lunedì 16 febbraio 2026

In nome di Dio, siamo santi

Secondo giorno di celebrazioni dei 200 anni. Oggi tappa a san Silvestro al Quirinale, dimora romana di sant’Eugenio. Messa solenne presieduta da mons. Steckling, vescovo in Uruguay, già nostro superiore generale…

Qui sant’Eugenio pregò, attese, sperò, si mosse per incontrare continuamente persone che potessero favorire l’approvazione della sua Regola…

Finalmente, a febbraio, in un freddo giorno d’inverno, la notizia tanto attesa: Papa Leone XII aveva approvato le Costituzioni e le Regole degli Oblati Missionari di Maria Immacolata. Era il 17 febbraio 1826.

Due giorni prima – ci siamo stati ieri –, nella chiesa di Santa Maria Campitelli, aveva atteso tutta la mattina che i cardinali, riuniti nell'edificio di fronte a dove risiedeva il cardinale Pacca, prendessero la decisione che avrebbe determinato il futuro della sua Congregazione. Partecipò a nove Messe consecutive, in preghiera continua. Quando se ne andò, i cardinali avevano già detto al papa che erano favorevoli all'approvazione. Il giorno dopo scrisse: "Zitto! caro Tempier, te lo dico a bassa voce, ma abbastanza forte da farti sentire. Ieri, la Congregazione dei Cardinali ha approvato all'unanimità le Regole di Eccellenza... la condotta della Divina Provvidenza in questa questione è stata ammirevole." "Possiamo capire cosa siamo! (…) Non vi sembra forse che sia segno di predestinazione portare il nome degli Oblati di Maria, cioè consacrati a Dio sotto l'egida di Maria, il cui nome porta la Congregazione, come cognome a lei comune con la Santissima e Immacolata Madre di Dio?"

Fu un momento di profonda gioia, non solo per Eugenio, ma per ogni missionario che un giorno avrebbe camminato sulle sue orme. La Chiesa aveva abbracciato la loro missione. Il loro carisma era ora sigillato, riconosciuto e affidato al mondo.

Due secoli dopo, questa approvazione continua a dare frutti in ogni angolo del mondo.

Il 18 febbraio 1826, Eugenio scriveva a p. Tempier e a tutti gli Oblati: «Mio caro amico, miei cari fratelli, il 17 febbraio 1826, ieri sera, il Sovrano Pontefice Leone XII ... ha approto l'Istituto, le Regole e le Costituzioni degli Oblati Missionari della Santissima e Immacolata Vergine Maria (...). Le regole sono state approvate dalla Chiesa, dopo il più attento esame. Sono state giudicate sante e perfettamente adatte a guidare coloro che le hanno accolti verso la loro fine... Nel nome di Dio, siamo santi».

L’approvazione ci ricorda che la nostra missione non è nostra. È la missione affidataci dalla Chiesa, plasmata dal Vangelo, guidata dallo Spirito.

Questo anniversario ci invita alla gratitudine... ma anche al rinnovamento, a riscoprire il fuoco che ardeva nel cuore del nostro Fondatore.

Ciò che Eugenio ricevette a Roma non fu una ricompensa, ma una responsabilità, una missione verso i poveri, gli abbandonati, i dimenticati. Oggi ereditiamo la stessa responsabilità. Vivere le Costituzioni e le Regole non come un libro, ma come uno stile di vita, nella fiducia che Dio continui a guidare la nostra Congregazione.

San Eugenio diceva: sono "il mio vade mecum, il mio tesoro", mostrano "il prototipo del vero Oblato di Maria". Sono lo strumento con cui il Fondatore trasmette il carisma. Ancora oggi, come molti anni fa, ci ripete: "Leggete, meditate e osservate le vostre Regole e diventerete veri santi, edificherete la Chiesa".

Duecento anni fa, una firma a Roma cambiò il corso della nostra storia. Oggi celebriamo non solo un evento... ma una grazia. Che questo anniversario rinnovi i nostri cuori, rafforzi la nostra missione e ci ispiri a camminare con coraggio nel prossimo secolo di vita oblata.


domenica 15 febbraio 2026

Lettera a Leone XII

15 febbraio 2026. P. Eugenio de Mazenod era solo a pregare nella chiesa di Santa Maria in Campitelli. Gli altri 21 missionari erano rimasti in Francia. Una famiglia piccola, fragile, sospesa a un filo: il Papa l’avrebbe approvata. Per 15 febbraio in quella chiesa pregò tutta la mattina.

