lunedì 19 ottobre 2026

L'esperienza del Paradiso '49

Se voglio sapere veramente cos’è l’acqua, cos’è il mare, mi devo tuffare e restarvi immerso, nuotando in esso... Esperienza letteralmente significa passare attraverso, penetrare. Bisogna entrare dentro le cose per capirle. L’aveva ben compreso Dante Alighieri: per capire l’Aldilà avrebbe dovuto andarci di persona, penetravi dentro, attraversarlo, per questo si inventa l’espediente letterario di un viaggio che passando per l’inferno e il purgatorio lo porta in paradiso.

L’esperienza del Paradiso ’49? È entrare in Paradiso e attraversarlo. A differenza di Dante, il racconto di Chiara non è una finzione letteraria. Ella è davvero entrata in Paradiso e ha percorso un viaggio al suo interno, così da conoscere davvero le realtà del Cielo dal di dentro. Essendo immersa in esso può narrare anche a noi quelle realtà del Cielo e lo fa narrando la sua esperienza. Le pagine del Paradiso ’49 sono la narrazione di questa esperienza avvenuta in Paradiso.

Di quale tipo di esperienza si tratta?

Così inizio la mia esposizione su “L’esperienza del’49” al Corso di formazione agile Paradiso ’49. Spiego diversi aspetti dell’esperienza tra cui il vissuto nell’ordinarietà:

Un’esperienza straordinaria, quella del Paradiso ’49, eppure vissuta nell’ordinario. Il libro è distinto in due parti: la prima narra il periodo trascorso in montagna sulle Dolomiti, la seconda il periodo trascorso in città, a Roma, e nel litorale romano.

A Tonadico, pur nella contemplazione, con i grembiuli da lavoro, lei e le compagne facevano il bucato alla fontana pubblica nella piazza del paese, sbrigavano le faccende di casa, e poi via per boschi e prati, in lunghe gite in montagna. Troviamo piccoli aneddoti di ogni giorno, come Angelella che dona un fiore a Chiara, la vista di un verme sul prato dove sono sedute, di una chioccia con i pulcini lungo la via, ma anche la contemplazione dei tramonti, della bellezza della natura che le circonda…

A Roma la vita è invece vorticosa: «Noi andiamo all'Avventura! Accettiamo ogni invito di portare il Fuoco dovunque. Non fissiamo regole né orari» (cpv 883): «ambulanti per il mondo» (cpv 888).

Non è bella questa mistica montana e urbana, vissuta nella normalità della vita, al punto che gli altri neppure se ne accorgono? Mi sembra moderna, laica, fatta per tutti: «Ecco la mistica nostra. Mistica che è equilibrio, luce e chiarezza, normalità, l'uomo alla perfezione, Dio umanato, senza quei languori e straordinari fenomeni pur divini che contrassegnano i santi mistici» (cpv 1532).

domenica 18 ottobre 2026

Nel deserto per trovare la propria anima


“Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perché gli uomini vi vivano,
i deserti perché vi ritrovino la propria anima”. (Proverbio dei Tuareg)

Si vede che mi sto preparando al mio viaggio nel deserto.

“Qui – continuo a leggere riguardo al deserto – anche la memoria scompare, non resta altro che lo stesso tuo respiro e il suono del tuo cuore che batte”.

E pensare che il “deserto” può essere anche qui…

sabato 17 ottobre 2026

Il mio secondo libro

Il mio secondo libro: La scelta dei poveri. Vita di Eugenio de Mazenod, in collaborazione con G. Lubich e G. Casoli, Città Nuova, Roma 1975, 220 p. (traduzione polacca)

In occasione della beatificazione di Eugenio de Mazenod (1975) fu chiesto a Igino Giordani di scrivere una sua biografia. Vista la sua rinuncia fu affidato a me il compito di curare una biografia popolare. Ero completamente inesperto e mi fu consigliato di coinvolgere due scrittori, Gino Lubich e Giovanni Casoli. Fornetti loro la documentazione e cercai di seguire il loro scritto. Io mi riservai l’ultima parte del libro, lo sviluppo missionario della Congregazione. Ne venne fuori un’opera un po’ ibrida che ebbe comunque un certo successo e fu tradotta anche in polacco.

