Pasquetta come da tradizione.
Con la fioritura dei ciliegi del giardino giapponese...
Le donne, appena videro il Risorto, così nel Vangelo di Matteo, d’impeto “abbracciarono i piedi” del Signore (28, 9). Maria Maddalena gli si strinse addosso in maniera così forte che il Signore fu costretto a chiederle “Non mi trattenere” (Gv 20, 17). Le donne non hanno esitazione.
Più esitanti gli uomini. Nel Vangelo
di Luca Gesù deve scuoterli e invitarli: “toccatemi” (24,38), lo stesso nel
Vangelo di Giovanni, quando si rivolge a Tommaso (20, 27). L’annuncio della
buona novella da parte di Giovanni è significativo: “le nostre mani lo hanno
toccato” (1 Gv 1, 1).
La fede nasce dal toccare, oltre che dall’ascoltare e dal vedere, effetto di un Dio che si è fatto “carne”. Mi piace questa fede concreta, corporea, legata al toccare, segno di un apporto concreto che vogliamo avere con Gesù.
Anche quest’anno la notte di Pasqua ci ha raccolti
attorno al fuoco e abbiamo acceso le nostre candele al cero pasquale. Cristo,
Luce del mondo, ci precede e ci accompagna sempre e rischiara anche la notte
più buia.
Cosa ci rimane da dire dopo che nell’Exultet
abbiamo cantato:
“O immensità del tuo amore per noi!
O insuperabile segno di bontà:
per riscattare lo schiavo, hai sacrificato il tuo Figlio!”…
Sarà possibile fare Pasqua in questo
tempo di guerra, di incertezze e di paura?
Mi torna alla mente il noto poema che Charles
Péguy scrisse più di un secolo fa, nel 1911: Il portico del mistero della
seconda virtù. Il suo era un tempo difficile che presto porterà alla grande
guerra, come il nostro, come lo sono tutti i tempi, «un mondo di barbari –
scriveva –, di bruti e di cialtroni; più ancora di un’universale stupidità…».
Péguy ha appena attraversato una grave
malattia, ha problemi nel rapporto con la moglie, difficoltà economiche… E
scrive un poema sulla speranza! Fa tessere a Dio un grande elogio della fede e
della carità, senza lasciarsi sorprendere del fatto che si possa credere e
amare. Ciò che lo sorprende è la speranza, che ci siano ancora persone che «vedano
come vanno le cose e credano che domani andrà meglio. Che vedano come vanno le
cose oggi e credano che andrà meglio domattina».
Ricorre ad una graziosa metafora,
pensando forse ai suoi tre figli. Guarda alla speranza come alla sorellina più
piccola delle due grandi “virtù teologali”, una bambina che paragona alla
fiammella accesa nel santuario accanto al tabernacolo che, pur «tremante a
tutti i venti, ansiosa al minimo soffio», sa restare «così invariabile, così
fedele, così eretta, così pura; e invincibile, e immortale, e impossibile da
spegnere… Una fiamma tremolante ha attraversato la profondità dei mondi. Una
fiamma vacillante ha attraversato la profondità delle notti».
Immagina la speranza come «bambina
insignificante», «persa fra le gonne delle sorelle in mezzo alle sue sorelle
grandi». Tutti credono che siano le due grandi «a portarsi dietro la piccola
per mano», mentre «È lei, questa piccola, che spinge avanti ogni cosa.
Perché la Fede non vede se non ciò che
è.
E lei, lei vede ciò che sarà.
La Carità non ama se non ciò che è.
E lei, lei ama ciò che sarà.
La Fede vede ciò che è.
Nel Tempo e nell'Eternità.
La Speranza vede ciò che sarà».
Questa bambina è fiducia nel futuro, forza
che fa avanzare e risorge dopo le cadute. La speranza guarda in avanti, guarda
al futuro, ben oltre l’immediato e il contingente. Guarda al futuro ultimo. Vogliamo
dirlo? Guarda al Paradiso! È così che la speranza svela il senso vero della
vita e sospinge verso di esso. Certo, ci vuole l’ostinazione e la semplicità di
una bambina. A disperare ci vuol poco, a sperare ci vuole determinazione e
coraggio.
Grazie Péguy, grazie di tanta poesia.
Ma è questa la realtà? Sì! E chi me lo
dice? La sorella più grande, la fede: Cristo è risorto e in lui tutto risorgere!
Ma si può vivere così? Sì! E chi me lo dice? L’altra sorella più grande, la
carità: Cristo mi ha amato fino a dare la vita per me e in lui posso amare a
mia volta… La resurrezione di Gesù spalanca i cieli, apre al futuro, conduce
alla “vita eterna”.
Perché non cambiamo l’antico proverbio:
non più “finché c’è vita c’è speranza”, ma “finché c’è speranza c’è vita”?
https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-2-dio-si-chiesa-no-perche-la-gerarchia/
Una volta si cantava: “Il Vaticano brucerà…”. Speriamo di no: il Vaticano è uno scrigno di arte, custodisce il più grande patrimonio culturale dell’umanità. Una volta si leggeva sui muri: “Cloro al clero”: vi prego di risparmiare almeno me!
