mercoledì 8 aprile 2026

Fratel Donato: degno di essere stato scelto per la missione

Anche Fratel Donato è partito per il cielo. È forse stato – ed è – il Fratello Oblato più amato tra noi. Ultimamente, ogni volta che ci vedevamo ricordava mia mamma che, come lui, era affetta di maculopatia…

Una vita spesa per la missione, nel Laos, in Senegal, in Italia.

Il 7 ottobre 1953, a 23 anni, fece la sua oblazione perpetua e fu destinato alla comunità di Firenze. Da qui, sei anni più tardi, il 10 aprile 1959, scrisse al superiore generale per fargli gli auguri di buon onomastico, ma soprattutto per chiedergli di essere mandato missionario nel Laos: «Tutti i bambini di questo mondo aspettano la festa del loro papà per chiedergli un buon regalo: così anch’io approfitto della sua festa per chiederLe un regalo che da anni desidero avere. Fin dal mio noviziato ho desiderato di partire per le missioni estere: ultimamente ho parlato anche al M. R. Padre Drouart. Con la bellissime missione del Laos affidata agli Italiani ora più che mai vedo la possibilità di partire. Se Lei crede opportuno farmi questo regalo (pur sapendo che umanamente non è un regalo!) son pronto a partire».

Il 20 aprile p. Drouart, assistente generale che seguiva le missioni in Asia e in Africa, scrisse un appunto per il superiore generale: «Per quanto riguarda la richiesta di fratel Donato nessuno nella Provincia d'Italia sarebbe più adatto ad essere designato per le missioni, sia per quanto riguarda il suo equilibrio, il suo giudizio, il suo spirito religioso che la sua competenza tecnica. Ovviamente temo che si solleverà un gran polverone nella Provincia, dove lo si considera indispensabile, ma in fondo potrebbe certamente rendere molti più servizi in Laos che a Firenze, dove è semplicemente autista della casa. Sarà certamente più facile trovare un altro autista per Firenze che trovare un Fratello del suo valore per il Laos».

Il “foglio di obbedienza” per il Laos si fece tuttavia attendere alcuni mesi. Finalmente arrivò, e in giorno particolare, il 3 ottobre, festa di santa Teresa di Gesù Bambino, patrona delle missioni. Il foglio firmato dal superiore generale era accompagnato da questa lettera di p., Drouart:

3 Ottobre 1959
Festa di Sta Teresa del B.G. Patrona delle MISSIONI
Rev. Fratello Donato CIANCIULLO O.M.I. Via di Barbacane 16 Firenze
Carissimo Fratello
Vi sarete forse un po’ meravigliato che la vostra lettera del 10 Aprile scorso al Rev.no Padre Generale sia rimasta senza risposta! Certo avrete capito che il Rev.mo Padre Generale, tanto preso da tante occupazioni e specialmente la preparazione del Capitolo, non poteva rispondere a tutte le lettere ricevuta por il suo onomastico; però la vostra lettera, cosi filialmente sottomessa e ispirata dall'ideale missionario, non gli è sfuggita, tanto più che dopo la sua visita al Laos, a marzo scorso, ha potuto costatare personalmente quanto bisogno di aiuto avevano i Padri italiani e più particolarmente fr. Pierino tutto solo per far fronte a tutte le necessità materiali del vasto distretto. Però nello stesso tempo capisce i bisogni della Provincia italiana, con pochi Fratelli. Oggi, por la festa di Santa Teresina, patrona delle missioni, ha voluto fare qualche cosa di speciale per le missioni... ed ha firmato il foglio d'obbedienza che vi mando accluso».

Quindi lo invita a recarsi a Roma perché l’11 ottobre il Papa consegna il crocifisso ai nuovi missionari, tra i quali p. Marcello Zago.

Quindi conclude: «Indovino i vostri sentimenti nel ricevere questa obbedienza, Tramite il Rev.mo Padre Generale, è il Signore e la Madonna che vi mandano al Laos. Siete stato giudicato “degno di essere scelto per questa opera eccellente delle missioni”, come dice l’articolo 47 della Santa Regola; articolo che vi consiglio di meditare. Sono certo che saprete mostrarvi degno della confidenza che il Signore e la Madonna vi mostrano con questa obbedienza».

Fratel Donato si è mostrato “degno” di questa fiducia! Nel Laos prima, poi, a partire dal 1976, nel Senegal, e infine a Vermicino, e a Santa Maria a Vico, dove è morto tra le braccia della Madonna Assunta.

martedì 7 aprile 2026

Abbraccio reciproco (naturalmente)


Ieri la liturgia ci presentava le donne che stringevano Gesù risorto.

