giovedì 5 novembre 2026

Alessandro Staccioli: “un pretino da nulla”

Anche il nostro p. Alessandro Staccioli (Sandrino per gli amici) è partito per il Cielo.

«Ormai – scriveva il 28 settembre 2002 al superiore generale – anch'io cammino verso quel tramonto che porta alla fine del "quaggiù" ed apre però all'inizio della "nuova vita"... Gli acciacchi della salute si fanno sentire e considero questi miei ultimi anni come partecipazione (oh quanto limitata!) a quella passione che anche il Signore dopo la "Missione dell'Annuncio" compì alla fine della sua vita terrena. Celebro e vivo così ogni giorno la SUA e la mia Messa unito a LUI, il Signore, ed ai nostri confratelli in ogni parte del mondo».

Leggendo la sua storia mi rendo conto che davvero merita la scrittura di una biografia. Voglio solo rileggere – come faccio ogni volta che muore uno dei nostri Oblati – le prime due sue lettere al superiore generale riguardanti la richiesta della prima destinazione al termine degli studi. La prima è appunto la domanda di obbedienza, la seconda il ringraziamento. A differenza di altri, sono brevi, essenziali.

San Giorgio Canavese, 10 febbraio 1956

“Al nome di Gesù crocifisso e di Maria Dolce”

Reverendissimo e Carissimi Padre

Fra un mese per la prima volta salirò all’altare del Signore e sarò così consacrato al ministero delle anime. In attesa di ricevere la prima obbedienza vorrei esprimerLe al riguardo il desiderio di poter essere missionario tra gli indigeni dell’Africa Centrale, essendo disadatto per il clima rigido del nord, e avendo sempre avuto questo desiderio per la realizzazione del quale ho lasciato il seminario e sono venuto nella nostra amata Congregazione.

Lei Padre se vuole può cambiare il mio desiderio, tuttavia più che di questo La prego di usare di me come è meglio per l’utilità della Congregazione e della Chiesa. Qualsiasi obbedienza sarà accolta con l’amore con cui accoglierei le parole del mio Signore Gesù che veneto nella Persona del “dolce Cristo in terra”: il Papa, e nella Sua.

Gradisca il ricordo che ho di Lei nelle mie povere preghiere e i miei saluto

Le chiedo la S. Benedizione

Suo devmo figlio fr. Staccioli Alessandro omi

Ed ecco la risposta alla destinazione per il Laos:

Oné di Fonte, 24 luglio 1957

“Al nome di Gesù crocifisso e di Maria dolce” (S. Caterina da Siena)

Reverendissimo Padre, sapendola assente non ho scritto prima, per ringraziarla della benne obbedienza che ha voluto darmi. Spero con l’aiuto del Signore e della S. Vergine di compiere in tutto il mio dovere e di non deludere le speranze che la S. Chiesa e la Congregazione, ripone nel nostro lavoro.

Dicendolo sinceramente sento di non meritare tanta fiducia, perché sono un pretino da nulla, la mia fiducia nella buona riuscita l’ho riposta tutta in Gesù e nella Madonna. Le confido ciò che ho detto a Gesù il giorno della mia prima messa: preferisco morire, o soffrire tanto, anziché essere un cattivo sacerdote, spero che Gesù mi esaudisca.

I miei genitori hanno appreso la notizia da me personalmente e l’hanno ricevuta con vero spirito cristiano; Gesù è stato così buono da darmi anche questa gioia.

Reverendissimo Padre mi raccomando anche alle sue preghiere, pronto sempre al contraccambio da parte mia.

Ancora una volta grazie. Mi benedica

Suo devmo figlio P. Alessandro Staccioli omi

Di tutt’altro tenore la lettera che segna un’ulteriore fondamentale tappa nella sua vita.

Nel 1975, dopo il suo rientro in Italia dal Laos, a seguito dell’espulsione di tutti i missionari, viene nominato Ausiliare dell'Arcivescovo di Siena, con l'incarico del governo della Diocesi di Montalcino. Il suo impegno nella piccola Diocesi è stato senza riserve e senza limiti. Ma Mons. Staccioli si sente sempre vescovo dei laotiani, e si considera a Montalcino come un "Vescovo in prestito". Così nel 1986 riparte per le missioni: riceve l'incarico da parte della S. Sede dell'assistenza ai profughi del Laos, oltre 400.000 disseminati in campi profughi in Thailandia, Filippine, Australia, America, e anche in Europa, specialmente in Francia.

