Dolomiti. Ma finora siamo sempre a parlare tra di noi, nella
gioia di trovarci insieme… Circondati dalle montagne.
Insomma cosa facciamo in 80 in
sieme in questa settimana?
Sperimentiamo “quanto è bello e piacevole che i fratelli
stiano insieme”.
Dolomiti. Ma finora siamo sempre a parlare tra di noi, nella
gioia di trovarci insieme… Circondati dalle montagne.
Insomma cosa facciamo in 80 in
Sperimentiamo “quanto è bello e piacevole che i fratelli
stiano insieme”.
Sant’Antonio con Bambino in braccio. Un classico.
Naturalmente non manca neppure nella chiesa di Fiera di Primiero a lui
dedicata: la sua statua è ben collocata sull’altar maggiore.
Ma a fianco vi è un quadro che ritrae una scena insolita. Questa volta a dare il Bambino in braccio ad Antonio è la Madonna stessa. La scena è in quadrata in uno scenario storico (i frati che ammirano estasiati il fatto – e non è storico) e uno metastorico (angeli e santi che seguono l’atto della consegna).
Quello che mi ha colpito, e che ho fatto notare alla mia assemblea, è l’atteggiamento di Maria e di Gesù. Forse è frutto di un’arte pittorica un po’ scarsa… oppure è voluto. Sta di fatto che Gesù Bambino mostra un po’ di ritrosia a lasciarsi affidare nelle braccia di Antonio, mentre la Mamma quasi ve lo spinge e lo lancia verso di lui.
Nella badia di Fiera di Primiero ho celebrato la festa dei
santi Pietro e Paolo, ricordando quanto diversi fossero e come fossero uniti
nell’amore Gesù. Anche se ognuno, coerente con la propria personalità, lo ha
amato a modo suo.
Hanno risposto all’interrogativo: “E tu, chi dici che io sia?”.
Non si può rispondere con imparaticci. La risposta è sempre personale, e se
sincera unica, irrepetibile. Soprattutto è una risposta che lentamente si dà con la vita, più che con le labbra.
Perché non narriamo ancora una
volta la nostra storia degli inizi, da quando l’abbiamo riconosciuto e abbiamo risposto
alla sua chiamata? Quanti anni sono passati da quegli inizi? Quella luce brilla
ancora nei nostri cuori? Sono giunte certamente tante prove, di tutti i tipi. A
volte ci è sembrato che tutto fosse un’illusione, fino a farci pensare che ci
eravamo ingannati. L’amore di Dio sembra contraddetto da tanti eventi in noi e
attorno a noi. Incidono i nostri peccati, le debolezze, gli sbagli, i
fallimenti. Abbiamo dato e sembra non esserci alcun ritorno.
Sarebbe bello dedicare tempo alla lettura della propria vita
e vedere tutto, slanci e depressioni, successi e fallimenti, gioie e dolori,
come componenti di un unico percorso. Forse non abbiano più l’entusiasmo degli
inizi. Potrebbe essere un bene, potrebbe voler dire che l’amore è maturato, si
è approfondito, ha conquistato in concretezza… Sarebbe bello conoscere le tappe
del nostro santo viaggio…
Mi sembra bello l’ammonimento
della Lettera agli Ebrei quando l’autore si rende conto che nella comunità
comincia a venire meno lo slancio degli inizi e ci sono le prime defezioni. Il
primo consiglio è quello di prendersi cura gli uni degli altri, condividendo
anche le prove: «Prestiamo attenzione gli uni agli altri, per stimolarci a
vicenda nella carità e nelle opere buone. Non disertiamo le nostre riunioni,
come alcuni hanno l’abitudine di fare, ma esortiamoci a vicenda, tanto più che
vedete avvicinarsi il giorno del Signore» (10, 24-25).
L’invito è poi a tornare agli inizi: «Richiamate alla memoria quei primi giorni», quando avete ricevuto «la luce di Cristo» (10, 32).
«Chi ama padre o madre più di me non è degno di me; chi
ama figlio o figlia più di me non è degno di me; chi non prende la propria
croce e non mi segue, non è degno di me» (Mt 10, 37).
Perché Gesù ci rivolge parole così dure? Semplicemente
perché è geloso. Ci vuole tutti per sé.
Il Salmo 45, 11-12 aveva già enunciato questa gelosia di
Dio. Rivolgendosi al popolo chiamato a sposare Dio, l’amico dello Sposo dice: «Ascolta,
figlia, guarda, porgi l’orecchio: dimentica il tuo popolo e la casa di tuo
padre, il re è invaghito della tua bellezza». Dio ci vuole tutti per sé. Nel
libro di Isaia 43, 1.4, Dio afferma: «Tu mi appartieni… tu sei prezioso ai miei
occhi, perché sei degno di stima e io ti amo». Dio ci vuole tutti per sé.
