Oggi pomeriggio all’Università del Laterano presentazione del libro “Paradiso
’49”. Un evento di grande portata, con relazioni di contenuto profondo. Non
mancheranno gli aggiornamenti…
La presentazione è avvenuta nell’aula Paolo VI. Tra i tanti
presenti anche Judy. Abbiamo ricordato quando in quella stessa aula (allora non
si chiamava Paolo VI), nel 1974-1975, frequentavamo insieme i corsi sulla Gaudium
et spes di Bonifacio Honings, carmelitano olandese…
Allora non avremmo immaginato che 50 anni più tardi ci
saremmo ritrovarci qui, uniti nientemeno che attorno al Paradiso ’49!
Il 18 agosto 1998, a St-Maurice in Svizzera, raccontai la mia esperienza nella Scuola Abbà, alla quale avevo iniziato a partecipare ormai da più di tre anni, il 6 febbraio 1995. Tra l’altro in quell’occasione dissi, riferendomi alla modalità di scrittura del Paradiso:
«La prima cosa che mi colpì appena arrivato nella Scuola
Abbà, fu la dimensione estetica degli scritti di Chiara. Il Paradiso è scritto
con un linguaggio moderno. È bello. Non c’è niente di superfluo. È altissima
poesia. Risponde all’aspettativa di Garrigou-Lagrange: “I grandi mistici, per
farci conoscere la loro esperienza, è opportuno che siano dei grandi poeti”.
Anche dalla forma del suo scritto si comprende immediatamente che Dio è
Bellezza, che il Paradiso è Bellezza.

Il linguaggio riveste una importanza particolare negli
scritti mistici. È stato detto che il teologo scrive sempre in prosa, mentre il
mistico scrive in poesia anche quando scrive in prosa. Chiara afferma e nega
nello stesso tempo perché si muove tra l’apofatico e il catafatico; fa uso del
paradosso perché la sua esperienza è paradossale; dell’ossimoro perché è
un’esperienza umano-divina; crea parole nuove e piega parole antiche a
significati nuovi, perché nuova è la sua esperienza. Il suo linguaggio, per usare
ancora parole di Garrigou-Lagrange, si avvicina “al modo di parlare del Signore
nella Scrittura”.
Uno studio comparato tra “il linguaggio dei mistici” e
quello di Chiara sarebbe molto interessante e ci rivelerebbe delle sorprese. La
dimensione comunitaria della sua esperienza – l’Anima – si rivela nel
linguaggio stesso, e non solo per l’impiego dei plurali, fatto nuovo nella
mistica, ma anche per la mancanza della reticenza, così frequente nei mistici,
per la mancanza di oscurità, per la semplicità dell’espressione».