Settimana particolarmente intensa: Loppiano, Cutigliano, Roma, Trento, Tonadico, Padova… L’ho raccontata brevemente a Gesù… e mi ha detto: «piuttosto… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
sabato 25 luglio 2026
venerdì 24 luglio 2026
Maria tutta rivestita della Parola di Dio
Nella cappella dedicata al vescovo De Ferrari domina la statua lignea di Maria tutta rivestita della Parola di Dio. L'idea, come il bozzetto iniziale, è stato ideato da Benedetto.
Le labbra socchiuse rafforzate dal gesto della mano sinistra, la mostrano nell'atto di parlare con convinzione: tipico atteggiamento materno di chi ha a cuore il bene dei suoi figli e sa rivolgersi loro per consigliarli e accompagnarli con sollecitudine. La mano destra posata sul cuore, ricorda allo stesso tempo la sua dimensione interiore, di Colei che custodisce e medita la Parola di Dio dentro di sé.
Maria rivestita della Parola. Sul manto e sullo svolazzo in basso, sono incise in sequenza con colpi decisi a scalpello, i principali episodi della sua vita assieme a Gesù: l'Annunciazione, la Visita alla cugina Elisabetta, la nascita di Gesù e la sua presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, con Gesù nel Tempio a 12 anni, la vita insieme nella casa di Nazareth e poi con Lui nella vita pubblica, fino al Golgota.
Maria Condottiera. Le profonde linee traverse del drappeggio e del manto, evidenziano la postura della figura protesa in avanti in movimento, con i capelli mossi dallo spostamento: Maria appare qui come Colei che cammina avanti a noi facendoci da guida verso Gesù.
giovedì 23 luglio 2026
Lucia di Trento... anzi di Crotone!
Quant’anni ha Lucia? Non si contano più. “Eppure, anche se
bisnonna, continuo a fare la catechista e i bambini sono lì tutti incantati…”.
Non è bisnonna, Lucia, perché da giovane si è consacrata al Signore, ma per i
bambini è proprio come una bisnonna… “Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto fare la
catechista”. “Ma che mestiere hai fatto?”, le domando. “Sono stata la prima
donna a lavorare in un Dicastero del Vaticano…”. E mi racconta della grande
novità di una donna in Vaticano. “Ma gli anni più belli li ho vissuto in
Calabria…”.
Ogni volta che sono stato a trovare Lucia, nella casa di famiglia
a Trento, mi ha sempre parlato di suo fratello, il beato Mario Borzaga. Oggi
però, per la prima volta, mi ha parlato di sé, a lungo. Dobbiamo scrivere la
sua biografia, è troppo bella!
Dovremmo partire dai genitori, dall’ambiente della città di Trento in quella metà del Novecento, dalle lettere che il fratello le scriveva, raccolte per fortuna in un bel libro. Poi seguirla a Parigi e a Lione, sconcertata, lei che veniva dalla cristianissima Trento, dalle periferie di città ormai completamente scristianizzate. Poi in Sicilia, e finalmente a Bucchi. Bucchi? Sì un paesetto in provincia di Crotone, in Calabria. “Sarei voluta rimane lì tutta la vita”. Tre ragazze ventenni. Il vescovo, preoccupato, che mandava spesso i carabinieri a controllare che tutto andasse bene. “Eppure tutti ci rispettavano: la signorina Lucia… si sono sposate con Gesù…”. Tanti non avevano mai visto un prete. E lei faceva il catechismo ai bambini, aveva avviato una scuola materna, presto era diventata l’anima del paese. Povere in canna, vivevano di quanto davano loro le donne del paese.
Vennero i suoi genitori a trovarla. Il papà si trovò subito bene con gli uomini del posto: parlano della prima guerra mondiale alla quale tutti avevano preso parte, gustavano i vini locali… Ma mamma non riuscì a legare con le donne dalle quale la divideva tra l'altro una lingua del tutto incomprensibile. In compenso si mise a cucire e rammendare…
“Non sarei mai venuta via, il periodo
più bello della mia vita…”. Invece la chiamano in Vaticano, anche grazie alla
conoscenza delle lingue. E qui comincia un’altra storia, quella di una presenza
femminile che sa smussare gli angoli, essere accoglienza, gentile… Alla prossima
puntata.