Oggi, 200 anni dopo, eravamo una schiera. Se lo sarebbe mai immaginato? Non soltanto un centinaio di Oblati, ma anche tanti laici, COMI, Oblatas, tutti legati dal suo carisma, tutti figli e figlie suoi.

E che gioia, che festa! Davvero una bella famiglia, la famiglia di sant’Eugenio. Dal cielo ci avrà guardati contento.

Un paio di mesi prima, l’8 dicembre 1825, ancora titubante, aveva scritto a papa Leone XII, in vista dell’incontro che avrebbe dovuto avere con lui il 20 gennaio 1826. Scrisse nel suo bell’italiano. Eccone alcuni brani:

«l’abate de Mazenod, fin dall’anno 1815, il sovrano pontefice Pio VII avendo manifestato che desiderava che si facessero in Francia dalle missioni al popolo demoralizzato dalla rivoluzione, assieme ad alcuni compagni scelti si fece un dovere di consacrarsi a questo ministero nella diocesi di Aix in Provenza. (…)

Colpiti essi stessi dei prodigi che la grazia operava per mezzo del loro ministero, capirono che, per rendersi degni della loro vocazione, bisognava camminare sulle orme dei santi e procurare ai soggetti della società la facilità di poter travagliare all’opera della propria perfezione nel tempo stesso che procurerebbero ai popoli mezzi opportuni di santificazione predicando loro la penitenza.

Fu comune risoluzione di abbracciare i consigli evangelici e di darsi senza riserva a tutto ciò che potrebbe procacciare maggiormente la gloria di Dio, la salute delle anime le più derelitte ed il servizio della Chiesa.

Le regole e le costituzioni della società dei Missionari Oblati di s[an] Carlo (questo fu il nome che presero), chiamati volgarmente Missionari di Provenza, furono composte in questo senso.

I missionari consacraronsi principalmente alle missioni, fine principale del loro istituto, preferendo sempre i paesi più abbandonati, ove predicano in lingua volgare, cioè nel patois, idioma del volgo, che in quei paesi fuor di mano non capisce bene il francese. Diedero soccorso al clero per la riforma dei costumi cogli esercizi ed una buona educazione chiericale nei seminari. Aiutarono la gioventù, formando congregazioni cristiane per sottrarla alla corruzione del secolo. Finalmente si diedero tutti al servizio dei poveri prigionieri, che istruiscono, ai quali amministrano i sacramenti, e che accompagnano persino sul palco quando vengono condannati a morte…

Ma questa famiglia, della quale la Santità Vostra è l’amato padre, questa famiglia, tutta dedita alla Chiesa, alla santa Sede ed alla sacra persona della Santità Vostra, la supplica di aggiungere ai benefizi già accordati quello di darle la consistenza, che solo può tenere dalla Santità Vostra e che aspetta con intiera fiducia dall’approvazione formale che Vostra Santità si degnerà dare alle sue regole…

Si degni dunque, beatissimo Padre, dare l’ultima mano e consolidare per sempre un opera tanto importante, munendola della sua pontificia sanzione e della sua apostolica benedizione.

sabato 14 febbraio 2026

Mario Borzaga e la Regola

 

In un vecchio quaderno degli anni Cinquanta sono annotate, da mano ignora, una serie di conferenze di p. Drouart: “Lo spirito delle Nostre Sante Regole”. In esergo si legge: “Chi ama e vive le C.C.R.R. ama il B. Eugenio, ma non tutti quelli che amano il B. Eugenio amano e vivono le C.C.R.R.”.

La prima parte della frase è significativa. Tanti Oblati in quegli anni conoscevano poco o niente del Fondatore, eppure tanti sono divenuti grandi missionari… Su cosa si formavano? Non avevano gli scritti del Fondatore e conoscevano poco o niente della sua biografia. Ma avevano la Regola, nella quale sant’Eugenio ha messo tutta la sua anima. Quelle note di p. Drouart – che come vedremo anche p. Mario Borzaga ha ascoltato, sempre con il suo solito senso critico – dicevano: «Cos’è dunque per noi oblati la S. Regola? Non è un libro di prescrizioni, di restrizioni volitive, ma è il nostro codice di perfezione, di santità, di apostolato. Fra il susseguirsi matematico degli articoli circola uno spirito, del resto frequentemente espresso, che è l’anima della nostra vita apostolica e religiosa».

