martedì 28 luglio 2026
lunedì 27 luglio 2026
P. Giovanni Soddu: Sono contento di essere Oblato
Josè Damián Gaitán mi scrive: «Padre Giovanni Soddu... L'ho
conosciuto a Marino, quando era al Centro Giovanile e poi al Noviziato. Sempre
accogliente. Nonostante le sue limitazioni fisiche. Ringraziamo il Signore per
la sua vita».
Antonietta: «Ricordo Giovanni al tempo che stava allo
scolasticato, una persona gentile, sempre sorridente ed accogliente».
Rosaria: «Mi ricordo di quando il babbo e la mamma andarono
a casa sua in Sardegna di come tornarono contenti. Oggi in cielo anche loro lo
avranno accolto con festa». Si riferisce agli anni nei quali facevamo in modo
che le famiglie dei giovani Oblati si conoscessero per formare davvero un’unica
famiglia.
E Giovanni, cosa dice di sé?
«Sono contento di essere Oblato di Maria Immacolata, dopo
che fin da piccolo ho sentito la vocazione a diventare sacerdote. Infatti
all'età di 11 anni sono entrato nel seminario di Oristano, mia Diocesi di
origine, in Sardegna. Quando avevo 18 anni, tramite la Comunità di Marino, ho
incontrato gli Oblati e il carisma della vita consacrata e missionaria di
Sant'Eugenio. Ho svolto il ministero sempre in Parrocchia, ma il carisma del
Fondatore mi fa essere missionario nel contesto locale, con un animo
universale, sentendomi profondamente partecipe dell'ansia missionaria della
Congregazione. Esprimo al Signore la volontà di continuare a vivere da
sacerdote in Cristo Sacerdote, nella comunione della Congregazione e in
particolare nella Provincia OMI». Così nel 2005, nel 25° della sua ordinazione
sacerdotale.
Missionario e sacerdote "nella comunione della Congregazione". Sì, perché come ha scritto: «Uno degli aspetti più belli che io trovo nella nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità».
P. Giovanni aveva appreso da sant’Eugenio e dagli Oblati questo stretto legame tra missione e vita di unità all’interno della comunità, lo testimonia il libretto che ha scritto sulla paternità del Fondatore.Esso è stato approfondito anche grazie al suo rapporto con
il Movimento dei Focolari, che ha segnato tanti della nostra generazione. Alla
fondatrice, Chiara Lubich, aveva chiesto una “parola di vita” che lo guidasse
nel suo cammino missionario. E lei l’aveva scelta dal Vangelo di Giovanni, là
dove Gesù afferma: “Le parole che vi ho detto sono spirito e vita” (Gv 6, 63).
È così che p. Giovanni è stato un autentico missionario e – come gli scriveva p. Zago – ha «irradiato positivamente tra i confratelli e tra la gente». Le parole del Vangelo che annunciava erano diventate in lui spirito e vita.
Il funerale si è concluso con alcuni dei parenti che cantano l’Ave Maria in sardo...
domenica 26 luglio 2026
Padre Giovanni Soddu
Sabato Santo sono andato a trovarlo a Vermicino, nella nuova struttura per anziani e ammalati. Mi è dispiaciuto che, inchiodato sul letto, non potesse celebrare la Messa. “Domani è Pasqua - gli ho detto - Vengo a celebriamo insieme”. Così abbiamo fatto, io al tavolino della stanza, lui immobile nel letto sul quale avevo adagiato la stola sacerdotale… È stato il momento più bello, anche se poi sono tornato altre volte a trovarlo.
Adesso è partito, silenzioso, secondo il suo stile. Padre Giovanni Soddu, un altro Oblato che mi precede sulla via del Cielo.
Una vita da Oblato semplice: Vice parroco a
Oné di Fonte, (1980-1982), vice parroco, parroco e superiore a Villalba
(1982-1997), parroco a Tivoli (1997-2002), parroco e superiore a Bologna fino
al 20011, parroco a Maddaloni (2011), a Cagliari dal 2015, fino a quando, nel
2020 giunge a S. Maria a Vico, dove inizia il suo calvario…
Quando nel 1993 il superiore generale, p. Marcello Zago, andò
in visita alla comunità di Villalba, gli scrisse, delineando appieno il suo
ritratto: «Carissimo p. Giovanni Soddu, sono stato contento di incontrarti
e di ascoltarti, di vedere come eserciti la tua paternità nella parrocchia e
nella comunità. Ti ho trovato sereno e sicuro della tua identità, impegnato e
attento agli altri, generoso e fattivo. Irradi positivamente tra i confratelli
e tra la gente. Voglio ringraziarti per la tua fedeltà e generosità, per il tuo
amore per la Congregazione e il tuo zelo per le anime».
