Cambio di scena.
Eccomi a Trento con 30 seminaristi di Ungheria, Polonia, Italia, Mozambico, Angola…
Una bella squadra con la quale condivido le solite cose,
sempre belle, sempre più belle...
Cambio di scena.
Eccomi a Trento con 30 seminaristi di Ungheria, Polonia, Italia, Mozambico, Angola…
Una bella squadra con la quale condivido le solite cose,
sempre belle, sempre più belle...
Ognuno di noi si è trovato davanti a culture che a volte gli
sono sembrate lontanissime dalla propria. Penso ad esempio alle mie esperienze
in Giappone o in Pakistan… Non ci sono tuttavia mondi più distanti tra loro
come il cielo e la terra. E il Figlio di Dio ha lasciato il cielo per venire
sulla terra. È stato il più estremo tentativo di inculturazione. Ed è riuscito.
Inizia così una delle tre delle meditazioni che oggi ho
indirizzato ai formatori oblati, provenienti da tutto il mondo, che concludono
la loro sessione qui a Roma alla casa generalizia.
La “inculturazione” da parte di Gesù – ho cercato di spiegare
– si è svolta il tre tappe.
La prima è stata la più drammatica: l’operazione della kenosis,
la spogliazione totale di sé: “Gesù Cristo, pur essendo di natura divina, non
considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso (ekenōsen)”.
Egli assunse una natura umana priva di gloria, soggetta alla sofferenza e alla
morte. Rinunciò perfino ai “privilegi” che egli avrebbe potuto godere come
uomo. Infatti assunse “la condizione di servo”. Non ha voluto appartenere alle
categorie dei potenti, nessun senso di superiorità: ha voluto essere come colui
che serve: “Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per
servire” (Mc 10, 45).
Quanto orgoglio talvolta da parte nostra nel voler imporre
la nostra cultura. Quando senso di superiorità per i nostri studi teologici,
per appartenere a una classe superiore… Può succedere che pretendiamo ossequio,
i primi posti, essere serviti: ci presentiamo come dei capi, invece che come
dei servi. Davanti all’altro Gesù ci invita a spogliarci del nostro orgoglio,
delle nostre ricchezze culturali, per farci piccoli, vuoti di noi stessi,
pronti a imparare dall’altro, perché abbiamo sempre da imparare qualcosa
dall’altro, dalla cultura dell’altro. Se ci presentiamo davanti all’altro
ricchi della nostra cultura saremo incapaci di accogliere davvero l’altro. Non
possiamo considerare un tesoro geloso la nostra cultura, ma siamo invitati a
spogliare noi stessi (ekenōsen).
La seconda tappa dell’inculturazione vissuta da Gesù sono i
30 anni di nascondimento, di silenzio, di apprendimento nel lavoro quotidiano a
Nazaret. Non gli era bastato svuotare sé stesso, occorreva che si lasciasse riempire
dalla cultura umana, giorno dopo giorno. Gesù ha voluto imparare vivendo in un
ambiente semplice, umile, povero. Come ci ricorda il Concilio Vaticano II, egli
«ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con intelligenza d'uomo, ha agito con
volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo. Nascendo da Maria vergine, egli si è
fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato (Cf. Eb 4,15)»
(Gaudium et spes, 22).
Anche qui potremmo domandarci: Fino a che punto sono
disposto a entrare in un’altra cultura fino a essere in tutto simile ad esso,
fuorché nel peccato? Nella nostra storia tanti missionari si sono sentiti dire
dalla gente: sei uno di noi!
