«Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (Magnifica humanitas, 118).
giovedì 24 settembre 2026
mercoledì 23 settembre 2026
Perché tante religioni?
https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-7-perche-esistono-tante-religioni/
Ormai le migrazioni e la mobilità umana hanno portato in casa nostra uomini e donne di tutte le religioni con le quale dobbiamo confrontarci ogni giorno. E non si tratta soltanto di rapporti personali. Il tema delle religioni investe l’intera società, a cominciare dalla pace. Ricordiamo le famose parole di Gandhi: «Non ci sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni, e non ci sarà pace tra le religioni se non c’è dialogo tra le religioni». Siamo a 60 anni dalla Dichiarazione conciliare Nostra aetate sul dialogo interreligioso e proprio in questo giorni è uscito un documento della Santa Sede che ricorda l’importanza di questo dialogo.
Ecco che per questo nuovo podcast mi si chiede: Perché tante religioni? Tutte portano a Dio? Risponderei con tre punti fermi… e uno mobile!
Il primo
punto fermo è che Dio è Padre, ama la sua creazione, ama ogni persona. Egli
vuole che tutti gli uomini siano salvi, vuole il bene di ogni essere umano. Quando
vedo un musulmano, un buddista, un indù, il primo pensiero deve essere: è un
figlio di Dio come me, è amato da Dio come me e Dio gli è Padre come lo è per
me.
La domanda è:
come fa Dio a raggiungere ogni persona, come fa a salvarla? Tutte le religioni
portano a Dio? La salvezza raggiunge ogni uomo, perché Dio è Amore, ma come lo
raggiunge? Dio solo lo sa. Il Concilio Vaticano II, afferma chiaramente che Dio
dà la salvezza a quanti appartengono alle religioni non cristiane «attraverso
vie a lui note» (Ad gentes, 7). Dio ha le sue strade che noi non
conosciamo. È libero di amare come vuole e di trovare le sue strade per
raggiungere ogni persona. Il Concilio afferma ancora: «Nel cuore di tutti gli
uomini di buona volontà lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è
morto per tutti (…); perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti
la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero
pasquale» (Gaudium et spes, 22). Lo Spirito Santo sparge i semi del
Verbo in maniera misteriosa, e noi crediamo che essi maturano in pienezza in
Gesù.
Ed ecco il
secondo punto fermo. Dio si fa presente in mille modi, attraverso tutte le
religioni, ma a un dato momento della storia viene di persona in mezzo a noi:
«Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, è diventato egli
stesso carne, per operare, lui l’uomo perfetto, la salvezza di tutti e la
ricapitolazione universale» (Gaudium et spes, 45). In lui abita
«corporalmente la pienezza della divinità». Nel cristianesimo Dio si fa
conoscere e si comunica in pienezza. Non ci sono soltanto “semi del Verbo”, ma
il Verbo stesso fatto uomo: c’è la «pienezza della rivelazione tutta intera» (Dei
Verbum, 2).
È in Gesù che
tutti gli uomini sono salvi. Anche se i membri delle varie religioni non lo
sanno, chi dona loro la grazia della salvezza è Gesù. Per questo, afferma
ancora il Concilio, la Chiesa cattolica non rigetta nulla di quanto è vero e
santo nelle religioni, riconoscendo che «non raramente riflettono un raggio di
quella verità che illumina tutti gli uomini. Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta
ad annunciare, il Cristo che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), in cui gli
uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha
riconciliato con se stesso tutte le cose» (Nostra aetate, 2).
Ed eccoci al
terzo punto fermo: la coscienza di ogni persona. Anche su questo punto il
Concilio ha affermato con convinzione che ogni uomo deve cogliere e riconoscere
la legge divina «attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente
in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio».
