mercoledì 27 maggio 2020

Il Santo Rosario: I misteri della Risurrezione



Al termine della meditazione su "Le parole del Risorto" (mi pare sono 18 post) ho pensato di comporre una serie di "Misteri del Rosario": "I misteri della Risurrezione".

Primo mistero: Gesù incontra Maria di Magdala nel giardino
«Gesù le disse: “Maria!”. Ella si voltò e gli disse in ebraico: “Rabbunì” che significa “Maestro mio!”» (Gv 20, 16).
Il pastore conosce le sue pecore, ciascuna per nome, ed esse conoscono la sua voce (10, 3-4. 14).
È bello essere chiamati per nome: dice amicizia, rapporto personale, intimità. Con quel nome, “Maria”, è come se Gesù l’abbracciasse, la prendesse dentro di sé: «Ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni» (Is 43, 1).
E lei, con quel nome, “Maestro mio!”, è come se lo abbracciasse. Anzi, l’abbraccia davvero!
Chiediamo a Maria il dono di un rapporto personale e profondo con il Signore risorto.

Secondo mistero: Gesù incontra i due discepoli sulla strada di Emmaus
«Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro. (…) Quando fu a tavola con loro, prese il pane, recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero» (Lc 24, 15.30-31).
Il buon pastore va in cerca della pecora smarrita e la trova su una strada di periferia, verso Emmaus. Entra nel mondo dei due, tristi e delusi, e con la sua vicinanza ridona speranza e fa ardere il loro cuore.
Chiediamo a Maria che tutte le persone triste e deluse possano incontrare il Signore risorto e ritrovare la gioia.

Terzo mistero: Gesù incontra gli Undici nel cenacolo
«Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: “Pace a voi”. (…) Dicendo questo mostrò loro le mani e i piedi» (Lc 24, 36.40).
Gesù “sta”, la sua è ormai una presenza stabile: è questo l’essere profondo della Chiesa, la presenza del Signore crocifisso, espressione dell’amore infinito di Dio; presenza che pace.
Chiediamo a Maria che la promessa di Gesù di “rimanere sempre con noi” dia alla Chiesa il coraggio e l’audacia di annunciare il Vangelo ad ogni creatura.

Quarto mistero: Gesù incontra Tommaso nel cenacolo
Gesù «disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; prendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo; ma credente!». Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”» (Gv 20, 27-28).
È la più alta professione di fede di tutto il Nuovo Testamento: una fede partecipata, personale, appassionata: «Sei il “mio” Signore, il “mio” Dio», così come per la Maddalena era il Maestro “mio”.
Egli è “mio” perché io sono suo, mi ha acquistato a caro prezzo, testimoniato dal segno dei chiodi e della lancia che non ha voluto cancellare perché sempre, per tutta l’eternità, vi leggessimo il suo amore infinito.
Chiediamo a Maria il dono della fede per quanti dubitano o non credono: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

Quinto mistero: Gesù incontra Pietro sul lago
«Gesù disse a Simon Pietro: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami più di costoro?”. Gli rispose: “Certo, Signore, tu lo sai che ti voglio bene”. (…) Gli disse per la terza volta: “Simone, figlio di Giovanni, mi vuoi bene? Gli disse per la terza volta: “Signore, tu conosci tutto; tu sai che ti voglio bene”. (…) “Seguimi”» (Gv 21, 15-19).
Pietro ha rinnegato per tre volte il Signore, adesso per tre volte gli professa un amore incondizionato. Ogni sbaglio è l’occasione per un amore più grande. Il Risorto ci insegna che si può ricominciare. Si può sempre ricominciare a “seguire” Gesù.
Chiediamo a Maria che preghi “per noi peccatori, adesso e nell’ora della nostra morte”, che preghi per tutti i peccatori, perché ritorniamo a Dio con fiducia.


martedì 26 maggio 2020

L’ultima parola del Risorto / 19 / Sulla via di Damasco



Quali le ultime parole del Risorto che ci consegnano le Scritture? Forse quelle rivolte a Giovanni nell’isola di Parmos quando, nel giorno del Signore, udì la voce che gli diceva: «Non temere! Io sono il Primo e l’Ultimo, il Vivente. Ero morto, ma ora vivo per sempre e ho le chiavi della morte e degli inferi» (Ap 1, 17-18). Ma in questo testo Giovanni, trovandosi rapito nei cieli, si colloca già alla fine dei tempi. Questo che parla è il Signore glorioso, assiso alla destra del Padre.
Forse l’ultima parola del Risorto, qua sulla terra, è quella indirizzata a Saulo, sulla strada verso Damasco.

