lunedì 8 giugno 2026

Io non ho che amore

Addirittura 40 pagine di commento alle caratteristiche della carità che Paolo enumera in 1 Corinti 13. Non sono 40 pagine di uno studio qualsiasi, ma della Regola scritta da Madre Maria Oliva Bonaldo per le Figlio della Chiesa. Una donna che poteva affermare: “Io non ho che amore”.

Invitava anche Igino Giordani a essere solo amore. Dopo aver letto i primi capitoli del libro che egli stava scrivendo – Christus Patiens, sulle persecuzioni cristiane – gli confida di essere rimasta un po’ perplessa della sua durezza: “Spero che negli ultimi capitoli il suo libro dipinga i persecutori come le creature più malate e infelici dell’umanità… Se noi non li condanniamo, forse Gesù non li condannerà… Io ti sento mia voce solo quando parli dell’Amore”.

Quindici giorni fa siamo stati sulla sua tomba, nella stanza dove ha vissuto ed è morta, nella casa di fronte ai Musei Vaticani.

Ci ha portato lì il consueto incontro tra gli amici che lavorano sui fondatori, i carismi, accomunati dalla passione per lo studio delle fonti… Questa volta siamo stati accolti proprio dalle Figlie della Chiesa, alla scoperta di nuove espressioni dello Spirito sempre nuovo, sempre creativo.

domenica 7 giugno 2026

Quanti "sì"? Quante sono le chiamate!

Il grande John Henry Newman, ormai dottore della Chiesa, ci ricorda che non possiamo smettere di dire il nostro “sì” a Gesù per il semplice fatto che egli continua a chiamarci:

«Non veniamo chiamati una sola volta, ma tante volte; per tutta la nostra vita, Cristo ci chiama. Ci ha chiamati dapprima nel battesimo, ma anche dopo; sia che ubbidiamo alla sua voce oppure no, ci chiama ancora nella sua misericordia. Se veniamo meno alle promesse battesimali, ci chiama al pentimento. Se ci sforziamo di rispondere alla nostra vocazione, ci chiama ad andare sempre più avanti, di grazia in grazia, di santità in santità finché avremo vita.

Abramo è stato chiamato a lasciare la sua casa e il suo paese (Gen 12,1), Pietro le sue reti (Mt 4,18), Matteo il suo lavoro (Mt 9,9), Eliseo la sua fattoria (1 Re 19,19), Natanaele il suo luogo in disparte (Gv 1,47). Senza sosta tutti siamo chiamati, da una cosa ad un'alta, sempre più avanti, senza avere nessun luogo per riposarci, ma salendo verso il nostro riposo eterno, e ubbidendo ad una chiamata interiore con l'unico scopo di essere pronti a sentirne un'altra

Cristo ci chiama senza sosta… cammina, in certo senso, in mezzo a noi, e con la mano, gli occhi, la voce, ci fa cenno di seguirlo. Non comprendiamo che la sua chiamata accade proprio in questo momento. Pensiamo che è accaduta al tempo degli apostoli; ma non ci crediamo, non l'aspettiamo veramente rivolta a noi».

sabato 6 giugno 2026

In dialogo con i "sì" di padre Armando

A Marino un centinaio di amici per ricordare p. Messuri, morto proprio il giorno del Corpus Domini. Parlo loro dei "sì" di p. Armando e insieme ci confrontiamo sui nostri "sì"...

Il risveglio al mattino segna una cesura netta tra notte e giorno. È come si chiudesse una porta, che lascia dietro di sé un mondo – spesso quello dei sogni – che sparisce irrimediabilmente, e ne apre uno tutto nuovo, ricco di incognite e di promesse.

Da un po’ di tempo mi torna l’immagine di un fiore che al mattino si apre alla luce del giorno e a sera si chiude con il sopraggiungere del buio.

Mi sveglio e mi sento rinascere. La prima parola che mi fiorisce sulle labbra è un “sì” alla vita. Un sì rivolto al Padre, che tutto ha creato e tutto ricrea ogni mattina: anch’io mi sento ricreato. Un sì rivolto al Padre origine della vita, che ogni mattina fa rivivere, e mi fa rivivere. Che dono la vita! Ogni giorno mi è data nuova. La vita è un appello, è Dio che mi chiama e io che gli rispondo: “Sì”.