La terza tappa dell’inculturazione di Gesù sono stati i tre
anni di missione in mezzo al suo popolo. Ora che ha assimilato e fatto proprio
il linguaggio del suo popolo, Gesù può parlare. Conosce tutto: il modo di
lavorare la terra e di pescare, come le donne impastrano il pane, come sono le
feste di nozze e i giochi dei bambini, come i giudici amministrano la giustizia
e come agiscono i potenti, quali sono i rapporti tra padre e figli… Conosce la
bellezza delle stagioni, i fiori del campo… Adesso che è un uomo come gli altri
uomini, un ebreo come tutti gli ebrei del suo tempo, adesso può parlare,
insegnare anche le cose della sua cultura originaria, quella del cielo. E la
gente capisce, ed è meravigliata, si sente compresa: “Mai un uomo ha parlato
come questo uomo”.
Anche noi potremo e dovremo annunciare il Vangelo, ma
dovremo avere imparato ad essere vuoti davanti all’altro, aperti ad accogliere,
dovremmo conoscere la vita, le attese, i problemi dell’altro, avere condiviso
le sue gioie, i suoi dolori: essere uno di loro, come ha fatto Gesù con noi. L’aveva
imparato bene Paolo, che si era fatto ebreo con gli ebrei e greco con i greci,
con la legge e senza la legge… tutto a tutti.
A Cutigliano, sull’Appennino toscano, si rinnova come ogni estati la festa medievale.
È bello vedere il popolo in festa.
«Restare concentrati sul presente, avere la mente protesa a
fare una sola cosa alla volta». «Essere grati per le cose che accadono, anche
se non sono quelle ti saresti aspettato». Parole brevi, pronunciare col sorriso
sulle labbra. Così Phra Pittaya, il monaco buddista tailandese che incontro a
Loppiano, al centro di spiritualità Claritas. Da 26 anni vive in monastero, dopo aver lavorato come direttore di un
supermercato.
Da qualche anno ha lasciato il grande tempio e il monastero - di cui continua comunque a fare parte - e si è riturato nella foresta, in mezzo a una etnia tradizionale, per vivere con maggior purezza e povertà l'ideale monastico buddista. «Volevo diventare un monaco bravo - confida - ma non ci sono riuscito. Ho vissuto tanti anni con questo dolore. Poi ho incominciato ad accettare me stesso, a sanare le mie ferite, a curare il mio respiro e ad accogliere le differenze che sono attorno a mе».
Alla Claritas di Loppiano: «Mi trovo bene, tutti i religiosi sono simpatici. Si
sono preparati con cura per non fare quello che è sconsigliato verso di me, ad
incominciare dagli abbracci… Stare insieme non vuol dire che ci capiamo sempre.
Siamo diversi e quando ci sono difficoltà non cerco mai una risposta fuori, ma dentro
di me. I problemi nascono dal cuore, da dentro, perché non abbiamo un cuore
abbastanza grande». E aggiunge: «Si può crescere insieme e fiorire insieme,
donando la bellezza di ciascuno. La sofferenza è il concime per far fiorire il
fiore che è dentro il cuore».
Anche questa mattina ha partecipato con me alla Messa alla Theotokos. «Vengo
per essere vuoto del mio essere buddista e accettare di essere cristiano dentro
di me. Desidero cogliere l'amore di Dio e di tutti per farlo entrare dentro di
me».
Questi giorni sono ospite alla Claritas di Loppiano. Nella sala
degli incontri guardo i ricordi che Luce Ardente ha voluto lasciare per
continuare ad essere presente qui nella Cittadella. Un grande poster racconta
la sua storia:
«Luce Ardente (Phra Mahathongrattana Thavorn) nasce il 17 gennaio 1944 a Paa' Phai, Lee, provincia di Lamphun nel nord della Thailandia (anno 2487 dell'era buddhista). Diventa novizio a 13 anni, dopo la morte del padre, e viene ordinato monaco buddhista nel 1964 al tempio di Wat Muangton. Consegue una laurea in filosofia, una laurea magistrale in religioni comparate e due dottorati sullo studio delle religioni.