Qua e là, sui giornali, troviamo qualche traccia del suo
ministero. In occasione del 50° di fondazione della parrocchia di Bologna
scriveva nell’inserto dell’Avvenire dedicato alla diocesi: «Dall’Eucaristia
nasce la missione. La ricorrenza della fondazione ci spinge a fare memoria
della nostra storia, non per uno sterile guardare al passato, ma proprio per
prendere coscienza del cammino della Chiesa viva, sorta intorno all’Eucaristia,
nel nostro territorio, e impegnarci con ancora più decisione
nell’evangelizzazione e nella nostra personale conversione» (3 giugno 2007).
Da Tonara, nel suo paese di origine, quando era parroco a Cagliari, sul quotidiano “La Nuova Sardegna” racconta dei campi estivi che organizzava per i giovani: «Un campo di formazione e animazione. Formativo umano e spirituale, legato ad eventi di gioia e condivisone. Da un lato gli aspetti legati alla figura di Cristo, al suo esempio e dall’altro la derivazione concreta e nella vita quotidiana dei suoi principi, quali amicizia, uguaglianza, solidarietà e la vita di gruppo…
«Non sono mancati i momenti ricreativi e le attività pratiche. La sera si concludeva con la preghiera e poi animazione, con tanto di serata danzante, denominata Cristoteca, poi caccia al tesoro, caccia al vampiro... Entusiasti i ragazzi e i loro genitori. Mi auguro – conclude Padre Giovanni – che i ragazzi abbiano tratto un esempio di gioia e esperienza in questi momenti in cui è importante lavorare assieme a capire. Portiamo l’esempio di Cristo, che è gioia. Ma anche piccole esperienze che spero siano utilizzate come bagaglio di vita. Speriamo di proseguire su questa strada» (14 settembre 2017).
Quando uno dei nostri parte per il cielo mi piace leggere le
lettere ufficiali con le quale chiede l’ammissione ai voti perpetui o la
prima ”obbedienza”. Lettere formali, ma che una volta si scrivevano col cuore
in mano, in sincerità.
P. Giovanni il 22 settembre 1978 scrive al Provinciale
per chiedere di fare i voti perpetui. Un’occasione per «entrare in
comunione personale anche con lei e dirle che cosa significhi per me questo
fatto e come lo vivo.
«L'oblazione perpetua per me è un esplicitare davanti alla Chiesa ciò che da
anni ho sentito e maturato: donarmi totalmente e per sempre a Dio, mio unico
amore, unico scopo della mia vita. Prima di conoscere gli Oblati io volevo
semplicemente essere sacerdote. Il sacerdozio era per me la maniera più grande
per amare Dio e i fratelli. Incontrati gli Oblati, dalla loro testimonianza ho
capito che il modo di vivere il sacerdozio che Dio aveva posto in me non era
altro che la vita religiosa e missionaria. Così ho detto "sì" a Dio
che mi svelava pienamente la mia vocazione. Ed ora voglio dirglielo per sempre,
di fronte a voi che me lo rappresentate. Sono cosciente dell'amore di Dio per
me. Ed è sulla sua fedeltà che io "getto le reti" (Lc 5,5). Se
guardo me, mi accorgo di quanta strada devo ancora percorrere per rispondere un
po’ meglio al suo amore. Ma il suo amore in me è più forte del mio peccato e
della mia infedeltà. Io voglio guardare a Lui e non a me.
«E Lui mi chiama a guardare la Chiesa e il mondo e a consacrare la mia vita per
questo. Come non dare tutto me stesso alla Chiesa che, come il Fondatore, sento
chiamare a gran voce persone a cui affidare il suo ministero di salvezza, di un
mondo in sfacelo, chiuso in se stesso, vuoto di Dio e di valori autenticamente
umani? È il grido di Cristo Crocifisso che risuona nei tempi di oggi. Io che
sento questo grido, raccolgo l'invito della Madre Chiesa e rispondo
sacrificando tutto me stesso. E voglio rispondere come ha fatto il Fondatore,
che mi comunica il suo spirito.