Da ragazzo, negli anni Cinquanta, vidi un film: “Dio ha bisogno degli uomini”. Non ricordo bene il film, ma il titolo mi è rimasto sempre in cuore. Pensare a questo Dio così grande, onnipotente, che ha fatto il cielo e la terra… e che ha bisogno degli uomini. Affida a Mosè il compito di salvare il suo popolo. Non poteva intervenire direttamente? E per trattare con il faraone sceglie proprio uno che ha difficoltà a parlare…
Anche Gesù affida a poveri uomini il compito di annunciare il Vangelo, di fare l’Eucaristia, di perdonare i peccati… Mette tutto nelle mani dei dodici apostoli, si mette nelle loro mani! Lo sapeva che non tutti erano all’altezza, uno l’ha addirittura tradito e si è impiccato. Eppure Dio si fida degli uomini, a suo rischio. È straordinario sapere che Dio non impone, anzi ci coinvolge, lasciandoci liberi. Ci chiama a collaborare con lui, come suoi partner.
Certo, questa parola, “gerarchia”, è un po’ odiosa perché fa pensare a una organizzazione dove c’è chi comanda e chi obbedisce, chi sta sopra e che sta sotto. Ciò che è odioso è il clericalismo, che purtroppo non è monopolio dei preti, ossia un atteggiamento elitario, di superiorità… Tutto il contrario di quello che aveva chiesto Gesù: Nella società i capi comandano, tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Lui stesso dà l’esempio mettendosi a lavare i piedi ai suoi discepoli. E poi fa molto di più: dà la vita e muore per la sua gente. La gerarchia cattolica è dunque evangelica. Non si tratta di potere ma di servizio. Alla fine il papa, che sta avanti a tutti, è colui che forse porta il peso più grande. È significativo che prima di affidare il suo popolo a Pietro, Gesù lo sottopone a un interrogatorio esigente: “Simone, figlio di Giovanni, mi ami tu?”. Gliel’ha chiesto tre volte. Soltanto dopo essersi assicurato che in Pietro c’è solo amore, allora gli affida la sua gente.
Così dev’essere il clero, a cominciare dai vescovi: uomini a servizio di tutti, che stanno accanto a tutti, fratelli tra fratelli, per accogliere e ascoltare, per ripetere le parole di Gesù che danno vita, per perdonare a nome di Dio, per spezzare il pane della vita… È bello avere accanto a noi qualcuno che non ci giudica, come Gesù non giudicò Zaccheo o la donna samaritana o la donna colta in adulterio. È bello avere qualcuno che cammina accanto a noi, si interessa di noi, ci riscalda il cuore, come Gesù quando accompagnò i due discepoli a Emmaus.
Ma anche noi dobbiamo accompagnare i nostri vescovi e i
nostri preti, anche e soprattutto quando li vediamo deboli e soli. Siamo tutti
fratelli. Insieme ci rivolgiamo all’unico Padre e insieme lo chiamiamo “Padre
nostro”. Camminiamo insieme, in un cammino sinodale, come si dice adesso, nella
comunione e del rispetto per la diversità dei ruoli, facendo il tifo per la
riuscita dell'altro.
Le donne prete?
Le Chiese delle origini, quelle d’Oriente e quelle
d’Occidente, hanno affidato il ministero sacerdotale a uomini, fino ad oggi. Le
Chiese della Riforma invece, in tempi recenti, hanno affidato questo ministero
anche alle donne.
Giovanni Paolo II, dopo aver fatto studiare e pregare, ha confermato la tradizione: il sacerdozio ministeriale, quello che è proprio del prete, è affidato agli uomini. La motivazione è semplice: così ha fatto Gesù. Gesù è andato contro la cultura del suo tempo e ha ammesso le donne tra i suoi discepoli: lo seguivano e lo ascoltavano, cosa che allora non era consentita a un maestro della legge. Ha sempre trattato con loro con apertura, sincerità, rispetto e amore, come appare dai Vangeli. Avrebbe potuto dunque dire anche loro: “Fate questo in memoria di me” e affidare i compiti che ha affidati agli apostoli nel cenacolo. Ha voluto che a continuare questo servizio fossero uomini come lui.
E le donne? Nella Chiesa ci sono tante vocazioni, tanti
ministeri, tanti carismi, tante possibilità di servizi… Lascio che siano le
donne a dirci come possono vivere il loro servizio alla Chiesa e l’amore che
Gesù ci ha lasciato come missione suprema.
Il futuro? Intanto viviamo con gioia il presente.
«In quest’ora oscura della storia è
piaciuto a Dio inviarci a diffondere il profumo di Cristo dove regna l’odore
della morte. Rinnoviamo il nostro “sì” a questa missione che ci chiede unità e
che porta la pace. Sì, noi ci siamo! Superiamo il senso di impotenza e di
paura! Noi annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione,
nell’attesa della tua venuta».
Così Leone XIV ha terminato la sua
omelia oggi, durante la messa crismale in san Pietro.
Ho concelebrato con lui che per la prima volta celebrava la messa crismale con i suoi sacerdoti.
Un momento di gioia e di festa!
Matera, 29 marzo.
Sarebbe l’ora di
ripartire da Roma. Ma come, così presto? Tornerò…
Prima, la messa in una
bella chiesa degli anni ’50, dove era parroco don Gino, il prete che, assieme
a don Mimì, ha portato l’Ideale a Matera: un po’ il padre di tutti. L’anno
prossimo spero di tornare per la presentazione della sua biografia che sta scrivendo uno dei suoi fratelli.
Celebro la festa delle
Palme… una festa.
Adesso però è proprio ora
di partire. Non può comunque mancare l’ultima passeggiato per i sentieri del
parco della Murgia. Ecco il villaggio neolitico, le grotte… Un mondo
affascinante, che ha visto generazione e generazioni di uomini, monaci,
pastori… siamo in uno dei più antichi insediamenti umani… ci si sente più
uomini.
Ma cos’ho fatto per
meritarmi tutto questo?