Fiorisce poi un altro “sì”, rivolto a Gesù che mi chiama a seguirlo. Mi ha chiamato tanti anni fa, ma ogni mattina è una nuova chiamata: “Tu, seguimi!”. “Sì, Maestro, Signore mio, Dio mio. Eccomi!”. Dove, come mi guiderai oggi? Non lo so, ma mi fido di te, ti seguirò ovunque andrai.

Ed ecco un terzo “sì”, allo Spirito Santo che, silenzioso, abita dentro e si risveglia con me e di nuovo fa sentire la sua voce. Cosa mi suggerirà durante il giorno? Non lo so ancora, gli dico comunque il mio “sì” preventivo.

Un unico “sì” ripetuto tre volte, che umanizza la mia vita, che è tale veramente solo se si pone in risposta alla chiamata ed avvia il dialogo. Un “sì” forgiato su quello di Maria: mai da creatura fu pronunciato un “sì” come il suo; un “sì” d’una densità unica, capace di dar vita alla Vita.

Poi uno sguardo all’elenco dei santi del giorno; sono sempre tantissimi, 20, 30… alcuni li conosco, la maggior parte no, ma sono lì, e ognuno pronuncia un “sì” differente e mi trovo circondato da un coro straordinario di assenso che dà coraggio al mio “sì” sempre incerto.

Ed eccomi avvolto dall’Amen di Gesù, che ricapitola, raccoglie in sé, dà consistenza ad ogni “sì”, per offrire tutto al Padre, così che Dio sia tutto in tutti.

venerdì 5 giugno 2026

Dire di sì a Dio: i sì di p. Armando Messuri


Quando mi è stato chiesto di parlare dei “sì” di p. Armando Messuri, mi sono chiesto quali fossero. 

Il “sì” alla vita

Ho subito immaginato che anche lui dicesse “sì” alla vita e si sentisse parte del creato quale dono di Dio.

Lo immagino nel suo paese natale, Camigliano, circondato dalle colline, dagli ulivi secolari, in visita alla grotta di S. Michele, ricca di stalattiti e stalagmiti … Oppure in Valle d’Aosta, da dove scrive a casa: «Noi dal l° novembre abbiamo molto più di un palmo di neve e ancora è niente. Le montagne ne son piene». Forse era la prima volta che vedeva la neve. A San Giorgio Canavese poteva contemplare lontano il Monte Rosa. A Oné di Fonte andava con i ragazzi in gita per ville venete, camminava per i campi con i contadini...

Non ce l’ha mai detto, ma sono sicuro che sapeva godere del dono che Dio gli faceva ogni giorno con il creato. È anche questo un modo per dire di “sì” a Dio. Concretamente un “sì” al dono della vita.

Ha una salute cagionevole, che a volte lo scoraggia portandolo quasi alla depressione. Scrive: «sono non solo stanco, ma stanco, stanco, stanco, tanto da farmi dubitare dell’avvenire». A Oné di Fonte: «Sono debole ed ho paura».

Il “sì” dell’accettazione di sé diventa difficile, eppure egli vede fiorire la sua umanità, fino ad un grado di maturità che nessuno dei suoi superiori avrebbe immaginato raggiungesse. Quando guarisce dalla grave polmonite che lo compisce a Marino, scrive: «posso ringraziare veramente il Signore, e sarà certo un principio di nuova vita… quei giorni di sofferenza fisica hanno fatto del bene alla mia anima. Nel morale ho guadagnato infinitamente di più». Quando un suo compagno di scolasticato va a trovarlo resta meravigliato: «Lo trovai molto cambiato: allegro, loquace…»,

Il “sì” alla chiamata

Non possiamo accompagnare padre Armando nel suo cammino vocazionale. Sappiamo che voleva seguire suo fratello più grande in seminario e che ripeteva spesso: “Debbo andare in Cina!”.