Cosa troverà di tanto prezioso, di tanto bello in noi?
Davvero l’amore è cieco, almeno quello di Dio! Sta di fatto che ci vuole tutti
per sé.
Scrutiamo ancora un po’ la Bibbia per prendere coscienza di
questa pazzia di Dio, che si è messo in testa di rapire proprio persona da
nulla come noi, così come erano persone da nulla i poveri ebrei di allora.
Il Salmo 39, 8-10 racconta di uno di noi che vuol scappare
dalle mani di Dio: Impossibile! «Se
salgo in cielo, là tu sei; / se scendo negli inferi, eccoti. / Se prendo le ali
dell’aurora / per abitare all’estremità del mare, / anche là mi guida la tua
mano / e mi afferra la tua destra».
Il Cantico dei Cantici 1, 4. Qui è la sposa che chiede allo sposo di rapirla: «Trascinami con te, corriamo! / M’introduca il re nelle sue stanze». Al capitolo 2, 13, sempre del Cantico, è di nuovo in azione lo sposo, impaziente: «Àlzati, amica mia, / mia bella, e vieni, presto!». Al Capitolo 8, 3 la sposa è ormai conquistata: «La sua sinistra è sotto il mio capo / e la sua destra mi abbraccia». Nel Salmo 63, 9 l’abbraccio è reciproco: «A te si stringe l’anima mia: / la tua destra mi sostiene».
Ma anche Gesù si mostra geloso dei suoi, come un pastore
delle sue pecore: «Le mie pecore ascoltano la mia voce e io le conosco ed esse
mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e
nessuno le strapperà dalla mia mano. Il Padre mio, che me le ha date, è
più grande di tutti e nessuno può strapparle dalla mano del Padre» (Giovanni
10, 27-29).
Come Sposo ci vuole con sé “nella buona e nella cattiva
sorte, nella salute e nella malattia”...
Con una gioia indicibile, nel giugno 1973, alla guida del pulmino russo, approdai con i miei compagni alla nuova casa di Vermicino. A me sembrava un sogno poter ormai vivere, anche in maniera aperta ed esplicita, la vita d’unità che avevamo imparato a Marino. Arrivammo che sembravamo di ritorno da una guerra, con ferite e lacerazioni nell’anima, ma con il desiderio grande di ricominciare. Ci accoglievano p. Santino e p. Angelo, e soprattutto il Cuore Immacolato di Maria, a cui la casa era dedicata. Quella scritta che campeggia sulla porta d’ingresso, “Al Cuore Immacolato di Maria”, è sempre stata per me la dedicazione vera della casa e di ognuno di noi che in questa casa abbiamo abitato. Ci accoglievano, in maniera silenziosa e mariana, anche le Suore Francescane dei poveri, che da allora mi hanno sempre seguito e sostenuto con un amore di sorelle vere. Iniziava la storia gloriosa dello scolasticato a Vermicino.
La visita, brevissima, a L’Aquila, mi ha portato in due chiese icone della città: Collemaggio e san Bernardino.
Collemaggio: romanica,
essenziale, di una bellezza che ti prende. È un incanto. Costruita da Pietro da
Morrone è anche il luogo della sua sepoltura: Celestino V, il papa del “gran
rifiuto”, non per viltà ma per responsabilità, come quello di Benedetto XVI.
Lì, sul suo mausoleo, come non
ricordare L’avventura di un povero cristiano” di Ignazio Silone? L’ho pregato
perché mi dia un cuore puro come il suo.
San Barnardino, al cuore della
città, è tutto un altro mondo. Facciata rinascimentale con un interno barocco: un
capolavoro! Le scritte attorno alla cupola, che domandano di essere lette con
salma, anzi pregate, riportano frasi del santo sul Nome di Gesù, di cui è stato
il più grande cantore. Comunque… l’icona con il nume di Gesù che il santo ha
lasciato nella chiesa di san Francesco a Prato è molto molto più bella di
quella esposta all’Aquila.
Ma… sorpresa! Nella mia ignoranza non sapevo che Bernardino da Siena è sepolto proprio qui, nella chiesa a lui dedicata. L’ho pregato perché mi dai un amore al nome di Gesù come il suo.
Siamo al quinto podcast:
È un modo per esprimere la dimensione religiosa presente nel cuore di ogni persona. Risponde al bisogno di un rapporto concreto, diretto con Dio, e sperimentare la sua vicinanza, la paternità, la presenza amorosa e costante.
