martedì 15 settembre 2026

Icona di Maria



In questo giorno dedicato a Maria ai piedi della croce sono circolati tanti messaggi.

Io metto solo due foto di un’edicola che ho visto a santa Maria Capua Vetere: dietro e davanti. 

Mi sembra l’icona di Maria che copre tutte le nostre brutture.




lunedì 14 settembre 2026

Missionari veri

Santa Maria Capua Vetere, Parrocchia di Maria Immacolata, via Chiara Lubich. Eccomi di nuovo con gli Oblati. Il motivo? P. Jacopo viene trasferito in Spagna! Ma come, faceva tanto bene? Per questo! Si va sempre avanti.

18.30. Entro in chiesa. Un gruppetto di donne sta pregando il rosario. Devo parlare fra mezz’ora, pensavo ci fosse più gente. 19.00 in punto improvvisamente la chiesa si riempie  saranno più di 200 persone. Tanti mi conoscono, mi salutano…


Sono venuto per raccontare alla gente della nostra vocazione missionaria che ci porta di qua e di là, come Gesù che andava di villaggi in città (me invece mi lasciano sempre a Roma… ma questa è un’altra storia). Sì, ho parlato della vocazione missionaria, e di Maria Maddalena la prima missionaria, ma soprattutto l’ho esemplificata raccontando di due missionari diversissimi tra di loro: p. Giuseppe Gérard che va in capo al mondo, in Sud Africa e Lesotho; p. Armando Messuri che rimane in Italia.

P. Gérard aveva un segreto: pregare e amare. Scriveva: «La preghiera è intimità con Cristo. “La condurrò nella solitudine e parlerò al suo cuore” (Os 2,14). È il Signore che parla così alle nostre anime. Che grazia grande. Sì, nel ritiro il Signore parla a cuore a cuore con ognuno di noi. Che intimità! Quante cose ha da dirci il Bene delle nostre anime, il vero Amico delle nostre anime… È importante restare in ascolto della sua voce. Ci parlerà della nostra salvezza e della salvezza delle anime che Lui ci ha affidato. Vorrà che ciascuna di esse ci passi sotto gli occhi, ragazzi, adulti, anziani, vecchi. Mi domanderà quanta cura ho per loro, se nella catechesi le nutro con il latte della dottrina, se le incoraggio, se mi sono sforzato di renderle pure e sante, se le ho guarite con il sacramento della penitenza, se le ho nutrite dell’Eucaristia, se la mia sollecitudine si estende a tutti: ai deboli, ai forti, ai vicini, ai lontani».

E ancora: «Si catturano più mosche con una goccia di miele che non con un barile di aceto. Per convertire qualcuno bisogna anzitutto conquistarsi il suo cuore. Presso gli indigeni non si può ottenere nulla se non si conquista il loro cuore. Se riuscirete a farvi amare, avrete conquistato la persona che avvicinate...».

Di p. Armando testimoniano: «Stava notti intere al capezzale degli infermi. Non li abbandonava finché non avessero esalato l’ultimo respiro. E spesso, dopo una tal notte, anziché tornare in paese per celebrare, celebrava la messa in qualche chiesetta campestre per esser più vicino al malato. Appena terminata la Messa vi tornava subito, forse digiuno, e riprendeva la sua vigile attesa. Anche agli ammalati non in pericolo egli dedicava tempo e cure che si possono definire materne; e forse anche questa stessa parola non è adeguata».

«Nel tempo dei bombardamenti che hanno martoriato Marino mettendo in pericolo la vita di tutti - testimonia il parroco Mons. Grassi -, p. Messuri non conosceva precauzioni e celebrava in luoghi chiusi, all'aperto, in città, in campagna, ovunque si manifestasse il bene delle anime. Gli altri sgomenti, lui sempre ilare, come se si reputasse invulnerabile e forse era come preparato alla morte».