Oggi la lettura dell’Ufficio invita ancora: “Stringendoci al Signore…” (1 Pt 2, 4) e il salmo delle lodi conferma: “A te si stringe l’anima mia”. Ma la cosa è reciproca: “La forza della tua destra mi sostiene” (62, 9).

L'abbraccio è sempre reciproco, naturalmente, altrimenti che abbraccio sarebbe...

lunedì 6 aprile 2026

Ciliegi giapponesi



Pasquetta come da tradizione.

Con la fioritura dei ciliegi del giardino giapponese...





domenica 5 aprile 2026

Una fede corporea

Le donne, appena videro il Risorto, così nel Vangelo di Matteo, d’impeto “abbracciarono i piedi” del Signore (28, 9). Maria Maddalena gli si strinse addosso in maniera così forte che il Signore fu costretto a chiederle “Non mi trattenere” (Gv 20, 17). Le donne non hanno esitazione.

Più esitanti gli uomini. Nel Vangelo di Luca Gesù deve scuoterli e invitarli: “toccatemi” (24,38), lo stesso nel Vangelo di Giovanni, quando si rivolge a Tommaso (20, 27). L’annuncio della buona novella da parte di Giovanni è significativo: “le nostre mani lo hanno toccato” (1 Gv 1, 1).

La fede nasce dal toccare, oltre che dall’ascoltare e dal vedere, effetto di un Dio che si è fatto carne”. Mi piace questa fede concreta, corporea, legata al toccare, segno di un apporto concreto che vogliamo avere con Gesù.

sabato 4 aprile 2026

Più di così non si può

Anche quest’anno la notte di Pasqua ci ha raccolti attorno al fuoco e abbiamo acceso le nostre candele al cero pasquale. Cristo, Luce del mondo, ci precede e ci accompagna sempre e rischiara anche la notte più buia.

Cosa ci rimane da dire dopo che nell’Exultet abbiamo cantato:
“O immensità del tuo amore per noi!
O insuperabile segno di bontà:
per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!”…

Più di così non si può...



venerdì 3 aprile 2026

Pasqua di speranza

Sarà possibile fare Pasqua in questo tempo di guerra, di incertezze e di paura?

Mi torna alla mente il noto poema che Charles Péguy scrisse più di un secolo fa, nel 1911: Il portico del mistero della seconda virtù. Il suo era un tempo difficile che presto porterà alla grande guerra, come il nostro, come lo sono tutti i tempi, «un mondo di barbari – scriveva –, di bruti e di cialtroni; più ancora di un’universale stupidità…».

Péguy ha appena attraversato una grave malattia, ha problemi nel rapporto con la moglie, difficoltà economiche… E scrive un poema sulla speranza! Fa tessere a Dio un grande elogio della fede e della carità, senza lasciarsi sorprendere del fatto che si possa credere e amare. Ciò che lo sorprende è la speranza, che ci siano ancora persone che «vedano come vanno le cose e credano che domani andrà meglio. Che vedano come vanno le cose oggi e credano che andrà meglio domattina».

Ricorre ad una graziosa metafora, pensando forse ai suoi tre figli. Guarda alla speranza come alla sorellina più piccola delle due grandi “virtù teologali”, una bambina che paragona alla fiammella accesa nel santuario accanto al tabernacolo che, pur «tremante a tutti i venti, ansiosa al minimo soffio», sa restare «così invariabile, così fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da spegnere… Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi. Una fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti».

Immagina la speranza come «bambina insignificante», «persa fra le gonne delle sorelle in mezzo alle sue sorelle grandi». Tutti credono che siano le due grandi «a portarsi dietro la piccola per mano», mentre «È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
La Fede vede ciò che è.
Nel Tempo e nell'Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà».

Questa bambina è fiducia nel futuro, forza che fa avanzare e risorge dopo le cadute. La speranza guarda in avanti, guarda al futuro, ben oltre l’immediato e il contingente. Guarda al futuro ultimo. Vogliamo dirlo? Guarda al Paradiso! È così che la speranza svela il senso vero della vita e sospinge verso di esso. Certo, ci vuole l’ostinazione e la semplicità di una bambina. A disperare ci vuol poco, a sperare ci vuole determinazione e coraggio.

Grazie Péguy, grazie di tanta poesia.

Ma è questa la realtà? Sì! E chi me lo dice? La sorella più grande, la fede: Cristo è risorto e in lui tutto risorgere! Ma si può vivere così? Sì! E chi me lo dice? L’altra sorella più grande, la carità: Cristo mi ha amato fino a dare la vita per me e in lui posso amare a mia volta… La resurrezione di Gesù spalanca i cieli, apre al futuro, conduce alla “vita eterna”.

Perché non cambiamo l’antico proverbio: non più “finché c’è vita c’è speranza”, ma “finché c’è speranza c’è vita”?


