lunedì 2 novembre 2026

Un popolo attorno a Maria

Il 23 e 24 ottobre ho celebrato prima nel santuario di Pompei poi in quello di Madonna dell’Arco.

A Pompei ero passato un momento soltanto parecchi anni fa, a Madonna dell’Arco mai. È stata una sorpresa scoprire due luoghi dove la pietà mariana è così viva; semplice, senza orpelli, sincera…

Una cosa che mi ha colpito sono stati gli ex voto. Circa 9.000 alla Madonna dell’Arco, a partire dal 1400, riempiono tutte le pareti della chiesa, degli ambienti attorno, del museo. 

Tra essi pistole e coltelli di persone convertite dalla camorra, ceri enormi portati da naviganti musulmani che si sono affidati alla Madonna… Tanti anche a Pompei.

Come in tutti gli altri santuari del mondo sono quadri semplici, popolari… Alcuni li ho guardati con calma e ho cercato di indovinare la storia che c’è dietro. Come quello di un naufrago che nuova verso riva; un quadro della seconda metà del secolo scorso, perché in lontananza si vedono bagnanti in bichini. 

Sì, dietro ogni quadro c’è una storia che in quella famiglia è stata raccontata tante volte; dietro ogni quadro una famiglia; la vita di un popolo…

Ed è bello vedere il popolo serrarsi attorno a Maria... Anche se quella dell'Arco non è proprio bella... e forse per questo piace!

Era una semplice immagine popolare dipinta sull'arco di un acquedotto romano. Durante una partita di bocce un perdente, arrabbiato, scaglia la sua boccia contro Maria, deturpandone la guancia che comincia a sanguinare... è ancora tumefatta. "Però - mi dicono - guarda che sguardo buono, è proprio una mamma semplice semplice che ti vuol bene e si prende cura di te, non importa se sei buono o cattivo".



domenica 1 novembre 2026

A Battipaglia da mons. Alessandro Staccioli

Battipaglia. Quante volte sono passato da questo nodo ferroviario… Oggi mi fermo per la prima volta. So che c’è un bel castello medievale e la mozzarella di bufala, di più non so. Comunque non sono venuto né per l’arte né per la gastronomia ma per trovare un vecchio amico: vecchio per lunga data di amicizia e per la sua veneranda età. Mons. Alessandro Staccioli. Missionario e vescovo nel Laos fino all’espulsione, vescovo itinerante dei profughi, vescovo di Montalcino… Senese doc dall’inconfondibile parlata, della contrada dell’istrice, arguto, schietto come si conviene a un toscano autentico…

È ammalato, molto prostrato, ma appena mi vede mi riconosce ed esclama, con un fil di voce: “sei sempre giovane”. Dall’alto dei suoi 95 anni è facile vedermi giovane. Fa difficoltà a parlare e spesso si assenta. Rileggo comunque una breve intervista di pochi mesi fa, in occasione dei suoi 70 anni di ordinazione sacerdotale.

A settant'anni dalla tua ordinazione sacerdotale, cosa ricorda di quel giorno?

È stato un giorno di grande gioia. C'erano anche i miei genitori, venuti a
San Giorgio Canavese. Mia madre aveva portato una stoffa per le mie mani che venivano consacrate con l'olio. Conservo ancora quel fazzolettino ricamato che lei ha fatto. Eravamo solo due sacerdoti a essere ordinati. Un giorno grandissimo.

Il legame con Siena?

Ho origini senesi, anche se sono nato a Trieste. I miei genitori erano entrambi senesi, ma mio padre fu mandato a Trieste per motivi legati al periodo fascista. Mio nonno, che faceva il fabbro, nel 1922 aveva prestato per gentilezza un terrazzino di casa a un deputato socialista perché potesse parlare alla gente. Questo gesto fu visto male dall'amministrazione fascista: a mio nonno fecero chiudere la bottega e mio padre fu trasferito a Trieste.

A Siena sono arrivato quando ero molto piccolo. Mi sentivo del posto, mi sentivo a casa. Sono stato molto bene con la gente, in modo particolare con quella di Montalcino, quando sono diventato vescovo. Il vescovo, quando riceve un incarico pastorale, deve vivere a contatto con il popolo e interessarsi di ciò che riguarda il popolo, soprattutto sul piano spirituale, aiutando le persone a dare un senso alla propria esistenza.

Come è nata la tua vocazione?

La mia vocazione è nata quando ero ragazzo. I miei genitori erano persone religiose e andavamo sempre a messa la domenica. Mia madre mi ha insegnato a pregare. A un certo punto ho cominciato a pensare anch'io di diventare sacerdote e, a 13 anni, sono entrato nel seminario di Siena. Ci sono rimasto fino alla terza liceo, poi sono andato degli Oblati a San Giorgio, dove ho iniziato gli studi di teologia. Da studente mi entusiasmavano molto le missioni.