Due missionari che hanno dato amato la propria gente e hanno dato la vita per la propria gente.


domenica 13 settembre 2026

Un cuore nuovo, grande, luminoso

 


E oggi cosa ci raccontiamo? Mi ha colpito la richiesta di un cuore nuovo, grande, luminoso, che abbiamo rivolto al Padre nella preghiera iniziale della liturgia di oggi, durante il ritiro:

O Dio, che ami la giustizia e ci avvolgi di perdono, 
crea in noi un cuore puro a immagine del tuo Figlio, 
un cuore più grande di ogni offesa,
più luminoso di ogni ombra,
per ricordare al mondo il tuo amore senza misura.

sabato 12 settembre 2026

Arcivescovo a Rabat, in Marocco

La Santa Sede continua a nominare Vescovi oblati. In questo momento sono ormai una cinquantina. L’ultimo, così pensavamo, pochi giorni fa, Ken Thorson. Invece ecco oggi un’altra nomina: Mario León Dorado, Arcivescovo coadiutore di Rabat, in Marocco. Dopo oltre vent’anni trascorsi nel Nord Africa, tra ascolto, dialogo e testimonianza del Vangelo, la sua vocazione missionaria si apre oggi a un nuovo servizio alla Chiesa.

Due anni fa sono stato da lui, nel Sahara Occidentale, per guidare il ritiro annuale a tutta la comunità, distinta in due località distanti 538 km l’una dall’altra.

Gli ho chiesto della presenza degli Oblati nel Sahara: «La presenza degli Oblati nel Sahara? Preferisco parlare di testimonianza. "La testimonianza degli Oblati nel Sahara" mi suona meglio. Gli Oblati di Maria Immacolata sono in questa missione dal 1954. Nella Chiesa si parla sempre di più di dialogo interreligioso. Dialogo della vita, della vita quotidiana. Col tempo abbiamo tessuto una rete di relazioni e amicizie. Amicizie cristiane e musulmane: amicizie umane.

Vivo a Laayoune, la "capitale" della regione. È la città più grande con 250.000, 400.000 abitanti. Una oscillazione molto grande, ma chi può essere sicuro qui della popolazione reale? Non io. A Laayoune abbiamo parrocchiani fedeli e costanti. La comunità ecclesiale è nutrita principalmente da persone della "Missione delle Nazioni Unite per il Referendum nel Sahara Occidentale". A volte, in una domenica normale, siamo 12 persone, a volte 42. Questo dice perfettamente la nostra realtà: provvisoria, mutevole, povera e semplice. Siamo pochi e molto diversi: dai cinque continenti, da chiese diverse; oltre ai cattolici, arrivano evangelici, luterani, copti, armeni, battisti, ortodossi... Siamo pochi, quindi ci sentiamo fratelli, bisognosi l'uno dell'altro.

Anche se per me è difficile, impariamo i nomi e i paesi dei nostri fratelli cristiani. Ma in fondo non è difficile: siamo pochi. La maggior parte di nostri amici sono tra i musulmani: marocchini e saharawiti. Amicizie profonde e sincere. Persone che ci amano e che noi amiamo. Potremmo dire, praticamente, che siamo una famiglia...».

Ora inizia un’altra avventura… Auguri, Mario! Ci rivedremo a Rabat…

venerdì 11 settembre 2026

Vogliamo vescovi gioiosi

La seconda parola del Vangelo di Giovanni nella quale vedo rispecchiata la missione del vescovo è tratta della “preghiera sacerdotale”: «Per loro io santifico me stesso, affinché anch’essi siano santificati nella verità» (Gv 17, 19).

Cosa intende Gesù con queste parole rivolte al Padre al termine dell’ultima cena? Pensa forse di offrirsi alla morte per i discepoli. L’espressione “per loro [hyper]” la troviamo nel Vangelo di Giovanni con questo significato: Gesù deve morire per la nazione (11, 51); il buon pastore dà la vita per le sue pecore (10, 11); Gesù dà la vita per i suoi amici (15, 13). Come poi non ricordare «io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» (10, 17-18)? Gesù qui è il sacerdote che si offre come vittima per coloro che gli sono stati affidati dal Padre.

Chissà se in questa offerta di sé stesso non possa rispecchiarsi anche la missione del vescovo. Perché la santità dilaghi nel mondo, occorre rispondere al dono di Dio curando la nostra santificazione, ossia lasciare che Gesù – la Verità, la Parola – viva sul nostro nulla. Fatti Gesù si possono ripetere le parole di Gesù: “per loro santifico me stesso”.

La terza parola del Vangelo di Giovanni che ho proposto alla meditazione dei vescovi è quella che apre il racconto dell’ultima cena: «Prima della festa di Pasqua, Gesù, sapendo che era venuta per lui l’ora di passare da questo mondo al Padre, avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine» (13, 1).

