domenica 27 settembre 2026

Più umani, più santi

Silenzioso il borgo agricolo. Cammino solitario lungo la strada, al sole del primo mattino, tra i campi arati e vigneti. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, una macchina. Tra poco a Castelspina riesploderà la vita. Un lampo e quasi 500 persone riappaiono d’improvviso per continuare la festa di Madre Chiara Ricci: famiglie con bambini, nonni, giovani... “Sono molti più degli abitanti del paese”, mi dice il sindaco. È l’appuntamento annuale degli “Amici di Madre Chiara Ricci”. È lei il centro galvanizzatore, ma in realtà chi attira tanta gente da tutta l’Italia sono queste suore fantastiche, piene di energia e di vita.



La sala esplode. I bambini si lasciano coinvolgere nella messa.





 I volontari organizzano i tendoni per i pasti. La catechesi formativa, la premiazione di un concorso tra ragazzi e giovani del mondo intero, lo spettacolo musicale… Una festa che si ripete ogni anno.


Sono partito dalla prima richiesta che viene fatta per essere membri dell’associazione “Amici di Madre Chiara”: «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Ho presupposto quello che scriveva sant’Eugenio de Mazenod (era morto da poco tempo quando Chiara Ricci entrò dalle Francescane del Monte a Genova), affidando ai suoi Missionari un progetto ambizioso: «rendere gli uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi». Sono tre aspetti strettamente legati tra di loro: la piena realizzazione della persona consiste nell’essere umani, cristiani, santi.

Santi? Sì, se santo significa amato da Dio e se è una risposta d’amore all’amore. Quando Paolo all’inizio della lettera ai Romani si indirizzava «a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata» (1, 7). Faceva dei “santi” un sinonimo di “amati da Dio”. Siamo santi perché siamo amati da Dio, è il suo amore che ci fa santi. Egli che è Amore, facendoci figli suoi, ci comunica il suo amore.

Che Chiara Ricci fosse davvero una donna umanamente realizzata appare evidente da tutta la sua storia. A cominciare da come, a 13 anni, sa prendere in mano la famiglia dopo la morte della mamma. Donna determinata nel perseguire la propria vocazione. Educatrice attenta. Organizzatrice e amministratrice. Forte nel dolore… La descrizione che ne fa il Necrologio (20 ottobre 1900) è il ritratto di una donna completa: «Era affabile, ma senza leggerezza, grave, ma senza alterigia, gioviale ma senza dissipamento, modesta, ma senza caricature, fervorosa, ma senza fanatismo, delicata di coscienza ma senza scrupoli». Tutto questo ha contribuito alla sua santità.

Nello stesso tempo la sua santità l’ha resa donna forte e coraggiosa, tenera e premurosa. Mi hanno colpito soprattutto le testimonianze di chi la difende dalle tante accuse, a cominciare dal parroco di Castelspina, don Giuseppe Malvicini, che la vede dirigere la sua opera «con amore di madre e con tanta intelligenza» (Epistolario, p. 97).

La sua esperienza mette in luce un elemento fondamentale del cammino di santità: la croce. Da buona francescana raggiunge la vera povertà francescana nel totale spogliamento di sé quando deve perdere la propria creatura, la famiglia religiosa da lei creata, venendo dimessa dal suo ruolo di madre.


Un’ulteriore dimensione della santità le viene dalla concretezza della vita fraterna. «E in che consiste questa carità? – si domanda – Nell’amarsi l’una con l’altra, nel compatirsi, nell’aiutarsi, nel pazientarsi, nel soffrirsi, nello scusare la sorella quando mancò» (Lettera circolare, p. 19-20).

Tra le molte sfaccettature della santità di Madre Chiara non potevo omettere il senso del servizio nei confronti delle giovani, dei poveri… e quell’accoglienza semplice e fraterna, piena di affetto che continua a caratterizzare la sua Famiglia delle Francescane Angeline.

Spero di aver rinfocolato in tutti «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Davvero santità e umanità si richiamano e si implicano a vicenda. Io sono me stesso se sono Gesù: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo». «In realtà – come continua il Concilio – solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. (…) e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina» (GS, 41).