Mentre anni fa scrivevo la biografia di p. Mario Borzago, mi meravigliavo di non trovare mai nei suoi scritti il nome di Eugenio de Mazenod o un suo riferimento. Nessuno gliene aveva parlato. Allora compresi che nella Regola p. Mario aveva trovato quanto bastava per la sua formazione. Lo stesso per tanti altri missionari. Ma davvero la Regola di sant’Eugenio è stata importante nella vita di p. Mario?

Il 21 novembre 1956 faceva la sua oblazione perpetua. Il giorno prima, con il suo tipico stile scanzonato e insieme estremamente serio, pensa a cosa farà con la professione: «Gli darò una stretta di mano [a Gesù], così di passag­gio, dato che anche il 21 novembre è uno dei tanti 365 giorni del cinquantasei. Quasi indifferentemente, ma so che Gesù non lascerà la mia mano per tutta la mia vita, a meno che con l’al­tra non gli dia una pugnalata». Difatti Gesù l’ha tenuto stretto per mano fino al martirio.

Il giorno seguente racconta come ha vissuto la sua professione: «Alla Comunione ho recitato ad alta voce con fermezza la mia oblazione perpe­tua, e mi sono meravigliato di non tremare per nulla, nemme­no per il freddo. (…) Poi mi hanno imposto la croce, lo scapolare, mi hanno dato la Regola: Hoc fac et vives. Se farò questo vivrò, e ho perciò deciso che finché vivrà farò senz’altro questo e null’altro. Poi un abbraccio gene­rale a tutti i confratelli». Ed ecco spunta finalmente anche l’autore della Regola!: «Il Fondatore fra di noi non c’era, ma avrei voluto che ci fosse stato per abbracciare anche lui».

Il 17 febbraio 1957 torna il pensiero alla Regola, vista come espressione e sintesi del Vangelo: «Domenica. Vacanza grande: è l’anniversario del­l’approvazione delle Regole. Il P. Superiore, stamane, ha parla­to così bene della Regola, strada del cielo. Luce, amore, San­gue, simbolismi, e realtà care a Giovanni, Via, Verità, Vita, Croce, nomi sacri del Vangelo per me sono la Regola e perciò è Santa. Qui è la strada che conduce a Cristo. Tutta la bellezza del Vangelo: il cammino dei discepoli di Emmaus, la notte di Nicodemo, il colloquio al pozzo, la sera della Pasqua, il pomeriggio ai piedi della Croce, li potrò rivive­re praticando la Regola. Questo il Vangelo, se per Vangelo in­tendo ancora l’annuncio del Cristo alle genti, se per Vangelo in­tendo quella raccolta di precetti e consigli che conducono alla santità, alla Vita eterna, me e le anime che mi avvicineranno. Non devo e non voglio cercare Gesù altrove se non là dove me l’addita la Chiesa cattolica, sua Sposa vermiglia: quam ac­quisivit sanguine suo».

Vede la Regola anche come espressione della Chiesa: obbedire alla Regola sarà un modo per vivere la fedeltà alla Chiesa «”Parla il Papa”, ma non solo dalla loggia Vaticana, alla Radio, ma per me solo da questo libretto, dalle pagine di un libretto che lascio spesso in fondo al banco a sonnecchiare e nel cuor mio a dormire della grossa. “Credo nella Chiesa cat­tolica”: lo dico tutti i giorni, e perciò credo alla Regola. È dif­ficile a praticarsi, ma Gesù non ha mai dato per facili i suoi precetti, né la Chiesa ritiene uno scherzo il martirio… La Regola mi offre l’occasione di non essere un parassita dell’Eucaristia. Se devo vivere la mia Messa, ossia il Sacrificio, la Regola mi offre uno splendido allenamento… nella Regola, che il Cri­sto mi mette in mano, trovo la via più semplice ed adatta per ottenere la Fede e l’Amore capaci di superare la prova finale».

Forse p. Mario non ha mai letto la lettera del 18 febbraio 1826 che sant’Eugenio aveva indirizzato agli Oblati subito dopo l’approvazione; diceva le stesse identiche cose: «le nostre Regole… non sono più dei semplici regolamenti, delle semplici direttive devozionali, sono Regole approvate dalla Chiesa dopo l’esame più minuzioso... Sono divenute patrimonio della Chiesa che le ha adottate. Il Papa, approvandole, ne è divenuto il garante».