Quando il 26 luglio 1924 fa la sua oblazione perpetua, conferma il suo “sì” annotando: «Ti ho dato tutto. Tu cosa mi darai?». L’altra tappa è il sacerdozio. Alla vigilia dell’ordinazione scrive: «Sarò anch’io sacerdote e sa­cerdote‑missionario, pronto a tutto» (10 aprile 1927). Dopo l’ordinazione: «Sono veramente lieto… di essere finalmente Sacerdote Missionario Oblato… Vorrei avere tutte le più belle qualità che rendono perfetto un missionario, per moltiplicarmi nel far del bene... Ma di tutto ciò credo di aver solo la buona volontà, che, spero, supplirà alla mia pochezza» (15 giugno 1929). È solo l’inizio della sua missione.

Quanti altri “sì” alla chiamata che Gesù gli rivolgerà perché lo segua, nonostante la sua povera umanità? Un esempio è la risposta all’obbedienza ai superiori che lo mandano a Marino: «Credevo di metter radici a Oné dove la popolazione tutta mi amava… Siamo missionari e dobbiamo essere pronti a tutto».

Il “sì” alla voce interiore

E alla voce dello Spirito che parla in maniera tanto silenziosa, come risponde? Come entrare nel cuore di una persona tanto riservata come p. Armando, che parla così poco di sé?

Per fortuna ci sono gli altri che parlano di lui, come quando dicono: «Ascoltava con molta pazienza, sapeva consigliare ed essere fermo, infondeva fiducia e sicurezza».

«Delicato di coscienza e soprannaturalmente prudente nel consiglio. La sua figura semplice ed austera rivelava l'uomo di Dio. Attivo, caritatevole e puntualissimo, valutava il tempo come dono prezioso da utilizzare per l'eternità».

«Sa ascoltare con pazienza e bontà, senza dilungarsi in ammonimenti; con poche parole dà il consiglio giusto, con un semplice: “Faccia così!”».

Non sono questi i segni di una persona guidata dallo Spirito Santo e docile alla sua voce?

Il “sì” agli altri

Il “sì” che maggiormente caratterizza la persona di p. Armando nasce dalla sua capacità di empatia, di entrare nel mondo dell’altro, di rispondere ai bisogni della gente. È questo il suo “sì” più generoso, rivolto a quanti avvicina.

A Oné di Fonte, testimoniano, «Stava notti intere al capezzale degli infermi. Non li abbandonava finché non avessero esalato l’ultimo respiro. E spesso, dopo una tal notte, anziché tornare in paese per celebrare, celebrava la messa in qualche chiesetta campestre per esser più vicino al malato. Appena terminata la Messa vi tornava subito, forse digiuno, e riprendeva la sua vigile attesa. Anche agli ammalati non in pericolo egli dedicava tempo e cure che si possono definire materne; e forse anche questa stessa parola non è adeguata».

Entra nel cuore dei ragazzi, dei giovani, dei contadini, delle famiglie… A Marino entra nel cuore delle tante suore di più congregazioni e sa capirle, accompagnarle…

Ma il grande “sì”, p. Armando lo pronuncia al momento della guerra. Come ricorda Suor Maria Concetta Canfora, «la vera personalità di P. Messuri si è rivelata durante la guerra, mostrandosi instancabile ed infa­ticabile. Allora anche le Suore si sono accorte della sua santità non tanto del suo valore sotto tutti gli aspetti, ma della sua santità, della sua generosità e della sua dedizione portata sino all’estremo limite. Cercava e voleva anime: Dio e anime!».

Non ha più tempo di guardarsi, come una volta quando si sentiva malaticcio e aveva paura della sua ombra. Ora guarda fuori, attorno a sé, e si fa in quattro per aiutare, soccorrere, consolare, dare fiducia…

Nelle sue rare lettere leggiamo: «No, non abbandonerò Marino ora che in quella zona l’opera del Sacerdote è tanto necessaria!»; «Preghiamo insieme Dio che ci dia la grazia di cominciare a vivere più santamente, quest’anno, il poco tempo che ci resta... Si può morire da un momento all’altro; perciò affrettiamoci a fare quello, che in punto di. morte vorremo, aver fatto»; «Non possiamo santificarci senza soffrire: è necessario seguire il Divin Maestro».

La maniera di seguire Gesù, di dirgli il suo “sì”, ora si concretizza nel dare la vita per la sua gente, proprio come aveva fatto Gesù: “Non c’è amore più grande di chi dà la vita per la propria gente”.