Da quell'entusiasmo nacque poi la scelta missionaria. Partii per il nord del Laos, una zona dove la vita era ancora molto primitiva. Così iniziammo la missione. Dopo la morte del vescovo Mons. Berti che era partito con me per il Laos, morto in un incidente aereo nei pressi del fiume Mekong, fui nominato suo successore. Poi, con la presa del Vietnam del Nord da parte del regime comunista, a metà degli anni Settanta, tutti i missionari furono obbligati a lasciare il Paese. Ripartimmo senza nemmeno un cambio di biancheria. Ci fecero attraversare il Mekong per arrivare in Thailandia e da lì tornammo in Italia. Rientrai in Toscana e fui nominato vescovo ausiliare di Siena, perché il vescovo mi chiese una maпо.

Come hai vissuto quel ritorno in Italia?

Continuavo a ricevere lettere e notizie della gente fuggita dal Laos. Erano scappate circa mezzo milione di persone. Sentivo forte il desiderio di riprendere la missione per aiutare quei rifugiati. La Conferenza episcopale inizialmente mi fece rimanere in Italia, ma io mi sentivo spinto a continuare quell'apostolato. Alla fine Giovanni Paolo II convinse la Conferenza a lasciarmi partire. Così ripresi il cammino in diverse nazioni del mondo per aiutare i rifugiati laotiani. Ho attraversato tutta l'America del Sud. C'erano rifugiati laotiani anche in Venezuela e in Perù e sono stato pure li. In Argentina c'erano circa 300 famiglie, comprai alcune case per accogliere le famiglie rifugiate. Nei viaggi nei diversi Paesi ho ritrovato sempre lo spirito missionario: sostenere la fede e il coraggio di questa gente che si trovava in difficoltà, lontana dalla propria terra e senza conoscere nemmeno la lingua del Paese in cui arrivava.

Ho continuato questa vita missionaria finché la salute me lo ha permesso. Essere sacerdote significa questo: aiutare le persone. Il Signore ha affidato questo compito ai discepoli e quindi anche ai sacerdoti e ai vescovi.

E oggi come vedi la Chiesa e la società?

Mi sembra che oggi manchi spesso alle persone una domanda fondamentale: perché si vive? La religione ci dà speranza e fiducia. Dio ci chiama a partecipare alla sua vita. In Gesù Cristo ci ha manifestato il suo amore e ci ha insegnato a chiamarlo Padre, dando così un senso alla vita delle persone. Oggi invece le cose materiali hanno preso troppo spazio e molti si sono allontanati dal rapporto con il Signore. Lui offre a tutti la possibilità di comprenderlo e di amarlo, ma serve un atto di fede. Nella Chiesa vedo anche tanto interesse e tanta attenzione agli altri. Se la Chiesa si presenta come una Chiesa di amore, di carità e di vicinanza alle persone, allora diventa importante per la gente. E così le persone non si chiudono in sé stesse e non ripiegano nella violenza.

sabato 31 ottobre 2026

Il segreto di Tutti Santi

Sono entrato a far parte della Scuola Abbà, questo straordinario cenacolo di studi, il 6 febbraio 1995. Nel 2004, in uno degli ultimi momenti di incontro con Chiara, ci rivolse l’invito: «Siate un cenacolo di santità!». L’anno prima un analogo appello: «Dobbiamo far in modo che la Scuola Abbà diventi Paradiso».

Oggi, dopo più di 30 anni, abbiamo dato vita a un nuovo programma di studi: un nuovo inizio della Scuola Abbà. Qua è sempre tutto nuovo, come una rinascita.

Ma non è questo l’invito che Gesù rivolge a tutti noi ogni giorno, come a Nicodemo: “rinascere”. Qui il segreto della santità, il segreto per essere un cenacolo di santità, il segreto per essere “Tutti Santi”: rinascere!





venerdì 30 ottobre 2026

Luminosa "venerabile". La mia testimonianza

Il Papa sabato scorso ha riconosciuto le virtù eroiche nella vita di Luminosa e la dichiara Venerabile. Ecco un’altra “santa” che ho conosciuto e che ho avuto la grazia di accompagnare nell’ultimo periodo della vita.

Nel 2023 resi una breve testimonianza che ho pubblicato qui sul blog:

https://fabiociardi.blogspot.com/2023/03/luminosa-un-vangelo-vivo.html

E adesso ecco arrivarmi il video che ho registrato in quella occasione:

https://youtu.be/izKnxhEudnk




giovedì 29 ottobre 2026

Il mio terzo libro

 

Il mio terzo libro? In effetti non è proprio un libro, ma la pubblicazione di un estratto – 100 pagine – della rivista “Claretianum”: Fisionomia e natura della comunità oblata nel periodo di fondazione (1815-1818), “Claretianum” 16 (1976) 173-275. Si tratta della mia tesi di licenza.

Avevo frequentato il biennio di ecclesiologia al Laterano, ma non ero riuscito a scrivere la tesi perché mi ero dovuto occupare della preparazione della beatificazione del Fondatore. Avevo seguito un corso sul capitolo VI della Lumen gentium ed ero rimasto affascinato dal professore, che tra l’altro insegnava al Claretianum. Pensai così di proseguire lo studio di un anno e di prendere la licenza in teologia della vita consacrata seguendo quel professore al Claretianum.

