venerdì 9 ottobre 2026

Le creature di san Francesco

Riconoscendo Cristo come fratello e l’Altissimo come creatore e padre, Francesco scopre la fratellanza universale. La sua esperienza, partita dall’uomo-fratello, a lui ritorna con nuova consapevolezza e si dilata su tutto il creato. Non soltanto i lebbrosi, i poveri, ma tutti gli uomini e le donne sono per lui fratelli e sorelle. In ognuno vede il Figlio del Padre che per amore di noi ha preso carne e si è fatto fratello nostro.

Concretamente dà vita ad una comunità di uomini e poi di donne che chiama, non a caso, frati minori, ossia i fratelli più piccoli della grande famiglia che ha Dio come Padre. Essa vuol essere soltanto l’inizio e la profezia di una fratellanza universale, a cui tutti gli uomini sono chiamati. La sua ansia è aiutare ognuno a prendere coscienza della paternità di Dio e ad affratellarsi con gli altri in Cristo.

La stessa fraternità e unità caratterizza l’esperienza delle donne che, sull’esempio di Francesco, si uniscono attorno a santa Chiara d’Assisi: «Domina tra loro, sopra ogni altra cosa – scrive il primo biografo –, la virtù di una continua e mutua carità, che unisce così profondamente le loro volontà che, perfino tra quaranta o cinquanta persone, come sono in qualche luogo, l’identità del volere e del non volere fa di tante un’anima sola» (1 Celano, 19).

L’ideale di una fratellanza universale abbraccia non soltanto gli umani, ma tutte le creature. Mi sembra improprio per Francesco parlare di “natura”, gli è più adatto il termine concreto di “creature”. Nella sua visione il mondo che lo circonda è infatti il “creato”, il frutto della “creazione” di Dio. Le creature esistono perché in perenne e stretta relazione con il Creatore e, perché in relazione con lui, sono in relazione tra di loro.

In esse scopre l’impronta di Dio: di lui portano «significatione». Il suo sguardo sa coglierne la bontà originaria impressa all’inizio della creazione: «Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono» (Gen 1, 31). (Sappiamo che quel “buono”, tov in ebraico, può essere tradotto anche con “bello”). Francesco si discosta in questo dalla mentalità dualista tanto diffusa nei movimenti ereticali del suo tempo, e anche dal rigido ascetismo di alcuni ambienti. Agli occhi di Francesco tutto è buono perché il Dio creatore è il Sommo Bene, come ricorda più volte nei suoi scritti.

Dio è anche bellezza - «Tu sei bellezza», canta nelle Lodi di Dio Altissimo. Per questo egli sa riconoscere e godere la bellezza delle creature. Il primo biografo scrive: «Chi potrebbe descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna e le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di indicibile gaudio… Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto… perciò si preoccupava di toglierli dalla strada…, perché non fossero schiacciati dai passanti». Anche loro gli parlano di Dio, perché la Scrittura ha detto del Signore: «Io sono verme e non uomo». Dunque anche la bruttezza e il dolore delle creature lo attira in quanto vi riconosce il volto sfigurato del Figlio di Dio crocifisso.

«E che dire – continua Tommaso da Celano –, delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l’inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo?... E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza!... Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare il Signore, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l’aria e il vento, con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore» (1 Celano, 80-81).

Uno degli episodi più famosi è quella della cosiddetta “predica agli uccelli” (Per la veridicità storica dell’episodio cf. O. Schmucki, La predica di san Francesco agli uccelli. Trasmissioni redazionali e commento storico, “Italia francescana”, 82 (2007) 155-182, con ricca bibliografia). Un giorno, mentre era in cammino, vedendo raccolti insieme moltissimi uccelli d’ogni specie, «corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo la sua abitudine. Ma notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, pieno di intensa gioia li esortò dolcemente a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l’altro disse loro: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto il vostro Creatore e amarlo sempre, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione”. A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo» (1 Celano, 58).