«La forza per essere come devo essere, oltre che da Dio e dal Fondatore, mi
viene dall'unità con tutti i membri della Congregazione, che sento viva ed
impegnata ad annunciare con audacia il Vangelo. Sono contento di unire la mia
vita e il mio lavoro apostolico a quello di tanti altri uomini che credono e
vivono il mio stesso ideale. Sento la Congregazione come mia famiglia, e la amo
con le sue gioie e i suoi dolori, nei successi e nelle difficoltà, con le sue
conquiste e nelle sue contraddizioni.
«Con l'anima di Maria, mia madre e modello, e col suo aiuto mi metto a
disposizione di Dio, perché si compia in me la Sua Parola...»
Il 28 aprile 1980 la lettera al superiore generale per chiedere la prima
destinazione:
Rev.mo Padre Generale, … lo scopo della mia vita: annunciare al mondo, ai
poveri, chi è il Cristo. Quel Cristo che in questi anni mi ha fatto scuola e mi
ha formato un altro Se stesso, secondo il carisma del Beato Eugenio. Questo per
me è un atto di fede, perché mi accorgo anche dei passi che avrei dovuto fare e
che non ho fatto. Ma Lui è più forte dei miei limiti e mi chiama ora a
"entrer dans la lice et combattre jusqu'à l’extintion pour la plus grande
gloire de son très saint et très adorable Nom", come ci indica il Fondatore
nella Prefazione alle Regole. Voglio essere ogni giorno, per ogni fratello che
incontro, la presenza vivente del Beato Eugenio che per me è divenuto via di
Dio.
«… io ho nel cuore solamente di fare la volontà di Dio che mi è espressa da Lei
e dagli altri Superiori. Ho parlato diverse volte con il superiore e con il
padre spirituale sul mio orientamento futuro. Ho sempre detto loro che sento
piena in me la vocazione oblata come sacerdote. Quindi sarei felicissimo di
poter andare in missione fuori Italia. Ma ugualmente sarei contentissimo di
restare in Italia, se è qui che il Signore mi chiama ad annunciare la Sua
Parola di salvezza. Ciò che mi interessa di più è nel luogo e nella comunità
dove sarò ci aiutiamo insieme a svolgere il ministero da veri Oblati di Maria
Immacolata.
«… La mia salute non è della più robuste, a causa di una poliomielite avuta da
bambino, e forse questo può essere un impedimento perché io possa prendere
certi impegni nelle missioni estere. Questo fatto per me è un aspetto della
croce che cerco di abbracciare ogni giorno con gioia, sicuro che da essa
sgorgherà anche la vita per il mio ministero.
«… Io sono pronto a svolgere, secondo le mie possibilità, il ministero di cui e
dove la Congregazione ne ha più bisogno. Padre, gliel'ho comunicato altre
volte, ma ora lo scrivo ancora: uno degli aspetti più belli che io trovo nella
nostra Congregazione è che siamo tutti una grande famiglia e che ci impegniamo
perché i rapporti tra noi manifestino il nostro essere. Così ci ha fatti il
nostro Padre, il Beato Eugenio. Penso che questa sia la più grande testimonianza
che noi possiamo dare nella Chiesa al mondo. Ed io voglio impegnare tutte le
mie forze perché non manchi mai alla Chiesa e al mondo la nostra vita di unità.
