venerdì 7 agosto 2026

Un nuovo emeritato

Ieri il Santo Padre ha provveduto alla nomina di nuovi Consultori del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. La nomina principale è naturalmente quella di p. Maurizio Bevilacqua, il nostro Preside del Claretianum. Auguri p. Maurizio, ti meritavi questo compito (e altro... ma c'è tempo)!

Ci sono altre persone che conosco, come il Rettore dell’Università del Laterano e il Vice Rettore dell’Università Salesiana.

Personalmente, con data 18 giugno, mi era giunta dal Vaticano la lettera del Segretario di Stato che, a nome del Santo Padre, mi ha comunicato il termine del mio mandato come Consultore presso questo Dicastero: un altro emeritato! L’età avanza...

Ero stato nominato Consultore più di 30 anni fa! Forse sono il più vecchio per nomina e per età (dopo Ghirlanda, naturalmente! Ma lui adesso è cardinale…)

Nella lettera il Cardinal Parolin mi trasmette la benedizione apostolica del Papa, “a lei e ai suoi cari”. Siccome di “cari” ne ho tanti e non posso raggiungerli ognuno personalmente, lo dico a tutti qui sul blog. Ed ecco la lettera:

Reverendo Padre,

in conformità alle norme stabilite dalla Costituzione Apostolica Praedicate Evangelium (cfr. n. 17 § 1), il mandato a lei affidato presso la Curia Romana, in qualità di Consultore per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, sta giungendo al termine. Il Beatissimo Padre non può che rivolgere il Suo animo affettuoso e riconoscente a lei, che ha condiviso la Sua sollecitudine per la Chiesa universale.

Mosso quindi da un grato ricordo nei suoi confronti, il Romano Pontefice, per mio tramite, le porge sinceramente i Suoi più sentiti ringraziamenti per il ministero da lei svolto, e le impartisce volentieri la Sua Benedizione Apostolica, a lei e ai suoi cari.

Nel comunicarLe queste cose, è con il dovuto rispetto che mi compiaccio di dichiararmi suo devotissimo servitore.

Pietro Card. Parolini, Segretario di Stato

giovedì 6 agosto 2026

Il Cantico dei Cantici di san Bonaventrura


Casualmente questi giorni ho conosciuto p. Vincenzo Battaglia, gran professore di cristologia, ora emerito. Mi ha regalato un suo libro recente: Il Cantico dei Cantico nella interpretazione di Bonaventura da Bagnoregio.

Bonaventura non ha mai scritto un commento al Cantico, ma il prof. Battaglia va alla ricerca delle citazioni che il dottore della Chiesa sparge in tutte le sue opere. Questa profusione di riferimenti dà ad ogni scritto un timbro di affetto, sapienziale, contemplativo. Gesù appare sempre come lo Sposo e quindi il rapporto con lui, anche quello dello studio più speculativo, è sempre un rapporto amoroso, di grande intimità, proprio come quello che descrive il Cantico dei Cantici tra sposo e sposa: “Il mio diletto è mio e io sono sua”.

Tra i luoghi nei quali il Cantico appare nei commenti evangelici mi hanno colpito soprattutto la scena del vecchio Simeone e la perdita di Gesù nel tempio.

«Ecco, la devozione del vecchio che prende in braccio il bambino, con essa ha esposto tutto sé stesso a Cristo, per poter dire come la sposa nel Cantico dei Cantici capitolo primo: “Sacchetto di mirra è il mio diletto, si riposerà sul mio seno”. Voleva infatti adempiere ciò che si legge nel Cantico ultimo capitolo: “Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sopra il tuo braccio”; anzi sulle due braccia: due, per mostrare che deve essere tenuto in braccio fortemente; Cantico dei Cantici capitolo terzo: “Trovai colui che l'anima mia ama e non lo lascerò” ecc.

Maria e Giuseppe, dopo lo smarrimento di Gesù «Ritornarono, dice, a cercarlo; secondo il passo del Cantico dei Cantici capitolo terzo: “Mi alzerò, girerò per la città e cercherò colui che l'anima mia ama”, così diceva la vergine Maria, e inoltre Cantico dei Cantici capitolo quinto: “Lo cercai, ma non lo trovai, lo chiamai, ma non mi rispose”. “Io vi scongiuro, figlie di Gerusalemme, se incontrerete il mio diletto, ditegli ch'io languisco d'amore”».

Vorrei essere come Simeone, come Maria e Giuseppe…

mercoledì 5 agosto 2026

Le lettere di santa Gemma

 

Dopo aver letto la prima biografia e il diario, ecco che ho terminato di leggere le 131 lettere che santa Gemma Galgani ha scritto al suo direttore spirituale, p. Germano Ruoppolo. Lettura monotona, perché ripete sempre le stesse cose. Lettura seducente, perché nell’estrema semplicità e sincerità, svela un rapporto straordinario con Gesù.