Decisi di affidarmi al professore di storia, Mainka. Mi presentai a lui dicendogli che mi sarebbe piaciuto svolgere il tema della comunità oblata. Lui mi disse semplicemente: “In quanti volumi?”. Mi fece capire che per un tema di licenza occorreva delimitare molto il campo di ricerca. Così scelsi il periodo di fondazione (1815-1818). Mi fu proposto di pubblicare il lavoro sul periodico “Claretianum”, che pensò poi a tirare un centinaio di copie a parte. Quando lo vide il professore di storia del Laterano, Galuzzi, mi disse che il titolo adatto sarebbe stato: “La comunità delle origini”… Pazienza. Intanto cominciavo a farmi le ossa…

Nell’introduzione scrivevo:

(…) Questo studio dovrebbe abbracciare un arco di tempo compreso tra la nascita della comunità e la stesura definitiva della regola con la approvazione pontificia. Si tratterebbe di percorrere un periodo di dieci anni, dal 25 gennaio 1816, al 17 febbraio 1827. È in questo momento, infatti, che la comunità viene delineandosi nei suoi tratti principali, anche me poi si assiste ad un ulteriore e considerevole sviluppo, specialmente in seguito alle missioni estere. Ho creduto però opportuno limitare il presente lavoro, alla ricerca del progetto di comunità che de Mazenod si era proposto di realizzare con la creazione dei Missionari di Provenza, seguendone i primi sviluppi, determinati dalla traduzione in concreto di questo progetto. La trattazione prende quindi, in considerazione il breve periodo di tempo che intercorre tra la vigilia della fondazione e il primo capitolo del 1818 quando, con l’introduzione dei voti, il gruppo dei missionari acquista la caratteristica di istituto religioso. (…) Si trattava infatti di vedere se la comunità, come tale, fosse un elemento essenziale nel progetto apostolico di de Mazenod, oppure solo un elemento mar­ginale. Si trattava, ancora, di scoprire, qualora fosse risultata positiva questa prima ricerca, il volto della comunità.

(…) Anche in questo caso ho voluto limitare la ricerca principalmente agli scritti di de Mazenod, ideatore e anima della comunità. È stato detto che de Mazenod non era uno scrittore: «Uomo d’azione non aveva tempo per scrivere, non ne ha mai avuto l’intenzione, non si poneva nemmeno il problema». Sta di fatto che ci ha lasciato migliaia di scritti, quasi tutti inediti, comprendenti lettere, note di pietà, diario, documenti amministrativi, appunti per la predicazione, ecc. (…)


mercoledì 28 ottobre 2026

I Salmi e il Corano

In metro sto pregando il vespro, con la lettura lenta dei salmi… Accanto si siede un giovane in abito da lavoro. Anche lui apre il cellulare e vedo che inizia a leggere il Corano. Anche lui sta pregando, raccolto. Ambedue silenziosi, senza posa alcuna.

Nello stesso momento salgono al cielo due preghiere. Lo stesso Dio le ascolta e ci benedice.

martedì 27 ottobre 2026

I sogni giovanili di p. Marcello Fidelibus

 


Questa mattina, assieme a p. Mauro Concardi, sono stato al funerale di p. Marcello Fidelibus, presieduto dal vescovo del settore.

Non oso entrare nella mole immensa di documenti che p. Marcello ha lasciato e nei suoi numerosi libri. La prima cosa che cerco, quando muore un Oblato, è la lettera che ha scritto al Superiore generale  al termine degli studi per chiedere la destinazione, la “prima obbedienza”. Si scopre sempre l’animo giovanile con le sue idealità e i suoi sogni. Ecco la lettera di p. Marcello:

5 marzo 1959

Rev. mo Padre, (…)

La considero come mio Padre amatissimo, anima e centro vitale dell'istituto, fonte di immensi tesori di vita spirituale, che per mezzo di Lei e delle Santo Regole ci vengono da Gesù Redentore e da Maria Immacolata: questo Le spiega la mia commozione nell'indirizzarle questa lettera.

Le sono grato per la possibilità che mi accorda così benignamente di aprirle filialmente il mio animo, specie in una circostanza che mi permetto di farla partecipe della mia profonda esultanza per l'ordinazione sacerdotale, che da qualche settimana mi ha reso un "altro Gesù". In questi giorni durante la meditazione e la nostra orazione serale medito lungamento sulla predilezione di Maria Immacolata, Madre nostra dolcissima, che mi ha come guidato con mano materna alla meta della vita religiosa, sacerdotale e apostolica tra tanti ostacoli e difficoltà: le ripeto continuamente il mio grazie riconoscente.

Ma dopo la Madonna vorrei dire a Lei e alla Congregazione, di cui è la guida e il pastore, la mia gratitudine per i begli anni passati nelle nostre case di formazione: ho avuto ogni tanto l'occasione di vederla accanto a noi nelle nostre case apostoliche, a Ripa, a S. Giorgio, e conservo un ricordo indimenticabile di Lei, del suo cuore ardente in cui si ripercuotono tutti i problemi, le gioie e le difficoltà della congregazione e della Chiesa (…).

