domenica 30 settembre 2018

Visita all’isola San Giulio e a Madre Cànopi



Vidi la prima volta l’Isola San Giulio di Orta in un pomeriggio piovoso, di fine settembre. Arrivavo da Roma, dov’era ancora estate, e per contrasto mi pareva che qui l’autunno fosse ormai inoltrato. Il grigio uniforme del cielo si specchiava nel grigio plubeo del lago, in tenue gradazioni di colori con i tetti di ardesia, la pietra del campanile e delle case isolate. In quel chiarore cinereo, il verde folto della riviera si adombrava di toni misteriosi e placidi.
Appena giunta nella piazzetta di Orta, la mia prima impressioni fu di trovarmi in una quiete inattaccabile e che niente, fra le case, i portici e l’imbarcadero, stridesse con quella quieta. Non un’insegna, un rumore, una presenza animata, una tenda di finestra, un uscio, un dettaglio artificioso e estraneo all’ordine colto del paesaggio. Mi sentivo arrivata in un’epoca indefinita e non databile, piena di richiami ad un passato ancor vivente.
Sul traghetto di linea ero l’unica passeggera. In pochi minuti arrivammo presso l’Isola, l’aggirammo da settentrione e così ebbi modo di vederla subito tutta…
Scesi da sola, in un silenzio che ne mio ricordo si fa perfetto.
Oltre la riva irregolarmente lastricata, accidentata dai nodi di grosse radici, gli edifici impongono d’impatto il senso del luogo, ci si accorge subito che è uno spazio religioso e che lo è da lungo tempo…


È la stessa sensazione che ho provato anch’io. Anch’io, alla fine di settembre, sono sceso a piedi dalla statale fino ad Orta, lungo l’acciottolato, i mezzi pubblici non vi giungono. Anch’io, dopo aver percorso l’unica strada, quasi un tunnel tra le case, mi sono trovato nella piazzetta, sul bordo del lago, silenziosa e vuota. L’unica differenza è che sono giunto di mattina, e il cielo velato di nubi si è presto aperto in un sole vigoroso.

La pagina che ho citato è della grande storica del monachesimo femminile Mariella Carpinello, tratta dal libro Il segreto del chiostro, 1996.
Sapendomi a Domodossola la Carpinello mi ha pressato perché visitassi l’Isola San Giulio, respirassi l’aria di questo piccolo mondo antico, perché mi lasciassi compenetrare dagli affreschi della cattedrale che domina l’isola, dal fascino misterioso della storia di secoli rappresa in un piccolissimo lembo di terra, perché ammirassi il pulpito, il più originale che si possa pensare, perché rievocassi la genialità di Guglielmo da Volpiano, partecipassi alla liturgia monastica… tutti appelli che non ho disatteso. Ma soprattutto voleva che incontrassi la monaca più famosa d’Italia, la madre Anna Maria Cànopi, da lei prevenuta sul mio arrivo.


L’ho incontrata. Mi attendeva, minuta e sorridente, avvolta nell’ampio abito abbaziale, con la croce appesa ad una lunga catena. Ormai consumata dagli anni e dal lavoro, molto debole, ha lasciato il seggio per la sedia a rotelle.
Quando nel 1973, su richiesta del vescovo di Novara, venne a fondare il monastero sull’isola dai molti edifici ma deserta e invasa dai rovi, portò con sé cinque sorelle, una ragazza la trovò in paese, prima di traghettare. Ora sono un centinaio. A pranzo in foresteria, dove eravamo 15 ospiti, ho conosciuto una donna che nello stesso giorno entrava in monastero, la sesta di quest’anno; la settimana verrà due giorni dopo…
Nonostante la sua rinomanza, la forte presenza nella Chiesa italiana, i suoi sostanziali contributi nel campo della liturgia e della spiritualità, madre Cànopi, si è presentata con grande semplicità, continuando a ripetere che tutto è opera di Dio e che lei è un suo piccolo strumento. Pur fragile appare maestosa, abitata da Dio. Non potevo non chiederle di benedirmi e l’ha fatto con grande solennità, dopo aver preteso che io la benedicessi per primo.


sabato 29 settembre 2018

I confini del cuore



In quel tempo, Giovanni disse a Gesù: «Maestro, abbiamo visto uno che scacciava demòni nel tuo nome e volevamo impedirglie­lo, perché non ci seguiva». Ma Gesù disse: «Non glielo impedite, perché non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi» (Mc 9, 38-48).