Il 25 febbraio 1957 è il giorno della prima messa di p. Mario. Cosa chiede al Signore? Niente meno che l’osservanza della Regola! «Avevo pensato di chiedere al Cristo, nato da me, la grazia assicurata del mar­tirio, dell’apostolato alla San Francesco Saverio, della predica­zione e del ministero fecondo; e invece chiesi di osservare sem­pre alla perfezione la Regola dei Missionari Oblati di Maria Immacolata: la Grazia da oggi è stata concessa: finalmente ri­conciliato, ci voleva il Sacrificio dell’altare! Viva Maria!».

A sera benedizione solenne presieduta dal novello sacerdote. Di nuovo il pensiero alla Regola, o meglio alle parole che gli vennero dette quando, durante l’oblazione perpetua, gli veniva consegnata la Regola: «Quando gli apostoli andarono a due a due in direzione del mondo, non avevano un’impresa facile come programma; ma Gesù non aveva fatto la promessa dello Spirito, il Consola­tore? E Gesù stesso, che aveva accompagnato in persona i loro primi passi, non aveva assicurato che sarebbe stato con loro fino alla fine del mondo tutti i giorni? Ecco la Grazia! (…) Quando, alla Professione, una mano sacerdotale mi dava la Re­gola e mi diceva «Hoc fac et vives», c’era Gesù accanto che soggiungeva: Ego vobìscum! E basta».

Il 18 Lunedì 1957, durante la meditazione, avverte una speciale presenza di Maria e scrive: «Ella è l’unica che mi può aiutare ad osservare la mia Regola di suo Oblato; e devo dirlo: la Regola per me è l’unica scorciatoia alla santità. La Regola che mi ha dato in mano l’Immacolata come testimone del suo Amore, per me e che io devo amare».

Nel 5 giugno 1957 una preghiera rivolta a Gesù: «Non sono che un povero schiavo nelle tue mani, o Gesù, fanne quello che tu vuoi. Anche il bene che faccio è tutto tuo, il mio Amore non ti può che appartenere. Anche la minima espressione della tua Volontà, significatami dalla Regola, mi deve interessare a fondo come l’unica e più importante cosa che in quel momento esista per me al mondo».

Infine il pensiero alla Regola torna nella lettera che, al termine del suo cammino di formazione, indirizza al superiore generale in vista della “prima obbedienza”: «S. Giorgio Canavese, 2 marzo 1957. Rev.mo P. Generale (…) Come al Signore Gesù, così a Lei esprimo tutta la mia grati­tudine per essere stato accolto e formato in questa Congregazione della quale la Vergine Immacolata ha voluto farmi parte. Con­servo solo la tristezza di non avere abbastanza amato e osservato la Santa Regola in questi anni: mentre quindi gliene chiedo per­dono, Le vaglio rinnovare propositi di assoluta fedeltà e obbedienza. (…) Le assicuro la mia povera preghiera e il mio amore alla Santa Regola come testimonianza del mio amore per Lei e per la Con­gregazione».

È evidente che la formazione oblata e missionaria è passata attraverso la Regola.

Una volta giunto nel Laos inizia per p. Mario il duro cammino missionario. La Regola? L’anima della Regola gli è entrata dentro e continua a guidarlo, ma la lettera… È impossibile seguire la lettera.

Il 4 dicembre 1957 nel diario annota: «Bella giornata. Il tramonto è verso il fiume Mekong: sembra un paesaggio da presepio, uno sfondo di quelli che dipingeva papà durante le lunghe serate di dicembre. La giornata è così disposta: ore cinque sveglia, 5,15 preghiera del mattino, poi tre quarti d’ora di meditazione al buio pesto, quindi Messa. Dalle 8 alle 9,30 scuola. Alle 12 meno 20 sesta, nona e esame particolare, 12 pranzo; 2,30 scuola; 6,30 orazione. Tutto sommato è un buon orario. Do alla preghiera tutto il tempo previsto dalla Regola. Tuttavia non sono ancora convinto della Regola». E qui torna il ricordo delle conferenze di p. Drouart: «P. Drouart dice che è ancora d’attualità: ma anche la bicicletta è ancora d’attualità tuttavia è meglio andare in macchi­na. È il nostro tormento. Ma in qualche maniera ci arriverò anch’io. Mi cascano gli occhi per un po’ di stanchezza, perciò devo reagire. Continuo imperterrito i miei lavori. Spero che Gesù mi insegni ad amare e a soffrire. Non desidero altro e a fare sempre tutta la sua Volontà».

