venerdì 31 luglio 2026

Perseveranza

 

Alla perseveranza è legata una promessa: “Chi avrà perseverato fino alla fine, sarà salvo”.

Ma c’è modo e modo di perseverare. C’è chi va avanti a densi stretti perché bisogna andare avanti e magari non è contento, ma va avanti comunque, per la forza dell’impegno preso. Tante volte è così. Avanti anche quando non si sente niente… L’importante è rimanere fedele, costi quello che costi… e saremo salvi!

La perseveranza mi ha comunque fatto venire in mente un’altra parola evangelica: “Avendo amato i suoi, li amò fino alla fine”. Perseveranti per amore, perseveranti nell’amore, come Gesù… fino all’ultimo! Non si va mai in pensione nell’amore.

giovedì 30 luglio 2026

Misticismo. Perché le visioni?

Un nuovo podcast: https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-6-mistica-e-visioni/

Caro padre Fabio, affrontiamo un tema importante e profondo perché va al cuore del linguaggio di Dio. Quello della mistica, o se vogliamo tradurlo in termini più popolari, parliamo delle famose “visioni”: sono una forma di comunicazione tra Dio e l’uomo che esiste da sempre, o comunque da quando Dio ha scelto di rivelarsi. La Bibbia, l’Antico Testamento è tutta rivelazione e visione, quelle dei profeti in particolare. Ma poi pensiamo ai più famosi mistici come san Giovanni della Croce, santa Teresa D’Avila, Ildegarda di Bingen, o per restare ai nostri giorni le visioni mariane a Fatima, Lourdes… Due domande ti vorrei fare su questo: cosa hanno in comune questi mistici, e in base a che cosa la Chiesa ne certifica l’autenticità? Cioè, come facciamo a capire che non sono “visionari” nel senso dispregiativo del termine?

Entriamo in un mondo complesso che tocca la profondità dell’animo umano. Prima o poi si accende in tutti un anelito a qualcosa che vada al di là dell’effimero nel quale siamo immersi. C’è come una molla che ci chiama a una interiorità profonda che risveglia come una nostalgia per ciò che è bello, che non passa e che non troviamo attorno a noi. È la nostalgia per l’infinito, per quel Dio che ci ha creati e nel quale siamo e ci muoviamo, anche quando non ce ne rendiamo conto o lo neghiamo.

La mistica è lasciarci avvolgere e penetrare dal Mistero, ossia da questa reale presenza di Dio. Possiamo chiamarlo anche Assoluto, Trascendente… ma in realtà è quel Dio Amore che Gesù ci ha fatto conoscere. Tutti siamo chiamati a una vita mistica. Già col battesimo veniamo immersi in Dio Trinità e l’Eucarestia ci trasforma sempre più in Gesù.

Diversa è l’esperienza mistica. Grazie alla fede il cristiano sa di essere in Dio. L’esperienza mistica è invece la percezione sensibile, la visione di quello che siamo. Il mistico, vede, sente, con una evidenza tutta interiore, oppure grazie ad autentiche visioni. Questo avviene grazie all’azione dello Spirito Santo che Gesù ha promesso proprio perché ci porti alla piena comprensione delle realtà del Cielo. Se egli dà a una persona il dono di una comprensione più profonda della rivelazione lo fa perché tutta la Chiesa possa progredire, i carismi sono sempre doni datio a qualcuno per il bene di tutti.

Ci sono poi i cosiddetti fenomeni mistici: lievitazioni, ossia la persona sale in alto; estasi con perdita di coscienza; stimmate; visioni; locuzioni interiori… Ma questi sono fenomeni secondari, che aggiungono poco o niente a quella che è la verità della trasformazione di sé in Dio e della comprensione profonda del mistero di Dio. Possono essere eventualmente segni esteriori che confermano le realtà interiori. Sono questi segni esteriori che generalmente colpiscono di più l’immaginazione, che attirano la curiosità. E sono questi fenomeni che cercano le persone che si ingannano o che vogliono ingannare per i più vari motivi come la notorietà, la ricerca di guadagno…

Come si riconosce il mistico vero?

Innanzitutto se quanto comprende, vive e insegna è in continuità con la dottrina della Chiesa. Egli porta ad una comprensione sempre più profonda della Parola di Dio, perché essa cresce con il crescere della Chiesa.

Il vero mistico inoltre è tale se si lascia adeguare a quanto gli è dato di comprendere, ossia se vive il Vangelo.