«Fuori della Chiesa non c’è salvezza». Quanta irritazione per questa affermazione che sembra escludere tanti dalla via del cie­lo. Com’è possibile che chi non è nella Chiesa non si salvi? Ci si ribella davanti a una proposizione che sembra tanto assurda e terribile. La difficoltà viene dal fatto che non ci è chiaro cosa sia la Chiesa.
Prima di essere un’istituzione, la Chiesa è semplicemente Gesù, presente e vivo nella nostra vita, nella nostra storia. Dove è il Signore, il Salvatore, lì è il suo corpo, la Chiesa, nostra salvezza. Dove egli non è presente la Chiesa non è più, anche se ne rimangono le strutture, svuotate della sua realtà. Una presenza, quella di Gesù e quella del suo corpo la Chiesa, che in noi è più o meno vera, più o meno profonda, a secondo della nostra accoglienza e adesione.

È dunque vero che fuori della Chiesa non c’è salvezza, a patto che si comprenda quali ne sono i confini. Per Giovanni erano molto angusti, limitati a quelli che seguivano il Maestro. Gesù gli dilata il cuore: «chi non è contro di noi è per noi». Il settarismo è sempre in agguato nell’opposizione tra “nostri” e gli “altri”, tra “noi” e “loro”. Il nostro cerchio è naturalmente il detentore della salvezza! I confini della Chiesa sono quelli raggiunti dal sangue versato da Cristo, sono i confini della salvezza che egli ha operato.


Quanto lavoro da compiere, Gesù, per dilatare i nostri cuori sui confini del tuo, che non conosce confini. Sei venuto per ogni uomo e vuoi che ogni uomo sia salvo. Hai dato la vita per tutti, perché tutti abbiano la vita. In ogni persona, d’ogni tempo, d’o­gni latitudine, d’ogni cultura e popolo, hai deposto un germe di vita, il seme della tua Parola. Ti sei seminato in ogni cuore. Il tuo amore ha raggiunto gli estremi confini della terra. A tutti sei arrivato, a tutti ti sei donato.

Occorrerà il calore del mio amore, perché tu possa germogliare in ogni cuore, fino a pienezza? Ma allora non potrò più consi­derare l’altro come un estraneo, qualcuno “fuori” dall’ambito della tua presenza e salvezza.
In ogni cultura, in ogni religione, in ogni cuore dovrei saper riconoscere te, anche se più o meno nascosto, e il bene che vi hai diffuso. In punta di piedi davanti a ognuno, perché tu l’hai amato. E gioire e godere di tutto ciò che è bello, buono, giusto, da qualunque parte sbocci, senza invidie, senza gelosie, perché tutto è tuo, tutto è nostro.
La pietra preziosa che hai deposto in tanti cuori è forse coperta di fango, nascosta, ma c’è. Sono io che non so vederla.


venerdì 28 settembre 2018

A Stresa con de Mazenod e Rosmini



La scacchiera con la quale giocavano Rosmini e Manzoni
La casa di Rosmini a Stresa,
Centro studi rorminiani
Ho già scritto sul blog di quanto, l’11 giugno 1842, su invito di Rosmini, sant’Eugenio de Mazenod consacrò l’altare nella casa dei Rosminiani a Stresa:

Il 13 giugno scriveva nel diario:
Fermata a Stresa, sulle rive del Lago Maggiore, stati sardi, dove si trova il noviziato dei Rosminiani. È qui che ho conosciuto il celebre abate Rosmini, uno degli uomini più istruiti d’Italia, fondatore della congregazione della Carità. Le sue opere filosofiche, poco conosciute in Francia, fanno epoca in Italia. Il papa ha incoraggiato l’autore a continuare un lavoro così utile per la religione. Nel suo portafoglio ha materiale per 30 volumi in-8. L’abate Rosmini unisce una grande pietà e un’alta intelligenza. Il suo zelo uguaglia il suo talento. La sua congregazione comincia già ad espandersi in Inghilterra dove fa del bene. Non è molto numerosa in Italia. A Stresa si è appena costruita, in un posto affascinante, la casa del noviziato, a metà costone di una altura che domina tutto il lago. Vi ho consacrato l’altare costruito a spese della signora Bolongaro Borghese.


La stanza di Rosmini
Ed eccomi finalmente anch’io a Stresa, a celebrare sull’altare consacrato da sant’Eugenio, nella casa costruita da Rosmini come sede del noviziato e dello scolasticato.