Con tutto ciò devo dirle con sincerità di aver approfittato solo in parte delle loro cure paterne [dei formatori] e di sentirmi tanto povero e piccolo, impari ai compiti sublimi che stanno per essermi affidati nella vigna del Signore; tuttavia Dio mi ha donato (…) con generosità, quindi da parte mia è un dovere rigoroso di giustizia tener fede agl'impegni solenni, totalitari e illimitati da me presi nella mia oblazione religiosa. È dunque appoggiato sulla protezione di Maria, fiducioso nell’aiuto di tanti confratelli che come me si sono donati alla Chiesa e alle anime, vedendo nei Superiori gli immediati rappresentanti di Dio e la via diretta che si apre dinanzi alla mia anima per giungere a Dio, che mi metto totalmente nelle sue mani perché faccia di queste suo umile figlio quello che più le piace per la gloria di Dio e la salvezza delle anime.

Lei sa, amatissimo Padre, che ho avuto molto a soffrire a causa dell'opposizione della famiglia alla mia vocazione: anche ora mamma à sola con due fratelli per nulla docili e ha tanto bisogno di aiuto materiale e morale, ma creda che ciò non è minimamente di ostacolo alla disponibilità con cui attendo l'ubbidienza: la famiglia e i suoi problemi li ho rimessi con l'oblazione perpetua e l'ordinazione sacerdotale nel Cuore Sacratissimo di Gesù: Lui mi ha voluto oblato e sacerdote e Lui provvederà per loro.

Ché se desidera saper quali siano le mie preferenze Le dirò che dallo studio e della meditazione di ogni giorno mi è nato nell'anima un profondo desiderio di realizzare in me e intorno a me l'"Ut omnes unum sint" del Vangelo: l'unità delle anime nella carità, caratteristica principale del nostro Istituto. Il Corpo Mistico di Cristo è l'idea spirituale che domina il nostro tempo come contrapposta all'unità organizzata di Satana del comunismo che minaccia il mondo intero. Con viva gioia ho ascoltato il Rev.mo P. Drouart che ha molto insistito allo scolasticato e in provincia nei suoi atti di visita su questa idea che, se attuata alla luce delle S. Regole e del Vangelo, diventa fonte di fervore soprannaturale all'interno della comunità e di irresistibile irradiazione spirituale e apostolico per i fedeli. Spesso vengono allo scolasticato i missionari del Laos, il Rev.mo P. Drouart ce ne ha parlato lungamente: non posso fare a meno di desiderare la missione del Laos dove dilatare il mistico Corpo di Cristo nelle anime di tante povere popolazioni, minacciate dal comunismo e in preda alle superstizioni nefaste del paganesimo. Sono pronto, Rev.mo Padre, a donare tutto me stesso al vicariato del Laos.

Così pure attraverso le riviste e i contatti coi nostri missionari in Italia sento tutta l'angoscia della corruzione materialistica che imperversa sulle nostre popolazioni, ogni italiano su quattro oggi ha rinnegato la Chiesa ed è iscritto a un partito ateo; e quanti gaudenti, indifferenti, tiepidi; tra i buoni, forse anche tra i sacerdoti, quanti pentiti, scoraggiati...

Desidererei darmi a uno di questi due ministeri a cui mi son preparato studiando, pregando, meditando: l'ultima scelta la lascerei a Lei e al Signore.

Il giorno della mia prima Messa mi son detto che all'altare son giunto perché il Signore ha voluto così e anch'io contro tutte le circostanze e difficoltà liberamente lo ho voluto; ora da sacerdote voglio far parte del "battaglione perduto" del buon Dio, che ha dato tutto, anima e corpo per la santità e la Chiesa; questo programma sarà per me un dovere di soldato a cui l'Immacolata mi aiuterà a tener fede.

Ecco, Rev.mo Padre, che interamente e come a un vero Padre Le ho aperto l'anima: attendo ora pregando e studiando la sua volontà su di me e nella mia anima io la comincio a vivere, offrendo fin da ora tutto per le anime che mi verranno affidate.

Ogni giorno La ricordo con tutta l'amministrazione generale con le loro intenzioni, nel Santo sacrificio della Messa. Mi benedica,

in Gesù e Maria Immacolata,
l'ultimo e più umile dei suoi figli,
P. Marcello Fidelibus o.m.i.

lunedì 26 ottobre 2026

Condividere lo studio dei carismi

Anche oggi un bell’incontro… come sempre! Una ventina del “gruppo carismi”, tutti che abbiamo la grazia di studiare i nostri fondatori e fondatrici, le spiritualità: dal postulatore dei Passionisti e quella delle Figlie della Chiesa, dal postulatore degli Scolopi a quella delle Piccole sorelle di Gesù, e avanti… Eccone alcuni sulla terrazza di casa nostra.

Ci raccontiamo quello che facciamo e quello che ci piacerebbe fare per coinvolgere tutti nell’adempiere con pienezza la vocazione che Dio ha dato a ognuno di noi. E intanto conosciamo santi e sante… e ci conosciamo tra di noi! Non siamo anche noi “santi per vocazione”?