E padre Mario? Questa volta non è stato lui il protagonista
della mia visita alla sua casa in via Gorizia a Trento, e sarà stato contento anche
lui di ascoltare la sorella, anche perché tutte queste cose non le ha mai sapute: è
morto prima...
Nell’ultima lettera che le scrisse prima di essere ucciso le
diceva:
«Sono contento di
constatare il tuo buon spirito e il tuo accanimento nella vita spirituale.
Certo sei un pochino complicata, ma è normale che sia così, quando si comincia
la vita spirituale, se non si è complicati si ha l’impressione di non combinare
nulla». Quindi continuava – quasi una profezia –: «Vedrai come procedendo nella
vita spirituale, quando soprattutto sarai incaricata di qualche cosa e avrai
delle preoccupazioni e ci sarà molto lavoro da fare, sarà necessario unificare
tutto sotto una sola idea… Continua pure, cara Lucia, a progredire nella via
della santità e a migliorarti per migliorare gli altri. Fai sempre con gioia
tutta la volontà di Dio… Che il Signore e la Vergine Santa ti amino e ti
proteggano sempre. Tuo Mario».
mercoledì 22 luglio 2026
Nel frattempo non si smetteva di vivere...
Recidivo! Di nuovo a Tonadico a esercitare il mio mestiere di guida, o se vogliamo, in maniera più alta, di accompagnatore spirituale. Anche con i seminaristi ho lasciato che fossero i luoghi a parlare di Paradiso.
Ma nella Baita
Paradiso ho raccontato anche la vita di ogni giorno, cominciando dalle parole: «Nel
frattempo non si smetteva di vivere,
vivere con intensità, in mezzo ai nostri lavoretti di casa, quella realtà che
eravamo, vivendo la Parola di Vita».
Tutte
le mattine la messa e alle sei di sera in chiesa, davanti all’altare
della Madonna, la meditazione. Per il resto della giornata, con i grembiuli da
lavoro, facevano il bucato alla fontana pubblica nella piazza del paesino,
sbrigavano le faccende di casa, poi via per boschi e prati, in lunghe gite in
montagna. «Andavamo insieme – racconta Aletta – e, lungo il cammino,
conversavamo… Se sostavamo per un pic-nic, o se ci accomodavamo all’ombra di un
albero o in un prato, [Chiara] cominciava a parlare e noi le stavamo sedute
tutt’attorno. Ci riposavamo e costruivamo l’unità tra noi, cioè ci amavamo in
modo soprannaturale. Eravamo sempre in Dio, con semplicità. Si cominciava dal
naturale, perché siamo su questa terra. Ma il soprannaturale da solo non
esisteva, perché tutto era naturale e tutto era soprannaturale. Natura e
sopra-natura erano un tutt’uno per noi. Il paradiso non era qualcosa “in su”.
Era qui in terra ed era reale come
Gesù, che è venuto ad abitare tra noi, e il cielo l’ha portato quaggiù!
Parlavamo di “realtà” o di “paradiso” concependoli non come cose dell’altro
mondo, ma da vivere quaggiù».
Igino Giordani, col suo stile poetico, scriveva: «Tra
gioghi, all’ombra delle conifere, sotto rocce, possibilmente presso icone o
santuari, ella parlava di Dio, della Vergine, della vita soprannaturale: la
sopra-natura era la sua natura… E allora quelle foreste si trasfiguravano in
cattedrali, quelle cime parevano picchi di città sante, fiori ed erbe si
coloravano della presenza di angeli e di santi: tutto si animava di Dio.
Cadevano le barriere della carne. Si apriva il Paradiso».
martedì 21 luglio 2026
Le solite cose...
Cambio di scena.
Eccomi a Trento con 30 seminaristi di Ungheria, Polonia, Italia, Mozambico, Angola…
Una bella squadra con la quale condivido le solite cose,
sempre belle, sempre più belle...
lunedì 20 luglio 2026
Kenosis: l'inculturazione di Gesù
Ognuno di noi si è trovato davanti a culture che a volte gli
sono sembrate lontanissime dalla propria. Penso ad esempio alle mie esperienze
in Giappone o in Pakistan… Non ci sono tuttavia mondi più distanti tra loro
come il cielo e la terra. E il Figlio di Dio ha lasciato il cielo per venire
sulla terra. È stato il più estremo tentativo di inculturazione. Ed è riuscito.