Più in basso vi è la villa nella quale viveva Rosmini dopo gli inizi a Domodossola, divenendo la sede centrale dell’Istituto, dove il fondatore visse e morì. Qui si incontrava con Manzoni, a cui la legava una profonda amicizia, come Newman, Tommaseo e altri grandi del tempo.
Con il gruppo dei partecipanti all’Assemblea e al mio ritiro siamo venuti in pellegrinaggio sulla tomba di Rosmini.
La casa fu poi veduta alla Casa Savoia e divenne una succursale della corte. Fu poi riacquistata dai Rosminiani alla fine dell’ultima guerra e attualmente è la sede del Centro Studi Rosminiani, con la grande biblioteca di Rosmini e su Rosmini, che occupa sale e sale. Anche il museo è ben disposto.
Fa un certo effetto sostare nella stanza dove Rosmini è vissuto e morto.
Sono una decina le persone che lavorano per il Centro studi.


L'altare consacrato da sant'Eugenio
La casa costruita da Rosmini come noviziato
Non nego che, pensando al mio piccolo ufficio del Servizio generale per gli studi oblati a Roma, provo una certa invidia… Attorno al Rosmini ruotano non soltanto innumerevoli pubblicazioni, ma anche numerosissimi studiosi e persone interessati ai suoi scritti e al suo pensiero. Aveva ragione de Mazenod: “L’abate Rosmini unisce una grande pietà e un’alta intelligenza. Il suo zelo uguaglia il suo talento”.

Siamo poi saliti all’altra grande casa e alla chiesa costruite dal Rosmini, dove appunto de Mazenod consacrò l’altare. Da lassù si domina il Lago Maggiore, oggi particolarmente nitido, con le sue isole e le rive disegnate e ricche si ville eleganti. 
Attualmente è la sede dei convegni rosminiani.
Qui abbiamo terminato i nostri giorni di ritiro e pregato sulla tomba di Rosmini, circondati da amici e dai padri anziani e ammalati che qui risiedono.


giovedì 27 settembre 2018

Il grido della Maddalena e la consegna di Rosmini


Continuo a contemplare alcuni delle stazioni della via crucis, davvero eloquenti. L’ultima è la resurrezione di Gesù. Allora, alla fine del 1600, erano ancora 15. La via crucis si chiamava via regia ed iniziava in città con un arco trionfale, perché apriva la via regale che, attraverso la passione e la morte, conduceva Gesù alla gloria. È la cappella più grande, con un affresco straordinariamente bello, edificata sull’antica cappella del castello Mattarella, di cui oggi rimangono solo dei ruderi.



La stazione della morte di Gesù in croce è nella chiesa del calvario. Ci colpisce soprattutto la Maddalena, che non mi stanco di guardare. Ai piedi della croce, è rappresentata in atteggiamento diverso da quello che si vede abitualmente nell’iconografia. Non è rivolta verso Gesù, ma verso chi entra in chiesa. Grida il suo dolore, tra le lacrime, ma soprattutto grida la misericordia e l’amore di Gesù. Don Vito Nardin, il superiore generale dei Rosminiani, mi spiega che ella sta dicendo: “Voi pellegrini venuti qui, convertitevi, non vanificate il suo sacrificio, approfittate della sua misericordia”. E aggiunge: “È la prima annunciatrice del perdono ricevuto, per essere poi la prima messaggera della Risurrezione di Cristo”.  


Continuo intanto a dare il ritiro ai Rosminiani riuniti in assemblea generale. Oggi, tra l’altro, ho parlato del comandamento nuovo: “Amatevi l’un l’altro”, fatto proprio da tanti Fondatori, compreso sant’Eugenio con il suo “Tra voi la carità… la carità… la carità”. Anche Antonio Rosmini l’ha ripetuto come suo testamento.
Non solo all’inizio delle Costituzioni, come ho scritto ieri, pone il comandamento nuovo; lo riprende, proprio come sua consegna, anche nell’ultima lettera, scritta pochi giorni prima della morte, che inizia con le parole: “Che il PRECETTO del SIGNORE risplenda sulla terra di quella gloria di cui risplende in Cielo”. Gli era chiaro come il comandamento nuovo fosse la legge del Cielo portata da Gesù sulla terra, e che vivendolo, avremmo fatto della terra il Cielo.


mercoledì 26 settembre 2018

In visita a Rosmini e al suo Santo Monte di Domodossola



Seguendo de Mazenod anch’io sono venuto a trovare Rosmini, non ancora a Stresa ma a Domodossola.
Da Domodossola sono passato varie volte con il treno, ma mai fermato. Quello che conoscevo fino ad adesso di Domodossola era “D come Domodossola”.



Comincio dal Sacro Monte, uno dei nove dell’Italia settentrionale ormai patrimonio mondiale dell’Unesco: un percorso devozionale che si snoda dalla città fin sopra il colle dove domina il santuario del Crocifisso; una serie di cappelle con le varie stazioni della via crucis, iniziate a metà del 1500, e terminate con l’arrivo di Antonio Rosmini. Ogni cappella è una ricca rappresentazione scenica con statue e affreschi di rara bellezza, che consentono di entrare nel mistero che raffigurano. Erano e sono uno strumento per far rivivere il cammino della croce, immerse nel bosco silenzioso di frassini querce, roveri, in area protetta. Ho percorso tutta la salita fermandomi ad ammirarle una per una.