Nasce la collaborazione, si accendono idee per come studiare meglio… diventiamo amici! 

domenica 25 ottobre 2026

P. Marcello Fidelibus



«Siamo al Bondone, nel Trentino, a fine Agosto 1967. Un piccolo gruppo di religiosi si ritrovano insieme per un periodo di convivenza, “uniti nel nome di Gesù”, e per approfondire la spiritualità dell’Opera di Maria. Seguendo un impulso interiore, due padri Oblati, presenti a tale incontro, a un certo punto si ritrovano e formulano una preghiera. È l’amore alla Famiglia Religiosa e la sofferenza che li spinge a farlo: “Ti chiediamo, Signore, uniti nel tuo nome, che nasca, se è tua volontà, una comunità in cui Tu sei costantemente presente tra i suoi membri e che realizzi oggi il testamento del Fondatore – “Tra voi la carità, la carità, la carità... e fuori lo zelo per le anime” – per concorrere anche noi, secondo il tuo disegno, a che tutti siano uno”». Avevano davanti agli occhi il dettato della Regola oblata che recita: «Testimonieranno davanti agli uomini che Gesù vive in mezzo a loro e fa la loro unità per inviarli ad annunciare il Regno».

Quante volte abbiamo sentito questo racconto! I “due padri” sono naturalmente p. Santino Bisignano e p. Marcello Fidelibus.

Con la partenza per il Cielo di p. Marcello, oggi mi sembra si chiuda la parabola dell’esperienza di Marino, che tanti frutti ha portato alla Chiesa e agli Oblati.


Tutto era iniziato con l'esperienza avviata da P. Marcello Fidelibus con un gruppo di giovani a Monte Mario, quartiere popolare di Roma. Erano giovani studenti incontrati per strada davanti la loro scuola. Si sentivano soli ed erano privi di una cultura religiosa, lontani dai sacramenti, immersi in un ambiente lontano dalla Chiesa, ma sensibili al richiamo dei grandi valori della vita. "Per quattro mesi – racconta P. Marcello – non ho parlato di Dio, li ho amati. L'amore era ascolto, sorriso, interesse ai loro interessi lasciandoli completamente liberi". I giovani si sentivano amati e incominciarono ad aspettarlo dopo che usciva dal suo ufficio. «Si trattava di essere uno di loro. Quando stavo con loro erano contenti, pur stando così, senza far niente di particolare. Per loro era la pace. Sì, tutto si può contestare, e tutto in effetti veniva contestato. Non si può contestare l’amore. Tutti infatti hanno bisogno di essere amati. Questi ragazzi hanno sentito che in fondo volevo loro bene. Era l’amore ad attirare questi giovani. La carità è tutto». Iniziano a leggere il Vangelo, ne sono affascinati… vorrebbero fare un’esperienza di vita insieme, ma come, dove? Ed ecco il seguito della storia: Marino!

Una suora della S. Famiglia di Bordeaux parlò a P. Marcello di una casa disabitata da quattro anni a Marino. Andò a chiedere la casa ad una anziana signora che abitava a Roma. "La circostanza che decise la benefattrice ad acconsentire alla poche parole di richiesta, fu che andammo da lei il giorno del Corpus Domini, proprio il giorno in cui tanti anni prima era stato ucciso, mentre compiva un atto di carità, un Oblato che l'aveva tanto aiutata spiritualmente: P. Armando Messuri". Fu questa circostanza che spinse la signor Solina a mettere a disposizione la sua casa di Marino. Sarà la sede del Centro giovanile e poi del noviziato…

Poi la storia di p. Marcello è continuata da grande missionario nel mondo intero, dall’America Latina all’India, dando vita a tante iniziative…

L’ultima volta l’ho incontrato una settimana fa. Mi ha accolto col solito sorriso…




sabato 24 ottobre 2026

La santità feriale di Scolastica Rivata

 


Dal libro su Chiara Lubich a quello su Scolastica Rivata. Oggi pomeriggio presentazione, a Roma, delle lettere della cofondatrice delle Pie Discepole. Ho ricordato loro come le ho conosciute la prima volta: era nel 1966, facevo il liceo a Firenze, ci fu l’alluvione… e andai a spalare il fango nel loro negozio accanto al duomo…

Sono stato il quarto a parlare, questa sera, ma i relatori precedenti non mi hanno lasciato molto da dire e ho detto di lei come fondatrice (senza il "co-"; don Alberione non se ne ha a male).

Mi sarebbe piaciuto parlare della sua concretezza, perché spesso si idealizzano i santi e li si proietta in un cielo lontano.

La sua è una storia nella quale entrano le piccole cose di ogni giorno, che la rendono umana, concreta, semplice, vera. Ci sono gli indispensabili strumenti del cucito, della lavanderia, i colori consistenti per dipingere le statue, «due pentole inossidabili della dimensione delle due piccole nostre di rame», le piante da potare, per le quali «al tempo dei meli in fiore bisogna poi che chiami Suor Sebastiana, lei che conosce le piante». Particolari vivaci che dicono tanto della vita quotidiana di madre Scolastica e delle prime sorelle.