L’autore dello Specchio di perfezione, una delle prime biografie di Francesco, motivava la sua capacità di scorgere «perfettamente la bontà di Dio non solo nell’anima già splendente di ogni perfezione di virtù, ma anche in ogni creatura» con il suo essere «tutto assorbito nell’amore di Dio» (n. 113).

Francesco cominciò ad entrare in questo amore di Dio con l’iniziale esperienza con i lebbrosi. Praticando l’amore verso di loro si operò un grande cambiamento interiore che lo segnò per tutta la vita: «Ciò che mi sembrava amaro – racconta lo stesso Francesco – mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Testamento, 3). Non è che egli sia cieco davanti alla bruttezza o insensibile alla miseria, ai mali, ai dolori, al peccato. Coglie con realismo il negativo che c’è nell’uomo e nel creato, ma l’amarezza che sperimenta non si tramuta in pessimismo. Egli l’abbraccia come abbraccia il lebbroso e l’assume su di sé fino a ricevere nelle sue carni le stigmate di Gesù, così da trasfigurarla. Nell’amore per ogni uomo e ogni creatura egli percorre la via stessa del Crocifisso, espressione massima dell’amore di Dio.

Tommaso da Celano, il primo biografo, offre una ulteriore motivazione del suo rapporto positivo con il creato: «E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella…, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio».

Anche questa sua libertà inizia con l’esperienza tra i lebbrosi. Andando verso di loro si stacca da se stesso, smette di «adorare se stesso» (Leggenda dei tre compagni, 8). Non afferma più il proprio io in contrapposizione agli altri, non guarda le persone e le cose per possederle: le ama, le serve, si dona e quindi le scopre nella loro più profonda dignità e vocazione. Libero, può entrare in armonia con il mondo circostante, in una relazione amorosa, “fraterna” con gli uomini, gli animali, le piante, le cose inanimate.

Egli ha scoperto che la povertà, così caratteristica nella sua esperienza, è lo strumento concreto per riordinare i rapporti tra tutti nell’ottica della fraternità, della gratuità dei rapporti, per il superamento della separazione tra gli esseri. Prima ancora essa è la condizione per il rapporto con Dio. Non si può entrare in autentica comunione con Dio e con i fratelli se si è ricchi di se stessi.

Lo spogliamento fisico davanti al padre Bernardone – inizio della sua radicale povertà –, è il segno di uno spogliamento più profondo: l’altissima povertà di anima e di mente. Questa povertà apre alla libertà interiore, alla perfetta letizia nel dolore accettato ed amato, “nella infermitate ed tribulazione”, nella “morte corporale”, all’armonia della fraternità universale, alla pace, alla vita di quel Dio che ci trascende tutti e nel quale possiamo essere unificati.

giovedì 8 ottobre 2026

L'uomo di san Francesco

Secondo la tradizione cristiana Francesco d’Assisi è il santo che più da vicino ha imitato Gesù. Dopo ottocento anni egli ispira ancora non soltanto i suoi immediati seguaci – migliaia di uomini e donne che compongono la “Famiglia francescana” – ma anche tantissimi altri cristiani. Anzi, è amato, letto e seguito anche in altre religioni e persino in ambienti culturali che non fanno riferimento ad alcun credo religioso. Ogni anno il bollettino Bibliographia Franciscana segnala 7-8.000 titoli su san Francesco e le origini del suo movimento.

Dovendo scrivere qualcosa sui di lui, oggi ho ritrovato alcune mie pagine scritte una ventina d’anno fa su come Francesco vede l’uomo, Dio, la natura. In questo ottavo centenario della sua morte le rileggo volentieri.

Nel Testamento, afferma che la sua esperienza inizia con l’incontro dei lebbrosi. Lo racconta diffusamente, appena tre anni dopo la morte del Santo, il suo compagno Tommaso da Celano: «La vista dei lebbrosi… gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani». Ma ecco che «un giorno incontrò un lebbroso: [Francesco] fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò». Da allora «il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in tutto per amor di Dio. Lava le parti putrefatte e terge anche il sangue corrotto delle piaghe ulcerose» (1 Celano, 17).