Saulo, «spirando minacce e stragi contro i discepoli» è in cammino verso Damasco per mettere in catene i “seguaci della via”, i dissidenti dal giudaismo ortodosso, e per condurli prigionieri a Gerusalemme.
Su quella strada l’incontro con il Signore risorto, come testimonia più volte Paolo: “Ho visto Gesù, nostro Signore” (1 Cor 9, 1); “Apparve anche a me” (1 Cor 15, 8).
Il racconto degli Atti non parla tuttavia di apparizione: Gesù non si mostra a Paolo, come si era mostrato agli Undici e agli altri. Sulla strada di Damasco lo avvolge una luce, “più splendente del sole” (Atti 26, 13) e ode una voce (Atti 9, 4). Paolo lo annoterà nelle sue lettere: “la luce rifulse nei nostri cuori” (2 Cor 4, 6), e parla di “rivelazione” (Gal 1, 16): luce e parola.
«All’improvviso lo avvolse una luce dal cielo e, cadendo a terra, udì una voce che gli diceva: “Saulo, Saulo, perché mi perséguiti?”. Rispose: “Chi sei, o Signore?”. Ed egli: “Io sono Gesù, che tu perséguiti!  Ma tu àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”» (Atti 9, 3-6).

“Saulo, Saulo”. Ancora una volta Gesù chiama per nome, come aveva chiamato per nome Maria di Magdala e Simone di Giovanni. Egli conosce ciascuno personalmente, anche il suo persecutore. Ripete per due volte il suo nome, come aveva fatto con Marta: non un rimprovero, ma una manifestazione di affetto, di attenzione, di vicinanza, di comprensione. Come ti capisco, Saulo, sembra dire il Signore, sei accecato dall’odio e adesso lo sarai anche fisicamente, fino a quando non riceverai la nuova luce del battesimo…
“Perché mi perséguiti?”. Perché? Una domanda che invita a tornare in sé, a interrogarsi sulle vere motivazioni che lo muovono, a ripensare il proprio comportamento.

Gesù non si mostra a Paolo, come invece si era mostrato agli altri nei primi giorni dopo la risurrezione. Ormai egli è salito al cielo, gli Undici lo hanno visto scomparire, una nuvola lo aveva sottratto per sempre ai loro sguardi (Atti 1, 9). Gesù dunque non apparirà più? Non lo si potrà più vedere?
È ancora presente, eccome! “Perché mi perséguiti?”. È presente nella sua comunità (Mc 18, 20) e si identifica con i miei membri (Mt 25, 40).
“Chi sei, o Signore?”. Proprio colui che tu perseguiti. Il Risorto è vivo nella sua Chiesa, ed è come se da lì si mostrasse a Saulo. Sarà l’esperienza più profonda che Paolo farà in prima persona: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2, 20). Cristo vive!
Saulo deve arrendersi all’evidenza e cambiare vita. Quando, anni dopo, egli racconterà davanti al re Agrippa l’evento di Damasco, riferirà un’altra parola che gli avrebbe detto il Risorto: «Duro è per te ricalcitrare contro il pungolo» (26, 14). Era un proverbio noto nel mondo ellenistico, che evocava l’immagine della bestia da soma costretta a tirare il carro, spinta dal pungolo, il bastone con un chiodo, del contadino. È inutile che tu tenti di resistere, Saulo, la potenza del Risorto è troppo forte, dovrai arrenderti all’evidenza. E Paolo si arrende.