Ieri sera dopo cena, festa nella festa: il ricordo del “transito” di Madre Chiara, avvenuto 125 anni fa. La veglia di preghiera inizia nella chiesa del paese. La fiaccolata percorre le strade del piccolo centro e si inoltra lungo la strada che porta alla vicina “casa madre”, dove continua la preghiera, con la lettura di testimonianze davvero commoventi che hanno lasciato le prime compagne della fondatrice. È notte tarda quando in silenzio sfiliamo davanti alla sua tomba…






sabato 26 settembre 2026

Immersione in luoghi carismatici

 

Sono semplicemente stupefatto. Sono partito ieri per Alessandria, dove sono che mi aspetta qualche centinaio di persone per una conferenza sulla santità. Di più non so. Viaggio piacevole lungo l’Aurelia e l’Autostrada. Giungiamo ad Alessandria mentre la distesa pianura Padana è illuminata lievemente di rosa da un tramonto tenue e incerto. Ma non entriamo in Alessandria. Ci immergiamo in strade che sembrano perdersi tra distese di campi. Castellazzo. Castellazzo? Ma qui Paolo della Croce ha scritto la sua regola! Poco oltre Castelspina. Siamo arrivati!

Mi introducono sotto un grande tendone. Sorpresa! Quanti giovani!



Da 31 anni, quando ricorre l’anniversario della morte di Madre Chiara Ricci, le suore, da tutta Italia, chiudono casa e si danno appuntamento in questo paesino sperduto nella campagna. O meglio, non chiudono le case, le affidano semplicemente in custodia agli amici. Ecco qui, tutte giovani, anche le più anziane sono giovanissime. Si sono portate dietro tanti altri giovani, soprattutto ragazze, anche loro qui per far festa a Madre Chiara Ricci, la fondatrice delle suore.



Le Suore Francescane Angeline sono nate proprio in questa casa a Castelspina. Dopo cena visito gli antichi ambienti dell’Ottocento: la cappella con la tomba della Madre, la stanza nella quale ha vissuto ed è morta, i pochi oggetti che le appartenevano, i bei mobili portati dalla casa della sua famiglia. Tutto disposto con cura, con armonia. Hanno ricreato un ambiente di un’atmosfera sacra. Qui è passata una santa!

Negli spazi moderni un gioiellino di mostra che aiuta a ripercorrere la vita della Madre, la sua fondazione, la storia della congregazione nel mondo.


Resto incantato.

Questa mattina, dopo la preghiera comune in una grande sala costruita proprio per questi eventi, i giovani si incontrano tra loro. Ne approfitto per farmi condurre a Castellazzo; non posso mancare l’incontro con san Paolo della Croce. A differenza di Castelspina che è un comune piccolo piccolo che oggi conterà si o no un 300 abitanti, sindaco compreso, Castellazzo si presenta quasi come una cittadina, con case e palazzi rigorosamente in mattone, come usa in questa regione, completamente tirati a lucido, con portici, una moltitudine di chiese…

Inizio dal santuario della Madonna della Creta, da alcuni anni punto di ritrovo dei “centauri”: il giorno del loro raduno la grande chiesa viene completamente svuotata dalle panche così che le moto possano invaderla completamente. La cappella con l’effige originaria della Madonna è bella e raccolta, attorniata da centinaia di ex voto, esposti anche nei corridoi vicini, segno di una lunga e profonda devozione.




La visita d’obbligo è comunque la chiesa di san Carlo e Anna. In fondo alla chiesa, sulla sinistra, si apre una stanzetta, la famosa cella nella quale san Paolo della Croce si ritirò in preghiera e scrivere la Regola. Ho appena finito di leggere uno studio sul diario mistico scritto in questa stanza… Peccato che un luogo così importante sia lasciato in maniera così trasandata. Eppure conserva tutto il suo fascino: un altro luogo altamente carismatico. Il “pellegrinaggio” continua alla chiesa di sant’Antonio abate, dove è conservata la grande croce di san Paolo.



Infine il cimitero di Castelspina, piccola cittadella composto esclusivamente da cappelle di famiglia. Fa eccezione il “condominio” delle suore e un riquadro dove, uniche, un bel numero di suore è sepolto per terra. Sono tante. Anche questa è una bellissima testimonianza.


Inizia intanto il convegno per celebrare l’anniversario di Madre Chiara Ricci: quest’anno è il 125° anniversario. Sono giunte le famiglie. Il titolo è affascinante: “La memoria accende la speranza. Madre Maria Ricci, una della per il suo tempo”. Tra le “memorie” il libro appena pubblicato da Chiara Codazzi con gli articoli di giornale del tempo della fondatrice. A seguire: “Il contesto storico-ecclesiale delle diocesi di Acqui Terme e Alessandria all’epoca di Chiara Ricci”, “L’opzione educativa nelle fondazioni religiose femminili del Basso Piemonte nella seconda metà dell’Ottocento”, “La profezia di un Necrologio” che rilegge il profilo di Chiara Ricci apparso sul giornale in occasione della sua morte. Un quadro ricchissimo che ci ha fatto rivivere la straordinaria esperienza di Madre Chiara nel contesto del suo tempo e anche come proposta di vita attualissima.