Francesco ha circa 25 anni quando, come scrive lui stesso, è “condotto dal Signore” tra i lebbrosi (2Testamento, 1). Nel loro volto disfatto, emblema di ogni povertà e miseria umana, egli scopre il volto di Cristo che si identifica con ogni persona, specialmente con i poveri e gli ultimi. «Quando vedi un povero – diceva ai frati – ti è messo innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera» (2 Celano, 85).

Prima nei lebbrosi e nei poveri, poi in tutti gli uomini e le donne, egli scorge il volto del Figlio di Dio. Di qui l’invito rivolto a tutti: «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo, e a similitudine di lui secondo lo spirito» (Ammonizioni, 5,1).

L’uomo, per Francesco, diventa icona di Dio, creato con una dignità senza eguali. Dio «a noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita» (Regola non bollata, 23, 8). Francesco non conosce dualismi: l’uomo, in tutta la sua integrità e totalità, è opera di Dio. Dio gli affida anche il compito di continuare la sua opera; agisce con parole e opere in lui e attraverso di lui, per poi condurlo alla meta della piena comunione con sé (Regola non bollata, 17, 6).

Francesco conosce anche i limiti e i peccati dell’uomo: siamo «miseri e peccatori» (Regola non bollata, 23, 5). Se Dio ci ha creato simili a lui e per la comunione con lui, «noi per colpa nostra siamo caduti» (Regola non bollata, 23, 2), ci siamo staccati da Dio, resi autonomi, autosufficienti, appropriandoci della nostra volontà ed esaltandoci per i beni che il Signore manifesta e opera in noi (Ammonizioni, 2, 3). Per questo l’urgenza di un itinerario di conversione per giungere a recuperare l’interezza della persona e della sua vocazione, che Francesco avverte per sé e per gli altri. Egli vede l’altro non soltanto nel suo stato di dignità e di miseria, ma come un fratello o una sorella da amare, servire, per camminare insieme fino alla realizzazione del proprio essere in Dio.

mercoledì 7 ottobre 2026

Ognuno e tutti insieme...



Grazie al dono della bilocazione oggi ho continuato il ritiro alle suore vicine di casa e ho partecipato all’incontro dei monaci e monache della Comunità di Betlemme, a Gubbio.

Quest’ultimo è stato un incontro particolarmente profondo, nel quale tra l’altro ho ricordato come il carisma è dunque affidato ad ogni singolo membro della comunità e ognuno se ne deve sentire responsabile, mettendo a suo servizio le doti, senza rassegnazioni o pigrizie, ma con audacia e creatività.

Nello stesso tempo occorre evitare le fughe solitarie e le digressioni che potrebbero snaturare la natura dell’Istituto, garantendo l’unità della famiglia carismatica e agendo “nella coesione della comunità”.

L’icona più adeguata dell’esegesi e dell’approfondimento del carisma è quella dei due discepoli di Emmaus. Il Risorto – leggiamo nel Vangelo di Luca – accompagnandosi ai discepoli, dierméneusen, ossia spiegò, interpretò la Scrittura. Vi è, in questo accompagnamento, un grande insegnamento ermeneutico. Quell’unirsi del Risorto al viaggio che i discepoli stavano compiendo indica come la vita della Chiesa, e in essa di ogni carisma collettivo, è un viaggio, e Cristo continua a essere il viaggiatore che ancora vi si accompagna. La comprensione del carisma sarà allora un viaggio, un crescere che acquista le dimensioni del tempo e della storia, verso una ininterrotta, progressiva e sempre più profonda comprensione del mistero, sorretta e guidata dal Risorto stesso in mezzo a noi, datore dello Spirito.

