martedì 13 ottobre 2026

L’affinità e la stima reciproca tra Eugenio de Mazenod e Leone XII

Il Convegno è partito! Una bellissima atmosfera. 700 seguono in YouTube e oltre 6000 su Facebook. Io ho raccontato del rapporto tra Leone XII e sant’Eugenio.

Il primo impatto, avvenuto durante l’udienza del 20 dicembre, è stato determinante. Tra l’altro Eugenio si è presentato senza appuntamento perché era stanco di attendere…

Francesco Trusso, nella sua biografia di sant’Eugenio, prova anche a immaginare qualche sia stata l’immagine che papa Leone si faceva del Fondatore durante l’udienza e perché fosse così bene impressionato «da quest’uomo che è straniero e parla l’italiano con garbo e proprietà, che è francese e ha una mentalità che si direbbe italiana, che è aristocratico e ha una predilezione tutta particolare per la povera gente al punto di voler approvata una congregazione religiosa a loro esclusivo servizio e che andrebbe benissimo anche negli Stati Pontifici, che è di alta statura e l’ha visto in ginocchio per tutta l’udienza, è semplice sacerdote ma potrebbe vestire a suo tempo la porpora cardinalizia».

Vi sono alcuni tratti che accomunano le due persone che si trovano l’una davanti all’altra. Ambedue appartengono a famiglie nobili e quindi hanno una particolare capacità di intesa. Eugenio è colpito da “la bontà, la compiacenza, la cortesia del Sommo Pontefice”, dalla “affabilità”, “delicatezza”, “finezza”, “intuizione penetrante”, “saggezza profonda”.

Ambedue, grazie a questo tratto di autentica nobiltà, non vantano un senso di superiorità, ma appaiono sinceramente umili. Quanto Leone XII si sentisse piccolo davanti al suo predecessore “Magno”, l’ha affermato con i fatti, facendosi costruire nella basilica di San Pietro la tomba con un semplice tondo di marmo sul pavimento, posto davanti alla solenne tomba di san Leone Magno, di cui si compiaceva di portare il nome. La scritta conferma il suo senso di umiltà: «A Leone Magno, celeste Patrono, raccomandandomi umilmente, ho scelto questo luogo per la mia sepoltura, accanto alle sue sacre ceneri. Leone XII, umile successore degli eredi di un nome così grande, il minore».

Anche Eugenio de Mazenod ci presenta davanti al Papa con sincera umiltà. Quel suo ostinarsi nel rimanere in ginocchio ne è un segno. Inoltre è ben consapevole di essere il fondatore di una piccolissima famiglia religiosa. Dietro di sé ha soltanto un pugno missionari di cui 2 malati di tifo e quindi alla soglia della morte.

Ambedue si mostrano stanchi della vecchia e complessa burocrazia pontificia.

Eugenio annota che il Papa «voleva scusarsi per non poter fare con un colpo di penna quello che sapeva bene sarebbe stato concesso solo dopo lunghe formalità. “Sa”, mi disse, parlandomi sempre in terza persona, “queste sono le usanze della Santa Sede. Oggi fanno come cento anni fa”».

Non mancano altri segni di stima e di apprezzamento personali da parte del Papa verso Eugenio. Avrebbe voluto tenerlo a Roma per condurlo fino al cardinalato. Il Papa stava infatti pensando di convocare un concilio romano e, data la mancanza di teologi qualificati nel Sacro Collegio e nell'organico episcopale degli Stati Pontifici, avrebbe voluto aggiungere teologi tedeschi, francesi e spagnoli, poi creati cardinali. Sarebbero stati scelti, come scrive il cardinal Pacca, tra quelli «che, durante le disastrose rivoluzioni avvenute, si sono più distinti per la costanza, la dottrina, il sincero attaccamento alla Cattedra di Pietro».

Mostrando l’apprezzamento per sant’Eugenio, il Papa avanza ancora il progetto di un seminario a Roma. A conferma di questa fiducia vi sono poi le confidenze fatte dal Papa a sant’Eugenio su questioni delicate, soprattutto durante una ulteriore udienza. «Mi parlò di cose molto segrete, che mi confermarono l’opinione che aveva di me…”. La fiducia era reciproca: «Mi trovano molto a mio agio, e non avevo paura di parlare apertamente con lui di molte cose».

Contrariamente agli usi e al consiglio dei suoi collaboratori, Leone XII approvò subito la nuova Famiglia degli Oblati. «No, non seguo i vostri consigli, questa Società mi piace; so il bene che fa... Voglio sostenerla. È mia intenzione che queste Regole non solo vengano lodate, come si usa adesso, ma che siano approvate».

Il Papa si riconosceva in sant’Eugenio, si rivedeva da giovane, quando aveva ideali grandi… come quelli di sant’Eugenio.

lunedì 12 ottobre 2026

Convegno di studio sui 200 anni della Regola

La celebrazione per i 200 anni dall’approvazione della Regola degli Oblati ha avuto inizio il 26 febbraio scorso. In molte Unità della Congregazione si susseguono nuove iniziative per rendere sempre più consapevole l’intera Famiglia carismatica oblata del valore delle Regole.

In questa occasione ho preparato un convegno di studio sul tema, dal 13 al 15 ottobre: ci siamo! Una ventina di relatori saranno presenti, provenienti da varie parti del mondo, altri offriranno il loro contributo on line. L’intero convegno potrà essere seguito in diretta o in differita sul sito.

La prima giornata (13 ottobre) sarà dedicata alla storia dell’approvazione delle Regole (1825-1826); la seconda giornata (14 ottobre) al loro sviluppo la storia, fino ad oggi; la terza giornata (15 ottobre) alle Regole nella vita di oggi e nelle prospettive per il futuro.

October 13

First session 9:00
Superior General: Opening of the symposium
Paweł Zając: Introduction to the first session
Prof. Ilaria Fiumi Sermattei: Leo XII and his time.
Fabio Ciardi: Leo XII et Saint Eugène de Mazenod.

11:00 Second session
Paweł Zając: Cardinal Pacca's role in the approval process.
Gulshan Barkat, The Papal Bull: Text Analysis.
Honoré Andrianjafy: "Non laudanda sed approbanda": itinéraire et méthode d’approbation.

15:30 First afternoon session
Frank Santucci: Spiritual journey of St. Eugene de Mazenod from 1818 to 1826.
Salvatore Franco: Le soin des prêtres. De la Règle de 1818 à la Règle de 1826.
Roman Tyczyński: Comme la règle de 1826 décrit les profils des différents types d’oblats : le novice, le supérieur général, le missionnaire...