Ogni persona,
ogni popolo, ogni cultura lo esprime alla propria maniera. Nei miei viaggi in
India mi ha sempre colpito vedere le persone che toccano le statue delle
divinità o anche semplicemente la statua di san Antonio da Padova.
Ma anche al
tempo di Gesù tutti volevano toccarlo, almeno il lembo del suo mantello. Gesù
stesso per operare le guarigioni tocca gli ammalati. Dopo la resurrezione le
donne lo abbracciano ed egli chiede agli apostoli di toccarlo: “Toccatemi!”.
Gli Atti degli Apostoli ci dicono che quando Pietro passava per strada la gente
portava fuori gli ammalati perché fossero toccati almeno dalla sua ombra!
È una
dimensione umana: abbiamo bisogno di abbracciarci, di baciarci, di tenerci per
mano, di esprimere in maniera concreta, tangibile, l’affetto, il bisogno di
protezione, la richiesta di aiuto.
Nella pietà
popolare questo si esprime con le processioni, i pellegrinaggi, ma anche con la
recita del rosario, la via crucis...
Papa Francesco nella Evangelii gaudium dice così: «Le espressioni della pietà popolare hanno molto da insegnarci e, per chi è in grado di leggerle, sono un luogo teologico a cui dobbiamo prestare attenzione, particolarmente nel momento in cui pensiamo alla nuova evangelizzazione». E anche papa Leone, nel suo ultimo viaggio in Spagna, ha parlato di una religiosità che «non sia un museo del passato da visitare, ma una scuola di fede dalla quale attingere anche oggi». Non possiamo considerare quindi le pratiche di devozione come un orpello di cui liberarci, anzi, la religiosità popolare non dovrebbe essere sentita solo dalle persone più semplici, ma appartenere a ogni condizione e ceto sociale; piuttosto è la comunicazione che andrebbe svecchiata e migliorata… Dovremmo parlare e vedere i santi in tutta la loro particolarità, sfaccettatura e bellezza in modo da renderli attraenti, giusto?
Ti racconto di quando ero in un paese che si chiama Mission, al confine tra gli Stati Uniti e il Messico. La chiesa del paese, Nostra Signora di Guadalupe, non rimane mai vuota. L’ambiente è tipicamente messicano, nei colori, nei fiori, nella moltitudine di statue di santi… Una persona dopo l’altra entra e prega con un proprio ritmo, una proprio liturgia. Su un altare decine e decine di foto di soldati che combattevano in Afganistan o in Iraq.
Un uomo in
particolare attira la mia attenzione. Entra e, iniziando dal fondo della
chiesa, viene avanti sostando in silenzio davanti ad ogni statua: san Giuseppe,
san Luigi Gonzaga, san Martino de Porres, una Madonna, un’altra Madonna, la
crocifissione… Fino a quando giunge davanti all’altare del Santissimo
Sacramento. Lì si ferma in ginocchio, sempre in silenzio, a lungo. Poi si
siede, prende il messale e medita le letture della Messa del giorno. Mi attira
l’intensità della sua preghiera. Allora provo anch’io a fare come lui. Inizio,
come lui, da san Giuseppe, tentando di indovinare che cosa gli avrà detto
quell’uomo, fin quando trovo la mia strada per parlare con il padre di Gesù, lo
sposo di Maria: quante cose possiamo dirci! E avanti, anch’io in
pellegrinaggio, intrattenendomi in dialogo con tutti questi amici allineati
lungo la parete della chiesa: una vera preparazione, una introduzione
all’ultima tappa, davanti a Gesù. E trovo quell’uomo anziano ancora lì,
immobile!
Ecco, questa,
penso è la vera pietà popolare: lasciarsi condurre dai santi, da Maria, fino a
Gesù.
Naturalmente
ci sono le deviazioni, come in tutte le cose. Non è pietà popolare servirsi
delle feste, delle processioni, dei santuari per mettersi in mostra, per
celebrare incontri tra gruppi criminali, per rendere omaggio ai boss del
quartiere.
Immagino l’imbarazzo della scelta, ma posso chiederti qual è il tuo santo preferito?
Il mio santo preferito è un beato: Giuseppe Gerard, un missionario partito da giovane per un piccolo Paese nel Sud Africa, il Lesotho, dove è rimasto per tutta la vita accanto alla gente, nella più grande semplicità, amando tutti. Sono stato sua tomba l’anno scorso.
Ho con me
anche la reliquia di santa Gemma, una toscana come me, naturalmente.
Poi ci sono i
big, indimenticabili. Non hai idea di quanti santi hanno vissuto a Roma. Mi
piace andare a trovarli nei luoghi dove hanno vissuto.