«Nel tempo dei bombardamenti che hanno martoriato Marino mettendo in pericolo la vita di tutti - testimonia il parroco Mons. Grassi -, p. Messuri non conosceva precauzioni e celebrava in luoghi chiusi, all'aperto, in città, in campagna, ovunque si manifestasse il bene delle anime. Gli altri sgomenti, lui sempre ilare, come se si reputasse invulnerabile e forse era come preparato alla morte».

«Eravamo prive di tutto – racconta la superiora delle Clarisse di Albano ‑ prive di pane, di vesti e persino di fazzoletti per asciugar le lagrime. Che cosa non fece per render meno dure le nostre sofferenze! Veniva spesso a trovarci, carico come un facchino, a volte tutto bagnato per la pioggia, portandoci cibarie: forse se ne privava lui stesso per noi. Una volta non sapendo come farci sfamare, ci portò una valigia piena di ciliege... L’aspettavamo come l’Angelo consolatore. Verso di noi, la sua solita espressione di rigida delicatezza si era tramutata in dolce paterna affabilità».

In ospedale, poco prima di morire, lo sentono dire: “Povero me! Mi sono tanto affannato per gli altri e a me, all’anima mia, ho pensato così poco!”. È così che si fa, p. Armando! Il modo migliore per pensare alla propria anima è pensare a quella degli altri…

L’ultimo “sì”

L’8 giugno 1944, festa del Corpus Domini, p. Armando è ricoverato in ospedale a Roma, dopo quattordici giorni di dolori fortissimi, in seguito ai colpi di pistola che lo hanno ferito mortalmente.

A sera sussurra: “Datemi il Crocifisso. Non il mio crocifisso d’Oblato, quello grande che è al muro”. Lo staccano dalla parete e glielo poggiano sul petto. Il braccio destro è paralizzato. Con il sinistro prende il Crocifisso, lo abbraccia, lo bacia.

Così muore p. Armando, abbracciato al Crocifisso. È l’ultimo grande “sì” che lo conforma pienamente a Cristo.

giovedì 4 giugno 2026

Con i rettori delle nostre università

 

Anche quest’anno l’Associazione dei rettori delle università e degli istituti di studi superiori degli Oblati sta tenendo il consueto incontro. Questa volta a Roma, in occasione dei 200 anni dell’approvazione della Regola.

L’occasione per incontrarsi con il superiore generale, per confrontarsi su temi cruciali della cultura e dell’insegnamento, ma anche per consolidare rapporti di amicizia e condividere il vissuto.

Oggi ho accompagnato il gruppo in visita all’Università Salesiana dove ho insegnato per 10 anni: incontro col Rettore, il Vice Rettore, il bibliotecario, il Direttore della facoltà per la comunicazione… Quanto arricchimento nella conoscenza reciproca!

Ho iniziato a far parte di questo gruppo, in quanto responsabile degli studi oblati, nel 2011, quando ci incontrammo in Sud Africa. Da allora sono stato con loro in Canada, Stati Uniti, Filippine, India, Polonia, Indonesia... Questo è il mio ultimo incontro. Ormai non sono più membro dell'Associazione. La vita va avanti! Con gioia.



mercoledì 3 giugno 2026

Regalo di Eugenio alla sorella

 

Nella grande lotta contro la distruzione dei libri, ho salvato un’opera del gesuita spagnuolo Alfonso Rodriguez, vissuto tra il 1500 e il 1600. La prima pubblicazione è del 1609, in tre volumi, col titolo Ejercicio de perfección y virtudes cristianas. È un trattato di spiritualità – tradotto in molte lingue – che ha avuto una grande diffusione e influenza sulla formazione religiosa dei gesuiti ma anche degli Oblati, come di molti altri religiosi.

L’opera che ho salvato dal macero è un “Abregé”, una sintesi in due volumi, in francese, stampata nel 1744. Si tratta, come leggiamo nel frontespizio, “un’opera utile non soltanto a quanti hanno abbracciato la vita religiosa, ma anche a tutti i fedeli”.