17:30 Second afternoon session
Diego Saez: "Nous faisions tort à notre Mère": The Ontological Turn of the 1826 CCRR. (da remoto)

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sabato 10 ottobre 2026

Il Dio di san Francesco

Come l’incontro con l’uomo riconosciuto fratello porta Francesco alla scoperta di Cristo fratello, così Cristo, Figlio di Dio, lo porta alla scoperta di Dio Padre. Francesco infatti, come scrive nella prima Ammonizione, sente dire da Gesù, nel Vangelo di Giovanni, «Chi vede me, vede anche il Padre mio» (1, 1-7).

Per lui Dio è un Padre e come tale lo chiama amabile, innocente, puro, mite, pacifico, retto, così come dolcezza, fortezza, umiltà, mitezza, pazienza, quiete, gioia, refrigerio, speranza, ogni nostra ricchezza… Soprattutto Dio è «la santa carità» (Regola non bollata, 22, 26): «Tu sei amore e carità» (Lodi di Dio Altissimo, 4).

Questa paternità divina è così forte e immensa che al suo confronto quella umana non ha più alcun peso. «Finora – dice rivolto al proprio padre Pietro di Bernardone il giorno in cui si spoglia delle proprie vesti per essere libero da tutto - ho chiamato te, mio padre sulla terra: d’ora in poi posso dire con tutta sicurezza: “Padre nostro che sei nei cieli”, perché in lui ho riposto ogni mio tesoro e ho collocato tutta la mia fiducia e la mia speranza» (Leggenda maggiore, 2, 4).

Francesco è ormai entrato in rapporto con il Padre del cielo espresso in risposta d’amore all’amore, ed in questo stesso rapporto vuole introdurre tutti: «Tutti amiamo con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutta la capacità e la fortezza, con tutta l’intelligenza, con tutte le forze, tutto lo slancio, tutto l’affetto, tutti i sentimenti più profondi, tutti i desideri e le volontà il Signore Iddio» (Regola non bollata, 23, 8).

Nel suo infinito amore Dio gli si rivela anche come l’Altissimo. È un Dio vicino, Padre, quello che Francesco sperimenta, ma nello stesso tempo è un Dio trascendente, a cui va rivolta l’adorazione, la lode, il ringraziamento: è, come leggiamo nei suoi scritti, creatore, eccelso, immutabile, onnipotente, inenarrabile, incomprensibile, ininvestigabile, invisibile, sommo…

Perché Dio è l’Altissimo non potremo mai capirlo e penetrare per quello che lui è veramente. Egli soltanto, nella sua accondiscendenza, potrà rivelarsi a noi. «Altissimo, glorioso Dio – prega Francesco –, illumina le tenebre de lo core mio» (Preghiera davanti al Crocifisso, 1). E Dio lo illumina come egli attesta più volte nei suoi scritti: «lo stesso Altissimo mi rivelò» (Testamento, 17); «lo stesso Altissimo manifesterà» (Ammonizioni, 28, 2).

Anche la comprensione della trascendenza dell’Altissimo si traduce in atteggiamento di vita: Francesco riconosce la propria piccolezza: «Chi sei tu…, chi sono io», si domanda (Considerazioni sulle Stimmate, 3). Senza fermarsi a considerare il proprio nulla egli lascia che il proprio nulla sia riempito dal tutto di Dio: «Mio Dio e tutto» (Fioretti 2). Un tutto che implica, da parte nostra, un nulla voluto, che nella sua Regola esprime con tre decisi “niente”: «Niente dunque ci ostacoli, niente ci separi, niente si interponga» (Regola non bollata, 23, 10).

Davanti all’opera di Dio, accolta in un cuore puro e libero, Francesco scioglie un canto di lode, ringraziamento e adorazione che vorrebbe fosse condiviso da tutti: «E ovunque noi tutti, in ogni luogo, in ogni ora e in ogni tempo, ogni giorno e ininterrottamente crediamo veracemente e umilmente e teniamo nel cuore e amiamo, onoriamo, adoriamo, serviamo, lodiamo e benediciamo, glorifichiamo ed esaltiamo, magnifichiamo e rendiamo grazie all’altissimo e sommo eterno Dio, Trinità e Unità, Padre e Figlio e Spirito Santo, Creatore di tutte le cose e Salvatore di tutti coloro che credono e sperano in Lui e amano Lui, che è senza inizio e senza fine, immutabile, invisibile, inenarrabile, ineffabile, incomprensibile, ininvestigabile, benedetto, degno di lode, glorioso, sopraesaltato, sublime, eccelso, soave, amabile, dilettevole e tutto sopra tutte le cose desiderabile nei secoli» (Regola non bollata, 23, 11).

PS: questi tre brevi testi su san Francesco che ho pubblicati qui sul blog li ho scritti per gli indù e li ho letti a loro. 

venerdì 9 ottobre 2026

Le creature di san Francesco

Riconoscendo Cristo come fratello e l’Altissimo come creatore e padre, Francesco scopre la fratellanza universale. La sua esperienza, partita dall’uomo-fratello, a lui ritorna con nuova consapevolezza e si dilata su tutto il creato. Non soltanto i lebbrosi, i poveri, ma tutti gli uomini e le donne sono per lui fratelli e sorelle. In ognuno vede il Figlio del Padre che per amore di noi ha preso carne e si è fatto fratello nostro.

Concretamente dà vita ad una comunità di uomini e poi di donne che chiama, non a caso, frati minori, ossia i fratelli più piccoli della grande famiglia che ha Dio come Padre. Essa vuol essere soltanto l’inizio e la profezia di una fratellanza universale, a cui tutti gli uomini sono chiamati. La sua ansia è aiutare ognuno a prendere coscienza della paternità di Dio e ad affratellarsi con gli altri in Cristo.

La stessa fraternità e unità caratterizza l’esperienza delle donne che, sull’esempio di Francesco, si uniscono attorno a santa Chiara d’Assisi: «Domina tra loro, sopra ogni altra cosa – scrive il primo biografo –, la virtù di una continua e mutua carità, che unisce così profondamente le loro volontà che, perfino tra quaranta o cinquanta persone, come sono in qualche luogo, l’identità del volere e del non volere fa di tante un’anima sola» (1 Celano, 19).

L’ideale di una fratellanza universale abbraccia non soltanto gli umani, ma tutte le creature. Mi sembra improprio per Francesco parlare di “natura”, gli è più adatto il termine concreto di “creature”. Nella sua visione il mondo che lo circonda è infatti il “creato”, il frutto della “creazione” di Dio. Le creature esistono perché in perenne e stretta relazione con il Creatore e, perché in relazione con lui, sono in relazione tra di loro.