È inoltre umile, ossia non si esalta per i doni ricevuti, non si mette in mostra.

Infine è docile a chi ha il dono di discernere i carismi e si sottomette con obbedienza al giudizio della Chiesa.

Ti faccio solo un’altra domanda perché vorrei che ci soffermassimo su un’esperienza mistica particolare, quella di Chiara Lubich, la fondatrice dei Focolari, di cui sono stati pubblicati da poco gli scritti per Città Nuova. Ne sto sentendo parlare molto anche se non conosco da vicino tutte le pagine che fanno parte di questa raccolta intitolata Paradiso 49. Purtroppo il tempo a disposizione è poco, ma tu che conosci bene i dettagli di questa esperienza avendo lavorato con Chiara Lubich allo studio di questi scritti, ce ne saprai dare qualche dettaglio più prezioso…

Chiara Lubich? Ha avuto delle visioni? Lei, scherzando, diceva che nel suo Paradiso non ha visto neppure un angioletto.

Nella sua vita ci sono stati momenti di intensa esperienza di Dio. Un periodo del tutto particolare, per durata e comprensione, è stato quello iniziato il 16 luglio 1949, che si è protratto per un paio di anni. È quello che viene chiamato “Paradiso ’49”, dall’anno in cui è iniziato. Da poco, nella collana delle sue opere, è stato pubblicato il libro che racconta questa esperienza che al momento comprende 6 volumi.

Al pari di altre mistiche e mistici la sua è stata una contemplazione - che l’ha completamente coinvolta - delle realtà del Cielo, dei misteri della fede cristiana, ma anche della creazione e della storia nel suo disegno divino e nel suo destino ultimo.

Se c’è qualcosa che la caratterizza in maniera particolare è la dimensione ecclesiale, nel senso che è stata un’esperienza che ha coinvolto non soltanto la sua persona, ma tante altre le persone attorno a lei. Era lei ad avere una comprensione sempre nuova delle realtà del cielo, ma subito le comunicava a chi aveva accanto e così diventava esperienza di tutti.

L’inizio stesso di questa esperienza mistica è significativo e unico. Essa inizia grazie a un patto d’unità tra lei e Igino Giordani. Insieme chiedono a Gesù Eucarestia che scenda sul loro niente, ponendosi davanti a lui come due calici vuoti. E Gesù Eucarestia fa dei due un’anima sola che egli apre alla realtà del Cielo. Gesù li porta, insieme, là dove egli è, nel seno del Padre. Lei ha la visione del Paradiso e si vede in Paradiso insieme a Giordani. Giordani è in questa realtà divina, ma non lo sa. È lei che, avendo il dono della visione contemplativa, rende consapevole lui, e poi gli altri che a loro si uniscono, di vivere le diverse realtà del Cielo, a mano a mano che le è dato di comprendere.

Una pagina di questo Paradiso’49 sulla quale ti sei maggiormente soffermato?

Una frase soltanto, del 1950, nella quale Chiara esprime la sua visione dell’universo, nel quale ogni essere creato interagisce con l’altro. Ognuno conserva la sua identità e nello stesso si pone a servizio dell’altro per crescere insieme e trascendersi in una realtà superiore, fino alla piena divinizzazione. Negli stessi anni anche Teilhard de Chardin aveva un pensiero simile quando vedeva tutto il creato orientato verso quello che lui chiamava il Punto Omega.

Ecco le parole di Chiara: «Tutte le cose sono l'una distinta dall'altra e destinate alla comunione, all'unità… Le creature dell'universo sono in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarsi…».

Mi sembra una visione di speranza in un momento in cui il mondo in guerra sembra precipitare nella più totale divisione. Noi continuiamo a credere che siamo in marcia verso l'Unità, verso Dio, per indiarci. Ma dobbiamo metterci a servizio gli uni degli altri…

mercoledì 29 luglio 2026

Vi ho generati in Cristo

All’inizio di ogni Istituto religioso c’è una persona che Dio sceglie e che lo Spirito Santo forma ad essere strumento idoneo dell’opera di salvezza che, Cristo realizza nel mondo mediante la Chiesa…

Il Fondatore diventa così «padre» della nuova famiglia nata nella Universale Famiglia, la Chiesa...  La famiglia religiosa è veramente frutto della sua vita di santità. «Padre» per grazia, in quanto mediatore dell’unico Padre, Dio, «dal quale ogni paternità prende nome» (Ef 3, 15).