Le sue lettere testimoniano quanto sia incarnato l’amore con il quale costruisce la sua comunità. È in apprensione per le sorelle lontane, si interessa della loro salute: «Ho saputo dalla Prima Maestra che non vuoi mangiare e che vieni magra, vero?»; «Mi ha fatto tanto piacere la vostra fotografia, mi pare però che siate un po’ magre». A una superiora suggerisce, riguardo a una suora che sta poco bene: «prova un po’ a farle prendere per un po’ di tempo solo minestrine leggere e sostanziose e latte e pietanza anche leggera e sostanziosa». A un’altra: «farla mangiar bene che si nutra molto, carne tenera, non grassa possibilmente bianca e uova, latte ecc., fatela mangiare, e roba sostanziosa, appetitosa, anche frutta che le fa bene». Soprattutto vuole tutte contente: «Sento che siete allegre e avete ancora il buon tempo. Deo Gratias, così va bene, state sempre contente così farete più presto a farvi sante». «L’avete fatta la polenta?», domanda loro. Fra l’altro si dimostra una buona cuoca e buon gustaia: «Mi dite che gli americani amano tanto il dolce, peccato non esserci io lì a fare la cuoca! Gliela farei sempre dolce, perché anch’io nel gusto sono dolce, andremmo pertanto perfettamente d’accordo»; «mi faresti un vero regalo potessi portarmi una bottiglia del vostro aceto che è tanto forte e buono».

Ma è anche una donna di cielo, naturalmente. «Il desiderio sempre più grande del Paradiso» è una cifra costante dell’epistolario. «La vita è tanto breve che tutte le cose buone e ingrate, passano presto e non ci resta che l’eternità che vale». «Stai allegra. Pensiamo frequentemente al Cielo che ci attende». È «la nostra vera Patria». «Man mano che si va avanti negli anni il pensiero del Cielo si fa sempre più intenso e c’inonda di gioia».

Vuole il Paradiso non soltanto per sé, ma anche per tutte le sorelle, che brama di ritrovare lassù, dove si comporrà in pienezza la comunità. «Solo l’anima conta veramente, tutto il resto passa ma noi che siamo fatti per l’eternità è assai importante che raggiungiamo il nostro fine che è il Cielo! Come sarà bello quel giorno che raggiungendo tutti i nostri cari, che già abitano lassù, potremo riunirci tutti assieme, per godere per sempre della dolce compagnia e delle eterne delizie preparate per noi da nostro buon Dio, per tutti i sacrifici e fatiche sofferte».

Allora, a lassù!

venerdì 23 ottobre 2026

Lacrime e stelle: l’ho letto quattro volte



Presentazione del libro Lacrime e stelle a Somma Vesuviana. 170 presenze. Annuncio venale: vendite 52 copie, tutte quelle disponibili. Alcuni sono rimasti a bocca asciutta…

Un incontro coinvolgente. 

Arrivano i primi commenti:


- Non posso finire la giornata senza dire cosa mi porto io. Ho conosciuto l'ideale a 15 anni nel 1975. In quest'ultimo periodo sento tanto la grazia del dono ricevuto e la responsabilità di farlo fruttare senza guardare al passato ma guardando avanti e soprattutto aiutando, chi mi avvicina, ad essere toccato da questa luce e colore. Soprattutto a sfruttare i momenti comunitari che siano momenti di Paradiso. Ne abbiamo tanto bisogno di respirare l'aria dell'unità.  Tu ce ne hai dato occasione e te ne ringrazio. 


- il tuo “Lacrime e stelle” che mi è piaciuto tantissimo, al punto che l’ho avrò letto perlomeno quattro volte fino ad oggi, sempre con nuova luce e tanta unzione.

Ringrazio di cuore per questa “autobiografia” della fondatrice dei Focolari. Da profondo conoscitore della sua vita e della sua divina avventura, spirituale e umana, – con sapienza ed intelligenza – lasci parlare Chiara in prima persona di eventi che hanno marcato la sua persona nel corrispondere alla chiamata struggente di Dio a fare di ella uno strumento di unità, per portare questo fuoco che consuma nel mondo: «perché tutti siano uno» (Gv 17:21). Dori Zamboni, una delle sue prime compagne, riferì una volta che Chiara aveva definito la sua esistenza come “tra due L : Luce e Lacrime”. E di queste “Lacrime e stelle” narri questa straordinaria storia che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo. E continua a farlo.

Carissimo, penso che si tratta di un piccolo (come numero di pagine) capolavoro e mi verrebbe la voglia – dato che ti limiti “agli inizi” – di un completamento di questa “autobiografia”. 

giovedì 22 ottobre 2026

Santi e Madonne tra storia e geografia

“La storia del mondo senza i santi e le sante sarebbe immensamente più povera, cioè meno umana”. Lo ha ricordato ieri il Papa. 

È bello conoscere le storie dei santi e andare a trovarli nei luoghi dove hanno vissuto coniugando storia e geografia. 

Oggi con le novizie e i novizi (le novizie perché i novizi hanno fatto forca) siamo stati sui luoghi di San Filippo. Neri, San Giuseppe Calasanzio, Santa Brigida di Svezia. Parlano ancora e hanno tante storie da raccontare, tanto da insegnare.