In esse scopre l’impronta di Dio: di lui portano «significatione». Il suo sguardo sa coglierne la bontà originaria impressa all’inizio della creazione: «Dio vide tutto quello che aveva fatto ed ecco era molto buono» (Gen 1, 31). (Sappiamo che quel “buono”, tov in ebraico, può essere tradotto anche con “bello”). Francesco si discosta in questo dalla mentalità dualista tanto diffusa nei movimenti ereticali del suo tempo, e anche dal rigido ascetismo di alcuni ambienti. Agli occhi di Francesco tutto è buono perché il Dio creatore è il Sommo Bene, come ricorda più volte nei suoi scritti.

Dio è anche bellezza - «Tu sei bellezza», canta nelle Lodi di Dio Altissimo. Per questo egli sa riconoscere e godere la bellezza delle creature. Il primo biografo scrive: «Chi potrebbe descrivere il suo ineffabile amore per le creature di Dio e con quanta dolcezza contemplava in esse la sapienza, la potenza e la bontà del Creatore? Proprio per questo motivo, quando mirava il sole, la luna e le stelle del firmamento, il suo animo si inondava di indicibile gaudio… Perfino per i vermi sentiva grandissimo affetto… perciò si preoccupava di toglierli dalla strada…, perché non fossero schiacciati dai passanti». Anche loro gli parlano di Dio, perché la Scrittura ha detto del Signore: «Io sono verme e non uomo». Dunque anche la bruttezza e il dolore delle creature lo attira in quanto vi riconosce il volto sfigurato del Figlio di Dio crocifisso.

«E che dire – continua Tommaso da Celano –, delle altre creature inferiori, quando sappiamo che, durante l’inverno, si preoccupava addirittura di far preparare per le api miele e vino perché non morissero di freddo?... E quale estasi gli procurava la bellezza dei fiori quando ammirava le loro forme o ne aspirava la delicata fragranza!... Se vedeva distese di fiori, si fermava a predicare loro e li invitava a lodare il Signore, come esseri dotati di ragione; allo stesso modo le messi e le vigne, le pietre e le selve e le belle campagne, le acque correnti e i giardini verdeggianti, la terra e il fuoco, l’aria e il vento, con semplicità e purità di cuore invitava ad amare e a lodare il Signore» (1 Celano, 80-81).

Uno degli episodi più famosi è quella della cosiddetta “predica agli uccelli” (Per la veridicità storica dell’episodio cf. O. Schmucki, La predica di san Francesco agli uccelli. Trasmissioni redazionali e commento storico, “Italia francescana”, 82 (2007) 155-182, con ricca bibliografia). Un giorno, mentre era in cammino, vedendo raccolti insieme moltissimi uccelli d’ogni specie, «corse da loro in fretta, lasciando sulla strada i compagni. Fattosi vicino, vedendo che lo attendevano, li salutò secondo la sua abitudine. Ma notando con grande stupore che non volevano volare via, come erano soliti fare, pieno di intensa gioia li esortò dolcemente a voler ascoltare la parola di Dio. E tra l’altro disse loro: “Fratelli miei uccelli, dovete lodare molto il vostro Creatore e amarlo sempre, perché vi diede piume per vestirvi, ali per volare e tutto quanto vi è necessario. Dio vi fece nobili tra le altre creature e vi concesse di spaziare nell’aria limpida: voi non seminate e non mietete, eppure Egli vi soccorre e guida, dispensandovi da ogni preoccupazione”. A queste parole, come raccontava lui stesso e i frati che erano stati presenti, gli uccelli manifestarono il loro gaudio secondo la propria natura, con segni vari, allungando il collo, spiegando le ali, aprendo il beccuccio e guardandolo. Egli poi andava e veniva liberamente in mezzo a loro, sfiorando con la sua tonaca le testine e i corpi. Infine li benedisse col segno di croce dando loro licenza di riprendere il volo» (1 Celano, 58).

L’autore dello Specchio di perfezione, una delle prime biografie di Francesco, motivava la sua capacità di scorgere «perfettamente la bontà di Dio non solo nell’anima già splendente di ogni perfezione di virtù, ma anche in ogni creatura» con il suo essere «tutto assorbito nell’amore di Dio» (n. 113).

Francesco cominciò ad entrare in questo amore di Dio con l’iniziale esperienza con i lebbrosi. Praticando l’amore verso di loro si operò un grande cambiamento interiore che lo segnò per tutta la vita: «Ciò che mi sembrava amaro – racconta lo stesso Francesco – mi fu cambiato in dolcezza di animo e di corpo» (Testamento, 3). Non è che egli sia cieco davanti alla bruttezza o insensibile alla miseria, ai mali, ai dolori, al peccato. Coglie con realismo il negativo che c’è nell’uomo e nel creato, ma l’amarezza che sperimenta non si tramuta in pessimismo. Egli l’abbraccia come abbraccia il lebbroso e l’assume su di sé fino a ricevere nelle sue carni le stigmate di Gesù, così da trasfigurarla. Nell’amore per ogni uomo e ogni creatura egli percorre la via stessa del Crocifisso, espressione massima dell’amore di Dio.

Tommaso da Celano, il primo biografo, offre una ulteriore motivazione del suo rapporto positivo con il creato: «E finalmente chiamava tutte le creature col nome di fratello e sorella…, perché aveva conquistato la libertà della gloria riservata ai figli di Dio».

Anche questa sua libertà inizia con l’esperienza tra i lebbrosi. Andando verso di loro si stacca da se stesso, smette di «adorare se stesso» (Leggenda dei tre compagni, 8). Non afferma più il proprio io in contrapposizione agli altri, non guarda le persone e le cose per possederle: le ama, le serve, si dona e quindi le scopre nella loro più profonda dignità e vocazione. Libero, può entrare in armonia con il mondo circostante, in una relazione amorosa, “fraterna” con gli uomini, gli animali, le piante, le cose inanimate.

Egli ha scoperto che la povertà, così caratteristica nella sua esperienza, è lo strumento concreto per riordinare i rapporti tra tutti nell’ottica della fraternità, della gratuità dei rapporti, per il superamento della separazione tra gli esseri. Prima ancora essa è la condizione per il rapporto con Dio. Non si può entrare in autentica comunione con Dio e con i fratelli se si è ricchi di se stessi.