Ne scrissi anche la prefazione, nella quale tra l’altro si legge:

Il presente volume, che ha quasi il sapore dell’autobiografia, vuole riproporre la figura di quest’uomo che appare d’una consonanza straordinaria con i tempi e le esigenze dell’uomo d’oggi. Gli autori hanno preferito che fosse lui a parlare, a comunicarci le sue scelte: la scelta di Dio e dei poveri; a farci gustare il dialogo con i suoi figli. Solo accostandolo direttamente, infatti, se ne può cogliere l’esperienza singolare in tutta la sua genuinità. (…)

Gli innumerevoli aspetti anticipatori della vita di Eugenio de Mazenod ne fanno un uomo di una attualità sorprendente. (...)

L'opera di Eugenio nasce da una profonda vita interiore — aspetto che gli autori hanno volutamente sottolineato a preferenza di altri — e dalla comunione con la Chiesa. L'«incontro» con Gesù Crocifisso in un Venerdì Santo lo fa, per usare termini paolini, «uomo nuovo». A quella scuola apprende che è la carità il «perno su cui ruota tutta la vita», l'amore scambievole cioè che, divenendo fondamento di ogni «comunità vivente», testimonia l'amore di Cristo Salvatore e conduce ad un amore senza limiti per i più abbandonati. I fatti sono là a testimoniarlo: la sua vita e quella dei suoi figli che non hanno esitato a varcare la «barriera del freddo» — il circolo polare — pur di annunciare ovunque la Parola di Dio, sorretti da Maria Immacolata loro Madre.

venerdì 16 ottobre 2026

Mi hanno trovato un nodulo al polmone

“I medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone”. In tempi di fitness e di cura dell’immagine ha sdoganato il tabù della malattia. Senza eufemismi. Direttamente, senza anonimi comunicati della sala stampa vaticana. Immediatamente, appena saputo l’esito delle analisi, senza aspettare fughe di notizie, illazioni, pettegolezzi. Sobrio, discreto, senza esibizionismi e nello stesso tempo schietto, diretto, senza inutili diplomazie: è Papa Leone! Un papato, il suo, iniziato in tono dimesso e ormai in piena crescita, conquistando consensi e stima, anche per questa trasparenza.

Il messaggio dell’Angelus di domenica scorsa, 11 ottobre, quando ha annunciato la sua malattia, iniziava così, a commento del vangelo del giorno: «Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia… La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono… i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”».

Questa volta non si tratta di un matrimonio, ma di un tumore e di un’operazione chirurgica. Come un matrimonio coinvolge tutta la famiglia e non si fa in segreto, così l’insorgere del cancro è un evento che domanda di essere condiviso da tutta la famiglia, anche se invece della gioia delle nozze provoca dolore. La famiglia del Papa è vastissima e ha voluto renderla subito partecipe di quando sta vivendo. Non può dirlo ad uno ad uno, in maniera discreta; lo dice quando tutti sono riuniti all’appuntamento domenicale.

Lo partecipa non come un fatto straordinario, ma come un evento che convolge milioni di persone nel mondo che hanno il tumore come lui, che devono operarsi come lui, che temono le conseguenze future… Per questo il papa lo annuncia alla sua famiglia assieme a tanti altri eventi, altrettanto e più importanti: la festa per la beatificazione di Suor Maria Ignazia Isacchi a Mantova, il ricordo della guerra nella martoriata Ucraina e della Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro, così come gli immancabili saluti personalizzati ai tanti pellegrini presenti in piazza… 

Non è uno show esibizionista. È una condivisione familiare e trasparente. È Papa Leone! Quello sportivo del tennis, della palestra e dell’equitazione? Sì, quello che sa essere anche debole, fragile, malato, pronto, come aveva detto all’Angelus, ad accogliere il Figlio del Re, Gesù Cristo, che ora nella malattia «torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”».

giovedì 15 ottobre 2026

Posso andare in pace…

Il convegno di studio sui 200 anni dall’approvazione delle Regole si è concluso. Un percorso che in tre giorni da san Pietro a Roma ci ha portato fino al sesto continente, quello del mondo digitale, che per i missionari Oblati, giunti in tutto il mondo, costituisce adesso una nuova frontiera da penetrare per annunciare anche qui il vangelo.

Un cammino storico ed esistenziale, che ci ha mostrando come le nostre Regole sono state un pedagogo che ci ha accompagnato in questi 200 anni; una bussola che ci ha indicato la direzione; un ponte che ci ha consentito di attraversare i passaggi più difficili; una fonte di ispirazione per la realizzazione di una moltitudine di opere a servizio del Vangelo; una guida per la missione e per la santificazione…

Con questo convegno ho raggiunto i due obiettivi che mi ero proposto: la celebrazione dei 200 anni con una serie di studi, e suscitare una nuova generazione di Oblati che prenda in mano l’eredità di studio e di ricerca e la porti avanti con nuovo impegno. In questi giorni ha visto una piccola schiera di giovani pronti a ripartire.