Rosmini prese possesso del santuario e dell’annesso convento, in stato di abbandono dopo le soppressioni napoleoniche, e ridiede vita a edifici e devozioni. Qui, il 20 febbraio 1828, ha fondato l’Istituto della Carità.
Entro nella sua stanza, dove a composto le Costituzioni, un’opera di 500 pagine. Iniziano affermando che il fine dell’Istituto è la propria perfezione; «E poiché nella propria perfezione si racchiude, e può esser detto gran parte, anche l’esercizio della carità verso il prossimo… questa Società ama grandemente anche tutte le opere di carità verso il prossimo, e volentieri le intraprende, in quanto sa che esse, assunte ordinatamente secondo la volontà divina, aiutano mirabilmente gli uomini a rendere la loro vita più accetta a Dio Padre e a Gesù nostro Signore, che dice: “Questo è il mio comandamento: che vi amiate gli uni gli altri, come io vi ho amati” (Gv 15,12). Perciò denominiamo questa Società dalla Carità, come dalla caratteristica dei discepoli di Gesù».
Mi pare proprio un buon inizio...


martedì 25 settembre 2018

Eugenio de Mazenod in visita a Rosmini



La rivista degli Oblati italiani “Voce di Maria”, nel 1943, pubblicava un articolo tratto da un giornale novarese”, a firma S. B., dal titolo Una visita ai Santuari Novaresi del Fondatore degli Oblati di M.I.; visita che era avvenuta 100 anni prima, nel 1842.

Mentre nell’anima ancora risuona l’eco festiva che ha contrassegnato con una nota speciale la festa della Madonna Immacolata, crediamo di offrire un omaggio alla Vergine rievocando una visita compiuta dal Fondatore degli Oblati di Maria Immacolata ai Santuari mariani novaresi.
«Caritas», il bollettino mensile di propaganda rosminiana ha rievocato con un rapido accenno, in uno degli ultimi numeri, 1’incontro avvenuto a Stresa nel 1842 dell’Abate Rosmini con il Vescovo di Marsiglia mons. Eugenio De Mazenod. Questo incontro sul suolo novarese di due Santi, il Fondatore degli Oblati di Maria Immacolata e dei Figli della Carità non è senza un auspicio per noi.
L’occasione dell’incontro era stata la consacrazione a Stresa di un altare dedicato alla S. Famiglia. L’altare ornava allora la primitiva Cappella del Noviziato dei Rosminiani, sita nell’attuale refettorio del Collegio Convitto Rosmini di Stresa, e si conserva ancor oggi trasportato nella Chiesa del SS. Crocifìsso.

La consacrazione di un altare

L’altare della S. Famiglia che la munificenza della Nobile Anna Malia Bolongaro Borghese, aveva donato al giovane istituto della carità veniva consacrato nei dì 11, 13 giugno con una festa memoranda. Assistevano alla cerimonia oltre all’Abate Rosmini e alla schiera dei giovani novizi mons. Pietro Scavini, celebre moralista, allora Vicario Capitolare della Diocesi di Novara vacante per la morte del Card. Giuseppe Morozzo.
Questa visita di un Vescovo marsigliese aveva suscitato nei giovani novizi tanta gioia, e ne rimane eco fedele un’ode composta dal P. Toscani in argomento di loro memoria indelebile e profonda venerazione.

Sacro Pastor del Marsigliese gregge...
l'alma pietà, la fede, l’ardor — che in volto spiri
mostran che in Te han sede — come i color dell’iri
Tutte virtù che splendono — in ottimo Pastor.
... Ma allor che giunto sie — del Rodano alla foce
rammenti del dìe... che ti degnasti spandere
tanta letizia e giubilo — nei nostri cuori;
Chè un stuol di giovanetti — in riva all’umil Toce
lasciasti, e nei loro petti — di tue virtude esimie
un fuoco inestinguibile — di santi ardori...

Bastano questi pochi versi per farci comprendere l’alta stima in cui il Vescovo era tenuto. Mons. Eugenio de Mazenod era infatti una delle figure più rappresentative dell’Episcopato francese in quella prima metà del secolo scorso, che segnò la restaurazione cristiana dopo la bufera rivoluzionaria.
Nel 1816 Egli aveva concretato un suo sogno da lungo meditato: la Fondazione di una Congregazione Religiosa, gli Oblati di Maria Immacolata, i quali pel disegno primitivo dovevano essere l’avanguardia della rinnovazione spirituale del paese, ma più tardi divennero gli arditi della Missione all’Estero. Già nel 1841 partiva il primo drappello destinato alle Missioni del Canadà: da quelle Missioni essi passarono a tante altre, sotto tutti i climi e sotto tutti i cieli, cosicché Pio XI amava ripetutamente chiamarli: «Gli specialisti delle Missioni più difficili».

