lunedì 23 marzo 2026

Fratelli

Mercoledì pomeriggio, nell’ambito della “missione di Marino”, incontrerò il consiglio comunale nella sala di palazzo Colonna. Mi sono annotato l’inizio della conversazione, il resto verrà da sé. Vediamo se funziona…

Oggi, 25 marzo, è il Dantedì, la Giornata nazionale dedicata a Dante Alighieri, istituita dal Consiglio dei Ministri nel 2020. Perché proprio oggi la giornata dedicata a Dante? Perché il 25 marzo è la data di inizio del viaggio nell’aldilà della Divina Commedia. E perché Dante “nel mezzo del cammin di nostra vita”, inizia il suo viaggio proprio il 25 marzo 1300?

Perché il 25 marzo è considerata la data dell’incarnazione: l’angelo annuncia a Maria che diverrà madre di Dio, Maria dona il suo assenso e il Figlio di Dio si fa uomo nel suo grembo. Nove mesi più tardi, il 25 dicembre, nasce Gesù, è Natale. In Toscana, come in altre regioni, dal 1200 fino all’unità d’Italia, l’inizio d’anno non si celebrava il 1° gennaio, ma il 25 marzo. Così, da buon toscano, inizio con augurarvi a tutti buon anno! Qual è il mio augurio. Semplice: che ci riscopriamo tutti fratelli e sorelle.

A volte è un po’ ridicolo sentire il prete che dice: “Fratelli!”. Eppure questa parola: fratello, è scritta nel primo articolo della “Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo”: «Tutti gli esseri umani nascono liberi e uguali in dignità e diritti. Essi (…) devono agire gli uni gli altri in spirito di fratellanza». Non importa essere cristiani o religiosi per riconoscerci fratelli e sorelle, basta essere umani. Siamo la “famiglia umana”.

Eppure penso che ognuno di noi, una volta o l’altra ha detto o dice il “Padre nostro”. In questo caso la fraternità ha tutto un altro spessore. Il Padre nostro è la preghiera che ci ha insegnato Gesù. Ci autorizza a chiamare Dio come lo chiama lui: Padre. Così facendo si dichiara fratello nostro, accanto a noi, e ci aiuta a voltarci insieme verso il padre comune.

Dio è Padre, Dio è Madre e quand’è che i genitori sono più contenti? Quando vedono i figli che si vogliono bene, si aiutano, sono uniti. Quando litigano e non si parlano più è invece una tragedia. E noi siamo in guerre continue, divisi in fazioni opposte, litigiosi, arrabbiati… Per questo il Padre del cielo ma mandato in terra suo Figlio, per riaffratellarci. Per questo la preghiera che Gesù ci ha insegnato comincia con la parola Padre “nostro”.

Quando dico “Padre” prendo coscienza di quello che sono veramente, proprio figlio suo! Quando dico “nostro” prendo coscienza che ho il Padre in comune con gli uomini e le donne attorno a me, e quindi ho dei fratelli e delle sorelle. Siamo tutti figli di un unico Padre, tutti figli di Dio nel suo unico Figlio. «Non c’è più né giudeo né greco; non c’è più né schiavo né libero; non c’è più né uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3, 28). Si instaura un rapporto nuovo nell’appartenenza reciproca e si riaccende il desiderio e la volontà di lavorare con tutte le nostre forze alla fratellanza universale.

Prima di essere di un partito o di un altro, siete fratelli e sorelle. La fraternità non è tra partiti e istituzioni, ma fra persone. Siete prima di tutto persone, umani, affratellati dal nostro essere umani, e per chi ci crede, dall’essere figli dello stesso Padre. Quando entriamo nel salone comunale prima di tutto ci riconosciamo persone, fratelli e sorelle. E come Gesù anche noi vogliamo affratellare i cittadini. Poi discutiamo su come fare. Le idee possono scontrarsi, noi come persone mai.

Come persone, fratelli e sorelle, abbiamo imparato a stimarci, a rispettarci, ad ascoltarci, a cercare di capire le ragioni gli uni degli altri. Non conosciamo gli insulti, le invettive, le calunnie, le bugie. Anche se abbiamo idee, programmi, strategie diversi, siamo umani, fratelli e sorelle.

Possiamo anche ricordarci alcune leggi elementari per vivere con sincerità questi rapporti. È l’arte di amare…

domenica 22 marzo 2026

L’ora della verità: da abbandonare o da mantenere?

Nel discorso ai membri dell’Assemblea del Movimento dei Focolari, Papa Leone ha invitato a «discernere insieme quali sono gli aspetti della vostra vita comune e del vostro apostolato che sono essenziali, e perciò vanno mantenuti, e quali sono invece gli strumenti e le pratiche che, benché in uso da tempo, non sono essenziali al carisma, o che hanno presentato aspetti problematici e che perciò sono da abbandonare».

