mercoledì 1 luglio 2026

Quanto è bello che i fratelli stiano insieme

 


Dolomiti. Ma finora siamo sempre a parlare tra di noi, nella gioia di trovarci insieme… Circondati dalle montagne.

Insomma cosa facciamo in 80 in





sieme in questa settimana?

Sperimentiamo “quanto è bello e piacevole che i fratelli stiano insieme”.


martedì 30 giugno 2026

Sant'Antonio col Bambino

 

Sant’Antonio con Bambino in braccio. Un classico. Naturalmente non manca neppure nella chiesa di Fiera di Primiero a lui dedicata: la sua statua è ben collocata sull’altar maggiore.

Ma a fianco vi è un quadro che ritrae una scena insolita. Questa volta a dare il Bambino in braccio ad Antonio è la Madonna stessa. La scena è in quadrata in uno scenario storico (i frati che ammirano estasiati il fatto – e non è storico) e uno metastorico (angeli e santi che seguono l’atto della consegna).

Quello che mi ha colpito, e che ho fatto notare alla mia assemblea, è l’atteggiamento di Maria e di Gesù. Forse è frutto di un’arte pittorica un po’ scarsa… oppure è voluto. Sta di fatto che Gesù Bambino mostra un po’ di ritrosia a lasciarsi affidare nelle braccia di Antonio, mentre la Mamma quasi ve lo spinge e lo lancia verso di lui.

Figuriamoci se Gesù viene volentieri tra le mie braccia. Speriamo che la Madonna ve lo costringa…



lunedì 29 giugno 2026

E tu, chi dici che io sia?

 

Nella badia di Fiera di Primiero ho celebrato la festa dei santi Pietro e Paolo, ricordando quanto diversi fossero e come fossero uniti nell’amore Gesù. Anche se ognuno, coerente con la propria personalità, lo ha amato a modo suo.

Hanno risposto all’interrogativo: “E tu, chi dici che io sia?”. Non si può rispondere con imparaticci. La risposta è sempre personale, e se sincera unica, irrepetibile. Soprattutto è una risposta che lentamente si dà con la vita, più che con le labbra.

Perché non narriamo ancora una volta la nostra storia degli inizi, da quando l’abbiamo riconosciuto e abbiamo risposto alla sua chiamata? Quanti anni sono passati da quegli inizi? Quella luce brilla ancora nei nostri cuori? Sono giunte certamente tante prove, di tutti i tipi. A volte ci è sembrato che tutto fosse un’illusione, fino a farci pensare che ci eravamo ingannati. L’amore di Dio sembra contraddetto da tanti eventi in noi e attorno a noi. Incidono i nostri peccati, le debolezze, gli sbagli, i fallimenti. Abbiamo dato e sembra non esserci alcun ritorno.

Sarebbe bello dedicare tempo alla lettura della propria vita e vedere tutto, slanci e depressioni, successi e fallimenti, gioie e dolori, come componenti di un unico percorso. Forse non abbiano più l’entusiasmo degli inizi. Potrebbe essere un bene, potrebbe voler dire che l’amore è maturato, si è approfondito, ha conquistato in concretezza… Sarebbe bello conoscere le tappe del nostro santo viaggio…

Mi sembra bello l’ammonimento della Lettera agli Ebrei quando l’autore si rende conto che nella comunità comincia a venire meno lo slancio degli inizi e ci sono le prime defezioni. Il primo consiglio è quello di prendersi cura gli uni degli altri, condividendo anche le prove: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone. Non disertiamo le nostre riunioni, come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (10, 24-25).

L’invito è poi a tornare agli inizi: «Richiamate alla memoria quei primi giorni», quando avete ricevuto «la luce di Cristo» (10, 32).

domenica 28 giugno 2026

Un Dio geloso

«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10, 37).

Perché Gesù ci rivolge parole così dure? Semplicemente perché è geloso. Ci vuole tutti per sé.

Il Salmo 45, 11-12 aveva già enunciato questa gelosia di Dio. Rivolgendosi al popolo chiamato a sposare Dio, l’amico dello Sposo dice: «Ascolta, figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo padre, il re è invaghito della tua bellezza». Dio ci vuole tutti per sé. Nel libro di Isaia 43, 1.4, Dio afferma: «Tu mi appartieni… tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo». Dio ci vuole tutti per sé.

Cosa troverà di tanto prezioso, di tanto bello in noi? Davvero l’amore è cieco, almeno quello di Dio! Sta di fatto che ci vuole tutti per sé.

