mercoledì 30 settembre 2026

Un compagno è per sempre

La nostra Regola ci ricorda che “Gesù ha formato personalmente i discepoli che aveva scelto e li ha iniziati al mistero del Regno di Dio” (C 45). Lo Spirito Santo continua la sua opera “in coloro che si impegnano a camminare sulle orme degli Apostoli”, introducendoli nel mistero del Salvatore e della sua Chiesa (C 45). È un cammino che parte dall’accettazione di quello che ognuno di noi è, per diventare “la persona che è chiamato ad essere” (C 47). È un cammino che non si percorre da soli: “Ognuno, cosciente della propria fragilità, non tralascerà di ricorrere alla direzione spirituale…” (R 18a). Per questo “si raccomanda a ciascuno di ricercare i consigli e l’aiuto di una guida spirituale che l’aiuterà a discernere l’azione di Dio e a crescere attraverso le esperienze e le difficoltà della propria vita e del proprio ministero” (R 33b).

Questa mattina ho parlato ai nostri giovani studenti dell’accompagnamento spirituale, quello personale e quello comunitario ed ecclesiale. Sempre seguendo la lettura della Regola, ho ricordato che “ognuno rimane l’agente principale della propria crescita…” (C 49); che è “nella Preghiera silenziosa e prolungata di ogni giorno, si lasciano plasmare dal Signore” (C 33); che il vero formatore è “Gesù vive in mezzo» a noi (C 37); che il vero accompagnatore è lo Spirito Santo che abita in noi come in un tempio e che ci ispira, facendo ascoltare la sua voce; che gli Oblati “si abituano ad ascoltare il Signore nella Scrittura…” (C 56)...

Infine ho parlato della persona che fa da mediazione in questo lavoro come di un compagno di viaggio: prima precede in modo che l’altro possa avanzare, poi gli sta accanto, infine lo lascia camminare davanti. E qui, data la mia veneranda età, mi sono commosso perché ho pensato a colui che mi ha accompagnato fedelmente da quando avevo 17 anni fino a quando nel 2020 è arrivato il covid. Negli ultimi tempi, come spesso avviene con l’avanzare degli anni, i ruoli si sono quasi invertiti: è come fossi io ad accompagnare lui. Che bella parabola…

martedì 29 settembre 2026

Quel 29 settembre di 56 anni fa

Quel 29 settembre 1970 non c’era il fotografo! Né tanto meno il cellulare… Non ho una foto dei miei primi voti. Eppure sono avvenuti! E la storia continua dopo 56 anni.

Il noviziato aveva segnato la scoperta di Eugenio de Mazenod, allora non ancora proclamato beato. Leggere la sua vita e i suoi scritti fu una autentica rivelazione. Trovavo con lui una particolare consonanza, mi sentivo espresso da lui. A mano a mano che leggevo i suoi testi trascrivevo e traducevo i passi che più mi colpivano, fino a comporre una piccola antologia. Quando questa raccolta cadde sotto gli occhi del provinciale la fece subito pubblicare. Fu così che, ancora novizio, curai il mio primo scritto su Eugenio. Anche la vocazione oblata mi apparse in tutta la sua bellezza: ricordo l’impressione profonda e indelebile che mi fece una conversazione di p. Marcello Zago sulla missione tipica della Congregazione.

E venne quale 29 settembre quando, essendo  numerosi (per allora!) dovemmo celebrare nel salotto della Signora Solina. 

Così ricorda il diario del noviziato:

Alle 16.30 si è svolta la liturgia della nostra professione religiosa. La celebrazione è stata presieduta dal rev.mo Padre Generale. All’omelia, p. Contiguglia ha rievocato le vie della Provvidenza sulla opera di Marino, cominciando dal sacrificio di P. Armando Messuri a cui si è ispirata la generosità della nostra benefattrice [Caterina Solina]. Si è soffermato pure sul significato della consacrazione, dicendo che essa è: “La più perfetta risposta di amore alla più grande esigenza di amore”.

