Nella sala d’aspetto della dottoressa sulla bacheca leggo uno stralcio di giornale:
“Quella marcia in più delle donne medico. Secondo un recente
studio pubblicato su Jama le dottoresse riescono a mettere i pazienti a
maggiore agio e favoriscono un dialogo più empatico perché hanno una migliore
capacità d'ascolto. Le donne medico comunicano di più e meglio dei colleghi
uomini. Mettono i pazienti a loro agio e favoriscono un dialogo più aperto ed
empatico…
Le donne dimostrano maggior attenzione ai risvolti
psicosociali e agli stati d'animo. Informazioni direttive (istruzioni
specifiche) sono più frequenti tra gli uomini, mentre le donne sembrano
preferire quelle non direttive (tendono cioè a fornire alternative). Lievemente
superiore tra le donne la qualità dell'informazione, intendendo con questo
parametro una comunicazione chiara e priva di gergo "medichese".
Più impegnate nella costruzione del rapporto, le donne
favoriscono attivamente la partecipazione del paziente durante la visita,
tentano di mettersi sullo stesso piano, e pongono domande allo scopo di capire
meglio il paziente, di chiarire le sue aspettative, di indagare le sue perplessità.
Forniscono più volentieri messaggi positivi, ovvero incoraggiamenti e
rassicurazioni, che mirano a creare un'atmosfera più serena. Focalizzano
l'attenzione sugli aspetti emotivo-emozionali, cioè indagano esplicitamente le
sensazioni del paziente e ne esplorano gli stati d'animo allo scopo di
migliorare l'empatia. Fanno un uso maggiore di una comunicazione non verbale
positiva, vale a dire di atteggiamenti quali sorrisi, cenni di assenso, tono
amichevole della voce”.
E se le donne fossero anche preti? Avrebbero una marcia in più? Comunque i preti potrebbero imparare tanto dalle donne…

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