Io sono verme e non uomo». Dunque anche la bruttezza e il dolore delle creature lo attira in quanto vi riconosce il volto sfigurato del Figlio di Dio crocifisso.

«E che dire – continua Tommaso da Celano –, delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l’inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo?... E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza!... Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare il Signore, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l’aria e il vento, con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore» (1 Celano, 80-81).

Uno degli episodi più famosi è quella della cosiddetta “predica agli uccelli” (Per la veridicità storica dell’episodio cf. O. Schmucki, La predica di san Francesco agli uccelli. Trasmissioni redazionali e commento storico, “Italia francescana”, 82 (2007) 155-182, con ricca bibliografia). Un giorno, mentre era in cammino, vedendo raccolti insieme moltissimi uccelli d’ogni specie, «corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo la sua abitudine. Ma notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, pieno di intensa gioia li esortò dolcemente a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l’altro disse loro: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto il vostro Creatore e amarlo sempre, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione”. A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo» (1 Celano, 58).

L’autore dello Specchio di perfezione, una delle prime biografie di Francesco, motivava la sua capacità di scorgere «perfettamente la bontà di Dio non solo nell’anima già splendente di ogni perfezione di virtù, ma anche in ogni creatura» con il suo essere «tutto assorbito nell’amore di Dio» (n. 113).

Francesco cominciò ad entrare in questo amore di Dio con l’iniziale esperienza con i lebbrosi. Praticando l’amore verso di loro si operò un grande cambiamento interiore che lo segnò per tutta la vita: «Ciò che mi sembrava amaro – racconta lo stesso Francesco – mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Testamento, 3). Non è che egli sia cieco davanti alla bruttezza o insensibile alla miseria, ai mali, ai dolori, al peccato. Coglie con realismo il negativo che c’è nell’uomo e nel creato, ma l’amarezza che sperimenta non si tramuta in pessimismo. Egli l’abbraccia come abbraccia il lebbroso e l’assume su di sé fino a ricevere nelle sue carni le stigmate di Gesù, così da trasfigurarla. Nell’amore per ogni uomo e ogni creatura egli percorre la via stessa del Crocifisso, espressione massima dell’amore di Dio.

Tommaso da Celano, il primo biografo, offre una ulteriore motivazione del suo rapporto positivo con il creato: «E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella…, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio».

Anche questa sua libertà inizia con l’esperienza tra i lebbrosi. Andando verso di loro si stacca da se stesso, smette di «adorare se stesso» (Leggenda dei tre compagni, 8). Non afferma più il proprio io in contrapposizione agli altri, non guarda le persone e le cose per possederle: le ama, le serve, si dona e quindi le scopre nella loro più profonda dignità e vocazione. Libero, può entrare in armonia con il mondo circostante, in una relazione amorosa, “fraterna” con gli uomini, gli animali, le piante, le cose inanimate.

Egli ha scoperto che la povertà, così caratteristica nella sua esperienza, è lo strumento concreto per riordinare i rapporti tra tutti nell’ottica della fraternità, della gratuità dei rapporti, per il superamento della separazione tra gli esseri. Prima ancora essa è la condizione per il rapporto con Dio. Non si può entrare in autentica comunione con Dio e con i fratelli se si è ricchi di se stessi.

Lo spogliamento fisico davanti al padre Bernardone – inizio della sua radicale povertà –, è il segno di uno spogliamento più profondo: l’altissima povertà di anima e di mente. Questa povertà apre alla libertà interiore, alla perfetta letizia nel dolore accettato ed amato, “nella infermitate ed tribulazione”, nella “morte corporale”, all’armonia della fraternità universale, alla pace, alla vita di quel Dio che ci trascende tutti e nel quale possiamo essere unificati.

giovedì 8 ottobre 2026

L'uomo di san Francesco

Secondo la tradizione cristiana Francesco d’Assisi è il santo che più da vicino ha imitato Gesù. Dopo ottocento anni egli ispira ancora non soltanto i suoi immediati seguaci – migliaia di uomini e donne che compongono la “Famiglia francescana” – ma anche tantissimi altri cristiani. Anzi, è amato, letto e seguito anche in altre religioni e persino in ambienti culturali che non fanno riferimento ad alcun credo religioso. Ogni anno il bollettino Bibliographia Franciscana segnala 7-8.000 titoli su san Francesco e le origini del suo movimento.

Dovendo scrivere qualcosa sui di lui, oggi ho ritrovato alcune mie pagine scritte una ventina d’anno fa su come Francesco vede l’uomo, Dio, la natura. In questo ottavo centenario della sua morte le rileggo volentieri.

Nel Testamento, afferma che la sua esperienza inizia con l’incontro dei lebbrosi. Lo racconta diffusamente, appena tre anni dopo la morte del Santo, il suo compagno Tommaso da Celano: «La vista dei lebbrosi… gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani». Ma ecco che «un giorno incontrò un lebbroso: [Francesco] fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò». Da allora «il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in tutto per amor di Dio. Lava le parti putrefatte e terge anche il sangue corrotto delle piaghe ulcerose» (1 Celano, 17).

Francesco ha circa 25 anni quando, come scrive lui stesso, è “condotto dal Signore” tra i lebbrosi (2Testamento, 1). Nel loro volto disfatto, emblema di ogni povertà e miseria umana, egli scopre il volto di Cristo che si identifica con ogni persona, specialmente con i poveri e gli ultimi. «Quando vedi un povero – diceva ai frati – ti è messo innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera» (2 Celano, 85).

Prima nei lebbrosi e nei poveri, poi in tutti gli uomini e le donne, egli scorge il volto del Figlio di Dio. Di qui l’invito rivolto a tutti: «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo, e a similitudine di lui secondo lo spirito» (Ammonizioni, 5,1).

L’uomo, per Francesco, diventa icona di Dio, creato con una dignità senza eguali. Dio «a noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita» (Regola non bollata, 23, 8). Francesco non conosce dualismi: l’uomo, in tutta la sua integrità e totalità, è opera di Dio. Dio gli affida anche il compito di continuare la sua opera; agisce con parole e opere in lui e attraverso di lui, per poi condurlo alla meta della piena comunione con sé (Regola non bollata, 17, 6).

Francesco conosce anche i limiti e i peccati dell’uomo: siamo «miseri e peccatori» (Regola non bollata, 23, 5). Se Dio ci ha creato simili a lui e per la comunione con lui, «noi per colpa nostra siamo caduti» (Regola non bollata, 23, 2), ci siamo staccati da Dio, resi autonomi, autosufficienti, appropriandoci della nostra volontà ed esaltandoci per i beni che il Signore manifesta e opera in noi (Ammonizioni, 2, 3). Per questo l’urgenza di un itinerario di conversione per giungere a recuperare l’interezza della persona e della sua vocazione, che Francesco avverte per sé e per gli altri. Egli vede l’altro non soltanto nel suo stato di dignità e di miseria, ma come un fratello o una sorella da amare, servire, per camminare insieme fino alla realizzazione del proprio essere in Dio.