Pochi anni più tardi, grazie al Concilio, la Regola degli Oblati si adatterà al mondo che cambia. P. Borzago ne avvertiva già la necessità. Intanto rimane fedele, come testimonia uno degli Oblati che viveva con lui: «Non perdeva neanche un minuto. Era sempre legato ai lavori umili, semplici: portare legna, trasportare carbone. Era l’uomo del dovere come vita religiosa, come studio e anche come vita personale: l’uomo della Regola; quello che c’era da fare lo faceva con serietà, con una certa assenza di tutti gli altri doveri; cioè quando era il tempo della preghiera o dello studio o dei lavori, era tutto per quello che bisognava fare: age quod agis! Non si concedeva la licenza di fare cose che non fossero compatibili con la preghiera, con lo studio o con altre incombenze».

La stessa fedeltà chiede alla sorella Lucia, membro dell’Istituto secolare delle OMMI: «Kiucatian, 27 marzo 1960: Carissima Lucia… Fai sempre con gioia tutta la volontà di Dio secondo le regole e lo spirito del tuo Istituto e non prenderti mai delle preoccupazioni per le cose che non ti riguardano».

Ma anche per il suo Istituto vorrebbe che la Regola fosse sfoltita e portata all’essenziale. Il 4 ottobre 1959 scrive che una Oblata deve tornare da Paksane, «ma non sa come fare perché la regola le impedisce di tornare sola: così la regola le impedirebbe pure di andare sola con un padre, parimenti assieme ad un’altra signorina e due padri e così via di seguito in progres­sione aritmetica, fino all’infinito che, fuori di Dio, è sinonimo di ridicolo. E pensare che gli istituti secolari sono stati fondati appunto per dar modo alla matematica di essere applicata solo alle macchine e alle costruzioni e lasciare in pace il tempo, le vesti, le case, i muri, le finestre, le stoviglie, le strade, il giardino, il cervello di coloro che hanno fatto voto di applicarsi solo a Dio».

Sarebbe bello percorrere la storia degli Oblati durante questi 200 anni dall’approvazione della nostra Regola da parte di Papa Leone XII, per vedere come li ha ispirati, sostenuti, portati avanti nel loro lavoro missionario e nel cammino di santità.

P. Mario Borzaga ne è un esempio.

venerdì 13 febbraio 2026

Carismi nella Chiesa locale

Paperino, Paperina, Pluto, Pippo, Topolino e Minni ci osservavano felici dal palco del teatro che ci ospitava. Il gruppo dei presenti rispecchiava l’età media della Chiesa italiana. Una calorosa atmosfera, pervasa da profonda gioia. L’arcivescovo cordiale e luminoso. Meglio non ci si poteva aspettare.

“Carismi nella Chiesa locale”, ho intitolato il mio intervento a Spoleto, rivolto ai rappresentanti di varie associazioni e movimenti. Il titolo poteva far sembrare che vi siano due soggetti posti l’uno di fronte all’altro in cerca di un qualche rapporto. È vero invece che i carismi sono Chiesa locale, non possono esistere se non nella Chiesa locale, ed è vero che la Chiesa locale è tale perché comprende i carismi che vivono in essa e ne costituiscono parte essenziale e costitutiva. La Chiesa locale è frutto della comunione tra tutte le sue componenti, di tutte le vocazioni, compresi i vari Movimenti presenti in essa.

Il testo preparato era lungo e dettagliato, ma quella bella gente mi ha portato a una conversazione familiare che ha dato gioia a tutti. Ringraziamo Dio… e anche la beata Cristina Camozzi da Spoleto, di cui oggi era la festa.

giovedì 12 febbraio 2026

E venne a Roma... 200 anni fa

Duecento anni fa, qui a Roma, si svolse un momento di grazia, che avrebbe plasmato la vita e la missione dei Missionari Oblati di Maria Immacolata per i secoli a venire.

Quando Eugenio de Mazenod partì per Roma, portava con sé la Regola che aveva scritto lentamente, per 10 anni. Soprattutto portava le speranze di una giovane famiglia missionaria, fragile ma piena di vita.