Ecco come confida la decisione di tale scelta, scrivendo a p. Drouart, che era stato assistente del superiore generale e aveva seguito la missione del Laos:

Dublin 29-6-1986

Carissimo P. Drouart,

come vede le scrivo da Dublino, dove sto studiando l'inglese per prepararmi al mio futuro lavora con i profughi laotiani di Thailandia, Filippine, Australia, ecc… (…) Come le accennai brevemente quella mattina nel refettorio della casa generalizia, ho ufficialmente chiesto di tornare a lavorare direttamente nel campo missionario ad gentes possibilmente can i Lao. La ragione principale è che i Lao si trovano sparsi ormai in tutto il mondo, ma si sentono dispersi, isolati e più che di aiuti materiali hanno bisogno forse di un aiuto morale per conservare la loro identità. Io sono uno dei pochi preti nel mando che parla laotiano.

Ho saputo che nelle filippine ci sono 2.000 laotiani senza un sacerdote che s'interessi alla loro formazione religiosa perché la lingua è di ostacolo. Allora ho pensato che il lavoro che svolgevo in Italia poteva benissimo essere svolto da qualsiasi altro vescovo italiano ed io potevo tornare a dedicarmi a quella che non ho mai smesso di considerare la mia gente. Quelli per cui nella mia vita ho sacrificato tutto per amore del Vangelo. Come dimenticare ad esempio che nel 1964 lasciai mia madre moribonda per tomare da loro perché Mons. Berti mi aveva scritto che c'era urgente bisogno di me? Mia madre morì 24 giorni dopo la mia partenza e prima di lasciarla sapevo che non l'avrei rivista eppure trovai il coraggio di fargli il solletico perché volevo che non piangesse alla mia partenza. Ci lasciammo sorridenti scherzando.... me in treno piansi silenziosamente per buona parte del viaggio, prima di arrivare a Roma.

Ma come dimenticare poi i 18 anni vissuti in costante pericolo, come dimenticare P. Wauthier che in fu portato alla missione in un sacco di plastica con 3 buchi nel petto... P. Boissel sul cui corpo si dovette prima gettare la terra per spengerlo e poterlo raccogliere... P. Borzaga… P. I'Henoret e gli altri, i tanti altri. M.lle Charrette che impazzì e prima di diventare completamente pazza ebbe il coraggio di dire: "Lo so che sto diventando pazza, se mi metteranno in un manicomio ci andrò per amore di Gesù!" E come dimenticare Don Bountha, P. Tito... In questi 10 anni mi sono sentito come un imboscato! Ma tuttavia ho lavorato e ho cercato di dare coraggio ed entusiasmo al clero, alla gente, ai seminaristi del Seminario regionale con i quali sono stato 2 anni… e sono contento di aver lavorato in questi anni nella mia terra di origine.

Ci sono però delle perplessità che mi spingono a lasciare questa terra. Infatti con tutta probabilità sarei tra un paio di anni diventato Arcivescovo di Siena o Vescovo in qualche altra città italiana, dato che l'attuale Arcivescovo di Siena andrà in pensione. In questi anni di permanenza qui in Italia mi sono accorto quanta differenza c'è tra il mio modo di vedere e concepire la vita sacerdotale e l'apostolato e quello dei sacerdote e Vescovi qui in Italia e particolarmente in Toscana. (…)

Per aver luce in questa situazione, ho chiesto consiglio e soprattutto ho pregato. Sapevo che è difficile sistemare un Vescovo in missione. Oggi in missione la gerarchia a qualsiasi livello deve essere locale, non straniera. Ho proposto allora di tornare in missione come semplice sacerdote missionario, ma anche questo so che è difficile, così mi sono rivolto alla Madonna, all'Immacolata che avevo scelto fin da quando avevo 4 anni, e l' 8 Dicembre scorso nel santuario della Madonna a Montalcino ho deposto sull'altare come offerta a Maria la mia croce episcopale (dono del babbo) e l'anello (erano gli anelli di matrimonio dei miei genitori e le catenina d'oro delle mia povera sorella fusi insieme, con i quali avevo fatto il mio anello episcopale) tutto è stato messo da me in un quadretto ex voto con un biglietto con queste parole: "A te che mi hai accolto fin dalla mia infanzia con cuore di Madre, con cuore di figlio offro nel 17º anniversario della mia ordinazione episcopale”. Ho dato alla Madonna le cose più care che mi erano rimaste. La Madama mi aiuterà a tornare in missione se questa è la volontà del Signore. (…)