Lo spogliamento fisico davanti al padre Bernardone – inizio della sua radicale povertà –, è il segno di uno spogliamento più profondo: l’altissima povertà di anima e di mente. Questa povertà apre alla libertà interiore, alla perfetta letizia nel dolore accettato ed amato, “nella infermitate ed tribulazione”, nella “morte corporale”, all’armonia della fraternità universale, alla pace, alla vita di quel Dio che ci trascende tutti e nel quale possiamo essere unificati.

giovedì 8 ottobre 2026

L'uomo di san Francesco

Secondo la tradizione cristiana Francesco d’Assisi è il santo che più da vicino ha imitato Gesù. Dopo ottocento anni egli ispira ancora non soltanto i suoi immediati seguaci – migliaia di uomini e donne che compongono la “Famiglia francescana” – ma anche tantissimi altri cristiani. Anzi, è amato, letto e seguito anche in altre religioni e persino in ambienti culturali che non fanno riferimento ad alcun credo religioso. Ogni anno il bollettino Bibliographia Franciscana segnala 7-8.000 titoli su san Francesco e le origini del suo movimento.

Dovendo scrivere qualcosa sui di lui, oggi ho ritrovato alcune mie pagine scritte una ventina d’anno fa su come Francesco vede l’uomo, Dio, la natura. In questo ottavo centenario della sua morte le rileggo volentieri.

Nel Testamento, afferma che la sua esperienza inizia con l’incontro dei lebbrosi. Lo racconta diffusamente, appena tre anni dopo la morte del Santo, il suo compagno Tommaso da Celano: «La vista dei lebbrosi… gli era prima così insopportabile, che non appena scorgeva a due miglia di distanza i loro ricoveri, si turava il naso con le mani». Ma ecco che «un giorno incontrò un lebbroso: [Francesco] fece violenza a se stesso, gli si avvicinò e lo baciò». Da allora «il Santo si reca tra i lebbrosi e vive con essi, per servirli in tutto per amor di Dio. Lava le parti putrefatte e terge anche il sangue corrotto delle piaghe ulcerose» (1 Celano, 17).

Francesco ha circa 25 anni quando, come scrive lui stesso, è “condotto dal Signore” tra i lebbrosi (2Testamento, 1). Nel loro volto disfatto, emblema di ogni povertà e miseria umana, egli scopre il volto di Cristo che si identifica con ogni persona, specialmente con i poveri e gli ultimi. «Quando vedi un povero – diceva ai frati – ti è messo innanzi lo specchio del Signore e della sua Madre povera» (2 Celano, 85).

Prima nei lebbrosi e nei poveri, poi in tutti gli uomini e le donne, egli scorge il volto del Figlio di Dio. Di qui l’invito rivolto a tutti: «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo, e a similitudine di lui secondo lo spirito» (Ammonizioni, 5,1).

L’uomo, per Francesco, diventa icona di Dio, creato con una dignità senza eguali. Dio «a noi ha dato e dà tutto il corpo, tutta l’anima e tutta la vita» (Regola non bollata, 23, 8). Francesco non conosce dualismi: l’uomo, in tutta la sua integrità e totalità, è opera di Dio. Dio gli affida anche il compito di continuare la sua opera; agisce con parole e opere in lui e attraverso di lui, per poi condurlo alla meta della piena comunione con sé (Regola non bollata, 17, 6).

Francesco conosce anche i limiti e i peccati dell’uomo: siamo «miseri e peccatori» (Regola non bollata, 23, 5). Se Dio ci ha creato simili a lui e per la comunione con lui, «noi per colpa nostra siamo caduti» (Regola non bollata, 23, 2), ci siamo staccati da Dio, resi autonomi, autosufficienti, appropriandoci della nostra volontà ed esaltandoci per i beni che il Signore manifesta e opera in noi (Ammonizioni, 2, 3). Per questo l’urgenza di un itinerario di conversione per giungere a recuperare l’interezza della persona e della sua vocazione, che Francesco avverte per sé e per gli altri. Egli vede l’altro non soltanto nel suo stato di dignità e di miseria, ma come un fratello o una sorella da amare, servire, per camminare insieme fino alla realizzazione del proprio essere in Dio.

mercoledì 7 ottobre 2026

Ognuno e tutti insieme...



Grazie al dono della bilocazione oggi ho continuato il ritiro alle suore vicine di casa e ho partecipato all’incontro dei monaci e monache della Comunità di Betlemme, a Gubbio.

Quest’ultimo è stato un incontro particolarmente profondo, nel quale tra l’altro ho ricordato come il carisma è dunque affidato ad ogni singolo membro della comunità e ognuno se ne deve sentire responsabile, mettendo a suo servizio le doti, senza rassegnazioni o pigrizie, ma con audacia e creatività.

Nello stesso tempo occorre evitare le fughe solitarie e le digressioni che potrebbero snaturare la natura dell’Istituto, garantendo l’unità della famiglia carismatica e agendo “nella coesione della comunità”.

L’icona più adeguata dell’esegesi e dell’approfondimento del carisma è quella dei due discepoli di Emmaus. Il Risorto – leggiamo nel Vangelo di Luca – accompagnandosi ai discepoli, dierméneusen, ossia spiegò, interpretò la Scrittura. Vi è, in questo accompagnamento, un grande insegnamento ermeneutico. Quell’unirsi del Risorto al viaggio che i discepoli stavano compiendo indica come la vita della Chiesa, e in essa di ogni carisma collettivo, è un viaggio, e Cristo continua a essere il viaggiatore che ancora vi si accompagna. La comprensione del carisma sarà allora un viaggio, un crescere che acquista le dimensioni del tempo e della storia, verso una ininterrotta, progressiva e sempre più profonda comprensione del mistero, sorretta e guidata dal Risorto stesso in mezzo a noi, datore dello Spirito.