E adesso cosa deve fare? Il Risorto aveva detto alle donne, agli Undici, agi altri, cosa avrebbero dovuto fare… Invece questa volta il Signore risorto non dice a Paolo quello che deve fare, lo manda piuttosto da un illustre sconosciuto, Anania, e sarà lui a dirgli cosa deve fare: “àlzati ed entra nella città e ti sarà detto ciò che devi fare”. Il Signore parlerà ad Anania e gli dirà le parole che a sua volta dovrà trasmettere a Saulo. Non è troppo complicato? Tanto voleva che il Signore, con la potenza di luce manifestata sulla via di Damasco, gli affidasse direttamente la missione da compiere- Che bisogno c’era di rimandare ad altri?
È proprio così, i tempi sono cambiati! Questa ultima manifestazione del Risorto è come le altre, sostiene continuamente Paolo a spada tratta, ma nello stesso tempo è diversa: apre alla Chiesa.
Straordinaria l’ultima parola del Risorto: “ti sarà detto ciò che devi fare”, sarò io a parlarti, io che ti chiamo per nome, ma lo farò attraverso i miei fratelli, quelli con i quali mi sono identificato. 
Gesù indirizza alla sua Chiesa perché ormai egli è vivo e presente in essa e parla attraverso di essa. È iniziato il tempo della Chiesa.

lunedì 25 maggio 2020

Le parole del Risorto / 18 / Muti come gli alberi nella primavera


L’antifona mariana di Pasqua annuncia alla madre del Signore:
«Regina dei cieli, rallegrati, alleluia.
Cristo, che hai portato nel grembo, alleluia,
è risorto come aveva predetto, alleluia.
Prega il Signore per noi, alleluia».
Chi rivolge alla madre questo annuncio di risurrezione? Maria Maddalena, le altre donne, Giovanni? E perché non addirittura suo figlio? È apparso a Pietro, a Giacomo, a Cleofa, a Tommaso… perché non poteva apparire a sua madre?
Silenzio assoluto da parte dei Vangeli. Anche da parte dei Vangeli apocrifi. Passeranno molti secoli prima che si cominci ad affermare che il Risorto era apparso a sua madre. Sulla base di quali indizi, se tutta la tradizione ha taciuto?
Non è stata tramandata nessuna parola del Risorto a Maria di Nazaret.

Quando le fu riferito che le donne e i discepoli avevano visto il Risorto, lei avrà certamente detto, o almeno pensato: “Io lo sapevo già”. Come mai? Gli era dunque apparso? No, perché aveva creduto anche senza vederlo.
“Non ti è apparso? Non ti ha parlato?”.
“Da quando ho dato la carne al Verbo, non ha cessato mai un attimo di parlarmi, lui che è la Parola”.
“Cosa ti ha detto?”.
“Non ha detto parole. È la Parola! Ed è rivestito della mia carne. La sua carne, quella che io gli ho dato, non può subire la corruzione. È la Vita!”.

«Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto» (Lc 1, 45), le aveva proclamato Elisabetta tanti anni prima, quando la grande storia stava appena iniziando.
Da allora Maria non aveva smesso di credere. Il dolore della croce e della sepoltura le avevamo trapassato l’anima come una spada, ma nel profondo del cuore continuava a credere, fino a sostenere, con la sua fede, la fede del figlio suo.
“Io lo sapevo già che era risorto”.
Era rivolta a lei la beatitudine proclamata da Gesù a Tommaso: «Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto» (Gv 20, 20).

Quando negli ultimi secoli del primo millennio gli scrittori ecclesiastici cominciarono a dissertare sulla presunta apparizione del Risorto a Maria, si avvalsero dell’argomento di convenienza: “Conveniva, era giusto che Gesù apparisse alla madre, perché…”.
Ricorro anch’io al debolissimo argomento di convenienza, che questa volta mi pare fortissimo: “Conveniva, era giusto che Gesù non apparisse a Maria perché in lei si adempisse appieno la beatitudine di chi non avendo visto ha creduto”.
Maria non ha bisogno di vedere per credere. È il modello di fede della Chiesa. Non lo sarebbe se avesse creduto perché aveva veduto, non potremmo rispecchiarci in essa, noi che con questi occhi non vediamo il Risorto.