Poi ci sono i santi che raccontano i santi, come ha fatto sant’Eugenio quando è stato  di luoghi dove siamo stati noi oggi. È un intreccio di santità, un passaggio di generazione in generazione, la vita della Chiesa che continua.

Continuerà. Lo Spirito Santo c’è!

Intanto questa sera volto pagina e mi trovo per la prima volta al santuario di Madonna dell’Arco. Che sorpresa! Storia arte devozione santità… mi si spalanca un mondo inimmaginato e sorprendente…



mercoledì 21 ottobre 2026

Lacrime e stelle alla Madonna dell'Arco

 

Il libro Lacrime e stelle arriva anche a Napoli, più esattamente a Sant'Anastasia, nell’auditorium del santuario della Madonna dell’Arco. Termina così il tour di presentazioni che mi ha portato in mezza Italia. Chissà se ripartirò con il prossimo libro Come su una navicella...


martedì 20 ottobre 2026

Monos = tutto intero

Tre ore di lezione a questo bellissimo popolo! E tutto per dire una sola parola: “Monos”, monaco. È la persona intera, unitaria, ove tutte le facoltà sono raccolte, senza dispersione. Il cuore non è diviso, non c’è doppiezza di vita. Totalmente orientati verso un’unica direzione: Dio.

Agostino (ma lo spiegherò nelle prossime lezioni) lo intende in maniera diversa. Vede la sua numerosa comunità talmente unita che tutti sono una cosa sola, tutti “mons”.

E guardo Maria: hortus conclusus, fonte sigillata, torre d’avorio, domus aurea, arca dell’alleanza. Tutta raccolta il sé, unitaria. Ma non sola: custodisce in sé Dio. Il modello. 

lunedì 19 ottobre 2026

L'esperienza del Paradiso '49

Se voglio sapere veramente cos’è l’acqua, cos’è il mare, mi devo tuffare e restarvi immerso, nuotando in esso... Esperienza letteralmente significa passare attraverso, penetrare. Bisogna entrare dentro le cose per capirle. L’aveva ben compreso Dante Alighieri: per capire l’Aldilà avrebbe dovuto andarci di persona, penetravi dentro, attraversarlo, per questo si inventa l’espediente letterario di un viaggio che passando per l’inferno e il purgatorio lo porta in paradiso.

L’esperienza del Paradiso ’49? È entrare in Paradiso e attraversarlo. A differenza di Dante, il racconto di Chiara non è una finzione letteraria. Ella è davvero entrata in Paradiso e ha percorso un viaggio al suo interno, così da conoscere davvero le realtà del Cielo dal di dentro. Essendo immersa in esso può narrare anche a noi quelle realtà del Cielo e lo fa narrando la sua esperienza. Le pagine del Paradiso ’49 sono la narrazione di questa esperienza avvenuta in Paradiso.

Di quale tipo di esperienza si tratta?

Così inizio la mia esposizione su “L’esperienza del’49” al Corso di formazione agile Paradiso ’49. Spiego diversi aspetti dell’esperienza tra cui il vissuto nell’ordinarietà:

Un’esperienza straordinaria, quella del Paradiso ’49, eppure vissuta nell’ordinario. Il libro è distinto in due parti: la prima narra il periodo trascorso in montagna sulle Dolomiti, la seconda il periodo trascorso in città, a Roma, e nel litorale romano.

A Tonadico, pur nella contemplazione, con i grembiuli da lavoro, lei e le compagne facevano il bucato alla fontana pubblica nella piazza del paese, sbrigavano le faccende di casa, e poi via per boschi e prati, in lunghe gite in montagna. Troviamo piccoli aneddoti di ogni giorno, come Angelella che dona un fiore a Chiara, la vista di un verme sul prato dove sono sedute, di una chioccia con i pulcini lungo la via, ma anche la contemplazione dei tramonti, della bellezza della natura che le circonda…

A Roma la vita è invece vorticosa: «Noi andiamo all'Avventura! Accettiamo ogni invito di portare il Fuoco dovunque. Non fissiamo regole né orari» (cpv 883): «ambulanti per il mondo» (cpv 888).

Non è bella questa mistica montana e urbana, vissuta nella normalità della vita, al punto che gli altri neppure se ne accorgono? Mi sembra moderna, laica, fatta per tutti: «Ecco la mistica nostra. Mistica che è equilibrio, luce e chiarezza, normalità, l'uomo alla perfezione, Dio umanato, senza quei languori e straordinari fenomeni pur divini che contrassegnano i santi mistici» (cpv 1532).

domenica 18 ottobre 2026

Nel deserto per trovare la propria anima


“Dio ha creato paesi ricchi d’acqua perché gli uomini vi vivano,
i deserti perché vi ritrovino la propria anima”. (Proverbio dei Tuareg)

Si vede che mi sto preparando al mio viaggio nel deserto.

“Qui – continuo a leggere riguardo al deserto – anche la memoria scompare, non resta altro che lo stesso tuo respiro e il suono del tuo cuore che batte”.