È il cammino che ogni comunità è chiamata a percorrere: «Con l’amore di Dio diffuso nel cuore per mezzo dello Spirito Santo – afferma Perfectae caritatis, 15 – la comunità come famiglia unita nel nome del Signore gode della Sua presenza». “Gode” indica la stabilità di questa presenza che accompagna il cammino della comunità…

martedì 6 ottobre 2026

Il sì libero alla morte, alla vita

Sto dando gli esercizi spirituali alle suore nostre vicine, tutte anziane… Tra le tante cose leggero loro un breve foglio che scrissi l’11 marzo 2020, durante il Covid, quando la morte poteva giungere da un momento all’altro, e che da allora tengo incollato sulla bacheca della mia stanza:

Quando sarà il momento,
vorrei che nessuna circostanza
mi privasse della vita.
Vorrei donarla liberamente,
come Gesù.
Dio che me l’ha data
me la richiede
e io gliela dono.
Vorrei fosse l’ultimo sì
all’ultima definitiva chiamata di Dio,
un sì pieno, convinto,
col quale mi consegno.
Neppure per me sarà indolore:
è una porta stretta,
ma conduce alla vita,
all’incontro a tu per tu con il Signore,
per restare sempre con lui.

lunedì 5 ottobre 2026

Questi zoom terribili e meravigliosi

Mi domandavo: ma perché devo sempre parlare, fare conferenze… e poi in zoom, senza contatto diretto con le persone… e poi con gruppi che non conosco… Quanto hanno insistito queste per me sconosciute suore Domenicane dell’Immacolata Concezione. Ma che ho a che fare con loro? Sì, qualcuna di loro ha seguito i miei corsi che do al Dicastero per la vita consacrata, e quindi in teoria mi conoscono, ma io non le ho mai viste…

Ed ecco tornare questa terribile frase di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Sì, ho ricevuto tanto e devo dare tanto. Comunque apro il computer con un po’ di scetticismo. La faccio una ventina di minuti prima dell’appuntamento e già vedo sullo schermi tanti volti che sono già connessi, che si salutano tra di loro: 230 suore in 57 punti di ascolto, che svolgono la loro missione in Italia, Spagna, Francia, Ecuador, Messico, Argentina, Perù e Stati Uniti… Mi trovo subito a mio agio e posso dire le solite cose con convinzione e passione.

Segue un lungo spazio di condivisione. Tante prendono la parola e scoprir che alcune lavorano tra i lebbrosi, altre nell’educazione, altre in zone molto povere… Mi si spalanca davanti un mondo.

Sono 200 anni dalla nascita della fondatrice, Françoise-Geneviève Portalet. Già, è una figlia spirituale di padre Dassy, un Oblato del tempo nel nostro fondatore. Poi incontra un domenicano e fonda le domenicane, ma mette loro il nome di Maria Immacolata, secondo quanto ha imparato da p. Dassy… Ci scopriamo cugini!

domenica 4 ottobre 2026

Frate sole... bellu e radiante cum grande splendore

 

L’aurora dalla mia finestra è sempre un quadro d’autore. La vedo apparire dietro la cupola di san Pietro. Oggi volevo vederla con davanti Castel Sant’Angelo.

Sono partito che era ancora buio. Costeggio le mura Vaticane. Non c’è anima viva. Neppure davanti ai Musei, sempre assediati da folle infinite. In quel silenzio e solitudine le cose parlano, anche solo con un bisbiglio. Così, d’un tratto, m’accorgo che lungo il viale di Porta sant’Anna, proprio sulla fiancata della chiesa, c’è un affresco che mai in tanti anni avevo notato. È ancora buio e lo distinguo appena, ma il cellulare ho occhi più penetranti dei miei e pur nell’oscurità riesce a captare l’immagine e mi fotografa sant’Anna che abbraccia la figlia che a sua volta abbraccia suo figlio: c’è tutta l’umanità.

I senza tetto di stanza lungo il Colonnato e sotto i Propilei iniziano a svegliarsi e lentamente sistemano cartoni, tende, coperte… I primi ambulanti, rigorosamente asiatici e mediorientali, montano i banchi con i souvenir. Gli africani hanno soltanto una borsa sulle spalle, in cerca di uno spazio dove stendere per terra le poche mercanzie. Questa povera ricca umanità comincia a riprendere vita.