È il cammino che ogni comunità è chiamata a percorrere: «Con l’amore di Dio diffuso nel cuore per mezzo dello Spirito Santo – afferma Perfectae caritatis, 15 – la comunità come famiglia unita nel nome del Signore gode della Sua presenza». “Gode” indica la stabilità di questa presenza che accompagna il cammino della comunità…

martedì 6 ottobre 2026

Il sì libero alla morte, alla vita

Sto dando gli esercizi spirituali alle suore nostre vicine, tutte anziane… Tra le tante cose leggero loro un breve foglio che scrissi l’11 marzo 2020, durante il Covid, quando la morte poteva giungere da un momento all’altro, e che da allora tengo incollato sulla bacheca della mia stanza:

Quando sarà il momento,
vorrei che nessuna circostanza
mi privasse della vita.
Vorrei donarla liberamente,
come Gesù.
Dio che me l’ha data
me la richiede
e io gliela dono.
Vorrei fosse l’ultimo sì
all’ultima definitiva chiamata di Dio,
un sì pieno, convinto,
col quale mi consegno.
Neppure per me sarà indolore:
è una porta stretta,
ma conduce alla vita,
all’incontro a tu per tu con il Signore,
per restare sempre con lui.

lunedì 5 ottobre 2026

Questi zoom terribili e meravigliosi

Mi domandavo: ma perché devo sempre parlare, fare conferenze… e poi in zoom, senza contatto diretto con le persone… e poi con gruppi che non conosco… Quanto hanno insistito queste per me sconosciute suore Domenicane dell’Immacolata Concezione. Ma che ho a che fare con loro? Sì, qualcuna di loro ha seguito i miei corsi che do al Dicastero per la vita consacrata, e quindi in teoria mi conoscono, ma io non le ho mai viste…

Ed ecco tornare questa terribile frase di Gesù: “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”. Sì, ho ricevuto tanto e devo dare tanto. Comunque apro il computer con un po’ di scetticismo. La faccio una ventina di minuti prima dell’appuntamento e già vedo sullo schermi tanti volti che sono già connessi, che si salutano tra di loro: 230 suore in 57 punti di ascolto, che svolgono la loro missione in Italia, Spagna, Francia, Ecuador, Messico, Argentina, Perù e Stati Uniti… Mi trovo subito a mio agio e posso dire le solite cose con convinzione e passione.

Segue un lungo spazio di condivisione. Tante prendono la parola e scoprir che alcune lavorano tra i lebbrosi, altre nell’educazione, altre in zone molto povere… Mi si spalanca davanti un mondo.

Sono 200 anni dalla nascita della fondatrice, Françoise-Geneviève Portalet. Già, è una figlia spirituale di padre Dassy, un Oblato del tempo nel nostro fondatore. Poi incontra un domenicano e fonda le domenicane, ma mette loro il nome di Maria Immacolata, secondo quanto ha imparato da p. Dassy… Ci scopriamo cugini!

domenica 4 ottobre 2026

Frate sole... bellu e radiante cum grande splendore

 

L’aurora dalla mia finestra è sempre un quadro d’autore. La vedo apparire dietro la cupola di san Pietro. Oggi volevo vederla con davanti Castel Sant’Angelo.

Sono partito che era ancora buio. Costeggio le mura Vaticane. Non c’è anima viva. Neppure davanti ai Musei, sempre assediati da folle infinite. In quel silenzio e solitudine le cose parlano, anche solo con un bisbiglio. Così, d’un tratto, m’accorgo che lungo il viale di Porta sant’Anna, proprio sulla fiancata della chiesa, c’è un affresco che mai in tanti anni avevo notato. È ancora buio e lo distinguo appena, ma il cellulare ho occhi più penetranti dei miei e pur nell’oscurità riesce a captare l’immagine e mi fotografa sant’Anna che abbraccia la figlia che a sua volta abbraccia suo figlio: c’è tutta l’umanità.

I senza tetto di stanza lungo il Colonnato e sotto i Propilei iniziano a svegliarsi e lentamente sistemano cartoni, tende, coperte… I primi ambulanti, rigorosamente asiatici e mediorientali, montano i banchi con i souvenir. Gli africani hanno soltanto una borsa sulle spalle, in cerca di uno spazio dove stendere per terra le poche mercanzie. Questa povera ricca umanità comincia a riprendere vita.

Sono finalmente in via della Conciliazione e lontano il cielo già inizia a colorarsi leggermente di rosa. Quando giungo a Castel Sant’Angelo il capolavoro è ormai dipinto. Va colto subito, perché cangiante passa in un soffio.

Scendo lungo il Tevere, ormai una pozzanghera immobile: la luce dell’alba lo mobilita comunque, assieme ai rilessi dei monumenti antichi, al vigore della vegetazione, al silenzio del primo mattino.

Quando sono di nuovo in piazza San Pietro il sole è già spuntato, rosso come il fuoco.

“Laudato sie, mi’ Signore, cum tutte le Tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno, et allumini noi per lui. Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore: de Te, Altissimo, porta significatione”.

È festa di san Francesco!

sabato 3 ottobre 2026

La persona al primo posto

 

Suor Maria Atorino: 60 anni di vita religiosa. Oggi meritava proprio una bella festa! Così è toccato a me dire qualcosa sulla sua vocazione.

Di solito si dice che il carisma delle Francescane dei poveri è “sanare le ferite dell’umanità povera e sofferente”. Mi ha colpito ciò che qualche anno fa ha scritto la comunità delle suore Francescane di Pistoia. Forse non è una frase originale, forse è notissima tra le suore, ma mi ha colpito: «Madre Francesca non bada tanto al tipo di “piaga” da curare, ma alla persona da risanare interamente, nel corpo e nello spirito».

Qui l’accento non è tanto sulle ferite da sanare, ma proprio sull’umanità povera e sofferente. L’attenzione, l’amore, la cura, la premura è sulla persona piagata più che sulla piaga. Madre Francesca diceva anche con chiarezza chi sono queste persone, nella loro realtà più profonda: «Nei poveri e nei sofferenti riconosco il mio Divino Salvatore così chiaramente come se lo vedessi con gli occhi del corpo».

Papa Leone XIV nella sua lettera Enciclica Magnifica humanitas, offre tanti spunti per una attualizzazione di questa attenzione alla persona da “risanare interamente, nel corpo e nello spirito”. Alla fine dell’Enciclica suggerisce delle piste per far fiorire in pienezza l’umanità di ciascuno. Scelgo gli atteggiamenti più accessibili, più concreti, tutti espressione dell’amore.

Innanzitutto ricorda che non possiamo «assolutizzare una sola dimensione dell’essere umano», andando oltre l’intelligenza che sempre il massimo della persona umana. «L’intelligenza, se assolutizzata, finisce per oscurare altre dimensioni essenziali della vita: l’affetto, la volontà, la dedizione e la relazione» (113).

Quindi l’Enciclica passa a valorizzare ciò che davvero conta nel nostro vivere quotidiano: «La qualità di una civiltà si misura non dalla potenza dei suoi mezzi, ma dalla cura che sa offrire, dalla capacità di riconoscere l’altro come volto e non come funzione. La capacità di saperci prendere cura gli uni degli altri è una dimensione importante del nostro essere umani».

Ed ecco degli esempi alla portata di tutti: «Leggere le fiabe a un bambino, fare compagnia a una persona anziana, rendere accogliente uno spazio, sono gesti che si vivono in ambiente familiare, ma che ci aiutano ad apprendere e a interiorizzare l’importanza della cura a livello sociale e ci allenano a riconoscere l’altro come persona degna di attenzione» (114).