Il Fondatore diventa quindi «forma vitae» dei suoi discepoli, maestro di dottrina e di santità. Per questo ogni Istituto ricorre in maniera particolare all’intercessione del proprio Fondatore, «perché egli che ne è il padre ne abbia sempre cura e continui in altra forma quella generazione della quale ha sofferto in terra le doglie del parto».

La nostra modesta ricerca vorrebbe mettere in risalto la co-scienza che Eugenio de Mazenod ha avuto di essere Fondatore e Padre degli Oblati di Maria Immacolata…

Inizia così lo studio di Giovanni Soddu e Tonino Camelo. Risale a 46 anni fa ed è sempre fresco. A chi lo desidera posso mandare il pdf.

lunedì 27 luglio 2026

P. Giovanni Soddu: Sono contento di essere Oblato

Josè Damián Gaitán mi scrive: «Padre Giovanni Soddu... L'ho conosciuto a Marino, quando era al Centro Giovanile e poi al Noviziato. Sempre accogliente. Nonostante le sue limitazioni fisiche. Ringraziamo il Signore per la sua vita».

Antonietta: «Ricordo Giovanni al tempo che stava allo scolasticato, una persona gentile, sempre sorridente ed accogliente».

Rosaria: «Mi ricordo di quando il babbo e la mamma andarono a casa sua in Sardegna di come tornarono contenti. Oggi in cielo anche loro lo avranno accolto con festa». Si riferisce agli anni nei quali facevamo in modo che le famiglie dei giovani Oblati si conoscessero per formare davvero un’unica famiglia.

E Giovanni, cosa dice di sé?

«Sono contento di essere Oblato di Maria Immacolata, dopo che fin da piccolo ho sentito la vocazione a diventare sacerdote. Infatti all'età di 11 anni sono entrato nel seminario di Oristano, mia Diocesi di origine, in Sardegna. Quando avevo 18 anni, tramite la Comunità di Marino, ho incontrato gli Oblati e il carisma della vita consacrata e missionaria di Sant'Eugenio. Ho svolto il ministero sempre in Parrocchia, ma il carisma del Fondatore mi fa essere missionario nel contesto locale, con un animo universale, sentendomi profondamente partecipe dell'ansia missionaria della Congregazione. Esprimo al Signore la volontà di continuare a vivere da sacerdote in Cristo Sacerdote, nella comunione della Congregazione e in particolare nella Provincia OMI». Così nel 2005, nel 25° della sua ordinazione sacerdotale.

Missionario e sacerdote "nella comunione della Congregazione". Sì, perché come ha scritto: «Uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità».

P. Giovanni aveva appreso da sant’Eugenio e dagli Oblati questo stretto legame tra missione e vita di unità all’interno della comunità, lo testimonia il libretto che ha scritto sulla paternità del Fondatore.

Esso è stato approfondito anche grazie al suo rapporto con il Movimento dei Focolari, che ha segnato tanti della nostra generazione. Alla fondatrice, Chiara Lubich, aveva chiesto una “parola di vita” che lo guidasse nel suo cammino missionario. E lei l’aveva scelta dal Vangelo di Giovanni, là dove Gesù afferma: “Le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6, 63).

È così che p. Giovanni è stato un autentico missionario e – come gli scriveva p. Zago – ha «irradiato positivamente tra i confratelli e tra la gente». Le parole del Vangelo che annunciava erano diventate in lui spirito e vita.

Il funerale si è concluso con alcuni dei parenti che cantano l’Ave Maria in sardo...



domenica 26 luglio 2026

Padre Giovanni Soddu

 

Sabato Santo sono andato a trovarlo a Vermicino, nella nuova struttura per anziani e ammalati. Mi è dispiaciuto che, inchiodato sul letto,  non potesse celebrare la Messa. “Domani è Pasqua - gli ho detto - Vengo a celebriamo insieme”. Così abbiamo fatto, io al tavolino della stanza, lui immobile nel letto sul quale avevo adagiato la stola sacerdotale… È stato il momento più bello, anche se poi sono tornato altre volte a trovarlo. 

Adesso è partito, silenzioso, secondo il suo stile. Padre Giovanni Soddu, un altro Oblato che mi precede sulla via del Cielo.