Tra i presenti c’erano il R.P. Provinciale e diversi Padri e Fratelli, la sorella di P. Mario Borzaga: Lucia, i fratelli di P. Messuri e un gran numero di Suore della S. Famiglia con le Superiore, riunite a Marino per il loro C.P.A. e anche Luciano.

Le parole che il Rev.mo P. Generale ha rivolto alla fine della Messa sono state espressione di gioia e di incoraggiamento. Il P. Generale si è pure fermato con noi a cena in un clima di fraterna semplicità. Gli abbiamo presentato alcune sue foto-cartoline da firmare per ognuno di noi e a ciascuno ha trascritto una frase delle vecchie Regole, espressioni molto indovinate per le persone alle quali erano dirette. Ne ha data una anche ai Padri, alle suore, a Caterina e a Luciano il quale si è commosso e come ringraziamento ha cantato due delle sue canzoni.

A me il padre generale, Leo Dechâtelets, diede questa frase: Ut proferetur regnum Christi! 

lunedì 28 settembre 2026

La bestemmia e la benedizione

Dopo l'intensa giornata commemorativa mi sono ritagliato il tempo per una camminata fino al paese vicino. 

Poco oltre, uno dei più importanti capolavori medioevali del Piemonte: l’abbazia di Santa Giustina. Proprietà privata non è accessibile al pubblico, non posso quindi vedere la cripta, gli affretti, i mosaici. Mi contento della maestà degli esterni: una lode, una benedizione all’Altissimo.

Dopo cena mi invitano ad andare ad Alessandria per un gelato, ma soprattutto per farmi dare almeno uno sguardo veloce alla città, anche perché avevo detto a tutti che sarei andato ad Alessandria… Ma in una città come Alessandria alle 9.00 di sera non c’è più una gelateria aperta. In compenso ci sono un po’ di immigrati seduti ai margini delle strada in attesa che la mattina presto li carichino sui pulmini diretti alle raccolte nei campi.

Ci sono anche capannelli di giovani stanchi e annoiati della domenica sera, completamente diversi da quelli con i quali sono stato questi giorni a Castelspina. Questi strasciconi per strada non hanno mai visto un convento di suore in libera uscita e non sanno come gestire le emozioni. Ogni gruppo che incontriamo non sa trovare di meglio che gridare una bestemmia, sempre la solita perché nella loro ignoranza religiosa ne conoscono una sola. È la positiva dimostrazione che nelle suore riconoscono qualcosa di sacro, la cui rimozione è ammissione della sua insopprimibile esistenza: è il loro modo - anche se volgare e maleducato - per dire che credono ancora in Dio (altrimenti non lo nominerebbero - invano).

Camminando tra i borghi rurali ho trovano espressioni più indovinate del sacro, edicole commoventi che dicono un amore sincero per Dio, benedicendolo: benedizioni e lodi che mi sembra abbiano lo stesso valore della grande abbazia.





* * *

Ho scritto questo post sul tablet perché questa mattina ero in viaggio (tra l’altro, per il panino, sosta a Talamone!). Quando ho copiato il testo sul telefono è apparso una sintesi e una analisi dell’IA senza che io l’avessi richiesta. La trascrivo perché mi è sembrata appropriata (a parte l’attribuzione a una “autrice”; ma non mi dispiace se traspare un animo femminile):

Questo testo offre una riflessione profonda che contrappone due modi opposti — ma, secondo l'autrice (presumibilmente una suora), intimamente legati — di reagire alla presenza del sacro nella vita quotidiana: la bestemmia e la benedizione. Ecco una sintesi e un'analisi dei punti chiave del racconto:

1. La benedizione: L'Abbazia e la devozione rurale.

La maestà della storia: L'autrice ammira dall'esterno l'abbazia di Santa Giustina (situata a Sezzadio, vicino ad Alessandria), definendola uno dei capolavori medievali del Piemonte. Anche senza poterne visitare l'interno, la sua struttura imponente diventa una lode a Dio.

La fede semplice: Questa grandezza viene paragonata alle piccole edicole votive incrociate nei borghi rurali. Per l'autrice, queste espressioni di fede popolare e sincera hanno lo stesso identico valore spirituale della monumentale abbazia.