La storia, spiega ancora il Papa, la cambiano non solo i grandi, come «i martiri della fraternità e della giustizia come San Massimiliano Maria Kolbe, Sant’Oscar Romero e il Beato Enrique Angelelli, (…) il venerabile François-Xavier Nguyễn Văn Thuận», ma anche «e, soprattutto, i “martiri del quotidiano” che curano, educano, accompagnano, consolano senza clamore, come i genitori, gli infermieri, i medici, i volontari, le persone che restano accanto a un anziano o a un escluso. La loro testimonianza mostra che il bene non procede in automatico, ma richiede perseveranza, memoria, e una conversione che rende capaci di ricominciare anche dopo le sconfitte» (125).

È così che «giungiamo ad essere pienamente umani quando siamo più che umani, quando permettiamo a Dio di condurci al di là di noi stessi perché raggiungiamo il nostro essere più vero» (128). In effetti «è un amore che ci guida: quello che amiamo davvero, sia come singoli che come società, orienta la nostra vita e il nostro agire» (130). Essere umani per essere santi, essere santi per essere pienamente umani.

Però, continua il Papa, «si insinua una tentazione sottile: pensare che i problemi siano troppo grandi e noi troppo piccoli, e che dunque le nostre scelte non spostino nulla. (…) Eppure, nessuno è senza responsabilità. Ognuno dispone di un proprio ambito di azione, e lì – non altrove – è chiamato a scegliere se alimentare la logica della forza (anche solo con indifferenza, cinismo, menzogna, odio), oppure custodire la logica della pace (con verità, sobrietà, prossimità, cura)» (212).

Ogni piccolo gesto ha il suo valore: ognuno nella volontà di Dio lì, nel suo presente. Anche noi, come Madre Francesca, non badiamo tanto al tipo di “piaga” da curare, ma alla persona da risanare interamente, nel corpo e nello spirito.

venerdì 2 ottobre 2026

Paperon de' Paperoni e il mio primo libro

La "moneta numero uno" di Paperon de’ Paperoni aveva per lui un valore affettivo straordinario e ogni volta che la toccava gli trasmetteva le vibrazioni di ogni affare, di ogni decisione, di ogni dollaro della sua vita… Maga Amalia pensava che avesse un potere magico.

Spesso mi chiedono quanti libri ho scritto. Non li ho mai contati, tanto è sempre lo stesso scritto molte volte. Comunque oggi ho trovato, per caso, la mia moneta numero uno, il mio primo libro. Mio… si fa per dire. Giustamente non porta neppure il mio nome. Comunque si vede che è mio dai miei inconfondibili refusi, segno di autenticità... e toccarlo mi ha trasmesso le vibrazione che la moneta dava a Paperon de' Paperoni.

Risale al periodo del noviziato (1969-1970), che per me segnò la scoperta di Eugenio de Mazenod, allora non ancora proclamato beato. Leggere la sua vita e i suoi scritti fu una autentica rivelazione. A mano a mano che leggevo i suoi testi trascrivevo e traducevo i passi che più mi colpivano, fino a comporre una piccola antologia. Un giorno il provinciale, di passaggio, vide il dattiloscritto e pensò di pubblicarlo: E. de Mazenod, Sulle orme degli apostoli, Comunità OMI - Marino - Noviziato, 1970, 94 p.

Nella pagina di apertura si legge:

Fin dall'inizio del noviziato abbiamo sentito il desiderio di penetrare in profondità nel pensiero e nell'anima del nostro Fondatore. Accanto allo studio della sua vita vedevamo necessario un contatto diretto con i suoi scritti: è nata così questa piccola antologia!
Abbiamo poi pensato che potesse essere utile anche a tutti gli oblati aver tra mano una raccolta di scritti del Fondatore che aiuti a tener sempre vivo lo spirito della nostra vocazione, a far capire più a fondo le nuove regole, e ad avere una base sicura per il rinnovamento necessario.
La presentiamo come spunti di meditazione.
Crediamo possa essere utile anche ai nostri amici, a tutti quelli che ci aiutano, perché sempre più ci unisca l'amore alla Chiesa e lo zelo per le anime.
Sarebbe nostra intenzione - qualora la iniziativa risultasse utile - preparare altri fascicoli del genere.
In Gesù e Maria Immacolata
I novizi
Marino, 21 maggio 1970, anniversario della morte del Fondatore.

giovedì 1 ottobre 2026

Appassionati di Cristo, come Sant’Eugenio de Mazenod

Leone XIV, durante la veglia di preghiera a Parigi, ha consigliato, agli oltre 80.000 giovani presenti, di mantenere il cuore aperto alle sofferenze dei propri coetanei, di seguire Gesù e di lasciarsi ispirare dall’esempio dei santi.

«Anche di fronte alla persecuzione, questi nostri fratelli e sorelle hanno aperto vie di pace. Guardate a quei sacerdoti appassionati di Cristo, come Sant’Eugenio de Mazenod e San Giovanni Maria Vianney. Guardate alla bellezza mistica di Santa Teresa di Gesù Bambino; al fervore nella carità e nella missione della Beata Pauline Jaricot; e al coraggio dei 50 martiri dell’apostolato che servirono i propri fratelli e sorelle fino a sacrificare la propria vita durante la Seconda guerra mondiale. Questi santi hanno cambiato il corso della storia conducendo molte persone dalla sofferenza alla speranza, perché anzitutto hanno cambiato il proprio cuore, trasformandolo alla luce della fede». 

mercoledì 30 settembre 2026

Un compagno è per sempre

La nostra Regola ci ricorda che “Gesù ha formato personalmente i discepoli che aveva scelto e li ha iniziati al mistero del Regno di Dio” (C 45). Lo Spirito Santo continua la sua opera “in coloro che si impegnano a camminare sulle orme degli Apostoli”, introducendoli nel mistero del Salvatore e della sua Chiesa (C 45). È un cammino che parte dall’accettazione di quello che ognuno di noi è, per diventare “la persona che è chiamato ad essere” (C 47). È un cammino che non si percorre da soli: “Ognuno, cosciente della propria fragilità, non tralascerà di ricorrere alla direzione spirituale…” (R 18a). Per questo “si raccomanda a ciascuno di ricercare i consigli e l’aiuto di una guida spirituale che l’aiuterà a discernere l’azione di Dio e a crescere attraverso le esperienze e le difficoltà della propria vita e del proprio ministero” (R 33b).