Va rispettato
il cammino religioso sul quale ogni persona si è avviata, se essa è sincera e
si pone in ascolto della “voce interiore”. Ogni uomo è un mistero e racchiude
in sé un mistero. Il Card. Ratzinger, alla domanda di un giornalista: «Quante
sono le strade che portano a Dio?», rispose: «Tante, quanti sono gli uomini!». Quando mi trovo davanti una persona
appartenente a una diversa tradizione religiosa, devo avere un grande rispetto:
sta facendo esperienza del mio stesso Dio al quale si rivolge nella preghiera. Quanti
indù, buddisti, musulmani sinceri ho incontrato nella mia vita! Persone con una
profonda esperienza di Dio. Sono nati in una tradizione diversa dalla mia e lì
hanno trovato la loro via per un rapporto vero e profondo con Dio.
Siamo così al quarto punto, che ho chiamato “mobile” perché ci pone in relazione con i seguaci delle diverse religioni, in dialogo. Comunque è un ulteriore importante punto fisso. È importante conoscersi, lavorare insieme per progetti comuni, condividere le nostre esperienza di preghiera, la nostra visione del mondo… È il dialogo «nel quale i cristiani incontrano i seguaci di altre tradizioni religiose per camminare insieme verso la verità e collaborare in opere di interesse comune» (Segretariato per i non cristiani, Dialogo e missione, n.13).
I teologi
sono chiamati a lavorare al dialogo tra le religioni. Io, e tanta gente
semplice come me, preferiamo dialogare tra persone di religiosi diverse:
incontrarci, apprezzare le reciproche ricchezze, stupirci di quei “Semi del
Verbo” che, espressi pienamente nel Vangelo, appaiono comunque nelle varie
tradizioni religiose, nei loro scritti, nelle loro tradizioni.
In questo
dialogo anche noi cristiani possiamo testimoniare Gesù, in parole e opere, con un
annuncio concreto, esperienziale, come fu il primo annuncio del Signore
Risorto, fatto da Maria Maddalena: non disse: “Il Signore è Risorto”, ma “Ho
visto il Risorto”; non diede soltanto un annuncio di fede, ma una testimonianza
di fede.
Così insieme
ci arricchiamo e camminiamo uniti verso Dio e verso gli altri.
martedì 22 settembre 2026
L'attimo prima che il sole sorga
Mi è bastato fermarmi
a contemplare l'aurora
dalla mia finestra.
Cogliere l'attimo
i pochi istanti soltanto
che poi tutto si dissolve.
Fugace come la vita
e subito sorge il sole
al giorno senza tramonto.
lunedì 21 settembre 2026
Lo prese con sé
Giorni fa ho scritto che Maria è l’eredità che Gesù ci ha affidato: "Ecco tua madre": https://fabiociardi.blogspot.com/2026/09/la-prese-con-se.html
Nello stesso tempo noi siamo l’eredità che Gesù affida a
Maria: “Donna, ecco tuo figlio”. È un’eredità un po’ pesante per lei; un’eredità
fatta di debiti! Certamente meritava di meglio, ma gliel’ha data suo figlio. “Lo
prese con sé” così come glielo dava... Sicuramente ci avrà a cuore…
domenica 20 settembre 2026
Il fascino di Assisi
Da cosa è dato il fascino di Assisi? È una città ormi un po’
artificiale, tutta turistica. Eppure custodisce il fascino intramontabile di
Francesco, cittadino del libero comune d’Assisi e figlio di un ricco
commerciante, che in piazza si spoglia dei suoi vestiti, delle sue ricchezze. È
nudo come Cristo in croce, libero da tutto per poterlo seguire, vivere come
lui, essere trasformato in lui, diventare un altro Cristo. «Non voleva che
alcuno lo superasse nella via di Cristo – scrive Giordano da Giano -, ma
piuttosto precederli tutti» (Cronaca, 10). La primitiva Regola
che darà ai suoi frati sarà semplicemente seguire «la vita del vangelo di Gesù
Cristo» (Regola non bollata, Titolo). Anche
Fatto dal Vangelo un altro Gesù, figlio nel Figlio, scopre
il Padre celeste: «Finora - dice rivolto al padre, Pietro di Bernardone, in
giorno in cui si spoglia dei suoi abiti - ho chiamato te, mio padre sulla terra:
d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: “Padre nostro che sei nei cieli”,
perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e
la mia speranza» (Leggenda maggiore
2,4).