Scrutiamo ancora un po’ la Bibbia per prendere coscienza di questa pazzia di Dio, che si è messo in testa di rapire proprio persona da nulla come noi, così come erano persone da nulla i poveri ebrei di allora.

Il Salmo 39, 8-10 racconta di uno di noi che vuol scappare dalle mani di Dio: Impossibile!  «Se salgo in cielo, là tu sei; / se scendo negli inferi, eccoti. / Se prendo le ali dell’aurora / per abitare all’estremità del mare, / anche là mi guida la tua mano / e mi afferra la tua destra».

Il Cantico dei Cantici 1, 4. Qui è la sposa che chiede allo sposo di rapirla: «Trascinami con te, corriamo! / M’introduca il re nelle sue stanze». Al capitolo 2, 13, sempre del Cantico, è di nuovo in azione lo sposo, impaziente: «Àlzati, amica mia, / mia bella, e vieni, presto!». Al Capitolo 8, 3 la sposa è ormai conquistata: «La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia». Nel Salmo 63, 9 l’abbraccio è reciproco: «A te si stringe l’anima mia: / la tua destra mi sostiene».

Ma anche Gesù si mostra geloso dei suoi, come un pastore delle sue pecore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre» (Giovanni 10, 27-29).

Come Sposo ci vuole con sé “nella buona e nella cattiva sorte, nella salute e nella malattia”...

sabato 27 giugno 2026

Tutto passa

Con una gioia indicibile, nel giugno 1973, alla guida del pulmino russo, ap­prodai con i miei compagni alla nuova casa di Vermicino. A me sembrava un sogno poter ormai vivere, anche in maniera aperta ed esplicita, la vita d’unità che avevamo imparato a Marino. Arrivammo che sembravamo di ritorno da una guerra, con ferite e lace­razioni nell’anima, ma con il desiderio grande di ricominciare. Ci accoglievano p. Santino e p. Angelo, e soprattutto il Cuore Immaco­lato di Maria, a cui la casa era dedicata. Quella scritta che campeg­gia sulla porta d’ingresso, “Al Cuore Immacolato di Maria”, è sempre stata per me la dedicazione vera della casa e di ognuno di noi che in questa casa abbiamo abitato. Ci accoglievano, in maniera silenziosa e mariana, anche le Suore Francescane dei poveri, che da allora mi hanno sempre seguito e sostenuto con un amore di sorelle vere. Iniziava la storia gloriosa dello scolasticato a Vermicino.



Oggi chiusura dello scolasticato. La parabola, iniziata nel 1973, nel 2026 si conclude. Tutto passa, anche le cose più belle. Con Giobbe anche noi ripetiamo: “Il Signore ha dato, il Signore ha tolto; sia benedetto il nome del Signore”. Lo ringraziamo per questi 53 anni, ci affidiamo alla sua Provvidenza per il futuro. 



venerdì 26 giugno 2026

Santi all’Aquila

La visita, brevissima, a L’Aquila, mi ha portato in due chiese icone della città: Collemaggio e san Bernardino.

Collemaggio: romanica, essenziale, di una bellezza che ti prende. È un incanto. Costruita da Pietro da Morrone è anche il luogo della sua sepoltura: Celestino V, il papa del “gran rifiuto”, non per viltà ma per responsabilità, come quello di Benedetto XVI.

Lì, sul suo mausoleo, come non ricordare L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone? L’ho pregato perché mi dia un cuore puro come il suo.

San Barnardino, al cuore della città, è tutto un altro mondo. Facciata rinascimentale con un interno barocco: un capolavoro! Le scritte attorno alla cupola, che domandano di essere lette con salma, anzi pregate, riportano frasi del santo sul Nome di Gesù, di cui è stato il più grande cantore. Comunque… l’icona con il nume di Gesù che il santo ha lasciato nella chiesa di san Francesco a Prato è molto molto più bella di quella esposta all’Aquila.

Ma… sorpresa! Nella mia ignoranza non sapevo che Bernardino da Siena è sepolto proprio qui, nella chiesa a lui dedicata. L’ho pregato perché mi dai un amore al nome di Gesù come il suo. 

giovedì 25 giugno 2026

Santi e santini. Perché la pietà popolare?

Siamo al quinto podcast: 
https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-5-santi-e-santini/

Nell’immaginario collettivo la devozione popolare la vediamo nelle processioni, nelle suppliche, nelle statuine dei santi messi sugli altarini nelle case, tutte cose che alla maggior parte dei giovani danno un senso di vecchie tradizioni e nulla più. È un po’ triste per me il fatto che ci sia a volte più un attaccamento a un santo che a Dio stesso. Ma cosa è (e cosa non dovrebbe essere) per te la pietà popolare?