Il desiderio che lo anima è palese: attuare, fino alle ultime conseguenze, l’amore che egli da sempre ha per i suoi; un amore che non conosce limiti né di durata né d’intensità, dono intero e totale, fino al pieno compimento, dimostrazione che non c’è «amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici» (Gv 15, 13). È chiaro che l’amore, per essere autentico, non può avere limiti di tempo. Un vescovo va in pensione, ma non può mai smettere di amare. L’amore, per andare in profondità, ha bisogno della durata.

Ma l’amore non è solo perseverante: cresce fino al dono estremo di sé. Davvero «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15, 13). Gesù l’ha data! La parola «È compiuto» acquista allora un significato ancora più profondo, ha il senso della pienezza, della misura pigiata, scossa e traboccante (cf. Lc 6, 38): ha dato tutto, la sua stessa vita. Come poteva amare di più?

Infine due parole che possono orientare sulla modalità di vivere un programma così impegnativo.

La prima: «Dio ama chi dona con gioia» (2 Cor 9, 8). Mettersi a servizio della Chiesa (prendere in casa la Madre), santificare sé stessi “per loro”, amare fino alla fine, richiede una radicalità costosa. Lo si può fare per senso del dovere, con rassegnazione, di malavoglia… oppure, come suggerisce Paolo, “con gioia”.

Ed ecco la seconda parola, Pietro che si rivolge agli anziani che svolgono il loro ministero nella Chiesa: «pascete il gregge di Dio che è fra voi, sorvegliandolo, non forzatamente, ma volenterosamente secondo Dio; non per vile guadagno, ma di buon animo» (1 Pt 5, 2).

Anch’io dunque, con Paolo, ho detto ai vescovi: «Siate sempre lieti nel Signore, ve lo ripeto: siate lieti» (Fil 4, 4). Vogliamo dei vescovi gioiosi!

E lo erano! Soprattutto dopo l'incontro con il Papa!

giovedì 10 settembre 2026

Ecco tua Madre

Sono stato invitato a parlare a più di 80 vescovi, provenienti un po’ da tutto il mondo, su “Andare alla radice del ministero episcopale”. Ho scelto tre parole del Vangelo di Giovanni.

La prima: «Gesù allora, vedendo la madre e accanto a lei il discepolo che egli amava, disse alla madre: “Donna, ecco tuo figlio!”. Poi disse al discepolo: “Ecco tua madre!”. E da quell’ora il discepolo l’accolse con sé». (Gv 19, 26-27).

Sono molte le interpretazioni di queste parole di Gesù, a cominciare da quella che vede la sua preoccupazione filiale verso la madre che, dopo la sua morte, sarebbe rimasta sola. Così Atanasio, Epifanio, Ilario…

Senza negare l’amore di Gesù per la madre, le frasi “Ecco tuo figlio” e “Ecco tua madre”, indicano comunque qualcosa di più profondo. Sono una formula rivelatrice del mistero della missione salvifica affidata al discepolo amato e alla madre. Origene nel discepolo vede simboleggiato il cristiano perfetto: «Chiunque diventa perfetto, non vive più la sua vita, ma Cristo vive in lui. E poiché Cristo vive in lui, a Maria fu detto di lui: “Ecco il tuo figlio, Cristo”».

Più complesso interpretare il significato simbolico della madre di Gesù. Già nel IV secolo Maria ai piedi della croce è considerata come figura della Chiesa. A questa interpretazione, già dal II secolo, si affianca quella che vede Maria come la nuova Eva, così che la Chiesa ha l’estensione di tutta l’umanità.

Vi è poi – molti secoli più tardi – l’interpretazione della maternità spirituale di Maria nei confronti di ogni cristiano: Gesù fece di Maria la madre non solo di Giovanni, ma di tutti gli altri discepoli.

A me, in una lettura libera come ci hanno insegnato i Padri della Chiesa, piace pensare che questa scena attorno alla croce segni un momento fondamentale della missione del vescovo. Vedo nel discepolo amato la figura del vescovo. Il suo affidamento alla Madre lo rende perfetto come il Figlio, un altro Gesù. Ora, fatto Gesù, egli ha la missione di prendere con sé la Madre, nella quale si rispecchia la Chiesa, come pure l’intera umanità (la Nuova Eva).