Nel 1976 al “Congresso sul carisma del Fondatore oggi” ero il più giovane dei partecipanti. A questo convegno sono il più vecchio! Che bel percorso! 

A messa ho ricordato alcuni degli Oblati che hanno lavorato nel campo della nostra storia e spiritualità, che ho conosciuto personalmente e che ora non ci sono più, mi hanno lasciato solo: Deschâtelets, Gilbert, Drouart, Mitri, Pielorz, Sion, Beaudoin… Davanti a me non c’è più nessuno... ma dietro a me sono in tanti! Mi sono quasi commosso nel vedere la continuità...








mercoledì 14 ottobre 2026

Le scarpe di sant'Eugenio

 

Abitualmente noi Oblati quando pensiamo a sant'Eugenio de Mazenod lo ricordiamo come il nostro fondatore, meno come vescovo di Marsiglia. Eppure anche come Vescovo ha tanto da insegnarci. E oggi, 14 ottobre, ricordiamo proprio la sua ordinazione episcopale qui a Roma nel 1832.

Rimase missionario anche da vescovo, costantemente disponibile per la gente. Passava quattro ore difilate d’udienza, dalle dieci alle quattordici. Bastava presentarsi e lui riceveva chiunque, senza bisogno di farsi annunciare. Poi gli impegni pastorali: le prime comunioni, le cresime, i matrimoni, le visite pastorali, le missioni, le riunioni d’ogni genere, le cerimonie civili a cui doveva partecipare...

Continuò a predicare per tutta la vita, in francese o più spesso in provenzale per farsi capire da tutti, parlando al cuore della gente, senza mai spaventare nessuno, infondendo in tutti la consolazione della misericordia di Dio, la certezza dell’amore di Gesù. Esercitava sulle persone un fascino tutto particolare.

A messa ho ricordato tre episodi soltanto.

D’inverno, vestito da semplice prete, incontra per la città un povero. Un sacerdote, senza farsi notare, lo vide togliersi le scarpe, obbligare quello a calzarle, prendere frettoloso la via del vescovado, cercando di coprirsi i piedi con la veste.

Al termine della cerimonia di chiusura di una missione, nelle campagne, una donna viene dietro di lui, ancora rivestito con il piviale e gli abiti pontificali, batte sulla sua spalla per farlo voltare e gli dice in provenzale: “Allora, Monsignore, tornate subito a Marsiglia?”. “Certo mia buona donna, dove volete che vada”. “Dunque, non la fareste una commissione per questa povera vecchia?”. “Certo, perché no”. Già il vicario generale e il parroco si erano avvicinati per convincere la donna importuna a tornare in un altro momento. Ma Monsignore insiste: “Lasciatela stare. Dì pure la tua commissione, mia cara figlia, e non ti curare di loro”. “Laggiù a Marsiglia mio figlio è in ospedale, e non mi dà notizie di sé e le strade sono difficili per andare a vederlo. Non potreste prendervi il tempo per farmi sapere come sta?”. “Ve lo prometto, cara donna; mi incarico io stesso di andare a prendere notizie di suo figlio”. È quello che fece appena tornato. Nelle visite pastorali si accollava volentieri le commissioni delle buone massaie per i figli soldati a Marsiglia.

Un vecchio, Gérangier, al processo di beatificazione ricordava: «Avevo undici anni e coi compagni del quartiere andavo a giocare in piazza. Spesso quando usciva dal vescovado il vescovo veniva verso di noi, ci dava le caramelle, e con una tenerezza tutta paterna, ci parlava in dialetto. Ci sembrava di vedere Gesù che si avvicinava ai bambini dicendo: Lasciate che vengano a me”».

Quante cose avremmo da imparare dal vescovo de Mazenod…

martedì 13 ottobre 2026

L’affinità e la stima reciproca tra Eugenio de Mazenod e Leone XII

Il Convegno è partito! Una bellissima atmosfera. 700 seguono in YouTube e oltre 6000 su Facebook. Io ho raccontato del rapporto tra Leone XII e sant’Eugenio.

