Ognuno di noi si è trovato davanti a culture che a volte gli
sono sembrate lontanissime dalla propria. Penso ad esempio alle mie esperienze
in Giappone o in Pakistan… Non ci sono tuttavia mondi più distanti tra loro
come il cielo e la terra. E il Figlio di Dio ha lasciato il cielo per venire
sulla terra. È stato il più estremo tentativo di inculturazione. Ed è riuscito.
Inizia così una delle tre delle meditazioni che oggi ho
indirizzato ai formatori oblati, provenienti da tutto il mondo, che concludono
la loro sessione qui a Roma alla casa generalizia.
La “inculturazione” da parte di Gesù – ho cercato di spiegare
– si è svolta il tre tappe.
La prima è stata la più drammatica: l’operazione della kenosis,
la spogliazione totale di sé: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non
considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso (ekenōsen)”.
Egli assunse una natura umana priva di gloria, soggetta alla sofferenza e alla
morte. Rinunciò perfino ai “privilegi” che egli avrebbe potuto godere come
uomo. Infatti assunse “la condizione di servo”. Non ha voluto appartenere alle
categorie dei potenti, nessun senso di superiorità: ha voluto essere come colui
che serve: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per
servire” (Mc 10, 45).
Quanto orgoglio talvolta da parte nostra nel voler imporre
la nostra cultura. Quando senso di superiorità per i nostri studi teologici,
per appartenere a una classe superiore… Può succedere che pretendiamo ossequio,
i primi posti, essere serviti: ci presentiamo come dei capi, invece che come
dei servi. Davanti all’altro Gesù ci invita a spogliarci del nostro orgoglio,
delle nostre ricchezze culturali, per farci piccoli, vuoti di noi stessi,
pronti a imparare dall’altro, perché abbiamo sempre da imparare qualcosa
dall’altro, dalla cultura dell’altro. Se ci presentiamo davanti all’altro
ricchi della nostra cultura saremo incapaci di accogliere davvero l’altro. Non
possiamo considerare un tesoro geloso la nostra cultura, ma siamo invitati a
spogliare noi stessi (ekenōsen).
La seconda tappa dell’inculturazione vissuta da Gesù sono i
30 anni di nascondimento, di silenzio, di apprendimento nel lavoro quotidiano a
Nazaret. Non gli era bastato svuotare sé stesso, occorreva che si lasciasse riempire
dalla cultura umana, giorno dopo giorno. Gesù ha voluto imparare vivendo in un
ambiente semplice, umile, povero. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, egli
«ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con
volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è
fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (Cf. Eb 4,15)»
(Gaudium et spes, 22).
Anche qui potremmo domandarci: Fino a che punto sono
disposto a entrare in un’altra cultura fino a essere in tutto simile ad esso,
fuorché nel peccato? Nella nostra storia tanti missionari si sono sentiti dire
dalla gente: sei uno di noi!
La terza tappa dell’inculturazione di Gesù sono stati i tre
anni di missione in mezzo al suo popolo. Ora che ha assimilato e fatto proprio
il linguaggio del suo popolo, Gesù può parlare. Conosce tutto: il modo di
lavorare la terra e di pescare, come le donne impastrano il pane, come sono le
feste di nozze e i giochi dei bambini, come i giudici amministrano la giustizia
e come agiscono i potenti, quali sono i rapporti tra padre e figli… Conosce la
bellezza delle stagioni, i fiori del campo… Adesso che è un uomo come gli altri
uomini, un ebreo come tutti gli ebrei del suo tempo, adesso può parlare,
insegnare anche le cose della sua cultura originaria, quella del cielo. E la
gente capisce, ed è meravigliata, si sente compresa: “Mai un uomo ha parlato
come questo uomo”.
Anche noi potremo e dovremo annunciare il Vangelo, ma
dovremo avere imparato ad essere vuoti davanti all’altro, aperti ad accogliere,
dovremmo conoscere la vita, le attese, i problemi dell’altro, avere condiviso
le sue gioie, i suoi dolori: essere uno di loro, come ha fatto Gesù con noi. L’aveva
imparato bene Paolo, che si era fatto ebreo con gli ebrei e greco con i greci,
con la legge e senza la legge… tutto a tutti.


