È un modo per esprimere la dimensione religiosa presente nel cuore di ogni persona. Risponde al bisogno di un rapporto concreto, diretto con Dio, e sperimentare la sua vicinanza, la paternità, la presenza amorosa e costante.

Ogni persona, ogni popolo, ogni cultura lo esprime alla propria maniera. Nei miei viaggi in India mi ha sempre colpito vedere le persone che toccano le statue delle divinità o anche semplicemente la statua di san Antonio da Padova.

Ma anche al tempo di Gesù tutti volevano toccarlo, almeno il lembo del suo mantello. Gesù stesso per operare le guarigioni tocca gli ammalati. Dopo la resurrezione le donne lo abbracciano ed egli chiede agli apostoli di toccarlo: “Toccatemi!”. Gli Atti degli Apostoli ci dicono che quando Pietro passava per strada la gente portava fuori gli ammalati perché fossero toccati almeno dalla sua ombra!

È una dimensione umana: abbiamo bisogno di abbracciarci, di baciarci, di tenerci per mano, di esprimere in maniera concreta, tangibile, l’affetto, il bisogno di protezione, la richiesta di aiuto.

Nella pietà popolare questo si esprime con le processioni, i pellegrinaggi, ma anche con la recita del rosario, la via crucis...

Papa Francesco nella Evangelii gaudium dice così: «Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione». E anche papa Leone, nel suo ultimo viaggio in Spagna, ha parlato di una religiosità che «non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi». Non possiamo considerare quindi le pratiche di devozione come un orpello di cui liberarci, anzi, la religiosità popolare non dovrebbe essere sentita solo dalle persone più semplici, ma appartenere a ogni condizione e ceto sociale; piuttosto è la comunicazione che andrebbe svecchiata e migliorata… Dovremmo parlare e vedere i santi in tutta la loro particolarità, sfaccettatura e bellezza in modo da renderli attraenti, giusto?

Ti racconto di quando ero in un paese che si chiama Mission, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. La chiesa del paese, Nostra Signora di Guadalupe, non rimane mai vuota. L’ambiente è tipicamente messicano, nei colori, nei fiori, nella moltitudine di statue di santi… Una persona dopo l’altra entra e prega con un proprio ritmo, una proprio liturgia. Su un altare decine e decine di foto di soldati che combattevano in Afganistan o in Iraq.

Un uomo in particolare attira la mia attenzione. Entra e, iniziando dal fondo della chiesa, viene avanti sostando in silenzio davanti ad ogni statua: san Giuseppe, san Luigi Gonzaga, san Martino de Porres, una Madonna, un’altra Madonna, la crocifissione… Fino a quando giunge davanti all’altare del Santissimo Sacramento. Lì si ferma in ginocchio, sempre in silenzio, a lungo. Poi si siede, prende il messale e medita le letture della Messa del giorno. Mi attira l’intensità della sua preghiera. Allora provo anch’io a fare come lui. Inizio, come lui, da san Giuseppe, tentando di indovinare che cosa gli avrà detto quell’uomo, fin quando trovo la mia strada per parlare con il padre di Gesù, lo sposo di Maria: quante cose possiamo dirci! E avanti, anch’io in pellegrinaggio, intrattenendomi in dialogo con tutti questi amici allineati lungo la parete della chiesa: una vera preparazione, una introduzione all’ultima tappa, davanti a Gesù. E trovo quell’uomo anziano ancora lì, immobile!

Ecco, questa, penso è la vera pietà popolare: lasciarsi condurre dai santi, da Maria, fino a Gesù.

Naturalmente ci sono le deviazioni, come in tutte le cose. Non è pietà popolare servirsi delle feste, delle processioni, dei santuari per mettersi in mostra, per celebrare incontri tra gruppi criminali, per rendere omaggio ai boss del quartiere.

Immagino l’imbarazzo della scelta, ma posso chiederti qual è il tuo santo preferito?

Il mio santo preferito è un beato: Giuseppe Gerard, un missionario partito da giovane per un piccolo Paese nel Sud Africa, il Lesotho, dove è rimasto per tutta la vita accanto alla gente, nella più grande semplicità, amando tutti. Sono stato sua tomba l’anno scorso.

Ho con me anche la reliquia di santa Gemma, una toscana come me, naturalmente.

Poi ci sono i big, indimenticabili. Non hai idea di quanti santi hanno vissuto a Roma. Mi piace andare a trovarli nei luoghi dove hanno vissuto.