Ancora non so dove effettivamente andrò anche se pare quasi certo in Thailandia. Forse dovrò girare per il mondo in aiuto dei Laotiani, se così sarà spero d’incontrarla almeno una volta. La Madonna che tutti e due amiamo ci farà questo regalo. Per ora un carissimo e paterno abbraccio in G. Ch. e M.I. Suo + A. Staccioli omi

mercoledì 4 novembre 2026

Il mio quarto libro: I Fondatori uomini dello Spirito

«Viviamo in un’ora protesa verso il futuro; infatti si percepisce l’aurora “di una nuova epoca della storia umana” (GS 54). In questo clima creativo, l’attrattiva del futuro va oltre la memoria del passato: piace di più l’avventura degli esperimenti che il museo degli esiti». Mi ha sorpreso oggi rileggere l’incipit di questo mio libro che non ricordavo: I fondatori uomini dello Spirito. Per una teologia del carisma di fondatore, Roma 1982, 407 pp. (Los Fundadores, hombres del Espiritu. Para una teología del carisma de fundador, Ediciones Paulinas, Madrid 1983; Menschen des Geistes. Zu einer Theologie des Grundercharismas, Patris, Vallendar-Schonstatt 1987).

Nel 1977, iniziai la docenza al Claretianum. Nel 1980 conseguii il dottorato, il primo ad essere conferito dall’Istituto. Ed è proprio per il dottorato che ho scritto I Fondatori uomini dello Spirito. Non fu facile, perché nel frattempo dovevo seguire gli scolastici di Vermicino nella loro formazione. Anche se nel mio libro non ho mai citato Chiara, o solo occasionalmente, sono stato ispirato da quello che lei diceva sui fondatori e soprattutto dalla sua esperienza di fondatrice.

La storia di quel libro potrebbe essere oggetto di un altro libro! Il cammino di una tesi di dottorato ha qualche analogia con il cammino della mistica: c’è il momento dell’illuminazione, quando ti balena davanti tutto il progetto e ti mette in cuore il desiderio di compiere l’opera. Poi arriva la notte dei sensi, quando la ricerca della documentazione si fa difficile e non ti soddisfa appieno. Poi la notte dello spirito, quando hai tutto in mano e vedi che l’impresa è troppo ardua e non sai più cosa veramente vuoi e perché hai intrapreso questo lavoro e dove ti porterà, e sei tentato di mollare tutto… Infine sei là, davanti alla giuria (erano presenti anche i miei genitori e il superiore generale, p. Jetté...), con un summa cum laude.

Dall’Antoniano di Bologna giunge anche il “Premio Paola e Antonio Malipiero per la ricerca teologica” per la mia opera, giudicata “una monografia scientificamente elaborata in cui l’Autore ci propone una sintesi, tra le più complete e fondate, su un argomento compiuto e pluridimensionale, quale quello del carisma i fondatore”.

Il libro mi valse tra l’altro l’assunzione al Laterano per l’insegnamento della teologia spirituale.

Da qualche parte, ma non so dove, ho le foto del conferimento del Premio Malipiero. La foto che invece ho ha portata di mano... è il tocco da dottore che mi ha conferito Sante!

martedì 3 novembre 2026

Le feste di Giordani: un’esplosione di meraviglia

Ma non sono le buone omelie di un bravo parroco. Niente a che fare neppure con i commenti ai vangeli che sto preparando per il sito del Dicastero per il clero. 

Linguaggio sconvolgente, contestualizzazione drammatica, sfide coraggiose e controcorrente, attacchi dirompenti, proposte inattese e sconcertanti.  Non pensieri spirituali ma il Vangelo che come ferro rovente penetra nelle carni della società, oggi diversa da quella del 1954 quando queste pagine furono scritte, eppure sempre uguale. È il Giordani più limpido e sincero. Come sempre politicamente scorretto. 
Un libro che mette in crisi e chiama alla conversione. 

lunedì 2 novembre 2026

Un popolo attorno a Maria

Il 23 e 24 ottobre ho celebrato prima nel santuario di Pompei poi in quello di Madonna dell’Arco.

A Pompei ero passato un momento soltanto parecchi anni fa, a Madonna dell’Arco mai. È stata una sorpresa scoprire due luoghi dove la pietà mariana è così viva; semplice, senza orpelli, sincera…

Una cosa che mi ha colpito sono stati gli ex voto. Circa 9.000 alla Madonna dell’Arco, a partire dal 1400, riempiono tutte le pareti della chiesa, degli ambienti attorno, del museo. 