Questa mattina ho parlato ai nostri giovani studenti dell’accompagnamento spirituale, quello personale e quello comunitario ed ecclesiale. Sempre seguendo la lettura della Regola, ho ricordato che “ognuno rimane l’agente principale della propria crescita…” (C 49); che è “nella Preghiera silenziosa e prolungata di ogni giorno, si lasciano plasmare dal Signore” (C 33); che il vero formatore è “Gesù vive in mezzo» a noi (C 37); che il vero accompagnatore è lo Spirito Santo che abita in noi come in un tempio e che ci ispira, facendo ascoltare la sua voce; che gli Oblati “si abituano ad ascoltare il Signore nella Scrittura…” (C 56)...

Infine ho parlato della persona che fa da mediazione in questo lavoro come di un compagno di viaggio: prima precede in modo che l’altro possa avanzare, poi gli sta accanto, infine lo lascia camminare davanti. E qui, data la mia veneranda età, mi sono commosso perché ho pensato a colui che mi ha accompagnato fedelmente da quando avevo 17 anni fino a quando nel 2020 è arrivato il covid. Negli ultimi tempi, come spesso avviene con l’avanzare degli anni, i ruoli si sono quasi invertiti: è come fossi io ad accompagnare lui. Che bella parabola…

martedì 29 settembre 2026

Quel 29 settembre di 56 anni fa

Quel 29 settembre 1970 non c’era il fotografo! Né tanto meno il cellulare… Non ho una foto dei miei primi voti. Eppure sono avvenuti! E la storia continua dopo 56 anni.

Il noviziato aveva segnato la scoperta di Eugenio de Mazenod, allora non ancora proclamato beato. Leggere la sua vita e i suoi scritti fu una autentica rivelazione. Trovavo con lui una particolare consonanza, mi sentivo espresso da lui. A mano a mano che leggevo i suoi testi trascrivevo e traducevo i passi che più mi colpivano, fino a comporre una piccola antologia. Quando questa raccolta cadde sotto gli occhi del provinciale la fece subito pubblicare. Fu così che, ancora novizio, curai il mio primo scritto su Eugenio. Anche la vocazione oblata mi apparse in tutta la sua bellezza: ricordo l’impressione profonda e indelebile che mi fece una conversazione di p. Marcello Zago sulla missione tipica della Congregazione.

E venne quale 29 settembre quando, essendo  numerosi (per allora!) dovemmo celebrare nel salotto della Signora Solina. 

Così ricorda il diario del noviziato:

Alle 16.30 si è svolta la liturgia della nostra professione religiosa. La celebrazione è stata presieduta dal rev.mo Padre Generale. All’omelia, p. Contiguglia ha rievocato le vie della Provvidenza sulla opera di Marino, cominciando dal sacrificio di P. Armando Messuri a cui si è ispirata la generosità della nostra benefattrice [Caterina Solina]. Si è soffermato pure sul significato della consacrazione, dicendo che essa è: “La più perfetta risposta di amore alla più grande esigenza di amore”.

Tra i presenti c’erano il R.P. Provinciale e diversi Padri e Fratelli, la sorella di P. Mario Borzaga: Lucia, i fratelli di P. Messuri e un gran numero di Suore della S. Famiglia con le Superiore, riunite a Marino per il loro C.P.A. e anche Luciano.

Le parole che il Rev.mo P. Generale ha rivolto alla fine della Messa sono state espressione di gioia e di incoraggiamento. Il P. Generale si è pure fermato con noi a cena in un clima di fraterna semplicità. Gli abbiamo presentato alcune sue foto-cartoline da firmare per ognuno di noi e a ciascuno ha trascritto una frase delle vecchie Regole, espressioni molto indovinate per le persone alle quali erano dirette. Ne ha data una anche ai Padri, alle suore, a Caterina e a Luciano il quale si è commosso e come ringraziamento ha cantato due delle sue canzoni.

A me il padre generale, Leo Dechâtelets, diede questa frase: Ut proferetur regnum Christi! 

lunedì 28 settembre 2026

La bestemmia e la benedizione

Dopo l'intensa giornata commemorativa mi sono ritagliato il tempo per una camminata fino al paese vicino. 

Poco oltre, uno dei più importanti capolavori medioevali del Piemonte: l’abbazia di Santa Giustina. Proprietà privata non è accessibile al pubblico, non posso quindi vedere la cripta, gli affretti, i mosaici. Mi contento della maestà degli esterni: una lode, una benedizione all’Altissimo.

Dopo cena mi invitano ad andare ad Alessandria per un gelato, ma soprattutto per farmi dare almeno uno sguardo veloce alla città, anche perché avevo detto a tutti che sarei andato ad Alessandria… Ma in una città come Alessandria alle 9.00 di sera non c’è più una gelateria aperta. In compenso ci sono un po’ di immigrati seduti ai margini delle strada in attesa che la mattina presto li carichino sui pulmini diretti alle raccolte nei campi.

Ci sono anche capannelli di giovani stanchi e annoiati della domenica sera, completamente diversi da quelli con i quali sono stato questi giorni a Castelspina. Questi strasciconi per strada non hanno mai visto un convento di suore in libera uscita e non sanno come gestire le emozioni. Ogni gruppo che incontriamo non sa trovare di meglio che gridare una bestemmia, sempre la solita perché nella loro ignoranza religiosa ne conoscono una sola. È la positiva dimostrazione che nelle suore riconoscono qualcosa di sacro, la cui rimozione è ammissione della sua insopprimibile esistenza: è il loro modo - anche se volgare e maleducato - per dire che credono ancora in Dio (altrimenti non lo nominerebbero - invano).

Camminando tra i borghi rurali ho trovano espressioni più indovinate del sacro, edicole commoventi che dicono un amore sincero per Dio, benedicendolo: benedizioni e lodi che mi sembra abbiano lo stesso valore della grande abbazia.





* * *

Ho scritto questo post sul tablet perché questa mattina ero in viaggio (tra l’altro, per il panino, sosta a Talamone!). Quando ho copiato il testo sul telefono è apparso una sintesi e una analisi dell’IA senza che io l’avessi richiesta. La trascrivo perché mi è sembrata appropriata (a parte l’attribuzione a una “autrice”; ma non mi dispiace se traspare un animo femminile):

Questo testo offre una riflessione profonda che contrappone due modi opposti — ma, secondo l'autrice (presumibilmente una suora), intimamente legati — di reagire alla presenza del sacro nella vita quotidiana: la bestemmia e la benedizione. Ecco una sintesi e un'analisi dei punti chiave del racconto:

1. La benedizione: L'Abbazia e la devozione rurale.

La maestà della storia: L'autrice ammira dall'esterno l'abbazia di Santa Giustina (situata a Sezzadio, vicino ad Alessandria), definendola uno dei capolavori medievali del Piemonte. Anche senza poterne visitare l'interno, la sua struttura imponente diventa una lode a Dio.