Niente di nuovo sotto il sole. Lo aveva già chiesto 60 anni fa il Concilio Vaticano II agli Istituti religiosi: «si osservino fedelmente lo spirito e le finalità proprie dei fondatori, come pure le sane tradizioni, poiché tutto ciò costituisce il patrimonio di ciascun istituto» (Perfectae caritatis, 2); nello stesso tempo «le costituzioni, i “direttori”, i libri delle usanze, delle preghiere e delle cerimonie ed altre simili raccolte siano convenientemente riesaminati e soppresse le prescrizioni che non sono più attuali» (Perfectae caritatis, 3).

La richiesta del Papa è di «discernere insieme». E quali sono i criteri di discernimento? Tra i tanti ne indico uno soltanto: domandarsi non che cosa ha fatto il fondatore e neppure come lo ha fatto, ma perché lo ha fatto.

Un esempio concreto, a cui forse allude il Papa, è “l’ora della verità”: è un “aspetto essenziale della vita comune”, o “non è essenziale”, o “ha presentato aspetti problematici”? Quindi è da mantenere o da abbandonare? Non sta a me valutare o giudicare se questa “pratica” “ha presentato aspetti problematici”. Possiamo invece chiedere alla fondatrice non tanto “come” ha usato questo strumento, ma “perché” l’ha creato.

Nel 1970, riflettendo sul tema della “carità” alla luce della Scrittura e dell’insegnamento della Chiesa, scriveva in proposito: «Un modo di esercitare l’amore vicendevole, molto presente fra i primi cristiani, era l’ammonimento reciproco. Dice Paolo: “Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza”. “Per il resto, fratelli, state lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda”. Sta pure scritto: “Cerchiamo anche di stimolarci a vicenda nella carità e nelle opere buone... esortandoci a vicenda”. Qui vorrei sottolineare come la correzione fraterna e la mutua edificazione siano sempre state essenziali, sin dall’inizio, per noi. Era la prima cosa che si faceva quando ci si incontrava: esse mantenevano l’unità viva fra di noi».

È dunque evidente il “perché” dell’ora della verità: una pratica ispirata alla Scrittura per l'esercizio dell’amore vicendevole attraverso ammonizione e incoraggiamento. Una pratica presente anche fin dall’inizio del monachesimo e codificata nelle Regole, pur in forme molto diverse.

Il “come” può certamente cambiare. Ne era pienamente cosciente la fondatrice stessa quando scriveva: «È necessario rimettere in rilievo e in pratica, dove già non si facesse, questo aspetto dell’amore reciproco [ammonizione e incoraggiamento]. Bisognerà vedere come questo modo di ammonirsi reciprocamente, che è un servire il fratello, possa essere applicato fra tutti i membri dell’Opera. Il Signore ci illuminerà».

Due annotazione fondamentali su quest’ultimo testo: 1. “Bisognerà vedere come questo modo… possa essere applicato” (per la fondatrice il come può quindi cambiare); 2. “Il Signore ci illuminerà” (il come lo si capirà di volta in volta insieme – come chiede il Papa – è frutto di discernimento comunitario sotto la guida dello Spirito). Il perché di questo strumento rimane chiaro e, a giudizio della fondatrice, fondamentale.

A me sembra si dovrebbe mantenere Per il come converrà seguire l’invito del Papa a «discernere insieme».

sabato 21 marzo 2026

Unità: segno evangelico e forza profetica

Mi dispiace per il Papa, ma oggi hanno fotografato più me che lui. Mi sono presentato infatti all’udienza con la mia veste oblata suscitando meraviglia e ammirazione…

Il discorso del Papa all’Assemblea dei Focolari è ormai pubblicato, e si moltiplicano analisi e commenti. Certo che per il Papa deve essere stata una gioiosa sorpresa vedere un’Assemblea così numerosa e composita. Quando mai tante vocazioni insieme, tante tradizioni religiose, tante culture… Alla fine del discorso ha sottolineato questa ricchezza. Ha parlato della «grande famiglia spirituale che è nata dal carisma di Chiara Lubich» e ha nominato i giovani, «che vedono con occhi limpidi la bellezza della chiamata ad essere strumenti di unità e di pace nel mondo», le famiglie, i vescovi, i sacerdoti, le tante focolarine e i tanti focolarini… 

Il Papa ha guardato anche noi consacrati che ha riconosciuto nella tipica appartenenza al Movimento: «hanno visto rinnovarsi il dono del loro ministero e della loro vita religiosa attraverso il contatto con il vostro Movimento e la vostra spiritualità». Credo che mai si stata affermata con tanta chiarezza la piena cittadinanza dei religiosi nell’Opera e il contributo dato loro dal carisma dell’unità. Come sono lontani i tempi della “doppia appartenenza”! «Tutti voi» - tutti! Anche i vescovi, anche i religiosi - «siete stati attratti dal carisma della Serva di Dio Chiara Lubich, che ha plasmato la vostra esistenza personale e lo stile della vostra vita comunitaria».