Una vita da Oblato semplice: Vice parroco a Oné di Fonte, (1980-1982), vice parroco, parroco e superiore a Villalba (1982-1997), parroco a Tivoli (1997-2002), parroco e superiore a Bologna fino al 20011, parroco a Maddaloni (2011), a Cagliari dal 2015, fino a quando, nel 2020 giunge a S. Maria a Vico, dove inizia il suo calvario…

Quando nel 1993 il superiore generale, p. Marcello Zago, andò in visita alla comunità di Villalba, gli scrisse, delineando appieno il suo ritratto: «Carissimo p. Giovanni Soddu, sono stato contento di incontrarti e di ascoltarti, di vedere come eserciti la tua paternità nella parrocchia e nella comunità. Ti ho trovato sereno e sicuro della tua identità, impegnato e attento agli altri, generoso e fattivo. Irradi positivamente tra i confratelli e tra la gente. Voglio ringraziarti per la tua fedeltà e generosità, per il tuo amore per la Congregazione e il tuo zelo per le anime».

Qua e là, sui giornali, troviamo qualche traccia del suo ministero. In occasione del 50° di fondazione della parrocchia di Bologna scriveva nell’inserto dell’Avvenire dedicato alla diocesi: «Dall’Eucaristia nasce la missione. La ricorrenza della fondazione ci spinge a fare memoria della nostra storia, non per uno sterile guardare al passato, ma proprio per prendere coscienza del cammino della Chiesa viva, sorta intorno all’Eucaristia, nel nostro territorio, e impegnarci con ancora più decisione nell’evangelizzazione e nella nostra personale conversione» (3 giugno 2007).

Da Tonara, nel suo paese di origine, quando era parroco a Cagliari, sul quotidiano “La Nuova Sardegna” racconta dei campi estivi che organizzava per i giovani: «Un campo di formazione e animazione. Formativo umano e spirituale, legato ad eventi di gioia e condivisone. Da un lato gli aspetti legati alla figura di Cristo, al suo esempio e dall’altro la derivazione concreta e nella vita quotidiana dei suoi principi, quali amicizia, uguaglianza, solidarietà e la vita di gruppo…

«Non sono mancati i momenti ricreativi e le attività pratiche. La sera si concludeva con la preghiera e poi animazione, con tanto di serata danzante, denominata Cristoteca, poi caccia al tesoro, caccia al vampiro... Entusiasti i ragazzi e i loro genitori. Mi auguro – conclude Padre Giovanni – che i ragazzi abbiano tratto un esempio di gioia e esperienza in questi momenti in cui è importante lavorare assieme a capire. Portiamo l’esempio di Cristo, che è gioia. Ma anche piccole esperienze che spero siano utilizzate come bagaglio di vita. Speriamo di proseguire su questa strada» (14 settembre 2017).

Quando uno dei nostri parte per il cielo mi piace leggere le lettere ufficiali con le quale chiede l’ammissione ai voti perpetui o la prima ”obbedienza”. Lettere formali, ma che una volta si scrivevano col cuore in mano, in sincerità.

P. Giovanni il 22 settembre 1978 scrive al Provinciale per chiedere di fare i voti perpetui. Un’occasione per «entrare in comunione personale anche con lei e dirle che cosa significhi per me questo fatto e come lo vivo.
«L'oblazione perpetua per me è un esplicitare davanti alla Chiesa ciò che da anni ho sentito e maturato: donarmi totalmente e per sempre a Dio, mio unico amore, unico scopo della mia vita. Prima di conoscere gli Oblati io volevo semplicemente essere sacerdote. Il sacerdozio era per me la maniera più grande per amare Dio e i fratelli. Incontrati gli Oblati, dalla loro testimonianza ho capito che il modo di vivere il sacerdozio che Dio aveva posto in me non era altro che la vita religiosa e missionaria. Così ho detto "sì" a Dio che mi svelava pienamente la mia vocazione. Ed ora voglio dirglielo per sempre, di fronte a voi che me lo rappresentate. Sono cosciente dell'amore di Dio per me. Ed è sulla sua fedeltà che io "getto le reti" (Lc 5,5). Se guardo me, mi accorgo di quanta strada devo ancora percorrere per rispondere un po’ meglio al suo amore. Ma il suo amore in me è più forte del mio peccato e della mia infedeltà. Io voglio guardare a Lui e non a me.
«E Lui mi chiama a guardare la Chiesa e il mondo e a consacrare la mia vita per questo. Come non dare tutto me stesso alla Chiesa che, come il Fondatore, sento chiamare a gran voce persone a cui affidare il suo ministero di salvezza, di un mondo in sfacelo, chiuso in se stesso, vuoto di Dio e di valori autenticamente umani? È il grido di Cristo Crocifisso che risuona nei tempi di oggi. Io che sento questo grido, raccolgo l'invito della Madre Chiesa e rispondo sacrificando tutto me stesso. E voglio rispondere come ha fatto il Fondatore, che mi comunica il suo spirito.
«La forza per essere come devo essere, oltre che da Dio e dal Fondatore, mi viene dall'unità con tutti i membri della Congregazione, che sento viva ed impegnata ad annunciare con audacia il Vangelo. Sono contento di unire la mia vita e il mio lavoro apostolico a quello di tanti altri uomini che credono e vivono il mio stesso ideale. Sento la Congregazione come mia famiglia, e la amo con le sue gioie e i suoi dolori, nei successi e nelle difficoltà, con le sue conquiste e nelle sue contraddizioni.
«Con l'anima di Maria, mia madre e modello, e col suo aiuto mi metto a disposizione di Dio, perché si compia in me la Sua Parola...»