Mi piace tuttavia leggere come Giorgio di Nicomedia (siamo nel IX secolo) immagina sia avvenuto l’incontro di Maria con il figlio risorto:
«Ritengo che a lei per prima fu dato l’annunzio della divina risurrezione: come infatti gioì dell’ineffabile incarnazione, così esultò per l’apparizione e lo splendore del Figlio risorto. Era la Madre: a lei furono affidati i misteri dell’incarnazione; a lei sola il Signore mostrò i prodigi della risurrezione, in modo più alto che agli Apostoli e alle donne fedeli, al di sopra della stessa comprensione delle intelligenze angeliche. Perciò immediatamente e prima fra tutti l’avvolse la luce radiosa, il lieto fulgore della risurrezione. (…)
Il Figlio le svela lo splendore della risurrezione; e poiché è dovere onorare la Madre, l’onora con la sua prima apparizione. Era giusto infatti che per prima accogliesse la gioia del mondo colei che a noi fu causa della pienezza del gaudio: lei, cui vennero affidati i misteri celesti; lei, che nella passione di Cristo fu trapassata da innumerevoli spade. Era giusto che, come ebbe parte ai patimenti del Figlio, ne pregustasse la gioia divina».

Da allora molti hanno immaginato questo incontro e il rapporto nuovo che ne scaturì. Tra i due si apriva, come nella poesia di Rainer Maria Rilke, una nuova stagione di “familiarità più intensa”, ove non occorrono più le parole:
«Posò lui per un istante
lieve la sua eterna ma vicina
mano sulla spalla di donna.
E cominciarono,
muti come gli alberi nella primavera,
infinitamente al tempo stesso,
questa stagione
della loro familiarità più intensa».

domenica 24 maggio 2020

I silenzi del Risorto / 17 /

Le parole del Risorto... Bisognerebbe meditare anche sui suoi silenzi.
Quando, pieni di gioia, i due discepoli di Emmaus tornarono a Gerusalemme, trovarono una sorpresa: “Davvero il Signore è risorto – dissero loro gli Undici e gli altri discepoli riuniti – ed è apparso a Simone” (Lc 24, 34). “Come?”, avranno chiesto i due di Emmaus. “Se il Signore stava con noi come poteva essere anche qui a Gerusalemme?”. Piano piano tutti iniziano a prendere coscienza che Gesù non è più limitato dal tempo e dallo spazio, ma contiene in sé tempo e spazio, ed è presente ovunque e sempre: è il compimento della sua incarnazione.

Gesù è dunque apparso a Simone.
Secondo l’evangelista Luca, Pietro è il primo a cui Gesù risorto si mostra. Lo stesso fa intendere Marco (16, 7) e, prima di lui, lo stesso Paolo, che riporta una antica formula tramandata dall’inizio, da lui ricevuta e trasmessa a sua volta:
“che Cristo morì per i nostri peccati secondo le scritture
e che fu sepolto
e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture
e che apparve a Cefa e quindi ai Dodici” (1 Cor 15, 3-5).
E cosa disse a Pietro?
Ci sono altre persone, racconta Paolo, a cui Gesù si è rivelato: a cinquecento “fratelli”, a Giacomo “fratello del Signore” che più tardi reggerà la comunità di Gerusalemme (1 Cor 16, 6-7). E cosa ha detto loro? Come per l’incontro con Pietro, non ci è tramandata alcuna parola del Risorto.

È apparso allo stesso Paolo, l’unico, tra tutti i testimoni, che racconta il fatto in prima persona. La sua testimonianza torna di frequente nelle sue lettere:
- “Non ho visto Gesù, nostro Signore?”, grida nella prima lettera ai Corinti (9, 1)
- “Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto” (15, 8)
- “E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo” (2 Cor 4, 6).
- “Dio si compiacque di rivelare a me in Figlio suo” (Gal 1, 16)
- Paolo ha conosciuto Cristo e “la potenza della sua risurrezione” (Fil 3, 10).
Chiamata, rivelazione, conoscenza, splendore, visione…, tante parole per dire l’evento, ma non una parola da parte del Signore, né a Paolo, né a Pietro, né ai cinquecento, né a Giacomo…