Giovedì Santo: il sacerdozio...


https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-2-dio-si-chiesa-no-perche-la-gerarchia/

Una volta si cantava: “Il Vaticano brucerà…”. Speriamo di no: il Vaticano è uno scrigno di arte, custodisce il più grande patrimonio culturale dell’umanità. Una volta si leggeva sui muri: “Cloro al clero”: vi prego di risparmiare almeno me!

Da ragazzo, negli anni Cinquanta, vidi un film: “Dio ha bisogno degli uomini”. Non ricordo bene il film, ma il titolo mi è rimasto sempre in cuore. Pensare a questo Dio così grande, onnipotente, che ha fatto il cielo e la terra… e che ha bisogno degli uomini. Affida a Mosè il compito di salvare il suo popolo. Non poteva intervenire direttamente? E per trattare con il faraone sceglie proprio uno che ha difficoltà a parlare…

Anche Gesù affida a poveri uomini il compito di annunciare il Vangelo, di fare l’Eucaristia, di perdonare i peccati… Mette tutto nelle mani dei dodici apostoli, si mette nelle loro mani! Lo sapeva che non tutti erano all’altezza, uno l’ha addirittura tradito e si è impiccato. Eppure Dio si fida degli uomini, a suo rischio. È straordinario sapere che Dio non impone, anzi ci coinvolge, lasciandoci liberi. Ci chiama a collaborare con lui, come suoi partner.

Certo, questa parola, “gerarchia”, è un po’ odiosa perché fa pensare a una organizzazione dove c’è chi comanda e chi obbedisce, chi sta sopra e che sta sotto. Ciò che è odioso è il clericalismo, che purtroppo non è monopolio dei preti, ossia un atteggiamento elitario, di superiorità… Tutto il contrario di quello che aveva chiesto Gesù: Nella società i capi comandano, tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Lui stesso dà l’esempio mettendosi a lavare i piedi ai suoi discepoli. E poi fa molto di più: dà la vita e muore per la sua gente. La gerarchia cattolica è dunque evangelica. Non si tratta di potere ma di servizio. Alla fine il papa, che sta avanti a tutti, è colui che forse porta il peso più grande. È significativo che prima di affidare il suo popolo a Pietro, Gesù lo sottopone a un interrogatorio esigente: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?”. Gliel’ha chiesto tre volte. Soltanto dopo essersi assicurato che in Pietro c’è solo amore, allora gli affida la sua gente.

Così dev’essere il clero, a cominciare dai vescovi: uomini a servizio di tutti, che stanno accanto a tutti, fratelli tra fratelli, per accogliere e ascoltare, per ripetere le parole di Gesù che danno vita, per perdonare a nome di Dio, per spezzare il pane della vita… È bello avere accanto a noi qualcuno che non ci giudica, come Gesù non giudicò Zaccheo o la donna samaritana o la donna colta in adulterio. È bello avere qualcuno che cammina accanto a noi, si interessa di noi, ci riscalda il cuore, come Gesù quando accompagnò i due discepoli a Emmaus.

Ma anche noi dobbiamo accompagnare i nostri vescovi e i nostri preti, anche e soprattutto quando li vediamo deboli e soli. Siamo tutti fratelli. Insieme ci rivolgiamo all’unico Padre e insieme lo chiamiamo “Padre nostro”. Camminiamo insieme, in un cammino sinodale, come si dice adesso, nella comunione e del rispetto per la diversità dei ruoli, facendo il tifo per la riuscita dell'altro.

Le donne prete?

Le Chiese delle origini, quelle d’Oriente e quelle d’Occidente, hanno affidato il ministero sacerdotale a uomini, fino ad oggi. Le Chiese della Riforma invece, in tempi recenti, hanno affidato questo ministero anche alle donne.

Giovanni Paolo II, dopo aver fatto studiare e pregare, ha confermato la tradizione: il sacerdozio ministeriale, quello che è proprio del prete, è affidato agli uomini. La motivazione è semplice: così ha fatto Gesù. Gesù è andato contro la cultura del suo tempo e ha ammesso le donne tra i suoi discepoli: lo seguivano e lo ascoltavano, cosa che allora non era consentita a un maestro della legge. Ha sempre trattato con loro con apertura, sincerità, rispetto e amore, come appare dai Vangeli. Avrebbe potuto dunque dire anche loro: “Fate questo in memoria di me” e affidare i compiti che ha affidati agli apostoli nel cenacolo. Ha voluto che a continuare questo servizio fossero uomini come lui.

E le donne? Nella Chiesa ci sono tante vocazioni, tanti ministeri, tanti carismi, tante possibilità di servizi… Lascio che siano le donne a dirci come possono vivere il loro servizio alla Chiesa e l’amore che Gesù ci ha lasciato come missione suprema.

Il futuro? Intanto viviamo con gioia il presente.