Dal libro su Chiara Lubich a quello su Scolastica Rivalta. Oggi pomeriggio presentazione, a Roma, delle lettere della cofondatrice delle Pie Discepole. Ho ricordato loro come le ho conosciute la prima volta: era nel 1966, facevo il liceo a Firenze, ci fu l’alluvione… e andai a spalare il fango nel loro negozio accanto al duomo…
Sono stato il quarto a parlare, questa sera, ma i relatori
precedenti mi hanno lasciato molto da dire e ho detto di lei come fondatrice (senza
il "co-"; don Alberione non se ne ha a male).
Mi sarebbe piaciuto parlare della sua concretezza, perché
spesso si idealizzano i santi e li si proietta in un cielo lontano.
La sua è una storia nella quale entrano le piccole cose di
ogni giorno, che la rendono umana, concreta, semplice, vera. Ci sono gli
indispensabili strumenti del cucito, della lavanderia, i colori consistenti per
dipingere le statue, «due pentole inossidabili della dimensione delle due
piccole nostre di rame», le piante da potare, per le quali «al tempo dei meli
in fiore bisogna poi che chiami Suor Sebastiana, lei che conosce le piante».
Particolari vivaci che dicono tanto della vita quotidiana di madre Scolastica e
delle prime sorelle.
Le sue lettere testimoniano quanto sia incarnato l’amore con
il quale costruisce la sua comunità. È in apprensione per le sorelle lontane,
si interessa della loro salute: «Ho saputo dalla Prima Maestra che non vuoi
mangiare e che vieni magra, vero?»; «Mi ha fatto tanto piacere la vostra
fotografia, mi pare però che siate un po’ magre». A una superiora suggerisce,
riguardo a una suora che sta poco bene: «prova un po’ a farle prendere per un
po’ di tempo solo minestrine leggere e sostanziose e latte e pietanza anche
leggera e sostanziosa». A un’altra: «farla mangiar bene che si nutra molto,
carne tenera, non grassa possibilmente bianca e uova, latte ecc., fatela
mangiare, e roba sostanziosa, appetitosa, anche frutta che le fa bene». Soprattutto
vuole tutte contente: «Sento che siete allegre e avete ancora il buon tempo.
Deo Gratias, così va bene, state sempre contente così farete più presto a farvi
sante». «L’avete fatta la polenta?», domanda loro. Fra l’altro si dimostra una
buona cuoca e buon gustaia: «Mi dite che gli americani amano tanto il dolce,
peccato non esserci io lì a fare la cuoca! Gliela farei sempre dolce, perché
anch’io nel gusto sono dolce, andremmo pertanto perfettamente d’accordo»; «mi
faresti un vero regalo potessi portarmi una bottiglia del vostro aceto che è
tanto forte e buono».
Ma è anche una donna di cielo, naturalmente. «Il desiderio
sempre più grande del Paradiso» è una cifra costante dell’epistolario. «La vita
è tanto breve che tutte le cose buone e ingrate, passano presto e non ci resta
che l’eternità che vale». «Stai allegra. Pensiamo frequentemente al Cielo che
ci attende». È «la nostra vera Patria». «Man mano che si va avanti negli anni
il pensiero del Cielo si fa sempre più intenso e c’inonda di gioia».
Vuole il Paradiso non soltanto per sé, ma anche per tutte le
sorelle, che brama di ritrovare lassù, dove si comporrà in pienezza la
comunità. «Solo l’anima conta veramente, tutto il resto passa ma noi che siamo
fatti per l’eternità è assai importante che raggiungiamo il nostro fine che è
il Cielo! Come sarà bello quel giorno che raggiungendo tutti i nostri cari, che
già abitano lassù, potremo riunirci tutti assieme, per godere per sempre della dolce
compagnia e delle eterne delizie preparate per noi da nostro buon Dio, per
tutti i sacrifici e fatiche sofferte».
Allora, a lassù!