Sicuramente Gesù avrà parlato a Pietro, ai cinquecento, a Giacomo, a Paolo, ma il suo apparire è un’esperienza così straordinaria, così sconvolgente, che non ha bisogno di parole. Il verbo caratteristico della risurrezione è ōphthē: Gesù “apparve”, si fece vedere. È un’autentica rivelazione che sconvolge la vita. È l’evento che conta, non la sua spiegazione. Gesù stesso è la Parola!
Vi è un contatto diretto, immediato tra il Risorto e la persona a cui egli si rivela, capace di provocare un’unità indicibile, che cambia per sempre la vita.
La forza di affrontare le persecuzioni e la morte, la costanza nelle prove, il coraggio dell’annuncio del Vangelo, l’efficacia della testimonianza provengono da questa esperienza profonda. È questo rapporto personale a dare sapore e senso alla vita.
L'amore non sempre ha bisogno di parole. Spesso cerca il silenzio.


sabato 23 maggio 2020

Le antinomie dell’Ascensione e la "terza incognita"


“Cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio. Rivolgete il pensiero alle cose di lassù” (Col 3, 1-2).
In effetti, stando al racconto di Luca, gli Undici hanno fatto proprio così, sono rimasti a guardare in su, seguendo con lo sguardo Gesù che saliva al cielo. Sennonché due angeli li distolgono da questa contemplazione: “Perché state a guardare in cielo?” (Atti 1, 9-11).
Gesù aveva detto che quando sarebbe stato innalzato da terra avrebbe attratto tutti a sé ( Gv 12, 32), ma nel momento in cui sta per essere assunto in cielo manda i suoi discepoli nel mondo intero (Mc 16, 15).
Qual è dunque la direzione da seguire? Rivolgerci al cielo, dietro a Gesù, e salire in alto, oppure andare in dimensione orizzontale su tutta la terra, secondo il suo comando?

La direzione stessa di Gesù è ambigua. Tutti concordi nel fatto che è assunto in cielo. Lui stesso afferma che lascerà i suoi per tornare al Padre.
Nello stesso tempo dice che non se ne va, anzi rimarrà per sempre con i suoi e non li lascerà soli…

Sono le antinomie dell’Ascensione. E ce ne sono altre. Quella di Gesù è una ascensione o una assunzione?
Afferma di tornare al Padre (Gv 16, 28): “Salgo al Padre mio e Padre vostro…” (Gv 20, 17). Anche la prima lettera di Pietro asserisce che “è salito al cielo” (3, 21-22; Ef 4, 8-10).
In affetti per Gesù si parla di Ascensione, mentre la parola Assunzione la riserviamo per Maria, “Assunta” in cielo.
Ma la maggior parte dei testi biblici parla dell’assunzione di Gesù da parte del Padre (Mc 16, 19). Dio lo ha esaltato (Fil 2, 9), l’ha innalzato, l'ha portato su in cielo (Lc 24, 51; Atti 1, 9-11; 5, 30-31).

Non stiamoci poi a domandare dove e quando è avvenuta l’Ascensione: per il Vangelo di Luca il giorno stesso di Pasqua. Poi, lo stesso Luca, nel libro degli Atti, afferma che Gesù è asceso quaranta giorni dopo la Pasqua.
Il luogo è il monte degli ulivi, mentre per Matteo è un monte della Galilea…

Come descrivere una realtà così divina?
Nel momento della morte il Padre si è preso con sé il Figlio. Nello stesso tempo il mistero di Gesù si è fatto storia. Visto dall’alto non ha tempo, visto dal basso è sottoposto alla legge umana del divenire.
Lo stesso vale per la dimensione spaziale: in verticale o in orizzontale? Gesù sale e proprio perché sale può dominare lo spazio e resta in ogni punto della terra. Così anche noi: andiamo in orizzontale, secondo il suo comando, ma restiamo in lui che resta con noi e siamo in dimensione verticale: in qualsiasi punto della terra siamo già seduti con lui in cielo.
Ma è mai possibile tutto questo? Non è schizofrenia? No, perché c’è la “terza incognita”: lo Spirito Santo! Gesù andando resta nel suo Spirito, e noi andando rimaniamo nello Spirito Santo. 
Lo Spirito Santo! È il legame della Trinità, il legame tra Cielo e Terra terra, il legame tra di noi, il protagonista della storia della Chiesa, che inizia nel momento in cui Gesù sale al cielo…