2. La bestemmia: Il contrasto urbano ad Alessandria

La realtà cittadina: Una volta arrivata ad Alessandria di sera, l'autrice descrive uno scenario di desolazione e marginalità: gelaterie chiuse, braccianti immigrati in attesa del lavoro nei campi e gruppi di giovani annoiati.

La reazione alla vista delle suore: Al passaggio delle religiose, i giovani per strada reagiscono gridando ripetutamente la stessa bestemmia.

3. La conclusione provocatoria: La bestemmia come paradosso della fede

L'autrice ribalta il significato dell'insulto religioso attraverso una lettura teologica e psicologica:

Riconoscimento del sacro: La bestemmia nasce dall'incapacità di gestire l'emozione davanti a qualcosa di sacro (l'abito religioso).

Prova dell'esistenza di Dio: Chi bestemmia ammette implicitamente l'esistenza di ciò che insulta. Se non credessero in Dio, non sentirebbero il bisogno di nominarlo. Di conseguenza, quel grido volgare diventa, paradossalmente, una conferma della loro fede latente.





domenica 27 settembre 2026

Più umani, più santi

Silenzioso il borgo agricolo. Cammino solitario lungo la strada, al sole del primo mattino, tra i campi arati e vigneti. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, una macchina. Tra poco a Castelspina riesploderà la vita. Un lampo e quasi 500 persone riappaiono d’improvviso per continuare la festa di Madre Chiara Ricci: famiglie con bambini, nonni, giovani... “Sono molti più degli abitanti del paese”, mi dice il sindaco. È l’appuntamento annuale degli “Amici di Madre Chiara Ricci”. È lei il centro galvanizzatore, ma in realtà chi attira tanta gente da tutta l’Italia sono queste suore fantastiche, piene di energia e di vita.



La sala esplode. I bambini si lasciano coinvolgere nella messa.





 I volontari organizzano i tendoni per i pasti. La catechesi formativa, la premiazione di un concorso tra ragazzi e giovani del mondo intero, lo spettacolo musicale… Una festa che si ripete ogni anno.


Sono partito dalla prima richiesta che viene fatta per essere membri dell’associazione “Amici di Madre Chiara”: «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Ho presupposto quello che scriveva sant’Eugenio de Mazenod (era morto da poco tempo quando Chiara Ricci entrò dalle Francescane del Monte a Genova), affidando ai suoi Missionari un progetto ambizioso: «rendere gli uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi». Sono tre aspetti strettamente legati tra di loro: la piena realizzazione della persona consiste nell’essere umani, cristiani, santi.

Santi? Sì, se santo significa amato da Dio e se è una risposta d’amore all’amore. Quando Paolo all’inizio della lettera ai Romani si indirizzava «a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata» (1, 7). Faceva dei “santi” un sinonimo di “amati da Dio”. Siamo santi perché siamo amati da Dio, è il suo amore che ci fa santi. Egli che è Amore, facendoci figli suoi, ci comunica il suo amore.

Che Chiara Ricci fosse davvero una donna umanamente realizzata appare evidente da tutta la sua storia. A cominciare da come, a 13 anni, sa prendere in mano la famiglia dopo la morte della mamma. Donna determinata nel perseguire la propria vocazione. Educatrice attenta. Organizzatrice e amministratrice. Forte nel dolore… La descrizione che ne fa il Necrologio (20 ottobre 1900) è il ritratto di una donna completa: «Era affabile, ma senza leggerezza, grave, ma senza alterigia, gioviale ma senza dissipamento, modesta, ma senza caricature, fervorosa, ma senza fanatismo, delicata di coscienza ma senza scrupoli». Tutto questo ha contribuito alla sua santità.

Nello stesso tempo la sua santità l’ha resa donna forte e coraggiosa, tenera e premurosa. Mi hanno colpito soprattutto le testimonianze di chi la difende dalle tante accuse, a cominciare dal parroco di Castelspina, don Giuseppe Malvicini, che la vede dirigere la sua opera «con amore di madre e con tanta intelligenza» (Epistolario, p. 97).