Ai santuari di Varallo e di Re

Non meraviglia quindi se l’eco dell’opera e del fondatore abbia attraversato il vicino confine del piccolo Stato Piemontese Sardo. In Piemonte Mons. De Mazenod era stato negli anni della infanzia; vi era ritornato altre volte, specialmente per sollecitare dall’Arcivescovo di Vercelli una reliquia di S. Sereno, il Santo Vescovo marsigliese morto di passaggio a Biandrate e ivi rimasto patrono della Parrocchia.
Vi ritornò anche nella primavera del 1842. Lo scopo di questo viaggio era di andare a Torino a venerare la S. Sindone e di visitare in pio pellegrinaggio i Santuari mariani piemontesi. Restò a Torino tre settimane e invitato dallo stesso Re Carlo Alberto prese parte alla ostensione della Sindone in occasione delle nozze di Vittorio Emanuele, poi Re d’Italia. Visitò i Santuari mariani torinesi, quello di Vico a Mondovì, quello di Oropa nel Biellese: nel Novarese visitò il Santuario della Madonna Assunta e prima di rientrare in Francia, passando dalla Svizzera, il Santuario della Madonna del Sangue a Re nell’Ossola. Fu precisamente in questo viaggio che Mons. De Mazenod fu ospite dell'Ab. Rosmini a Stresa e consacrò 'altare della S. Famiglia.

Un giudizio sul Rosmini

Nel suo diario il Vescovo di Marsiglia rileva qualche apprezzamento sull’Abate Rosmini: «A Stresa ho fatto conoscenza col celebre abate Rosmini, uno degli uomini più dotti dell’Italia, fondatore della Congregazione della Carità. L’Ab. Rosmini accoppia una grande pietà e un’alta intelligenza: il suo zelo è pari al suo talento».
Da quell’incontro sono passati esattamente cento anni: tempo sufficiente per dare un sereno giudizio egli uomini e delle cose. Dell’uno
e dell’altro la Chiesa ha iniziato il Processo Canonico di Beatificazione che porterà, come primo risultato alla proclamazione della virtù eroica dei due Santi. Dei due Istituti la storia della Chiesa già narra lo zelo apostolico per la diffusione del regno di Dio nel mondo. Un incontro di due uomini, sia pure grandi, che cosa vale alla distanza di cento anni? Ma il passaggio dei Santi segna sempre il passaggio di Dio. Non ci sembra quindi esagerato se affermiamo che questa data centenaria è stata rievocata prima che da questo articolo da due vocazioni religiose sbocciate sulle stesse spiagge del Lago Maggiore in due Chierici passati dal Seminario di S. Carlo all'Istituto degli Oblati di Maria Immacolata in S. Giorgio Canavese, uno nel 1941, l’altro nel 1942, primizie novaresi tra questi specialisti delle Missioni più difficili. Voglia la Vergine Immacolata suscitare altre vocazioni ancora, e moltiplicare anche nel Novarese il numero degli Oblati consacrati al suo nome e al suo cuore.


lunedì 24 settembre 2018

Parole di Vita: recensisce Ravasi


Questa volta la recensione è d’autore!
Su “Il Sole 24 ore” di domenica 23 settembre, il card. Ravasi, dopo aver parlato di un’opera riguardante Edith Stein, prende in esame il libro di Chiara Lubich “Parole di Vita”:

Il volume che inaugura la collana svela già nel titolo il rimando alla sorgente, la Bibbia, “Parole di Vita”. Siamo lontano dalle vette del pensiero e dello stile di Edith Stein; nelle circa 350 brevi meditazioni di Chiara procediamo, invece, nella valle della semplicità quotidiana. Si assume una frase prevalentemente neotestamentaria e la si fa sbocciare; come scrive il curatore Fabio Ciardi, non sono commenti esegetici né riflessi intimistici, ma “una lettura carismatica, uno sprazzo di luce, un sussulto di gioia, un deciso impulso a mettere in pratica, a vivere”. Per questo sono messaggi destinati ai molti che la seguono e che si confrontano con l’esistenza illuminandola con la stella della Parola divina.
Sì, perché l’ermeneutica di questa Parola suprema viene cercata nell’immanenza polverosa della vita, che in tal modo viene irradiata da una Vita trascendente. Alla base di questa vasta sequenza di frammenti spirituali c’è la certezza che “il Vangelo non subisce l’usura del tempo” e l’arco cronologico così largo (dal 1943 al 2006) dimostra la permanenza della Parola nella fluida variabilità della storia. La stessa mutevolezza dei destinatari di queste riflessioni, uomini e donne, giovani e adulto, preti e laici, conferma che lo Spirito di Dio non conosce barriere e frontiere. Lo ha attestato papa Francesco visitando lo scorso maggio la cittadella di Loppiano, vero e proprio cuore di un Movimento che là esprime un’universalità e una serie di altre iniziative ramificate altrove nell’economia, nella musica, nell’editoria, nell’ecumenismo, nella pastorale familiare, nel dialogo interculturale e interreligioso.