Tra essi pistole e coltelli di persone convertite dalla camorra, ceri enormi portati da naviganti musulmani che si sono affidati alla Madonna… Tanti anche a Pompei.

Come in tutti gli altri santuari del mondo sono quadri semplici, popolari… Alcuni li ho guardati con calma e ho cercato di indovinare la storia che c’è dietro. Come quello di un naufrago che nuova verso riva; un quadro della seconda metà del secolo scorso, perché in lontananza si vedono bagnanti in bichini. 

Sì, dietro ogni quadro c’è una storia che in quella famiglia è stata raccontata tante volte; dietro ogni quadro una famiglia; la vita di un popolo…

Ed è bello vedere il popolo serrarsi attorno a Maria... Anche se quella dell'Arco non è proprio bella... e forse per questo piace!

Era una semplice immagine popolare dipinta sull'arco di un acquedotto romano. Durante una partita di bocce un perdente, arrabbiato, scaglia la sua boccia contro Maria, deturpandone la guancia che comincia a sanguinare... è ancora tumefatta. "Però - mi dicono - guarda che sguardo buono, è proprio una mamma semplice semplice che ti vuol bene e si prende cura di te, non importa se sei buono o cattivo".



domenica 1 novembre 2026

A Battipaglia da mons. Alessandro Staccioli

Battipaglia. Quante volte sono passato da questo nodo ferroviario… Oggi mi fermo per la prima volta. So che c’è un bel castello medievale e la mozzarella di bufala, di più non so. Comunque non sono venuto né per l’arte né per la gastronomia ma per trovare un vecchio amico: vecchio per lunga data di amicizia e per la sua veneranda età. Mons. Alessandro Staccioli. Missionario e vescovo nel Laos fino all’espulsione, vescovo itinerante dei profughi, vescovo di Montalcino… Senese doc dall’inconfondibile parlata, della contrada dell’istrice, arguto, schietto come si conviene a un toscano autentico…

È ammalato, molto prostrato, ma appena mi vede mi riconosce ed esclama, con un fil di voce: “sei sempre giovane”. Dall’alto dei suoi 95 anni è facile vedermi giovane. Fa difficoltà a parlare e spesso si assenta. Rileggo comunque una breve intervista di pochi mesi fa, in occasione dei suoi 70 anni di ordinazione sacerdotale.

A settant'anni dalla tua ordinazione sacerdotale, cosa ricorda di quel giorno?

È stato un giorno di grande gioia. C'erano anche i miei genitori, venuti a
San Giorgio Canavese. Mia madre aveva portato una stoffa per le mie mani che venivano consacrate con l'olio. Conservo ancora quel fazzolettino ricamato che lei ha fatto. Eravamo solo due sacerdoti a essere ordinati. Un giorno grandissimo.

Il legame con Siena?

Ho origini senesi, anche se sono nato a Trieste. I miei genitori erano entrambi senesi, ma mio padre fu mandato a Trieste per motivi legati al periodo fascista. Mio nonno, che faceva il fabbro, nel 1922 aveva prestato per gentilezza un terrazzino di casa a un deputato socialista perché potesse parlare alla gente. Questo gesto fu visto male dall'amministrazione fascista: a mio nonno fecero chiudere la bottega e mio padre fu trasferito a Trieste.

A Siena sono arrivato quando ero molto piccolo. Mi sentivo del posto, mi sentivo a casa. Sono stato molto bene con la gente, in modo particolare con quella di Montalcino, quando sono diventato vescovo. Il vescovo, quando riceve un incarico pastorale, deve vivere a contatto con il popolo e interessarsi di ciò che riguarda il popolo, soprattutto sul piano spirituale, aiutando le persone a dare un senso alla propria esistenza.

Come è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata quando ero ragazzo. I miei genitori erano persone religiose e andavamo sempre a messa la domenica. Mia madre mi ha insegnato a pregare. A un certo punto ho cominciato a pensare anch'io di diventare sacerdote e, a 13 anni, sono entrato nel seminario di Siena. Ci sono rimasto fino alla terza liceo, poi sono andato degli Oblati a San Giorgio, dove ho iniziato gli studi di teologia. Da studente mi entusiasmavano molto le missioni.