Nel 1994 viene in contatto con il Movimento dei Focolari, invitato alla Giornata Mondiale della Gioventù di Manila, dove incontra Giovanni Paolo II. Soggiorna alla cittadella "Mariapoli Pace" di Tagaytay: li resta colpito dalla semplicità e dall'accoglienza dei focolarini e chiede di conoscere Chiara Lubich. L'incontro avviene nel 1995 in occasione del Genfest di Roma: Phra Mahathongrattana resta toccato dal profondo ascolto di Chiara e dal suo sincero interesse per il buddhismo. Più tardi egli ricorderà: "Questo è l'amore. Sono monaco da tanti anni, ma mai ho conosciuto questo tipo di amore. Chiara era una persona speciale, altrimenti non avrebbe avuto così tanti discepoli in tutto il mondo. Non portava le persone dietro a sé, ma dietro il suo grande Ideale dell'unità".
Chiara lo chiamerà "Luce Ardente": nome che rispecchia la spiritualità buddhista, che parla molto di luce, quella stessa luce che lui dirà vedere nel volto di Chiara. Luce ardente la chiamava davanti a tutti e con riconoscenza: "Mamma Chiara". Nel 1996, alla Claritas di Loppiano vive due mesi di fraternità che lo segnano profondamente. Da allora si dedica al dialogo interreligioso: accompagna monaci nei focolari, diffonde tra i cristiani la meditazione Vipassana e, dopo una forte esperienza nella chiesa di Nemi, parla di Gesù crocifisso come simbolo d'amore. Costruisce ovunque rapporti di rispetto e amicizia tra fedi diverse, viaggiando dal Messico agli Stati Uniti e all'Australia, passando sempre dai focolari, sentiti come la sua famiglia. Anche di fronte a incomprensioni per la sua apertura, risponde con pazienza e senza mai giudicare.
Apostolo appassionato della fraternità universale, fedele alla tradizione buddhista, muore il 10 novembre 2025. Le sue ultime parole, ripetute ai focolarini sono: "Uniti sempre". Chiede che le sue ceneri siano divise tra Thailandia e Loppiano, vicino a "Mamma Chiara"».
Ricordo la prima volta che ci incontrammo in Tailandia, nel 2001. Mi ricordò le
parole che aveva sentito cantare in Italia: «Guarda alla croce e vedrai solo il
dolore, ma lì troverai l’amore, Dio che muore per tutti noi».
Era l’esperienza vissuta nella chiesa di Nemi, dove aveva
poi passato lunghi momenti in contemplazione dell’antico crocifisso a grandezze
naturali ritratto in maniera molto realista. Quella scultura in legno di olivo,
immagine della più alta sofferenza, è quanto di più lontano può esserci
dall’universo buddista. Eppure proprio davanti a quella immagine Luce Ardente aveva
scoperto che Dio è Amore. Davanti a quel crocifisso aveva portato anche il suo
maestro Ajahn Thong Sirimangalo che, al suo ritorno in Thailandia, in un libro
pubblicato nel 1996 con la riproduzione di due belle foto del crocifisso di
Nemi, scrisse: «Ad un amore così grande di Gesù che ha voluto dare la sua vita
per tutti noi non si può rispondere che con l’amore!».
Ci siamo incontrati altre involte sia qui in Italia che in
Tailandia. Ma quella prima volta fu speciale. Prima di lasciarci mi abbracciò
strettamente e mi ripetette la parola cristiana che andava va spiegando a tutti
i suoi discepoli buddhisti: agape.
Sull’Avvenire una pagina intera è dedicata al 16 luglio 1949, che oggi si celebra a Fiera di Primiero con il conferimento, da parte del Comune, del premio internazionale “Tonadico città del Patto”. In tutto il mondo oggi si celebra questa festa di famiglia e ci si racconta, ancora una volta, di quel saldo indistruttibile legame con il quale Gesù Eucaristia unì per sempre Chiara e Foco, e subito dopo le prime focolarine e poi altri e altri ancora, a cascata, dilatando quel patto sul mondo intero.