venerdì 22 maggio 2020

Le parole del Risorto / 16 / Tu seguimi


“Tu seguimi”. È l’ultima parola del Risorto. La stessa della prima, con quale si aprono i Vangeli. Quando Gesù incontra i suoi li chiama a seguirlo: “Seguimi”. Sembrerebbe tutto fatto. Il cammino dietro a Gesù è invece sempre nuovo, dinamico, creativo, fatto di alti e bassi, cadute e riprese, smarrimenti e ritrovamenti, luce e tenebre, mai lineare.
Ogni volta che ci viene rivolta la domanda: “Mi ami tu”, è l’invito a un passo in avanti, verso una nuova incognita. Ogni volta che gli diciamo “Tu sai che ti voglio bene”, è la dichiarazione di disponibilità per una tappa nuova del cammino.
La chiamata non è fatta una volta per sempre, è un invito continuo che Gesù rivolge lungo tutta la fine, fino a quando lo ascolteremo nell’ultimo istante, quando ci chiamerà a seguirlo nel suo paradiso.

La dichiarazione d’amore di Pietro - tu sai che ti voglio bene – dove lo porterà? Non se lo immagina neppure: «“In verità, in verità io ti dico: quando eri più giovane ti vestivi da solo e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti vestirà e ti porterà dove tu non vuoi”. Questo disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio» (21, 18-19).
Quanti progetti, Pietro! Giustamente prenderai in mano la tua vita, andrai dove pensi più opportuno, organizzerai il tuo ministero, programmerai la vita della comunità… Ma alla fine la cosa più intelligente sarà consegnarsi interamente nelle mani del Signore e lasciarsi guidare là dove lui sa, a costo della vita.
L’importante è continuare a seguirlo. È lui la Via e ci condurrà dove lui sa.
Seguire Gesù, condividendo tutto di lui, anche la morte.

“E di lui?”, gli chiede Pietro rivolgendosi verso il discepolo amato. “Che ne sarà di lui?”.
Quanto starà a cuore a Gesù il discepolo amato! Non per niente si è meritato questo titolo, “il discepolo amato”. Ci penserà lui al discepolo amato.
Ma in questo momento la domanda di Pietro è fuorviante. “A te che importa?”. Gesù sta parlando con Simone di Giovanni, a lui sta rivolgendo l’invito a seguirlo, si tratta è una chiamata personale. “E l’altro?”.

In questo momento Gesù sta parlando con te, Pietro, è a te che chiede di seguirlo, sei tu che devi rispondere ed essere disponibile ad andare dove lui vuole, a dare la tua stessa vita. Non è il momento di chiedere che ne sarà del discepolo amato.
E, ancora una volta, l’appello: “Tu seguimi”.
Poco prima, al versetto 10, Gesù gli aveva detto semplicemente: “Seguimi!”. Ora – siamo al versetto 22 – specifica: “Tu seguimi”. Tu! Mai Gesù ha espresso la chiamata con tanta forza. La chiamata e la risposta sono sempre personali, così come l’itinerario: “Tu segui me”. Per ognuno è un’avventura diversa, ognuno ha la sua storia, anche se ogni chiamata e ogni cammino sfociano alla stessa meta: “Me!”.
La chiamata è diretta a un “tu” concreto e apre all’incontro con un “tu” altrettanto concreto: si segue Gesù, una persona, non un ideale: “Seguimi”.
In greco letteralmente è “Tu me segui”.

L’ultima parola del Risorto è “segui”, cammina. Il Vangelo si conclude e per ognuno di noi si apre a vivere la vita di ogni giorno, una chiamata costante, una risposta sempre nuova, un amore sempre conquistato, una missione sempre imprevedibile. Inizia la storia della Chiesa, di tutti i cristiani, dell’intera umanità, di tutto il creato, in cammino verso il Signore che viene.  

giovedì 21 maggio 2020

Il tempo e i tempi - Per una nuova armonia



“Potrebbe succedere di peggio: che non funzioni internet”. Una delle tante battute ad affetto di questo periodo di coronavirus.
Per fortuna abbiamo internet, che ci consente la comunicazione, i contatti, la vicinanza. Abbiamo riscoperto tanti rapporti e tanti legami si sono approfonditi.

Come in ogni medaglia, anche questo aspetto ha una seconda faccia: la perdita dei ritmi e dei tempi.
Si può telefonare a ogni ora e in ogni tempo? In questo nuovo mondo della comunicazione credo che occorra imparare a gestire il rispetto dell’altro e i propri tempi.
Non posso entrare nel mondo dell’altro non importa quando: ci sono certi orari da rispettare. Io stesso devo trovare i tempi adatti per me e per gli altri.