Il 28 aprile 1980 la lettera al superiore generale per chiedere la prima destinazione:
Rev.mo Padre Generale, … lo scopo della mia vita: annunciare al mondo, ai poveri, chi è il Cristo. Quel Cristo che in questi anni mi ha fatto scuola e mi ha formato un altro Se stesso, secondo il carisma del Beato Eugenio. Questo per me è un atto di fede, perché mi accorgo anche dei passi che avrei dovuto fare e che non ho fatto. Ma Lui è più forte dei miei limiti e mi chiama ora a "entrer dans la lice et combattre jusqu'à l’extintion pour la plus grande gloire de son très saint et très adorable Nom", come ci indica il Fondatore nella Prefazione alle Regole. Voglio essere ogni giorno, per ogni fratello che incontro, la presenza vivente del Beato Eugenio che per me è divenuto via di Dio.
«… io ho nel cuore solamente di fare la volontà di Dio che mi è espressa da Lei e dagli altri Superiori. Ho parlato diverse volte con il superiore e con il padre spirituale sul mio orientamento futuro. Ho sempre detto loro che sento piena in me la vocazione oblata come sacerdote. Quindi sarei felicissimo di poter andare in missione fuori Italia. Ma ugualmente sarei contentissimo di restare in Italia, se è qui che il Signore mi chiama ad annunciare la Sua Parola di salvezza. Ciò che mi interessa di più è nel luogo e nella comunità dove sarò ci aiutiamo insieme a svolgere il ministero da veri Oblati di Maria Immacolata.
«… La mia salute non è della più robuste, a causa di una poliomielite avuta da bambino, e forse questo può essere un impedimento perché io possa prendere certi impegni nelle missioni estere. Questo fatto per me è un aspetto della croce che cerco di abbracciare ogni giorno con gioia, sicuro che da essa sgorgherà anche la vita per il mio ministero.
«… Io sono pronto a svolgere, secondo le mie possibilità, il ministero di cui e dove la Congregazione ne ha più bisogno. Padre, gliel'ho comunicato altre volte, ma ora lo scrivo ancora: uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità. Sento che mi appartiene il lavoro missionario che ogni Oblato svolge, in qualunque parte del mondo. Ora unisco anche il mio, perché i poveri siano evangelizzati, perché il Regno di Dio avanzi e venga presto in pienezza su tutta la terra…»

Padre Giovanni ci ha lasciato un bel libretto, scritto insieme a Antonio Camelo, sulla paternità di sant’Eugenio de Mazenod, che merita di essere ripreso in mano e letto. La conclusione rispecchia p. Giovanni: «Amare col cuore. Amare Dio sopra ogni cosa è, per ogni Oblato, ripercorrere le orme di Eugenio ed esclamare con lui: “Felice, mille volte felice perché questo buon Padre, malgrado la mia indegnità, ha spiegato su di me tutta la ricchezza delle sue misericordie. Ce almeno recuperi il tempo perduto raddoppiando l’amore per Lui. Tutte le mie azioni, i pensieri siamo dunque dirette a questo fine”».

sabato 25 luglio 2026

I vostri nomi sono scritti nei cieli

Settimana particolarmente intensa: Loppiano, Cutigliano, Roma, Trento, Tonadico, Padova… L’ho raccontata brevemente a Gesù… e mi ha detto: «piuttosto… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».