Riconoscendo Cristo incarnato come fratello e accogliendo la
paternità di Dio Francesco scopre presto la fratellanza universale. In ogni
uomo vede un fratello, in ogni donna una sorella. Anzi tutte le creature,
perché uscite dalla mano del Padre, ai suoi occhi appaiono come sorelle: «frate
vento, frate foco, sorella acqua...». La povertà, così caratteristica
nell’esperienza francescana, è lo strumento concreto per riordinare i rapporti
tra tutti nell’ottica della fraternità e non più del dominio, così da
sottolineare la gratuità dei rapporti. I suoi compagni li chiamerà “Frati
minori” per additarli come i fratelli più piccoli della grande famiglia che ha
Dio come Padre.
«Va, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina»,
si era sentito dire dal Crocifisso in san Damiano. Ma come fare a riparare la
casa di Dio? Altri, al suo tempo, e prima di lui e dopo di lui, hanno pensato
di rinnovare
Il suo esempio è contagioso e uomini e donne lo seguono e ne
condividono l’ideale. Sono frati, suore, laici… Oggi i francescani, nella
molteplicità degli ordini, sono la più grande famiglia religiosa nella Chiesa e
continuano a diffondere il messaggio di “pace e bene”, nella semplicità, nella
povertà, nella fraternità evangelica che ha caratterizzato san Francesco. E con
i frati le Clarisse, che continuano l’ideale di Francesco e Chiara, e le
centinaia di congregazioni francescane femminili. E con loro i laici
dell’Ordine Secolare Francescano e i giovani della Gioventù Francescana.
Insieme ricordano a tutti i cristiani che il Vangelo non basta leggerlo,
meditarlo: occorre viverlo!
Ma a Francesco non basta vivere il Vangelo per rinnovare la
Chiesa. Liberato dal Vangelo, è ora libero di annunciarlo, come gli apostoli,
«senza borsa né bisaccia...». Allora – racconta la prima biografia scritta da
Celano – Francesco radunò tutti insieme i suoi frati, «li divise in quattro
gruppi di due ciascuno, e disse loro: Andate, carissimi, a due a due per le
varie parti del mondo e annunciate agli uomini la pace e la penitenza in
remissione dei peccati… Rispondete con umiltà a chi vi interroga, benedite chi
vi perseguita, ringraziate chi vi ingiuria e vi calunnia, perché in cambio ci
viene preparato il regno eterno» (1
Celano, 29).
I suoi frati non staranno più nei monasteri come i monaci,
ma se ne andranno per le città e i villaggi, vivendo nello «spazioso chiostro
che è il mondo intero» (Giacomo da Vitry). La loro casa
sarà il “convento”, ossia il loro “convenire”, il loro stare insieme, la loro
fraternità. La loro “libertà” si manifesta anche nella loro missione. Si
lasciano guidare dallo Spirito che, come dice san Francesco, è il Ministro
generale dell’Ordine. Il frate minore che parte, aveva scritto nella regola, si
sente "ispirato da Dio" (Rb 12,1). Lui stesso pregava: Signore, dàcci
la grazia "di fare ciò che sappiamo che tu vuoi, e di volere sempre ciò
che a te piace".
Come Francesco i suoi frati, fatti liberi dal Vangelo sono
liberi di annunciarlo ovunque e comunque, con la creatività dello Spirito, con
la forza dell’unità che viene dalla loro fraternità.
sabato 19 settembre 2026
Francesco e Chiara: un’unità straordinaria
Oggi pellegrinaggio ad Assisi con la parrocchia di san Frumenzio. 116 persone. Dopo che si è parlato di Francesco, Jacopa e Chiara, alla messa ho parlato del rapporto tra Francesco e Chiara.