La sua esperienza mette in luce un elemento fondamentale del cammino di santità: la croce. Da buona francescana raggiunge la vera povertà francescana nel totale spogliamento di sé quando deve perdere la propria creatura, la famiglia religiosa da lei creata, venendo dimessa dal suo ruolo di madre.


Un’ulteriore dimensione della santità le viene dalla concretezza della vita fraterna. «E in che consiste questa carità? – si domanda – Nell’amarsi l’una con l’altra, nel compatirsi, nell’aiutarsi, nel pazientarsi, nel soffrirsi, nello scusare la sorella quando mancò» (Lettera circolare, p. 19-20).

Tra le molte sfaccettature della santità di Madre Chiara non potevo omettere il senso del servizio nei confronti delle giovani, dei poveri… e quell’accoglienza semplice e fraterna, piena di affetto che continua a caratterizzare la sua Famiglia delle Francescane Angeline.

Spero di aver rinfocolato in tutti «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Davvero santità e umanità si richiamano e si implicano a vicenda. Io sono me stesso se sono Gesù: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo». «In realtà – come continua il Concilio – solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. (…) e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina» (GS, 41).

Ieri sera dopo cena, festa nella festa: il ricordo del “transito” di Madre Chiara, avvenuto 125 anni fa. La veglia di preghiera inizia nella chiesa del paese. La fiaccolata percorre le strade del piccolo centro e si inoltra lungo la strada che porta alla vicina “casa madre”, dove continua la preghiera, con la lettura di testimonianze davvero commoventi che hanno lasciato le prime compagne della fondatrice. È notte tarda quando in silenzio sfiliamo davanti alla sua tomba…






sabato 26 settembre 2026

Immersione in luoghi carismatici

 

Sono semplicemente stupefatto. Sono partito ieri per Alessandria, dove sono che mi aspetta qualche centinaio di persone per una conferenza sulla santità. Di più non so. Viaggio piacevole lungo l’Aurelia e l’Autostrada. Giungiamo ad Alessandria mentre la distesa pianura Padana è illuminata lievemente di rosa da un tramonto tenue e incerto. Ma non entriamo in Alessandria. Ci immergiamo in strade che sembrano perdersi tra distese di campi. Castellazzo. Castellazzo? Ma qui Paolo della Croce ha scritto la sua regola! Poco oltre Castelspina. Siamo arrivati!

Mi introducono sotto un grande tendone. Sorpresa! Quanti giovani!



Da 31 anni, quando ricorre l’anniversario della morte di Madre Chiara Ricci, le suore, da tutta Italia, chiudono casa e si danno appuntamento in questo paesino sperduto nella campagna. O meglio, non chiudono le case, le affidano semplicemente in custodia agli amici. Ecco qui, tutte giovani, anche le più anziane sono giovanissime. Si sono portate dietro tanti altri giovani, soprattutto ragazze, anche loro qui per far festa a Madre Chiara Ricci, la fondatrice delle suore.



Le Suore Francescane Angeline sono nate proprio in questa casa a Castelspina. Dopo cena visito gli antichi ambienti dell’Ottocento: la cappella con la tomba della Madre, la stanza nella quale ha vissuto ed è morta, i pochi oggetti che le appartenevano, i bei mobili portati dalla casa della sua famiglia. Tutto disposto con cura, con armonia. Hanno ricreato un ambiente di un’atmosfera sacra. Qui è passata una santa!

Negli spazi moderni un gioiellino di mostra che aiuta a ripercorrere la vita della Madre, la sua fondazione, la storia della congregazione nel mondo.


Resto incantato.