Da quell'entusiasmo nacque poi la scelta missionaria. Partii per il nord del Laos, una zona dove la vita era ancora molto primitiva. Così iniziammo la missione. Dopo la morte del vescovo Mons. Berti che era partito con me per il Laos, morto in un incidente aereo nei pressi del fiume Mekong, fui nominato suo successore. Poi, con la presa del Vietnam del Nord da parte del regime comunista, a metà degli anni Settanta, tutti i missionari furono obbligati a lasciare il Paese. Ripartimmo senza nemmeno un cambio di biancheria. Ci fecero attraversare il Mekong per arrivare in Thailandia e da lì tornammo in Italia. Rientrai in Toscana e fui nominato vescovo ausiliare di Siena, perché il vescovo mi chiese una maпо.

Come hai vissuto quel ritorno in Italia?

Continuavo a ricevere lettere e notizie della gente fuggita dal Laos. Erano scappate circa mezzo milione di persone. Sentivo forte il desiderio di riprendere la missione per aiutare quei rifugiati. La Conferenza episcopale inizialmente mi fece rimanere in Italia, ma io mi sentivo spinto a continuare quell'apostolato. Alla fine Giovanni Paolo II convinse la Conferenza a lasciarmi partire. Così ripresi il cammino in diverse nazioni del mondo per aiutare i rifugiati laotiani. Ho attraversato tutta l'America del Sud. C'erano rifugiati laotiani anche in Venezuela e in Perù e sono stato pure li. In Argentina c'erano circa 300 famiglie, comprai alcune case per accogliere le famiglie rifugiate. Nei viaggi nei diversi Paesi ho ritrovato sempre lo spirito missionario: sostenere la fede e il coraggio di questa gente che si trovava in difficoltà, lontana dalla propria terra e senza conoscere nemmeno la lingua del Paese in cui arrivava.

Ho continuato questa vita missionaria finché la salute me lo ha permesso. Essere sacerdote significa questo: aiutare le persone. Il Signore ha affidato questo compito ai discepoli e quindi anche ai sacerdoti e ai vescovi.

E oggi come vedi la Chiesa e la società?

Mi sembra che oggi manchi spesso alle persone una domanda fondamentale: perché si vive? La religione ci dà speranza e fiducia. Dio ci chiama a partecipare alla sua vita. In Gesù Cristo ci ha manifestato il suo amore e ci ha insegnato a chiamarlo Padre, dando così un senso alla vita delle persone. Oggi invece le cose materiali hanno preso troppo spazio e molti si sono allontanati dal rapporto con il Signore. Lui offre a tutti la possibilità di comprenderlo e di amarlo, ma serve un atto di fede. Nella Chiesa vedo anche tanto interesse e tanta attenzione agli altri. Se la Chiesa si presenta come una Chiesa di amore, di carità e di vicinanza alle persone, allora diventa importante per la gente. E così le persone non si chiudono in sé stesse e non ripiegano nella violenza.

sabato 31 ottobre 2026

Il segreto di Tutti Santi

Sono entrato a far parte della Scuola Abbà, questo straordinario cenacolo di studi, il 6 febbraio 1995. Nel 2004, in uno degli ultimi momenti di incontro con Chiara, ci rivolse l’invito: «Siate un cenacolo di santità!». L’anno prima un analogo appello: «Dobbiamo far in modo che la Scuola Abbà diventi Paradiso».

Oggi, dopo più di 30 anni, abbiamo dato vita a un nuovo programma di studi: un nuovo inizio della Scuola Abbà. Qua è sempre tutto nuovo, come una rinascita.

Ma non è questo l’invito che Gesù rivolge a tutti noi ogni giorno, come a Nicodemo: “rinascere”. Qui il segreto della santità, il segreto per essere un cenacolo di santità, il segreto per essere “Tutti Santi”: rinascere!





venerdì 30 ottobre 2026

Luminosa "venerabile". La mia testimonianza

Il Papa sabato scorso ha riconosciuto le virtù eroiche nella vita di Luminosa e la dichiara Venerabile. Ecco un’altra “santa” che ho conosciuto e che ho avuto la grazia di accompagnare nell’ultimo periodo della vita.

Nel 2023 resi una breve testimonianza che ho pubblicato qui sul blog:

https://fabiociardi.blogspot.com/2023/03/luminosa-un-vangelo-vivo.html

E adesso ecco arrivarmi il video che ho registrato in quella occasione:

https://youtu.be/izKnxhEudnk