La pagina dell’Avvenire, scritta da Carla Cotignoli, riporta
al centro la più bella foto di Chiara, la stessa che ho scelto per la copertina
del libro “Lacrime e stelle”. La ritrae radiosa, a Baita Segantini, con alle
spalle le Pale di San Martino. È una foto luminosa, del 1951, che esprime la
luce di quelle estati di Paradiso che si protrasse da luglio 1949 a ottobre
1951. Ed è una foto “corale”, con Chiara circondata dai primi compagni e
compagne, quasi a confermare che quell’esperienza non era di una mistica
isolata, ma di tutto un gruppo del quale anche noi, se vogliamo, possiamo fare
parte.
Davanti a me un pubblico vario, dai testimoni degli inizi a
giovani che nulla sapevano del 1949, a famiglie provenienti dai quattro angoli
del mondo che hanno richiesto sei traduzioni simultanee.
Perché iniziare proprio con una storia familiare? Per
ricordare il valore dei racconti familiare, ma soprattutto per introdurre il
discorso sulla “dote”, una parola e un tema sconosciuto ai più giovani. Ho
infatti raccontato la storia di un matrimonio, delle “nozze mistiche” con le
quali il Verbo sposò l’Anima (con la maiuscola! perché non era una singola
“anima”, ma un “drappello” di anime!). Non fu il 16 luglio, ma il giorno
seguente… Sì, quel giorno, 17 luglio 1949, Il Verbo sposò l’Anima in mistiche
nozze, proprio come è avvenuto tante volte lungo la storia della Chiesa; solo
che questa volta la sposa è Chiesa, unità di tante anime.
Ed è allora che, come si usava una volta, inizia il viaggio
di nozze. Conosciamo l’espressione “viaggiare il Paradiso” – in proposito ho
scritto un libro! Non si viaggia “nel” Paradiso, ma si viaggia “il” Paradiso,
ossia si penetra e si vive ogni realtà in esso presente, così da esserne
trasformati. Ebbene questo viaggio è un “viaggio di nozze”. Chiara ha
l’impressione di essere condotta nelle realtà del Cielo dallo Sposo, che le
mostra, come a sposa, ciò che ormai le appartiene, facendole vedere il Paradiso
attraverso i suoi stessi occhi. «Sposo mio dolcissimo – la sentiamo esclamare
–, troppo bello è il Cielo e Tu come un divino Amante, dopo le Mistiche
Nozze..., mi mostri i tuoi possessi che sono miei». Per mesi lo Sposo mostrò
alla sposa ciò che ormai le apparteneva, le fece vedere il Paradiso attraverso
i suoi stessi occhi. La sposa, così ella scrive, «ama, vede, desidera ciò che
ama, vede, desidera lo sposo».
Il giorno in cui nacque Gesù la Sibilla Tiburtina e Augusto
imperatore lo videro, così almeno raccontano i Mirabilia Urbis e
la Leggenda aurea di Jacopo da Verazze. Sopra il Campidoglio
apparve una grandiosa visione: nel cielo un sole d’oro dentro il quale stava
seduta una donna con un bambino in grembo. La Sibilla, rivolta all’imperatore,
esclamò: “Questo bambino è più grande di te, perciò adoralo”, e si udì una voce
che diceva: “Hoc est ara coeli”, questo è l’altare del cielo. L’origine del
nome di quella che oggi si chiama l’Aracoeli è alquanto più complessa, resta il
fatto che in quel punto del Campidoglio sarebbe sorta la chiesa della Madonna
dell’Aracoeli.
La storia del Gesù Bambino dell’Ara coeli l’ho raccontata
più volte:
https://fabiociardi.blogspot.com/2013/12/il-gesu-bambino-di-roma.html
Ieri sono tornato all’Ara Coeli. Come altri monumenti di
Roma è uno scrigno d’arte, di tradizioni, di devozione… Questa volta è stato
più bello perché ho guardato tutto con gli occhi dei bambini che ho portato con
me. È proprio un altro sguardo, più semplice, più incantato, più bello.