Ha una intimità tutta sua con Gabriele dell’Addolorata, con gli angeli, con Maria. Ma con Gesù è unica. «Ma possibile che Gesù voglia me, me, la più indegna di tutte le creature?... Padre, Padre – scrive al direttore –, non posso più reggere… a pensare che Gesù si fa sentire all’ultima sua creatura, che gli si manifesti con tutti gli splendori del suo Cuore, nella prodigiosa espansione del suo amore paterno… chi sono io?... E Gesù buono, troppo buono, vuole che vada con Lui e gli parli con tutta confidenza, e mi dice: “Figlia, tra me e te ci sarà tutto comune: non più né tu né io...”. A queste parole, babbo mio, mi venne subito in mente Lei e dissi: “Ο Gesù, se io faccio come mi dite, il Padre mi grida forte, perché non vuole che vi dia tanta confidenza”. E Gesù: “Digli, figlia, che la confidenza la creo da me in coloro che amo”. Così arriva a dire: “Io sono te, tu sei me”. Fino alla piena trasformazione in Cristo crocifisso…

Sono contento che le monache passioniste di Lucca mi abbiano fatto avere, di loro iniziativa, una reliquia del corpo di santa Gemma…

martedì 4 agosto 2026

O bella mia Speranza

Festa della Madonna della neve: con questo caldo si addice! Nella notte tra il 4 e il 5 agosto 352 nevicò sul colle a segnare il luogo dove edificare a Roma la prima chiesa dedicata a Maria.

Ho appena letto uno studio sulle canzoni popolari di sant’Alfonso Maria de Liguori. Tra queste una che non conoscevo e che mi sembra vale la pena ascoltare e recitare:

https://www.youtube.com/watch?v=w2RCSfVfwNI

O bella mia Speranza,
Dolce Amor mio, Maria,
Tu sei la Vita mia,
La Pace mia sei Tu.

Quando ti chiamo, o penso
A Te, Maria, mi sento
Tal gaudio e tal contento,
Che mi rapisce il cor.

Se mai pensier molesto
Viene a turbar la mente,
Sen fugge allor che sente
Il Nome tuo chiamar.

In questo mar del mondo
Tu sei l'amica Stella,
Che puoi la navicella
Dell'alma mia salvar.

Sotto del tuo bel manto,
Amata mia Signora,
Vivere voglio, e ancora
Spero morire un di.

Che se mi tocca in sorte
Finir la vita mia
Amando Te, Maria,
Mi tocca il Cielo ancor.

Stendi le tue catene
E m'incatena il core,
Che prigionier d'amore
Fedele a Te sarò.

Sicché il mio cor, Maria,
È tuo, non è più mio;
Prendilo e dallo a Dio,
Ch'io non lo voglio più.


lunedì 3 agosto 2026

Piccola famiglia

 

È terminata l’Assemblea delle COMI che ha eletto la nuova presidente e il nuovo consiglio. È una famiglia piccola, ma sprizza gioia. Una famiglia piccola, ma unita, bella. E cosa vogliamo di più?

Un degno virgulto dell’albero piantato da sant’Eugenio.



domenica 2 agosto 2026

Perdon di Assisi



2 agosto, il perdono di Assisi. Dove andare per l’indulgenza? Casualmente mi trovo nel luogo adatto, Santa Maria in Navicella. Una chiesa dedicata alla Madonna, che campeggia nel bellissimo mosaico della prima metà del IX secolo, il primo ad essere dedicato alla Madonna. Anche il perdono di Assisi è legato a una chiesa dedicata alla Madonna, la Porziuncola.

La chiesa è attigua all’ospizio nel quale san Giovanni di Matha accoglieva ammalati e pellegrini. Sembra che qui sia stato ospitato anche san Francesco, pellegrino giunto da Assisi… Poteva non essere stato, san Francesco, a far visita alla Madonna della chiesa accanto? Chissà che non si possa ritenere luogo francescano anche Santa Maria in Navicella.

Sì, il luogo più adatto (anche perché oggi per me non ce n’erano altri!) per il perdon di Assisi, un dono dal cielo, a prescindere dal luogo.

sabato 1 agosto 2026

Alla sua presenza



Venne a trovarlo, anziano e ammalato. Era stanco di vivere, ma aveva paura di morire. “Padre, dimmi una parola”, lo implorò.

Apa Pafnunzio avrebbe voluto stare in silenzio, ad ascoltare l’anziano ammalato, perché se avesse saputo ascoltarlo e accoglierlo in sé, l’altro avrebbe trovato da solo quello che cercava. Restò a lungo in silenzio, ma l’altro era ancora nel buio. Apa Pafnunzio avrebbe voluto…, ma era incapace di quel vuoto profondo che fa rinascere l’altro. Non sapeva accompagnare le persone. Allora si affidò alla sua povera parola, nella speranza che fosse quella che l’altro attendeva:

“Forse basta stare alla presenza di Dio. Stare alla presenza di Dio vuol dire essere consapevoli che noi siamo presenti a lui. Si pensa a lui perché lui pensa a noi. Sono pensato da Dio, da lui amato. E lui mi pensa anche quando io non penso a lui. Lui c’è, è lì, con me, in me, attorno a me, e io sono in lui.

Stare alla sua presenza è saperlo riconoscere nelle persone, nelle cose, negli avvenimenti attorno a noi.

Stare alla sua presenza è parlare con lui, confidarsi, ascoltarlo, stare con lui in silenzio, senza parlare, stare soltanto.

Quando sparisce, non lo sentiamo, ci sentiamo soli, allora possiamo lamentarci, arrabbiarci con lui, gridare… è sempre un modo per essere in rapporto con lui.

Forse basta questo per continuare a sperare”.

Non era quello che l’altro attendeva. Ripartì senza risposta. 

Ne fu triste apa Pafnunzio. Scoprì che erano le parole che il Signore aveva detto a lui. Riprese a parlare con lui.