Il discepolo l’accolse con sé, la prese con sé, nella sua casa, fra le cose più care. Sappiamo quanto è ricca e complessa l’espressione del Vangelo: εἰς τὰ ἴδια. A me “la prese con sé” evoca Gesù che si commuove davanti alle folle, che gli appaiono sbandate, senza una guida, e si fa loro pastore, curando le malattie, cacciando i demoni, moltiplicando i pani, perdonando i peccati, rivolgendo loro parole di vita… Gesù ha compassione, entra nel cuore della sua gente, la comprende, si immedesima con quanti il Padre gli ha affidato. Prima della sua parola c’è il silenzio, l’ascolto, la condivisione…

Le parole: “Ecco tuo figlio” sono aperte – come ho accennato – a molte altre interpretazioni. Accenno a quella proposta da Chiara Lubich il 2 ottobre 1949, perché mi sembra offra un’ulteriore suggestione per la missione del vescovo: «Quando Gesù dice: "Donna, ecco tuo Figlio" Maria non è più Madre sua. È il momento in cui Maria dona a Dio la Maternità divina che Le aveva partecipato. È un "fiat" diverso dal primo: col primo rinunciava alla verginità (apparentemente); col secondo rinuncia alla Maternità - e pure apparentemente -. Solo così è Madre di tutti. Acquista la Maternità divina di infinite anime rinunciando alla Maternità divina del Primo Figlio. (…) Bella la Desolata in questo rivolgerSi verso l’umanità per raccogliere il frutto della morte del Figlio: veramente corredentrice in questa collaborazione nel riscatto di tutti. La vedo con Lui correre verso l’uomo divenuto loro Dio [Loro ideale, loro scopo, loro fine] per amore di Dio! Pronti ambedue a lasciar tutto per noi. Così noi - come Loro - dobbiamo lasciar Dio per gli uomini, lasciar l’Unità per i Gesù Abbandonati sparsi nel mondo. Far dell’Unità la pedana di lancio verso l’umanità. Venir, vivere per i peccatori e non per i giusti: come Lui, come Lei».

Non può essere di ispirazione anche per un vescovo questo rivolgersi di Maria verso l’umanità, questo correre verso gli uomini?

mercoledì 9 settembre 2026

Immaginiamo - Contempliamo Maria


Messina mi ha salutato con la festa di Santa Maria (e un magnifico tramonto). Nel santuario di Maria Ausiliatrice ad Alì Terme era esposta l’immagine di lei bambina: l’8 settembre! Lo stesso nella cattedrale di Messina.

Ma che ne sappiamo della nascita di Maria? Ed ecco qui il messaggio di Papa Leone in occasione della sua visita in questi giorni a Genazzano. Citando San Tommaso da Villanova, un frate e Vescovo agostiniano, si domanda come mai i vangeli parlano tanto della nascita di Giovanni il Battista e non una parola su quella di Maria… Tommaso da Villanova conclude: «poteva essere immaginata più che descritta, e che, come sintesi della sua storia, basta ciò che è espresso nel titolo: che da lei nacque Gesù. Cos’altro vuoi sapere? Cos’altro cerchi nella Vergine? Ti basti sapere che è la Madre di Dio… Lascia correre la fantasia, allarga i confini della comprensione e dipingi nel profondo della tua anima una giovane purissima, prudentissima…».

Da parte sua Papa Leone continua: «nasce semplicemente una bambina, come le figlie e le nipoti che teniamo in braccio», e riprende l’invito di Tommaso da Villanova a dare spazio alla fantasia, o meglio alla contemplazione: «nella preghiera contemplativa prende forma ciò che il mondo non ci racconta, ma esiste già»

È quanto hanno fatto i nostri vecchi, come quelli di Messina, che espongono immagini di Maria Bambina, che si inventano (ma per loro è vero!) il racconto di Maria che scrive una lettera ai messinesi… (noi a Prato ci contentiamo di una sua cintura…). Ma creano anche opere d’arte, come quella recente, del secolo scorso, che ho ammirato nella cattedrale: una statua dell’Assunta che mi è sembrata di estrema bellezza. Intanto l’organo mi regalava un concerto in grande stile, quasi l’accompagnasse in cielo. Dalla nascita all’assunzione: il racconto di Maria che non ci stanchiamo mai di raccontare: di Maria “numquam satis”.