La fede semplice: Questa grandezza viene paragonata alle piccole edicole votive incrociate nei borghi rurali. Per l'autrice, queste espressioni di fede popolare e sincera hanno lo stesso identico valore spirituale della monumentale abbazia.

2. La bestemmia: Il contrasto urbano ad Alessandria

La realtà cittadina: Una volta arrivata ad Alessandria di sera, l'autrice descrive uno scenario di desolazione e marginalità: gelaterie chiuse, braccianti immigrati in attesa del lavoro nei campi e gruppi di giovani annoiati.

La reazione alla vista delle suore: Al passaggio delle religiose, i giovani per strada reagiscono gridando ripetutamente la stessa bestemmia.

3. La conclusione provocatoria: La bestemmia come paradosso della fede

L'autrice ribalta il significato dell'insulto religioso attraverso una lettura teologica e psicologica:

Riconoscimento del sacro: La bestemmia nasce dall'incapacità di gestire l'emozione davanti a qualcosa di sacro (l'abito religioso).

Prova dell'esistenza di Dio: Chi bestemmia ammette implicitamente l'esistenza di ciò che insulta. Se non credessero in Dio, non sentirebbero il bisogno di nominarlo. Di conseguenza, quel grido volgare diventa, paradossalmente, una conferma della loro fede latente.





domenica 27 settembre 2026

Più umani, più santi

Silenzioso il borgo agricolo. Cammino solitario lungo la strada, al sole del primo mattino, tra i campi arati e vigneti. Ogni tanto, ma proprio ogni tanto, una macchina. Tra poco a Castelspina riesploderà la vita. Un lampo e quasi 500 persone riappaiono d’improvviso per continuare la festa di Madre Chiara Ricci: famiglie con bambini, nonni, giovani... “Sono molti più degli abitanti del paese”, mi dice il sindaco. È l’appuntamento annuale degli “Amici di Madre Chiara Ricci”. È lei il centro galvanizzatore, ma in realtà chi attira tanta gente da tutta l’Italia sono queste suore fantastiche, piene di energia e di vita.



La sala esplode. I bambini si lasciano coinvolgere nella messa.





 I volontari organizzano i tendoni per i pasti. La catechesi formativa, la premiazione di un concorso tra ragazzi e giovani del mondo intero, lo spettacolo musicale… Una festa che si ripete ogni anno.


Sono partito dalla prima richiesta che viene fatta per essere membri dell’associazione “Amici di Madre Chiara”: «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Ho presupposto quello che scriveva sant’Eugenio de Mazenod (era morto da poco tempo quando Chiara Ricci entrò dalle Francescane del Monte a Genova), affidando ai suoi Missionari un progetto ambizioso: «rendere gli uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi». Sono tre aspetti strettamente legati tra di loro: la piena realizzazione della persona consiste nell’essere umani, cristiani, santi.

Santi? Sì, se santo significa amato da Dio e se è una risposta d’amore all’amore. Quando Paolo all’inizio della lettera ai Romani si indirizzava «a tutti quelli che sono a Roma, amati da Dio e santi per chiamata» (1, 7). Faceva dei “santi” un sinonimo di “amati da Dio”. Siamo santi perché siamo amati da Dio, è il suo amore che ci fa santi. Egli che è Amore, facendoci figli suoi, ci comunica il suo amore.

Che Chiara Ricci fosse davvero una donna umanamente realizzata appare evidente da tutta la sua storia. A cominciare da come, a 13 anni, sa prendere in mano la famiglia dopo la morte della mamma. Donna determinata nel perseguire la propria vocazione. Educatrice attenta. Organizzatrice e amministratrice. Forte nel dolore… La descrizione che ne fa il Necrologio (20 ottobre 1900) è il ritratto di una donna completa: «Era affabile, ma senza leggerezza, grave, ma senza alterigia, gioviale ma senza dissipamento, modesta, ma senza caricature, fervorosa, ma senza fanatismo, delicata di coscienza ma senza scrupoli». Tutto questo ha contribuito alla sua santità.

Nello stesso tempo la sua santità l’ha resa donna forte e coraggiosa, tenera e premurosa. Mi hanno colpito soprattutto le testimonianze di chi la difende dalle tante accuse, a cominciare dal parroco di Castelspina, don Giuseppe Malvicini, che la vede dirigere la sua opera «con amore di madre e con tanta intelligenza» (Epistolario, p. 97).

La sua esperienza mette in luce un elemento fondamentale del cammino di santità: la croce. Da buona francescana raggiunge la vera povertà francescana nel totale spogliamento di sé quando deve perdere la propria creatura, la famiglia religiosa da lei creata, venendo dimessa dal suo ruolo di madre.


Un’ulteriore dimensione della santità le viene dalla concretezza della vita fraterna. «E in che consiste questa carità? – si domanda – Nell’amarsi l’una con l’altra, nel compatirsi, nell’aiutarsi, nel pazientarsi, nel soffrirsi, nello scusare la sorella quando mancò» (Lettera circolare, p. 19-20).

Tra le molte sfaccettature della santità di Madre Chiara non potevo omettere il senso del servizio nei confronti delle giovani, dei poveri… e quell’accoglienza semplice e fraterna, piena di affetto che continua a caratterizzare la sua Famiglia delle Francescane Angeline.

Spero di aver rinfocolato in tutti «il desiderio di voler crescere nella consapevolezza del proprio essere cristiani». Davvero santità e umanità si richiamano e si implicano a vicenda. Io sono me stesso se sono Gesù: «Chiunque segue Cristo, l'uomo perfetto, diventa anch'egli più uomo». «In realtà – come continua il Concilio – solamente nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo. (…) e la vocazione ultima dell'uomo è effettivamente una sola, quella divina» (GS, 41).

Ieri sera dopo cena, festa nella festa: il ricordo del “transito” di Madre Chiara, avvenuto 125 anni fa. La veglia di preghiera inizia nella chiesa del paese. La fiaccolata percorre le strade del piccolo centro e si inoltra lungo la strada che porta alla vicina “casa madre”, dove continua la preghiera, con la lettura di testimonianze davvero commoventi che hanno lasciato le prime compagne della fondatrice. È notte tarda quando in silenzio sfiliamo davanti alla sua tomba…