Sorpresa! Eugenio de Mazenod pensò che fosse utile anche a sua sorella Carlotta Eugenia Antonietta Emilia Cesaria de Mazenod (è una sola persona). Le raccomandava spesso di coltivare la cultura umanistica con libri di letteratura e di storia: «ci vorrebbe un'ora ogni giorno per la letteratura e un'ora per la storia, e ogni giorno, ogni giorno». Ma, come le scriveva il 12 luglio 1809 in una lunghissima lettera, «dobbiamo dare senza esitazione la preferenza ai libri che accendono il cuore d'amore per Dio, che ci ispirano il desiderio e ci suggeriscono i mezzi per praticare le virtù più adatte al nostro stato, ecc., rispetto ad altri che soddisfano una mente ben formata in verità, ma che nella loro composizione secca e scientifica non sono mai riusciti a toccare il cuore di nessuno». Le raccomanda prima di tutto ogni giorno un capitolo del Nuovo Testamento, un capitolo dell'Imitazione di Gesù Cristo, in particolare del quarto libro, e poi San Francesco di Sales. Tra gli altri libri le suggerisce la lettura di Rodriguez! Ce la farai a leggere tanto? le domanda. E la invita a «rinunciare alla passione per il lavoro a maglia, rinunciarvi assolutamente», per dare tempo alla lettura.

Di Rodriguez gliene aveva parlato anche il 4 dicembre 1808, appena dopo che si era sposata.

La copia che ho salvato dalla distruzione vandalica è proprio quella che Eugenio aveva regalato a sua sorella, come è scritto della dedica all’inizio di ambedue i volumi. Gliel’aveva regalata prima che si sposasse, la dedica è infatti alla signorina de Mazenod.

Successivamente i due volumi sono passati nelle mani di un certo Roussillon, presbitero… che non saprei identificare.

martedì 2 giugno 2026

La prima biografia

 

Dal fuoco distruttore iconoclastico di qualche anno fa, ho salvato anche la prima biografia di de Mazenod,  scritta da Hippolyte Barbier e pubblicata nel 1842, quando era ancora vivente. È un piccolo gioiello, un’opera ben informata. L’ho regalata al mio successore nell’atto del passaggio.

Verso la fine del libretto si legge:

Mons. de Mazenod è un uomo secondo il cuore di Dio, che si impegna nel mondo solo per la conversione dei peccatori o per il soccorso materiale dei poveri. Il lusso e le sfarzose formalità dei salotti lo annoiano; predilige naturalmente la semplicità e una solitudine attiva. È il padre e il fratello dei suoi sacerdoti, mite e indulgente nella dignità, severo nella moderazione e nella clemenza; raramente fa sentire la superiorità della sua posizione, se non attraverso la squisita affabilità dei suoi modi e la sua profonda saggezza nel consiglio. Quando la necessità lo conduce dalle persone più in vista della sua diocesi, fa sì che apprezzino il suo spirito di persuasione e la sua esigente carità; coloro che hanno fame e sete lo notano subito, egli si avvicina a loro come ai suoi figli prediletti e porta loro con entusiasmo la gioia dell'elemosina e della felicità. Vi è un aiuto distribuito in giorni prestabiliti: quattrocento poveri, a lui lasciati in eredità dallo zio, ricevono piccole pensioni mensili dalla segreteria.

Amministra la cresima ogni anno in tutte le parrocchie della diocesi e predica! Predica, questo vescovo!!! Se si trova in campagna, predica in provenzale, e lo parla magnificamente. Nelle città come in campagna, in provenzale come in francese, improvvisa e, senza perdere nulla di quella nobile semplicità che tanto apprezza e che è l'epitome della bellezza, talvolta si eleva alle più pure espressioni di eloquenza cristiana.

Questo vale anche per le sue Lettere pastorali: lo stile è elegante e disinvolto, il metodo eccellente; il più delle volte, è la grazia e l’unzione a distinguerle. (…) Mons. de Mazenod si dedica a studi rigorosi e lavora con tutte le sue forze per promuovere opere di bene in ambito teologico. Fu uno dei primi a introdurre la teologia di Liguori in Francia; in precedenza, l’aveva fatta adottare dai suoi missionari, che a un certo punto pubblicarono una vita di questo santo vescovo. Fu anche, insieme a suo zio, uno dei primi a istituire la sua festa in Francia, quando ancora deteneva solo il titolo di Beato.

Ho letto le sue Lettere pastorali con desiderio di leggerle ancora. Là si vede un uomo eccellente, un missionario eccellente e coraggioso, un abile scrittore, un modello di vescovo…