Sento che mi appartiene il lavoro missionario che ogni Oblato svolge, in
qualunque parte del mondo. Ora unisco anche il mio, perché i poveri siano
evangelizzati, perché il Regno di Dio avanzi e venga presto in pienezza su
tutta la terra…»
Padre Giovanni ci ha lasciato un bel libretto, scritto insieme a Antonio
Camelo, sulla paternità di sant’Eugenio de Mazenod, che merita di essere
ripreso in mano e letto. La conclusione rispecchia p. Giovanni: «Amare col
cuore. Amare Dio sopra ogni cosa è, per ogni Oblato, ripercorrere le orme di
Eugenio ed esclamare con lui: “Felice, mille volte felice perché questo buon
Padre, malgrado la mia indegnità, ha spiegato su di me tutta la ricchezza delle
sue misericordie. Ce almeno recuperi il tempo perduto raddoppiando l’amore per
Lui. Tutte le mie azioni, i pensieri siamo dunque dirette a questo fine”».
sabato 25 luglio 2026
I vostri nomi sono scritti nei cieli
Settimana particolarmente intensa: Loppiano, Cutigliano, Roma, Trento, Tonadico, Padova… L’ho raccontata brevemente a Gesù… e mi ha detto: «piuttosto… rallegratevi perché i vostri nomi sono scritti nei cieli».
venerdì 24 luglio 2026
Maria tutta rivestita della Parola di Dio
Nella cappella dedicata al vescovo De Ferrari domina la statua lignea di Maria tutta rivestita della Parola di Dio. L'idea, come il bozzetto iniziale, è stato ideato da Benedetto.
Le labbra socchiuse rafforzate dal gesto della mano sinistra, la mostrano nell'atto di parlare con convinzione: tipico atteggiamento materno di chi ha a cuore il bene dei suoi figli e sa rivolgersi loro per consigliarli e accompagnarli con sollecitudine. La mano destra posata sul cuore, ricorda allo stesso tempo la sua dimensione interiore, di Colei che custodisce e medita la Parola di Dio dentro di sé.
Maria rivestita della Parola. Sul manto e sullo svolazzo in basso, sono incise in sequenza con colpi decisi a scalpello, i principali episodi della sua vita assieme a Gesù: l'Annunciazione, la Visita alla cugina Elisabetta, la nascita di Gesù e la sua presentazione al Tempio, la fuga in Egitto, con Gesù nel Tempio a 12 anni, la vita insieme nella casa di Nazareth e poi con Lui nella vita pubblica, fino al Golgota.
Maria Condottiera. Le profonde linee traverse del drappeggio e del manto, evidenziano la postura della figura protesa in avanti in movimento, con i capelli mossi dallo spostamento: Maria appare qui come Colei che cammina avanti a noi facendoci da guida verso Gesù.
giovedì 23 luglio 2026
Lucia di Trento... anzi di Crotone!
Quant’anni ha Lucia? Non si contano più. “Eppure, anche se
bisnonna, continuo a fare la catechista e i bambini sono lì tutti incantati…”.
Non è bisnonna, Lucia, perché da giovane si è consacrata al Signore, ma per i
bambini è proprio come una bisnonna… “Ho sbagliato mestiere, avrei dovuto fare la
catechista”. “Ma che mestiere hai fatto?”, le domando. “Sono stata la prima
donna a lavorare in un Dicastero del Vaticano…”. E mi racconta della grande
novità di una donna in Vaticano. “Ma gli anni più belli li ho vissuto in
Calabria…”.
Ogni volta che sono stato a trovare Lucia, nella casa di famiglia
a Trento, mi ha sempre parlato di suo fratello, il beato Mario Borzaga. Oggi
però, per la prima volta, mi ha parlato di sé, a lungo. Dobbiamo scrivere la
sua biografia, è troppo bella!
Dovremmo partire dai genitori, dall’ambiente della città di Trento in quella metà del Novecento, dalle lettere che il fratello le scriveva, raccolte per fortuna in un bel libro. Poi seguirla a Parigi e a Lione, sconcertata, lei che veniva dalla cristianissima Trento, dalle periferie di città ormai completamente scristianizzate. Poi in Sicilia, e finalmente a Bucchi. Bucchi? Sì un paesetto in provincia di Crotone, in Calabria. “Sarei voluta rimane lì tutta la vita”. Tre ragazze ventenni. Il vescovo, preoccupato, che mandava spesso i carabinieri a controllare che tutto andasse bene. “Eppure tutti ci rispettavano: la signorina Lucia… si sono sposate con Gesù…”. Tanti non avevano mai visto un prete. E lei faceva il catechismo ai bambini, aveva avviato una scuola materna, presto era diventata l’anima del paese. Povere in canna, vivevano di quanto davano loro le donne del paese.