venerdì 25 settembre 2026

Come donare

 

Il vecchio buon P. Espedito Astarita amava i fiori. Erano la sua passione e la sua vita e li amava perché lo conducevano a Dio. Amava la natura. Erano proverbiali le tasche della sua talare, profonde e capaci: c’era la noce per il bambino, la caramella per l’ospite improvviso, la crosticina di pane per gli animali…

Un giorno mi disse: “Fabio, i tuoi fratelli ti vogliono bene. Qualsiasi sbaglio tu faccia non temere, ti perdoneranno sempre… Però attento: una cosa non ti perdoneranno mai, che tu sia migliore di loro o a loro superiore”.

Come possiamo rendere i nostri talenti un dono per gli altri? Come possiamo essere amati per i nostri talenti anziché odiati per essi?

Una risposta a questa domanda mi è arrivata a seguito del blog di ieri https://fabiociardi.blogspot.com/2026/09/malgrado-o-attraverso-il-limite.html

«Saremo amati e ammirati per i nostri doni quando i nostri doni saranno “colorati dalle nostre ferite”, come dice Henri Nouwen nella sua visione del “guaritore ferito”, in modo che gli altri non li vedano come una minaccia o come qualcosa che ci distingue, ma piuttosto come qualcosa che ci accomuna nei nostri limiti e difetti. Se condivisi in un certo modo, i nostri talenti possono diventare doni per tutti gli altri. In breve, il dono se non è “colorato dalla ferita” non è evangelico, non è per gli altri, non riesce a generare vita».

Mai dall’alto in basso, come saputi, ma alla pari, forse anche dal di sotto, perché quello è il nostro posto.

giovedì 24 settembre 2026

Malgrado o attraverso il limite?


«Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite» (Magnifica humanitas, 118).

mercoledì 23 settembre 2026

Perché tante religioni?

https://www.cittanuova.it/podcast-la-chiesa-e-i-miei-perche-7-perche-esistono-tante-religioni/

Ormai le migrazioni e la mobilità umana hanno portato in casa nostra uomini e donne di tutte le religioni con le quale dobbiamo confrontarci ogni giorno.  E non si tratta soltanto di rapporti personali. Il tema delle religioni investe l’intera società, a cominciare dalla pace. Ricordiamo le famose parole di Gandhi: «Non ci sarà pace tra le nazioni senza pace tra le religioni, e non ci sarà pace tra le religioni se non c’è dialogo tra le religioni». Siamo a 60 anni dalla Dichiarazione conciliare Nostra aetate sul dialogo interreligioso e proprio in questo giorni è uscito un documento della Santa Sede che ricorda l’importanza di questo dialogo. 

Ecco che per questo nuovo podcast mi si chiede: Perché tante religioni? Tutte portano a Dio? Risponderei con tre punti fermi… e uno mobile!

Il primo punto fermo è che Dio è Padre, ama la sua creazione, ama ogni persona. Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi, vuole il bene di ogni essere umano. Quando vedo un musulmano, un buddista, un indù, il primo pensiero deve essere: è un figlio di Dio come me, è amato da Dio come me e Dio gli è Padre come lo è per me.

La domanda è: come fa Dio a raggiungere ogni persona, come fa a salvarla? Tutte le religioni portano a Dio? La salvezza raggiunge ogni uomo, perché Dio è Amore, ma come lo raggiunge? Dio solo lo sa. Il Concilio Vaticano II, afferma chiaramente che Dio dà la salvezza a quanti appartengono alle religioni non cristiane «attraverso vie a lui note» (Ad gentes, 7). Dio ha le sue strade che noi non conosciamo. È libero di amare come vuole e di trovare le sue strade per raggiungere ogni persona. Il Concilio afferma ancora: «Nel cuore di tutti gli uomini di buona volontà lavora invisibilmente la grazia. Cristo, infatti, è morto per tutti (…); perciò dobbiamo ritenere che lo Spirito Santo dia a tutti la possibilità di venire a contatto, nel modo che Dio conosce, col mistero pasquale» (Gaudium et spes, 22). Lo Spirito Santo sparge i semi del Verbo in maniera misteriosa, e noi crediamo che essi maturano in pienezza in Gesù.