Inizia così una delle tre delle meditazioni che oggi ho
indirizzato ai formatori oblati, provenienti da tutto il mondo, che concludono
la loro sessione qui a Roma alla casa generalizia.
La “inculturazione” da parte di Gesù – ho cercato di spiegare
– si è svolta il tre tappe.
La prima è stata la più drammatica: l’operazione della kenosis,
la spogliazione totale di sé: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non
considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso (ekenōsen)”.
Egli assunse una natura umana priva di gloria, soggetta alla sofferenza e alla
morte. Rinunciò perfino ai “privilegi” che egli avrebbe potuto godere come
uomo. Infatti assunse “la condizione di servo”. Non ha voluto appartenere alle
categorie dei potenti, nessun senso di superiorità: ha voluto essere come colui
che serve: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per
servire” (Mc 10, 45).
Quanto orgoglio talvolta da parte nostra nel voler imporre
la nostra cultura. Quando senso di superiorità per i nostri studi teologici,
per appartenere a una classe superiore… Può succedere che pretendiamo ossequio,
i primi posti, essere serviti: ci presentiamo come dei capi, invece che come
dei servi. Davanti all’altro Gesù ci invita a spogliarci del nostro orgoglio,
delle nostre ricchezze culturali, per farci piccoli, vuoti di noi stessi,
pronti a imparare dall’altro, perché abbiamo sempre da imparare qualcosa
dall’altro, dalla cultura dell’altro. Se ci presentiamo davanti all’altro
ricchi della nostra cultura saremo incapaci di accogliere davvero l’altro. Non
possiamo considerare un tesoro geloso la nostra cultura, ma siamo invitati a
spogliare noi stessi (ekenōsen).
La seconda tappa dell’inculturazione vissuta da Gesù sono i
30 anni di nascondimento, di silenzio, di apprendimento nel lavoro quotidiano a
Nazaret. Non gli era bastato svuotare sé stesso, occorreva che si lasciasse riempire
dalla cultura umana, giorno dopo giorno. Gesù ha voluto imparare vivendo in un
ambiente semplice, umile, povero. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, egli
«ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con
volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è
fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (Cf. Eb 4,15)»
(Gaudium et spes, 22).
Anche qui potremmo domandarci: Fino a che punto sono
disposto a entrare in un’altra cultura fino a essere in tutto simile ad esso,
fuorché nel peccato? Nella nostra storia tanti missionari si sono sentiti dire
dalla gente: sei uno di noi!
La terza tappa dell’inculturazione di Gesù sono stati i tre
anni di missione in mezzo al suo popolo. Ora che ha assimilato e fatto proprio
il linguaggio del suo popolo, Gesù può parlare. Conosce tutto: il modo di
lavorare la terra e di pescare, come le donne impastrano il pane, come sono le
feste di nozze e i giochi dei bambini, come i giudici amministrano la giustizia
e come agiscono i potenti, quali sono i rapporti tra padre e figli… Conosce la
bellezza delle stagioni, i fiori del campo… Adesso che è un uomo come gli altri
uomini, un ebreo come tutti gli ebrei del suo tempo, adesso può parlare,
insegnare anche le cose della sua cultura originaria, quella del cielo. E la
gente capisce, ed è meravigliata, si sente compresa: “Mai un uomo ha parlato
come questo uomo”.
Anche noi potremo e dovremo annunciare il Vangelo, ma
dovremo avere imparato ad essere vuoti davanti all’altro, aperti ad accogliere,
dovremmo conoscere la vita, le attese, i problemi dell’altro, avere condiviso
le sue gioie, i suoi dolori: essere uno di loro, come ha fatto Gesù con noi. L’aveva
imparato bene Paolo, che si era fatto ebreo con gli ebrei e greco con i greci,
con la legge e senza la legge… tutto a tutti.
domenica 19 luglio 2026
Folklore di mezza estate
A Cutigliano, sull’Appennino toscano, si rinnova come ogni estati la festa medievale.
È bello vedere il popolo in festa.