Vennero i suoi genitori a trovarla. Il papà si trovò subito bene con gli uomini del posto: parlano della prima guerra mondiale alla quale tutti avevano preso parte, gustavano i vini locali… Ma mamma non riuscì a legare con le donne dalle quale la divideva tra l'altro una lingua del tutto incomprensibile. In compenso si mise a cucire e rammendare…
“Non sarei mai venuta via, il periodo
più bello della mia vita…”. Invece la chiamano in Vaticano, anche grazie alla
conoscenza delle lingue. E qui comincia un’altra storia, quella di una presenza
femminile che sa smussare gli angoli, essere accoglienza, gentile… Alla prossima
puntata.
E padre Mario? Questa volta non è stato lui il protagonista
della mia visita alla sua casa in via Gorizia a Trento, e sarà stato contento anche
lui di ascoltare la sorella, anche perché tutte queste cose non le ha mai sapute: è
morto prima...
Nell’ultima lettera che le scrisse prima di essere ucciso le
diceva:
«Sono contento di
constatare il tuo buon spirito e il tuo accanimento nella vita spirituale.
Certo sei un pochino complicata, ma è normale che sia così, quando si comincia
la vita spirituale, se non si è complicati si ha l’impressione di non combinare
nulla». Quindi continuava – quasi una profezia –: «Vedrai come procedendo nella
vita spirituale, quando soprattutto sarai incaricata di qualche cosa e avrai
delle preoccupazioni e ci sarà molto lavoro da fare, sarà necessario unificare
tutto sotto una sola idea… Continua pure, cara Lucia, a progredire nella via
della santità e a migliorarti per migliorare gli altri. Fai sempre con gioia
tutta la volontà di Dio… Che il Signore e la Vergine Santa ti amino e ti
proteggano sempre. Tuo Mario».
mercoledì 22 luglio 2026
Nel frattempo non si smetteva di vivere...
Recidivo! Di nuovo a Tonadico a esercitare il mio mestiere di guida, o se vogliamo, in maniera più alta, di accompagnatore spirituale. Anche con i seminaristi ho lasciato che fossero i luoghi a parlare di Paradiso.
Ma nella Baita
Paradiso ho raccontato anche la vita di ogni giorno, cominciando dalle parole: «Nel
frattempo non si smetteva di vivere,
vivere con intensità, in mezzo ai nostri lavoretti di casa, quella realtà che
eravamo, vivendo la Parola di Vita».
Tutte
le mattine la messa e alle sei di sera in chiesa, davanti all’altare
della Madonna, la meditazione. Per il resto della giornata, con i grembiuli da
lavoro, facevano il bucato alla fontana pubblica nella piazza del paesino,
sbrigavano le faccende di casa, poi via per boschi e prati, in lunghe gite in
montagna. «Andavamo insieme – racconta Aletta – e, lungo il cammino,
conversavamo… Se sostavamo per un pic-nic, o se ci accomodavamo all’ombra di un
albero o in un prato, [Chiara] cominciava a parlare e noi le stavamo sedute
tutt’attorno. Ci riposavamo e costruivamo l’unità tra noi, cioè ci amavamo in
modo soprannaturale. Eravamo sempre in Dio, con semplicità. Si cominciava dal
naturale, perché siamo su questa terra. Ma il soprannaturale da solo non
esisteva, perché tutto era naturale e tutto era soprannaturale. Natura e
sopra-natura erano un tutt’uno per noi. Il paradiso non era qualcosa “in su”.
Era qui in terra ed era reale come
Gesù, che è venuto ad abitare tra noi, e il cielo l’ha portato quaggiù!
Parlavamo di “realtà” o di “paradiso” concependoli non come cose dell’altro
mondo, ma da vivere quaggiù».
Igino Giordani, col suo stile poetico, scriveva: «Tra
gioghi, all’ombra delle conifere, sotto rocce, possibilmente presso icone o
santuari, ella parlava di Dio, della Vergine, della vita soprannaturale: la
sopra-natura era la sua natura… E allora quelle foreste si trasfiguravano in
cattedrali, quelle cime parevano picchi di città sante, fiori ed erbe si
coloravano della presenza di angeli e di santi: tutto si animava di Dio.
Cadevano le barriere della carne. Si apriva il Paradiso».


