domenica 23 settembre 2018

Saint-Laurent-du-Verdon, 200 anni dalla Regola OMI



Saint-Laurent-du-Verdon, un paesetto perduto tra le colline della Provenza e le basse Alpi Marittime, immerso tra boschi e terre coltivate, campi di lavanda, rocce vive, silenzi infiniti.
Un paese di case di pietra, poche, tenute uniti da strade strette che percorrono pochi metri prima di perdersi nella campagna. Una ottantina gli abitanti. Parecchi l’hanno scelto come luogo di riposo, soprattutto per l’estate.
La chiesa, bisognosa di restauro, ha una sua dignità, abitata da numerosi quadri e statua. Rimane chiusa tutto l’anno. Il parroco abita lontano e ha in cura una quindicina di parrocchie. Ieri le mura antiche hanno ripreso vita. Siamo arrivati una trentina di Oblati e una cinquantina di amici. Si sono uniti anche 5 persone del paese, compresa la moglie del sindaco.


Siamo venuti per ricordare i 200 anni dal tempo in cui sant’Eugenio venne qui a scrivere la prima Regola degli Oblati.
Il paese è dominato dal castello. Costruito all’inizio del 1600, fu acquistato dal nonno di sant’Eugenio nel 1730, assieme alle terre, diventando la sede del suo titolo nobiliare. Confiscato dalla Rivoluzione francese, fu ricomprato dalla nonna di sant’Eugenio, così che questi poté tornare ad essere signore di Saint-Laurent-du-Verdon. Quando, ventenne, tornò dall’Italia, la mamma lo mandò proprio a Saint-Laurent, a fissarvi la residenza, in maniera da trovare un giovane contadino del posto che lo sostituisse nel servizio militare; costava molto meno che ad Aix. Così il povero Eugenio, che veniva dal bel mondo di Palermo, si trovò solo, in mezzo alla campagna, tra contadini poveri e ignoranti. Per mesi si annoiò da morire.


Ripetutamente chiedeva alla mamma di vendere castello e terre, ma in fondo amava quel luogo.
Dal 1° al 16 settembre 1818 vi tornò ancora una volta, accompagnato da due suoi giovani Oblati, Francesco Moreau, diacono, e Mario Suzanne, novizio. Ad attenderli c’erano la mamma e la sorella, lì da tutta l’estate.


Il castello è ormai diviso in 17 appartamenti, compresa la cappella, con altrettanti proprietari, quasi tutti pensionati inglesi. Il frantoio dell’olio, dietro il castello, è un albergo.

I nuovi proprietari ci hanno accolto con una festa incredibile. Hanno voluto che pranzassimo nel parco e ci hanno fatto visitare gli appartamenti. Tutto è ristrutturato, ma si coglie ancora la bellezza austera del palazzo di una volta, a cominciare dalle scale solenni.
Dalle finestre si aprono quadri meravigliosa della natura, particolarmente bella, soprattutto in questi giorni di fine estate, col sole e il vento fresco e leggero.
Ho portato con me una copia esatta della Regola scritta a Saint-Laurent-du-Verdon in quel settembre di duecento anni fa. Ha conservato intatta tutta la bellezza e la forza ispiratrice.
Nella chiesa una lapide ricorda che il vescovo de Mazenod, senatore dell’Impero, venne qui nel 1858 e fece restaurare la chiesa.
Adesso, sulla facciata della chiesa, ne abbiamo apposta un’altra, che ricorda come nel castello, duecento anni fa venne scritta la Regola degli Oblati.

sabato 22 settembre 2018

Vale di più chi ama di più


«Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni risorgerà». Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo.
Giunsero a Cafàrnao. Quando fu in casa, chiese loro: «Di che cosa stavate discutendo per la strada?». Ed essi tacevano. Per la strada infatti avevano discusso tra loro chi fosse più grande. (Mc 9, 30-37)