Di domenica continuano ad arrivarmi email di lavoro dall’università e altre richieste di lavoro. Anche il lavoro ha un suo ritmo, comincia ad un certo momento della giornata e termina ad un altro. Va rispettato per igiene mentale e per mantenere rapporti sani con le persone. Perché essere invadenti nei momenti che non sono dedicati al lavoro?
Anche la settimana ha i suoi ritmi. La domenica continua ad essere un tempo sacro, dedicato a Dio, alla famiglia, al riposo, agli altri. Anche questo tempo va rispetto.
Ogni cosa ha il suo tempo.
Ridoniamo ordine e armonia alla vita d’ogni giorno.

A proposito di armonia. Da oltre orceano mi è arrivato, assieme alla foto che allego, un’eco del blog di domenica scorsa, “Eppure la vita continua”:
“Oggi, ho sentito e visto il soffio di Dio, che suonava gli strumenti a fiato delle foglie e dell’erbe nell’orchestra della natura.
L'armonia nella varietà di note era veramente mistica!


Mi giunge anche una bellissima l'eco di quanto ho scritto sul coronavirus come tempo propizio che io ci dona:

Caro Fabio, non consulto regolarmente il tuo blog, ma l'altro giorno ci sono tornata e oggi, nella festa di Sant'Eugenio, desidero dirti grazie per i tuoi post sul "Coronavirus come tempo propizio che Dio ci dona". Grazie perché, con parole di chi se ne intende, hai saputo esprimere bene ciò che lo stato d'animo mi suggerisce dall'inizio di questo tempo particolare, che molti continuano a chiamare "tempo sospeso" (e per certi versi lo è) ma che invece io avverto come tempo fecondo, come opportunità, da vivere in pienezza, nel "qui ed ora", con la responsabilità (ed il desiderio interiore che scalpita!) di non accontentarci di tornare alla "normalità" di prima, soprattutto come chiesa. E grazie in particolare per aver risvegliato in me la consapevolezza che questo "sentire" è segno di appartenenza, è particolare del carisma oblato, del carisma di Eugenio, che al termine della Rivoluzione non si è accontentato di tornare alla pastorale ordinaria. Come lui e come molti, anch'io non so come fare, non ci sono "istruzioni per l'uso" già pronte per l'oggi, ma so che non devo smettere di amare e non devo lasciare nulla di intentato! Molto difficile viverlo da sola dentro una "mentalità di parrocchia" che, seppur con grandi sforzi messi in campo per rinnovarsi, questo lo devo riconoscere, è sempre tentata di far rientrare tutto dentro schemi consolidati, che danno apparente sicurezza ma che allo stesso tempo "mettono le briglie allo Spirito Santo": Ho sempre la sensazione di starci stretta! Sono solo sensazioni che condivido, senza nessuna preparazione teologica, pastorale o di altro genere per poter fare valutazioni!
Il Padre Generale nella sua lettera fa riferimento all'affermazione di un prenovizio: "Siamo nati per tempi come questo". Ne sono convinta da quando ho sentito Papa Francesco pronunciare il suo Discorso al Convegno ecclesiale di Firenze. Gli Oblati sono una congregazione per l'oggi, attuale più che mai!   
Buona festa di Sant'Eugenio così! Da parte mia con questo rinnovato slancio ad essere sempre nuova, con l'aiuto dello Spirito Santo che continuamente mi sostiene! È una grazia! Con il desiderio di riuscire a guardare il mondo, come Eugenio, attraverso gli occhi di Cristo Crocifisso.
E con l'aiuto di Maria Immacolata, nostra madre. Prego per voi Oblati e conto sulla tua preghiera per essere ciò che devo essere e per il rinnovato dono dell'amore scambievole con le persone che sento parte integrante di questo percorso della mia vita e con cui mi sento chiamata a condividere questa vocazione e missione.

Oggi vivrò questa festa visitando e portando conforto agli ultimi, quei poveri che Eugenio amava, alcune famiglie che questa emergenza ha ulteriormente impoverito.