Sono finalmente in via della Conciliazione e lontano il cielo già inizia a colorarsi leggermente di rosa. Quando giungo a Castel Sant’Angelo il capolavoro è ormai dipinto. Va colto subito, perché cangiante passa in un soffio.

Scendo lungo il Tevere, ormai una pozzanghera immobile: la luce dell’alba lo mobilita comunque, assieme ai rilessi dei monumenti antichi, al vigore della vegetazione, al silenzio del primo mattino.

Quando sono di nuovo in piazza San Pietro il sole è già spuntato, rosso come il fuoco.

“Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le Tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione”.

È festa di san Francesco!

sabato 3 ottobre 2026

La persona al primo posto

 

Suor Maria Atorino: 60 anni di vita religiosa. Oggi meritava proprio una bella festa! Così è toccato a me dire qualcosa sulla sua vocazione.

Di solito si dice che il carisma delle Francescane dei poveri è “sanare le ferite dell’umanità povera e sofferente”. Mi ha colpito ciò che qualche anno fa ha scritto la comunità delle suore Francescane di Pistoia. Forse non è una frase originale, forse è notissima tra le suore, ma mi ha colpito: «Madre Francesca non bada tanto al tipo di “piaga” da curare, ma alla persona da risanare interamente, nel corpo e nello spirito».

Qui l’accento non è tanto sulle ferite da sanare, ma proprio sull’umanità povera e sofferente. L’attenzione, l’amore, la cura, la premura è sulla persona piagata più che sulla piaga. Madre Francesca diceva anche con chiarezza chi sono queste persone, nella loro realtà più profonda: «Nei poveri e nei sofferenti riconosco il mio Divino Salvatore così chiaramente come se lo vedessi con gli occhi del corpo».

Papa Leone XIV nella sua lettera Enciclica Magnifica humanitas, offre tanti spunti per una attualizzazione di questa attenzione alla persona da “risanare interamente, nel corpo e nello spirito”. Alla fine dell’Enciclica suggerisce delle piste per far fiorire in pienezza l’umanità di ciascuno. Scelgo gli atteggiamenti più accessibili, più concreti, tutti espressione dell’amore.

Innanzitutto ricorda che non possiamo «assolutizzare una sola dimensione dell’essere umano», andando oltre l’intelligenza che sempre il massimo della persona umana. «L’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione» (113).

Quindi l’Enciclica passa a valorizzare ciò che davvero conta nel nostro vivere quotidiano: «La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani».

Ed ecco degli esempi alla portata di tutti: «Leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana, rendere accogliente uno spazio, sono gesti che si vivono in ambiente familiare, ma che ci aiutano ad apprendere e a interiorizzare l’importanza della cura a livello sociale e ci allenano a riconoscere l’altro come persona degna di attenzione» (114).

La storia, spiega ancora il Papa, la cambiano non solo i grandi, come «i martiri della fraternità e della giustizia come San Massimiliano Maria Kolbe, Sant’Oscar Romero e il Beato Enrique Angelelli, (…) il venerabile François-Xavier Nguyễn Văn Thuận», ma anche «e, soprattutto, i “martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore, come i genitori, gli infermieri, i medici, i volontari, le persone che restano accanto a un anziano o a un escluso. La loro testimonianza mostra che il bene non procede in automatico, ma richiede perseveranza, memoria, e una conversione che rende capaci di ricominciare anche dopo le sconfitte» (125).

È così che «giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (128). In effetti «è un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire» (130). Essere umani per essere santi, essere santi per essere pienamente umani.

Però, continua il Papa, «si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. (…) Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (212).

Ogni piccolo gesto ha il suo valore: ognuno nella volontà di Dio lì, nel suo presente. Anche noi, come Madre Francesca, non badiamo tanto al tipo di “piaga” da curare, ma alla persona da risanare interamente, nel corpo e nello spirito.