L’ascendente di san Francesco su santa Chiara è evidente. Nei
suoi scritti Chiara cita trentadue volte Francesco, mentre lei non è mai
nominata da lui. La recente letteratura rivendica un maggior protagonismo in
Chiara, a partire da momenti fondamentali della biografia di Francesco,
rilevando comunque che, per entrambi, il rapporto personale entra dentro una
relazione più ampia, che si allarga ai fratelli e alle sorelle.
Potremmo iniziare da un momento centrale nell’esperienza di
Francesco, che ne determina la vocazione. Riguardo al dubbio di Francesco sulla
vita da condurre, Bonaventura, nel capitolo XII della Legenda maior, scrive:
«“Fratelli – domandava – che cosa decidete? Che cosa vi sembra giusto?: che io
mi dia tutto all’orazione o che vada attorno a predicare? [...]”. Per molti
giorni ruminò discorsi di questo genere con i frati; ma non riusciva ad intuire
con sicurezza la strada da scegliere, quella veramente più gradita a Cristo».
Si affida allora al giudizio di frate Silvestro e di Chiara, affinché questa in
particolare indagasse «la volontà di Dio su questo punto, sia pregando lei
stessa con le altre sorelle, sia incaricando qualcuna fra le vergini più pure e
semplici, che vivevano alla sua scuola». L’intervento di Chiara è determinante
per la scelta di vita di Francesco. Benché gli studiosi siano perplessi sulla
ricostruzione di Bonaventura (Chiara è già santa quando Bonaventura scrive),
l’episodio è rivelativo di un possibile influsso di Chiara su Francesco come
consigliera. Del resto questo ruolo le è riconosciuto, dopo la morte di
Francesco, nei confronti di frati come Leone, che volevano conservare la
memoria e il tipo di vita del primitivo francescanesimo.
Potremmo inoltre interrogarci sul perché Francesco – che
Chiara considera certamente e in molti sensi “padre” (cinque volte è definito beatus, due volte sanctus,
una volta pater e una frater, con forte senso di figliolanza e di
venerazione. Anche nel Testamentum
Chiara lo definisce pater, columna, unica consolatio post Deum, firmamentum,
fundator, plantator, adiutor in
servitio Christi) – nei fatti sembri riconoscere in Chiara una
maternità. Molte biografie concordano, ad esempio, su una permanenza di
Francesco a San Damiano dopo il dono delle stimmate, quando in un freddo
mattino della primavera 1225 compose il Cantico
di frate Sole e l’altro prezioso testo, Audite,
poverelle: «Due anni prima di morire, quand’era ormai gravemente infermo e
soprattutto sofferente d’occhi, ebbe dimora presso San Damiano in una celletta
fatta di stuoie».
In questo finale rapporto di madre-figlio, tra le Sorelle Povere di San Damiano
e Francesco, sembra concludersi e in un certo senso trovare compimento il
mistero delle stimmate, che sboccia nell’accoglienza di tutto il creato con il Cantico.
Nella sua ultima volontà, Francesco chiama le Sorelle Povere
“dominas meas”. Ad esse sembra consegnare il dono della sua eredità, la
povertà “altissima”, come un tesoro da custodire gelosamente e da difendere da
qualsiasi insidia. Nella Regola, Chiara stessa scrive: «Il beato padre [Francesco],
poi, considerando che non avremmo temuto nessuna povertà, fatica, tribolazione,
umiliazione e disprezzo del mondo, ché anzi li avremmo ritenuti grandi delizie
[...]». Considerando, “attendens”. Un verbo che indica uno sguardo
attento, costante, penetrante. Francesco osservò attentamente come vivevano
quelle giovani donne della nobiltà assisana che avevano intrapreso la vita di
penitenza: prima di legarsi a loro con l’impegno di una «sollecitudine
speciale», volle comprendere se davvero era la stessa sua ispirazione ad averle
condotte ad abbracciare la vita evangelica.