E pensare che il “deserto” può essere anche qui…

sabato 17 ottobre 2026

Il mio secondo libro

Il mio secondo libro: La scelta dei poveri. Vita di Eugenio de Mazenod, in collaborazione con G. Lubich e G. Casoli, Città Nuova, Roma 1975, 220 p. (traduzione polacca)

In occasione della beatificazione di Eugenio de Mazenod (1975) fu chiesto a Igino Giordani di scrivere una sua biografia. Vista la sua rinuncia fu affidato a me il compito di curare una biografia popolare. Ero completamente inesperto e mi fu consigliato di coinvolgere due scrittori, Gino Lubich e Giovanni Casoli. Fornetti loro la documentazione e cercai di seguire il loro scritto. Io mi riservai l’ultima parte del libro, lo sviluppo missionario della Congregazione. Ne venne fuori un’opera un po’ ibrida che ebbe comunque un certo successo e fu tradotta anche in polacco.

Ne scrissi anche la prefazione, nella quale tra l’altro si legge:

Il presente volume, che ha quasi il sapore dell’autobiografia, vuole riproporre la figura di quest’uomo che appare d’una consonanza straordinaria con i tempi e le esigenze dell’uomo d’oggi. Gli autori hanno preferito che fosse lui a parlare, a comunicarci le sue scelte: la scelta di Dio e dei poveri; a farci gustare il dialogo con i suoi figli. Solo accostandolo direttamente, infatti, se ne può cogliere l’esperienza singolare in tutta la sua genuinità. (…)

Gli innumerevoli aspetti anticipatori della vita di Eugenio de Mazenod ne fanno un uomo di una attualità sorprendente. (...)

L'opera di Eugenio nasce da una profonda vita interiore — aspetto che gli autori hanno volutamente sottolineato a preferenza di altri — e dalla comunione con la Chiesa. L'«incontro» con Gesù Crocifisso in un Venerdì Santo lo fa, per usare termini paolini, «uomo nuovo». A quella scuola apprende che è la carità il «perno su cui ruota tutta la vita», l'amore scambievole cioè che, divenendo fondamento di ogni «comunità vivente», testimonia l'amore di Cristo Salvatore e conduce ad un amore senza limiti per i più abbandonati. I fatti sono là a testimoniarlo: la sua vita e quella dei suoi figli che non hanno esitato a varcare la «barriera del freddo» — il circolo polare — pur di annunciare ovunque la Parola di Dio, sorretti da Maria Immacolata loro Madre.

venerdì 16 ottobre 2026

Mi hanno trovato un nodulo al polmone

“I medici mi hanno trovato un nodulo circoscritto al polmone”. In tempi di fitness e di cura dell’immagine ha sdoganato il tabù della malattia. Senza eufemismi. Direttamente, senza anonimi comunicati della sala stampa vaticana. Immediatamente, appena saputo l’esito delle analisi, senza aspettare fughe di notizie, illazioni, pettegolezzi. Sobrio, discreto, senza esibizionismi e nello stesso tempo schietto, diretto, senza inutili diplomazie: è Papa Leone! Un papato, il suo, iniziato in tono dimesso e ormai in piena crescita, conquistando consensi e stima, anche per questa trasparenza.

Il messaggio dell’Angelus di domenica scorsa, 11 ottobre, quando ha annunciato la sua malattia, iniziava così, a commento del vangelo del giorno: «Il matrimonio di un figlio è un momento speciale per ogni famiglia, e questo padre felice vuole condividere con tutti la sua gioia… La festa di nozze è la nostra, e la sala del banchetto sono… i posti in cui viviamo, e in cui ogni giorno il Figlio del Re, Gesù Cristo, torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”».

Questa volta non si tratta di un matrimonio, ma di un tumore e di un’operazione chirurgica. Come un matrimonio coinvolge tutta la famiglia e non si fa in segreto, così l’insorgere del cancro è un evento che domanda di essere condiviso da tutta la famiglia, anche se invece della gioia delle nozze provoca dolore. La famiglia del Papa è vastissima e ha voluto renderla subito partecipe di quando sta vivendo. Non può dirlo ad uno ad uno, in maniera discreta; lo dice quando tutti sono riuniti all’appuntamento domenicale.

Lo partecipa non come un fatto straordinario, ma come un evento che convolge milioni di persone nel mondo che hanno il tumore come lui, che devono operarsi come lui, che temono le conseguenze future… Per questo il papa lo annuncia alla sua famiglia assieme a tanti altri eventi, altrettanto e più importanti: la festa per la beatificazione di Suor Maria Ignazia Isacchi a Mantova, il ricordo della guerra nella martoriata Ucraina e della Giornata per le Vittime degli incidenti sul lavoro, così come gli immancabili saluti personalizzati ai tanti pellegrini presenti in piazza… 

Non è uno show esibizionista. È una condivisione familiare e trasparente. È Papa Leone! Quello sportivo del tennis, della palestra e dell’equitazione? Sì, quello che sa essere anche debole, fragile, malato, pronto, come aveva detto all’Angelus, ad accogliere il Figlio del Re, Gesù Cristo, che ora nella malattia «torna a dichiararci il suo amore e attende il nostro “sì”».