Quale contrasto tra le tue parole e quelle dei Dodici. Due mondi lontani l’uno dall’altro, due logiche diversissime.
Tu parli di servizio fino alla donazione totale, fino alla morte; essi di potere e di primato.
Tu doni la vita, la perdi per noi, unica via di risurrezione; essi vogliono possederla e ricevere stima.
Tu annunci l’incomprensione a cui seguirà il disprezzo, l’ignominia; essi sognano prestigio e onori.
Sembra impossibile che proprio quello stesso pomeriggio, subito dopo il tuo annuncio di morte, abbiano preso a parlare di gerarchie e di precedenze. Forse è stato l’evangelista ad accostare volutamente questi due momenti antitetici, storicamente distanti tra loro, per metterne in risalto il contrasto. O forse è accaduto proprio così…

Non capita a volte anche a noi di vivere una sorta di schizofrenia? Ascoltiamo parole di luce che ci innalzano fino al cielo e il cuore è subito in festa; ma un minuto dopo l’incoerenza del peccato o la semplice dissipazione ci sprofonda in basso. Ci lasciamo trascinare dall’entusiasmo per i progetti del Regno, sogniamo una vita tutta di dedizione, e subito ci lasciamo riassorbire dall’egoismo. Quanto siamo fragili e incostanti…


I Dodici avevano difficoltà a comprendere la tua logica divina, ma nello stesso tempo avevano paura ad andare in profondità, non volevano capire: intuivano la portata delle tue parole e non volevano essere coinvolti in un’avventura troppo esigente come la tua.

Non è anche questa la nostra paura? Prendiamo discretamente le distanze per non rischiare sul serio la nostra vita, per non entrare fino in fondo nel tuo mistero, sapendo che esso domanda tutto. Quanto siamo deboli e peccatori…
Proprio per questo sei venuto. Con pazienza infinita ti siedi e ci chiami accanto a te per riprendere l’insegnamento: «Se uno vuole essere il primo, sia l’ultimo di tutti e il servitore di tutti».

Nella tua comunità, nella società nuova che stai costruendo, non ci sono più giochi di potere, interessi personali, ricerche di prestigio, ambizioni di carriera, corse e soprusi per arrivare in alto. I valori sono invertiti. Conta chi non ha diritti, come era allora per i bambini; per questo prendi un bambino e lo poni a modello. Conta ciò che non conta nulla. È più in alto chi più si pone in donazione. Viene in luce chi mette in luce gli altri. È primo chi fa passare l’altro per primo. Vale di più chi ama di più.
Questa la via che tu hai insegnato e praticato. Questa quella che vogliamo percorrere con te.


venerdì 21 settembre 2018

Eugenio de Mazenod è vivo



Sono una ventina gli Oblati che stanno seguendo il corso della “Esperienza de Mazenod”, un momento forte di formazione, per rivedere la loro vita, tuffarsi nuovamente nella vocazione oblata, riprendere energie per un nuovo impegno nel lavoro. Vengono dall’Asia, Africa, America.
La casa di Aix è il luogo più adatto per tuffarsi nella grazia delle origini.
Oggi ho loro ricordato loro della mia “scoperta” del Fondatore, cominciata al noviziato. E' stata una condivisione semplice e profonda, che fa bene a chi parla e a chi ascolta.

Anche il 22 febbraio 1975 raccontavo al superiore generale questa mia esperienza, almeno come era fino ad allora. Tra l'altro gli scrivevo:

In Eugenio de Mazenod vedo l’uomo che ha servito l’umanità in maniera integrale, mostrando chi è Cristo; l’uomo che ha servito l’umanità mettendosi a servizio della Chiesa. È la Chiesa il Sacramento di Salvezza ed è in lei e con lei che si è fatto cooperatore di Cristo Salvatore. È la Chiesa che lo ha chiamato a collaborare alla sua opera indicandogli le sue urgenze. In Eugenio de Mazenod vedo l’uomo che ha risposto all’appello della Chiesa non da solo, ma in comunità e in comunità religiosa.
Questa scoperta del Fondatore non l’ho fatta da solo, ma assieme ad altri fratelli. Il noviziato di Marino, prima di essere una scuola per lo studio del Fondatore, è stata una scuola di vita in cui si è cercato di attuare quel “cor unum et anima una” che è l’essenza di ogni comunità oblata. È da quella vita di comunione che è nata una conoscenza vitale del Fondatore e della Congregazione e prima ancora della Chiesa. È là che abbiamo capito che la vita religiosa e la vita missionaria non sono una giustapposizione come non lo sono le due frasi del testamento del Fondatore. Lo zelo per le anime, nella sua realizzazione operativa, è frutto del “tra voi la carità”, è cioè il riversarsi all’esterno della vita di comunione come partecipazione alla vita divina.