Quando
poi Francesco redige il piccolo stralcio della Forma vivendi, che Chiara riporta nella sua Regula, non scrive – come spesso è stato
detto – un’esortazione, una direttiva alle Damianite, bensì riporta proprio ciò
che ha visto, e che ha suscitato in lui grande gioia: «Poiché, per
divina ispirazione, vi siete fatte figlie e ancelle dell’altissimo sommo Re, il
Padre celeste, e vi siete sposate allo Spirito Santo, scegliendo di vivere
secondo la perfezione del santo Vangelo […]». È quasi come se Chiara e le sue
sorelle gli mostrassero e gli rendessero il suo ideale fatto vita. Vedeva in
esse la medesima
ispirazione divina che aveva condotto lui e i suoi compagni a divenire “novelli
pazzi in questo mondo”.
Mi
pare di intuire in tutto questo una reciprocità che si fa sempre più “paritaria”
tra Francesco e Chiara, come disse Giovanni Paolo II nel 1982, nella
basilica di Santa Chiara. Il 10 gennaio 1993, sempre ad Assisi, associava di
nuovo strettamente i due: «Francesco e Chiara. Due nomi, due vocazioni, che
evocano i valori evangelici della carità, della povertà, della purezza,
dell’amicizia spirituale, della preghiera e della pace. […] Tutti e due hanno
espresso il primitivo ideale francescano, nella complementarità fra la
predicazione del Vangelo, svolta da Francesco e dai suoi frati, e la vita
contemplativa nella povertà e nella penitenza, abbracciata da Chiara e dalle
sue sorelle. Se è vero che Chiara era come un “riflesso” di Francesco, e in lui
“ci si vedeva tutta come in uno specchio”, non c’è dubbio che, nella comunione
dello stesso Spirito, la luce della purezza e della povertà di Chiara ha
illuminato il volto del Poverello, così come il suo ricordo e la certezza della
sua preghiera lo hanno rincuorato in momenti di difficoltà e di prova. Per tale
ragione Chiara è indissolubilmente legata a Francesco e il messaggio evangelico
dei due risulta complementare».
venerdì 18 settembre 2026
Quella marcia in più delle donne medico
Nella sala d’aspetto della dottoressa sulla bacheca leggo uno stralcio di giornale:
“Quella marcia in più delle donne medico. Secondo un recente
studio pubblicato su Jama le dottoresse riescono a mettere i pazienti a
maggiore agio e favoriscono un dialogo più empatico perché hanno una migliore
capacità d'ascolto. Le donne medico comunicano di più e meglio dei colleghi
uomini. Mettono i pazienti a loro agio e favoriscono un dialogo più aperto ed
empatico…
Le donne dimostrano maggior attenzione ai risvolti
psicosociali e agli stati d'animo. Informazioni direttive (istruzioni
specifiche) sono più frequenti tra gli uomini, mentre le donne sembrano
preferire quelle non direttive (tendono cioè a fornire alternative). Lievemente
superiore tra le donne la qualità dell'informazione, intendendo con questo
parametro una comunicazione chiara e priva di gergo "medichese".
Più impegnate nella costruzione del rapporto, le donne
favoriscono attivamente la partecipazione del paziente durante la visita,
tentano di mettersi sullo stesso piano, e pongono domande allo scopo di capire
meglio il paziente, di chiarire le sue aspettative, di indagare le sue perplessità.
Forniscono più volentieri messaggi positivi, ovvero incoraggiamenti e
rassicurazioni, che mirano a creare un'atmosfera più serena. Focalizzano
l'attenzione sugli aspetti emotivo-emozionali, cioè indagano esplicitamente le
sensazioni del paziente e ne esplorano gli stati d'animo allo scopo di
migliorare l'empatia. Fanno un uso maggiore di una comunicazione non verbale
positiva, vale a dire di atteggiamenti quali sorrisi, cenni di assenso, tono
amichevole della voce”.
E se le donne fossero anche preti? Avrebbero una marcia in più? Comunque i preti potrebbero imparare tanto dalle donne…
