Come sempre quando nasce qualcosa di nuovo le incomprensioni e le opposizioni non mancano. C’era il pericolo che il piccolo gruppo di missionari venisse cancellato. “Perché continui a vivere e cresce, si disse Eugenio, occorrerebbe l’approvazione del Papa. Ma come mi presento a Roma? Posso mai dire: Sono il fondatore di una nuova famiglia religiosa?”. Aveva un po’ di timore. Fu padre Albini che, prendendolo per le spalle, lo spinse con forza: “Vai, vai con fiducia!”. Ed egli venne…

Roma lo accolse con i suoi antichi monumenti e la sua Chiesa viva. Ma l'approvazione non era garantita. Il processo sarebbe stato lungo, impegnativo e a tratti scoraggiante. Eppure Eugenio camminava su quelle strade con sicurezza. Credeva che in quel piccolo gruppo di missionari la Chiesa avrebbe riconosciuto l'opera dello Spirito. Roma, la città dei martiri, dei santi, lo avrebbe aiutato. Portava con sé la Regola, un tesoro prezioso, che custodiva il segreto della santità e della missione.

Ogni giorno visitava chiese, pregava... Questi luoghi divennero testimoni silenziosi della sua perseveranza. Ogni mattina partiva da San Silvestro al Quirinale dove abitava, per andare a pregare nelle chiese e affidarsi ai santi che avevano vissuto a Roma: sant’Ignazio, san Filippo Neri, san Giuseppe Calasanzio…

mercoledì 11 febbraio 2026

Appuntamento a Spoleto

Venerdì incontro con i Responsabili dei Movimenti, Associazioni e Gruppi ecclesiali dell’Archidiocesi di Spoleto-Norcia. L’arcivescovo ha scritto un bel messaggio di invito:

Cari Amici,

«Tutti voi fate continuamente l’esperienza della comunione spirituale che vi lega. È la comunione che lo Spirito Santo crea nella Chiesa. È un’unità che ha il suo fondamento in Cristo: Lui ci attrae, ci attrae a sé e così ci unisce anche fra noi. Questa unità, che voi vivete nei gruppi e nelle comunità, estendetela ovunque: nella comunione con i Pastori della Chiesa, nella vicinanza con le altre realtà ecclesiali, facendovi prossimi alle persone che incontrate, in modo che i vostri carismi rimangano sempre a servizio dell’unità della Chiesa.

Dall’incontro con il Signore, dalla nuova vita che ha invaso il vostro cuore, è nato il desiderio di farlo conoscere ad altri. Tenete sempre vivo tra voi questo slancio missionario; mettete i vostri talenti a servizio della missione, sia nei luoghi di prima evangelizzazione sia nelle parrocchie e nelle strutture ecclesiali locali» (dal Discorso di Papa Leone XIV ai Moderatori delle Associazioni di fedeli, dei Movimenti Ecclesiali e delle nuove Comunità, 6 giugno 2025).

Proprio per rafforzare la comunione ecclesiale, condividere esperienze e riflettere insieme sul cammino pastorale della nostra Chiesa, vi invito ad un incontro con P. Fabio Ciardi, già docente presso l'Istituto “Claretianum” di Roma e direttore del Centro Studi dei Missionari Oblati di Maria Immacolata, che si terrà presso il Teatrino della parrocchia di Santa Rita in Spoleto venerdì 13 febbraio p.v. alle ore 17. La vostra presenza e il vostro contributo saranno di grande valore per consolidare tra noi la comunione e il dialogo, nella testimonianza gioiosa del Risorto e nella edificazione responsabile della Chiesa.

Con un saluto cordiale e la benedizione del Signore.

+ Renato Boccardo
Arcivescovo

martedì 10 febbraio 2026

A 200 anni dall'approvazione

Il 17 febbraio 1826 papa Leone XII approvava la Congregazione insieme alle sue Costituzioni e Regole. In occasione di questi 200 anni ci saranno qui a Roma grandi celebrazioni, a cominciare dal 15 febbraio, anniversario del giorno in cui la commissione cardinalizia esaminò le Regole e formulò il suo giudizio positivo.

Ho preparato un piccolo opuscolo per ricordare l’evento e offrire un omaggio a Leone XII cui dobbiamo l’approvazione.

Per chi fosse interessato posso inviarne copia pdf