Questa mattina, dopo la preghiera comune in una grande sala costruita proprio per questi eventi, i giovani si incontrano tra loro. Ne approfitto per farmi condurre a Castellazzo; non posso mancare l’incontro con san Paolo della Croce. A differenza di Castelspina che è un comune piccolo piccolo che oggi conterà si o no un 300 abitanti, sindaco compreso, Castellazzo si presenta quasi come una cittadina, con case e palazzi rigorosamente in mattone, come usa in questa regione, completamente tirati a lucido, con portici, una moltitudine di chiese…

Inizio dal santuario della Madonna della Creta, da alcuni anni punto di ritrovo dei “centauri”: il giorno del loro raduno la grande chiesa viene completamente svuotata dalle panche così che le moto possano invaderla completamente. La cappella con l’effige originaria della Madonna è bella e raccolta, attorniata da centinaia di ex voto, esposti anche nei corridoi vicini, segno di una lunga e profonda devozione.




La visita d’obbligo è comunque la chiesa di san Carlo e Anna. In fondo alla chiesa, sulla sinistra, si apre una stanzetta, la famosa cella nella quale san Paolo della Croce si ritirò in preghiera e scrivere la Regola. Ho appena finito di leggere uno studio sul diario mistico scritto in questa stanza… Peccato che un luogo così importante sia lasciato in maniera così trasandata. Eppure conserva tutto il suo fascino: un altro luogo altamente carismatico. Il “pellegrinaggio” continua alla chiesa di sant’Antonio abate, dove è conservata la grande croce di san Paolo.



Infine il cimitero di Castelspina, piccola cittadella composto esclusivamente da cappelle di famiglia. Fa eccezione il “condominio” delle suore e un riquadro dove, uniche, un bel numero di suore è sepolto per terra. Sono tante. Anche questa è una bellissima testimonianza.


Inizia intanto il convegno per celebrare l’anniversario di Madre Chiara Ricci: quest’anno è il 125° anniversario. Sono giunte le famiglie. Il titolo è affascinante: “La memoria accende la speranza. Madre Maria Ricci, una della per il suo tempo”. Tra le “memorie” il libro appena pubblicato da Chiara Codazzi con gli articoli di giornale del tempo della fondatrice. A seguire: “Il contesto storico-ecclesiale delle diocesi di Acqui Terme e Alessandria all’epoca di Chiara Ricci”, “L’opzione educativa nelle fondazioni religiose femminili del Basso Piemonte nella seconda metà dell’Ottocento”, “La profezia di un Necrologio” che rilegge il profilo di Chiara Ricci apparso sul giornale in occasione della sua morte. Un quadro ricchissimo che ci ha fatto rivivere la straordinaria esperienza di Madre Chiara nel contesto del suo tempo e anche come proposta di vita attualissima.





venerdì 25 settembre 2026

Come donare

 

Il vecchio buon P. Espedito Astarita amava i fiori. Erano la sua passione e la sua vita e li amava perché lo conducevano a Dio. Amava la natura. Erano proverbiali le tasche della sua talare, profonde e capaci: c’era la noce per il bambino, la caramella per l’ospite improvviso, la crosticina di pane per gli animali…

Un giorno mi disse: “Fabio, i tuoi fratelli ti vogliono bene. Qualsiasi sbaglio tu faccia non temere, ti perdoneranno sempre… Però attento: una cosa non ti perdoneranno mai, che tu sia migliore di loro o a loro superiore”.

Come possiamo rendere i nostri talenti un dono per gli altri? Come possiamo essere amati per i nostri talenti anziché odiati per essi?

Una risposta a questa domanda mi è arrivata a seguito del blog di ieri https://fabiociardi.blogspot.com/2026/09/malgrado-o-attraverso-il-limite.html

«Saremo amati e ammirati per i nostri doni quando i nostri doni saranno “colorati dalle nostre ferite”, come dice Henri Nouwen nella sua visione del “guaritore ferito”, in modo che gli altri non li vedano come una minaccia o come qualcosa che ci distingue, ma piuttosto come qualcosa che ci accomuna nei nostri limiti e difetti. Se condivisi in un certo modo, i nostri talenti possono diventare doni per tutti gli altri. In breve, il dono se non è “colorato dalla ferita” non è evangelico, non è per gli altri, non riesce a generare vita».

Mai dall’alto in basso, come saputi, ma alla pari, forse anche dal di sotto, perché quello è il nostro posto.

giovedì 24 settembre 2026

Malgrado o attraverso il limite?


«Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (Magnifica humanitas, 118).