Il primo impatto, avvenuto durante l’udienza del 20 dicembre, è stato determinante. Tra l’altro Eugenio si è presentato senza appuntamento perché era stanco di attendere…

Francesco Trusso, nella sua biografia di sant’Eugenio, prova anche a immaginare qualche sia stata l’immagine che papa Leone si faceva del Fondatore durante l’udienza e perché fosse così bene impressionato «da quest’uomo che è straniero e parla l’italiano con garbo e proprietà, che è francese e ha una mentalità che si direbbe italiana, che è aristocratico e ha una predilezione tutta particolare per la povera gente al punto di voler approvata una congregazione religiosa a loro esclusivo servizio e che andrebbe benissimo anche negli Stati Pontifici, che è di alta statura e l’ha visto in ginocchio per tutta l’udienza, è semplice sacerdote ma potrebbe vestire a suo tempo la porpora cardinalizia».

Vi sono alcuni tratti che accomunano le due persone che si trovano l’una davanti all’altra. Ambedue appartengono a famiglie nobili e quindi hanno una particolare capacità di intesa. Eugenio è colpito da “la bontà, la compiacenza, la cortesia del Sommo Pontefice”, dalla “affabilità”, “delicatezza”, “finezza”, “intuizione penetrante”, “saggezza profonda”.

Ambedue, grazie a questo tratto di autentica nobiltà, non vantano un senso di superiorità, ma appaiono sinceramente umili. Quanto Leone XII si sentisse piccolo davanti al suo predecessore “Magno”, l’ha affermato con i fatti, facendosi costruire nella basilica di San Pietro la tomba con un semplice tondo di marmo sul pavimento, posto davanti alla solenne tomba di san Leone Magno, di cui si compiaceva di portare il nome. La scritta conferma il suo senso di umiltà: «A Leone Magno, celeste Patrono, raccomandandomi umilmente, ho scelto questo luogo per la mia sepoltura, accanto alle sue sacre ceneri. Leone XII, umile successore degli eredi di un nome così grande, il minore».

Anche Eugenio de Mazenod ci presenta davanti al Papa con sincera umiltà. Quel suo ostinarsi nel rimanere in ginocchio ne è un segno. Inoltre è ben consapevole di essere il fondatore di una piccolissima famiglia religiosa. Dietro di sé ha soltanto un pugno missionari di cui 2 malati di tifo e quindi alla soglia della morte.

Ambedue si mostrano stanchi della vecchia e complessa burocrazia pontificia.

Eugenio annota che il Papa «voleva scusarsi per non poter fare con un colpo di penna quello che sapeva bene sarebbe stato concesso solo dopo lunghe formalità. “Sa”, mi disse, parlandomi sempre in terza persona, “queste sono le usanze della Santa Sede. Oggi fanno come cento anni fa”».

Non mancano altri segni di stima e di apprezzamento personali da parte del Papa verso Eugenio. Avrebbe voluto tenerlo a Roma per condurlo fino al cardinalato. Il Papa stava infatti pensando di convocare un concilio romano e, data la mancanza di teologi qualificati nel Sacro Collegio e nell'organico episcopale degli Stati Pontifici, avrebbe voluto aggiungere teologi tedeschi, francesi e spagnoli, poi creati cardinali. Sarebbero stati scelti, come scrive il cardinal Pacca, tra quelli «che, durante le disastrose rivoluzioni avvenute, si sono più distinti per la costanza, la dottrina, il sincero attaccamento alla Cattedra di Pietro».

Mostrando l’apprezzamento per sant’Eugenio, il Papa avanza ancora il progetto di un seminario a Roma. A conferma di questa fiducia vi sono poi le confidenze fatte dal Papa a sant’Eugenio su questioni delicate, soprattutto durante una ulteriore udienza. «Mi parlò di cose molto segrete, che mi confermarono l’opinione che aveva di me…”. La fiducia era reciproca: «Mi trovano molto a mio agio, e non avevo paura di parlare apertamente con lui di molte cose».

Contrariamente agli usi e al consiglio dei suoi collaboratori, Leone XII approvò subito la nuova Famiglia degli Oblati. «No, non seguo i vostri consigli, questa Società mi piace; so il bene che fa... Voglio sostenerla. È mia intenzione che queste Regole non solo vengano lodate, come si usa adesso, ma che siano approvate».

Il Papa si riconosceva in sant’Eugenio, si rivedeva da giovane, quando aveva ideali grandi… come quelli di sant’Eugenio.