Ma il più bel riconoscimento del valore dell’Opera e di Chiara è stato il ringraziamento «per gli innumerevoli frutti di santità, conosciuti o ignoti, che il ritorno al Vangelo, da voi promosso, ha portato alla Chiesa in tutti questi anni». Non poteva esserci attestato più alto e autorevole: l’albero si riconosce dai frutti. Il Papa ha messo in evidenza anche altri frutti: evangelizzazione, opere sociali, culturali, artistiche, economiche, dialogo ecumenico e interreligioso... Ma cosa c’è di più grande della santità, a cui tutte queste devono portare?

È stato dunque conseguente e coerente l’invito a «tenere vivo il carisma del vostro Movimento», una responsabilità di tutti e di ogni singola persona, chiamata a mettere ogni sua capacità a servizio dell’unità, il grande ideale di Gesù e di Chiara, «segno evangelico che è forza profetica per il mondo».

In questo grande quadro il Papa ha chiesto anche qualche passo per vivere in maniera sempre nuova il carisma… ma di questo ne riparliamo domani.

venerdì 20 marzo 2026

Che comunità bella quella di Marino!

L’Assemblea dell’Opera è terminata (salvo domani andare dal Papa!). È terminato così anche il mio soggiorno nella comunità oblata di Marino. Sono partito e proprio domani la comunità inizia la “missione” proprio a Marino: preparata con cura, coinvolgendo Oblati di altre comunità, laici, suore, focolarine… Da grande parteciperò anch’io a una missione al popolo…

Che comunità bella quella di Marino! Bella per la sua storia. Bella per il suo presente. Ogni mattina ho pregato con loro, cantando le lodi, meditando insieme il vangelo del giorno. Ogni sera ho cenato con loro: una cena preparata all’ultimo minuto e tuttavia ben cucinata, con tutti attorno ai fornelli; una cena in grande gioia e condivisione della giornata; una cena seguita dal lavaggio piatti anche questo comunitario, un’autentica ricreazione, con canti di tutti i generi a squarciagola...

Una comunità contenta, che attira tante persone. Una comunità con un carisma. Una comunità che continua la grazia delle origini, che risalgono ormai a 60 anni fa. Una comunità missionaria, capace di irradiare…

Grazie per avermi accolto tra voi.

giovedì 19 marzo 2026

Il grido dell’umanità

Il grido dell’umanità è risuonato con forza nella nostra assemblea di Castelgandolfo. Non soltanto perché i media ci trasmettono immagini drammatiche e dichiarazioni folli di conquiste e uccisioni. Ci sono tra noi persone che provengono da luoghi di guerra, con familiari sotto le bombe, o da luoghi di violenza e di paura, dove si fa la fame. Facci un canto della tua terra, abbiamo chiesto a uno noi  e lui: Come posso cantare quando i miei stanno morendo? È come se anche noi toccassimo da vicino le tragedie immani di tanti, di troppi. 

Ci ritroviamo impotenti ad ascoltare l’eco del grido di Gesù in croce che tutti i gridi ha fatto suoi. Oggi è come “quando erano tempi di guerra e tutto crollava”. La risposta è la stessa di allora: riconoscerci tutti fratelli, vivere il presente con interezza, amare una per una le persone che incontriamo, seminare speranza, custodire la presenza di Gesù in mezzo a noi, offrire la vita perché si compia la preghiera di Gesù per l’unità.

mercoledì 18 marzo 2026

Mai rassegnati

Alcuni anni fa ho provato un dolore grandissimo durante la messa. Celebravo e avevo accanto a me Callan, un prete anglicano. Non so se lui mi considera amico perché tante volte non ricordo il suo nome (fatto comune per me) o peggio lo chiamo con un altro nome, Declan, Brendan… che figuraccia.

Comunque siamo amici da lunga data, ma in quel momento ho provato, come mai prima di allora, la disunità delle nostre chiese. Perché non possiamo comunicare alla stessa eucaristica? L’Unità mi è sembrata lontana lontana, non ci arriveremo mai. Morirò senza vedere l’unità delle chiese, senza poter concelebrare con Callan.
Ed ecco un’idea semplice semplice: non ci arriveremo mai… l’importante è camminare nelle stessa direzione. L’Unità ci aspetta alla meta. 

Questo ricordo riemerge quando mi trovo davanti a questioni che sembra non abbiano una soluzione o troppo ardue. Avanti nel cammino anche quando non si vede la meta. Mai rassegnarsi. Si arriverà comunque. Dio sa come e quando.

martedì 17 marzo 2026

Per dilatare il cuore

 


Forse, dopo l’alba su San Pietro ieri mattina dalla mia finestra a Roma, oggi basta il tramonto sul mare lontano da Castelgandolfo. Basta per dilatare il cuore.