Ed ecco il secondo punto fermo. Dio si fa presente in mille modi, attraverso tutte le religioni, ma a un dato momento della storia viene di persona in mezzo a noi: «Il Verbo di Dio, per mezzo del quale tutto è stato creato, è diventato egli stesso carne, per operare, lui l’uomo perfetto, la salvezza di tutti e la ricapitolazione universale» (Gaudium et spes, 45). In lui abita «corporalmente la pienezza della divinità». Nel cristianesimo Dio si fa conoscere e si comunica in pienezza. Non ci sono soltanto “semi del Verbo”, ma il Verbo stesso fatto uomo: c’è la «pienezza della rivelazione tutta intera» (Dei Verbum, 2).

È in Gesù che tutti gli uomini sono salvi. Anche se i membri delle varie religioni non lo sanno, chi dona loro la grazia della salvezza è Gesù. Per questo, afferma ancora il Concilio, la Chiesa cattolica non rigetta nulla di quanto è vero e santo nelle religioni, riconoscendo che «non raramente riflettono un raggio di quella verità che illumina tutti gli uomini. Tuttavia essa annuncia, ed è tenuta ad annunciare, il Cristo che è “via, verità e vita” (Gv 14,6), in cui gli uomini devono trovare la pienezza della vita religiosa e in cui Dio ha riconciliato con se stesso tutte le cose» (Nostra aetate, 2).

Ed eccoci al terzo punto fermo: la coscienza di ogni persona. Anche su questo punto il Concilio ha affermato con convinzione che ogni uomo deve cogliere e riconoscere la legge divina «attraverso la sua coscienza, che è tenuto a seguire fedelmente in ogni sua attività per raggiungere il suo fine che è Dio».

Va rispettato il cammino religioso sul quale ogni persona si è avviata, se essa è sincera e si pone in ascolto della “voce interiore”. Ogni uomo è un mistero e racchiude in sé un mistero. Il Card. Ratzinger, alla domanda di un giornalista: «Quante sono le strade che portano a Dio?», rispose: «Tante, quanti sono gli uomini!».  Quando mi trovo davanti una persona appartenente a una diversa tradizione religiosa, devo avere un grande rispetto: sta facendo esperienza del mio stesso Dio al quale si rivolge nella preghiera. Quanti indù, buddisti, musulmani sinceri ho incontrato nella mia vita! Persone con una profonda esperienza di Dio. Sono nati in una tradizione diversa dalla mia e lì hanno trovato la loro via per un rapporto vero e profondo con Dio.

Siamo così al quarto punto, che ho chiamato “mobile” perché ci pone in relazione con i seguaci delle diverse religioni, in dialogo. Comunque è un ulteriore importante punto fisso. È importante conoscersi, lavorare insieme per progetti comuni, condividere le nostre esperienza di preghiera, la nostra visione del mondo… È il dialogo «nel quale i cristiani incontrano i seguaci di altre tradizioni religiose per camminare insieme verso la verità e collaborare in opere di interesse comune» (Segretariato per i non cristiani, Dialogo e missione, n.13).

I teologi sono chiamati a lavorare al dialogo tra le religioni. Io, e tanta gente semplice come me, preferiamo dialogare tra persone di religiosi diverse: incontrarci, apprezzare le reciproche ricchezze, stupirci di quei “Semi del Verbo” che, espressi pienamente nel Vangelo, appaiono comunque nelle varie tradizioni religiose, nei loro scritti, nelle loro tradizioni.

In questo dialogo anche noi cristiani possiamo testimoniare Gesù, in parole e opere, con un annuncio concreto, esperienziale, come fu il primo annuncio del Signore Risorto, fatto da Maria Maddalena: non disse: “Il Signore è Risorto”, ma “Ho visto il Risorto”; non diede soltanto un annuncio di fede, ma una testimonianza di fede.

Così insieme ci arricchiamo e camminiamo uniti verso Dio e verso gli altri.

martedì 22 settembre 2026

L'attimo prima che il sole sorga

Mi è bastato fermarmi
a contemplare l'aurora
dalla mia finestra.

Cogliere l'attimo 
i pochi istanti soltanto
che poi tutto si dissolve.

Fugace come la vita
e subito sorge il sole
al giorno senza tramonto.

lunedì 21 settembre 2026

Lo prese con sé


Giorni fa ho scritto che Maria è l’eredità che Gesù ci ha affidato: "Ecco tua madre": https://fabiociardi.blogspot.com/2026/09/la-prese-con-se.html

Nello stesso tempo noi siamo l’eredità che Gesù affida a Maria: “Donna, ecco tuo figlio”. È un’eredità un po’ pesante per lei; un’eredità fatta di debiti! Certamente meritava di meglio, ma gliel’ha data suo figlio. “Lo prese con sé” così come glielo dava... Sicuramente ci avrà a cuore…