Con mia sorpresa il Superiore generale pubblicò quella mia lettera in uno scritto indirizzato a tutta la Congregazione, quale testimonianza di come i giovani “sentivano” il Fondatore.
Anche oggi i giovani Oblati lo sentono così, ne sono sicuro!


giovedì 20 settembre 2018

Teresa della Croce, la schiava turca oggi tra gli Oblati


Ad agosto ho letto un bellissimo romanzo su Bakhita, la schiava sudanese fattasi suora in Italia e divenuta santa.
Oggi ad Aix-en-Provence, vengo a conoscenza di un’altra straordinaria storia, di un’altra schiava, questa volta turca divenuta carmelitana nel Carmelo di Aix.
Fondato nel 1625, il convento fu soppresso dalla Rivoluzione francese, le 18 monache disperse e i locali venduti. Acquistato nel 1815 da sant’Eugenio divenne il luogo di fondazione degli Oblati.
Le lapidi delle carmelitane sepolte nel chiostro sono ancora nella nostra casa, su una parete del chiostro.
È della fine del 1600 la storia di sr. Teresa della Croce, narrata nel registro del Carmelo e qui trascritta:

Un giorno, il signor de Baurens de Brue, padre di Madre Henriette di Gesù, ebbe l'occasione, durante un viaggio, di incontrare una piccola schiava. Su sua richiesta, accettarono di vendergliela. Era una bambina nata in Turchia.
A causa di un imminente pericolo, la sua famiglia aveva dovuto abbandonare la casa durante la notte e scappare. I suoi familiari durante la fuga si dispersero e la bambina rimase sola con sua madre e un fratello più piccolo. Il bambino, catturato da quanti avevano dato fuoco alla loro casa, fu schiacciato dagli inseguitori. Poco dopo, la madre fu rapita e la bambina non seppe mai cosa le fosse successo.
Riscattata dal Presidente de Brue, il giovane turca passò dalla schiavitù alla libertà.
La moglie di questo bravo cristiano, la degna figlia della santa Madame d'Oppède, adottò questa piccola musulmana, desiderando di farla entrare presto nella santa Chiesa cattolica.
Benché molto legata alla sua religione, la bambina si lasciò istruire e chiese il battesimo. Il sacramento le fu conferito solennemente nella cattedrale di Saint Sauveur dal vescovo Charles de Villeneuve de Vence il 3 maggio 1694.
La piccola Teresa era molto felice di essere diventata cristiana. Il padrino, il signor de Béraud, e la madrina, signora de Brue, condividevano la gioia.
Ora, Madame de Brue, che aveva già tre figlie nel Carmelo, non mancò, da quando la bambina era arrivata ad Aix, di portarla al Carmelo, con i suoi vestiti orientali, che incuriosivano molto la comunità.
La bambina, spesso tormentato dai drammatici ricordi della sua famiglia, trascorreva molto tempo al Carmelo e desiderava entrarvi. Fu ricevuta in monastero quando aveva appena 10 anni, col nome di Teresa della Croce.
Si rese molto utile alla sua comunità, svolgendo lavori penosi. Si occupava molto delle malate, le assisteva con attenzione e impegno. Non perdeva un minuto e passava anche molto tempo a leggere. Ogni anno faceva il suo ritiro.
Dopo 26 anni al Carmelo, suor Teresa si ammalò gravemente. I medici consultati non le davano alcuna speranza di guarigione e la suora si preparò con coraggio e gioia all’ultimo passaggio. Il male stava peggiorando e suor Teresa sopportò le sofferenze per 14 mesi con pazienza ed eroismo, gli occhi fissi sul crocifisso.
Dopo la sua morte, abbiamo trovato questa nota scritta con la sua stessa mano:

"Penserei di mancare al mio dovere di gratitudine se lasciassi ignorare alle mie Madri e Sorelle dell'ordine, quanta carità questa comunità di Aix ha avuto nei riguardi di questa povera turca. Mi hanno fatto la grazia di accogliermi per carità, avendo più riguardo per le grazie che Dio mi ha dato che per i beni che io ho portato, poiché di mio ho avuto solo la buona volontà di essere la serva di tutte ... Le mie Madri hanno spinto la carità nel considerarmi in tutto come uno di loro. No, non penso che possiamo trovare in nessuna comunità una carità come quella che ho provato in questa."

Che bell’elogio per il Carmelo di Aix! Che lo meriti sempre!
Possa il Cuore di Gesù riposarsi tra di noi come nel santuario di sua scelta e trovare tutta la carità che desidera qui in terra!
(Dal Codice del Carmelo di Aix)